Francesco Guccini. Sguardi, sistemi, canzoni.
Secondo voi che differenza c’è tra un “vorrei scoparti come appena uscito di galera” e “ogni notte […] ci sembrava di aver trovato la chiave segreta del mondo”?
Oppure, tra “la vita è corta come il cazzo dei cinesi” e “ho ancora la forza di non tirarmi indietro. Di scegliermi la vita masticando ogni metro”?
Fateci caso. Non è solo una questione stilistica o generazionale.
C’è un vero e proprio scarto espressivo che oggi privilegia l’impatto sulla profondità, l’ostentazione sull’osservazione, l’immediatezza sulla complessità, e che investe non soltanto la musica, ma ogni ambito del nostro vissuto.
È una distanza significativa che sembra indicare – con pochi margini di smentita – come, nell’arco di mezzo secolo, si sia progressivamente affievolita quella vocazione tipicamente autorale a scavare nell’animo umano. Quella che ne rivelava ogni sfaccettatura personale, relazionale, emotiva e – poiché le arti sono lo specchio della società – anche politica.
Quel gusto, insomma, per l'evocare descrivendo e l'interpretare comunicando che, sin dai primi anni Sessanta (grazie a Bob Dylan e agli chansonniers francesi da Brel a Brassens), contagiò le personalità più conflittuali della canzone italiana, e pose le basi del nostro miglior cantautorato sociale. Un movimento votato all'abolizione della retorica, al rifiuto del conformismo e della cristallizzazione ideologica, al recupero della memoria storica e della cultura popolare, all critica ai meccanismi del potere e, soprattutto, allo sviluppo di una nuova consapevolezza critica, politica e sociale.
Tra i protagonisti: Tenco, Jannacci, De André, Gaber, Bennato, Finardi, Lolli, Gianfranco Manfredi, Bertoli e naturalmente Francesco Guccini. Artisti che contribuirono in maniera determinante alla formazione di una coscienza critica diffusa, destinata ad alimentare sia il dibattito pubblico, che quello privato.Tenco, per esempio, celebrò l'alienazione, l'inquietudine e l'autenticità; De André e Jannacci diedero voce agli esclusi e denunciarono il potere; Gaber indagò la coscienza e l'individuo; Finardi rivendicò le varie forme di libertà individuale; Lolli espresse il disincanto generazionale, e Gianfranco Manfredi rappresentò il conflitto tra individuo e storia con una scrittura ironica ed estremamente raffinata.
Nessuno, però, come Guccini (contaminando la Beat Generation con Gadda, Leopardi e Pavese) riuscì a trasformare la canzone in un luogo di narrazione e di memoria, attribuendo alle parole un significato etico e storico, e utilizzandole non tanto come espressione del sé, quanto come portali di acesso alla coscienza. Individuale e collettiva. Senza mai scrivere canzoni politiche (con l'eccezione, direi, della "Locomotiva" e di "Piccola storia ignobile") , ma facendo politica attraverso la poetica.
Ed è per questa sua capacità di opporre alla retorica il dubbio, la memoria e la complessità, che ho voluto celebrarlo e ringraziarlo in queste poche righe. Per aver tenuto alta la bandiera della civiltà, del pensiero critico e della cultura.
Perché una società che rinuncia a interpretare il mondo, finisce inevitabilmente per accontentarsi di racconti più semplici, più identitari, più rassicuranti.
E questo purtroppo, sta già accadendo.


5 commenti :
Grandioso John. Bravo nel non dilungarti inutilmente e nell'esprimere concetti non banali.
Ampiamente d'accordo con John's anche se la frase "strumento di interpretazione del mondo" è un po' troppo sfruttata: praticamente TUTTI si rifanno a questa affermazione.
Detto questo De André, Gaber e Guccini erano eccezzzzzzzzzzionali come testi ma nettamente inferiori come musica. Per me Guccini numero uno assoluto del panorama cantautoriale italiano!
- Riscrivo allora il concetto. Che dici?. Va meglio cosiì?
- Riguardo all'aspetto musicale invece, non saprei dirti. Gaber faceva teatro-canzone per cui era un caso a sè, ma tra "Signora Bovary" e "Creuza de Ma" è davvero un bel match. Per non parlare della "Pianta del Té" di Fossati che è un'altra pietra miliare del cantautorato.
A me pare che questo sia un po' un luogo comune. A parte il primo album, solo voce e chitarra, e il secondo, arrangiato molto sobriamente, da "L'isola non trovata" in poi, quando cioé gli arrangiamenti iniziano ad essere seguiti da Tempera che coinvolge da subito Bandini e Tavolazzi, le musiche non sono per nulla in secondo piano: ci sono anche riferimenti al prog in brani come "Asia" e "Il tema" o, nell'album successivo, "La canzone della bambina portoghese". Il tanto vituperato da Bertoncelli "Stanze di vita quotidiana" vede l'uso di percussioni particolari come la tabla e la partecipazione alla tromba di Jon Hassell. E anche in seguito Guccini passerà dalla milonga al tango, dallo swing al blues, non rimanendo confinato come molti credono alla ballata chitarristica con due accordi.
Non ho capito la riscrizione del concetto... E' vero che il "secondo" Gaber faceva teatro-canzone ma il "primo" Gaber (che a me piaceva molto) faceva ballate popolari. De André faceva bellissime canzoni che la sua voce "particolare" rendeva uniche.
Sulla musica di FG (che ho sentito live almeno sette/otto volte, se consideriamo l'Osteria) trovo, personalmente, che sia adattissima ai suoi testi ma non mi pare che abbia lo spessore di altri gruppi o cantanti/e come il Fossati, la prima PFM, le prime Orme, ecc. Parere personale, sui gusti non si può discutere..
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