Dik Dik: Suite per una donna assolutamente relativa (1972)
I Dik Dik furono una delle celeberrime band reduci dal pop leggero anni '60 che tentarono nei primi anni della decade successiva la carta progressive.
Tuttavia, mentre i Giganti, rivelarono con "Terra in bocca" una loro personalità ben definita e originale, l'onesto gruppo milanese si limitò ad iniettare nel proprio classico repertorio Pop, una ventata di suoni più moderni e qualche timido break di ispirazione prog. Nulla di più.
Salvo rarissime tracce, è in effetti arduo cogliere nella loro "Suite per una donna assolutamente relativa" qualche parvenza di innovazione.
Ci sono si dei tentativi di rock sinfonico, ma risultano comunque inattendibili e stemperati da una maggioranza di brani costituiti da stilemi abbondantemente abusati.
L'iniziale "Donna paesaggio" ad esempio, è praticamente "Homburg" dei Procol Harum e la successiva "Il viso" non cambia di molto il registro precedente. "Il cuore" sembra una parodia annacquata della peggiore Formula Tre.
Anche dove il gruppo tenta di svincolarsi dall'ovvio ("Le cattedrali dell'amore", "I sogni"), si percepiscono solo pallidi tentativi di modernizzazione di un sound da balera a cui i Dik Dik erano ben abituati. Tutto questo naturalmente, senza nulla voler togliere alla rispettabilità del gruppo.
In "Le gambe" torna il più bieco Rock'n'Roll, mentre la ballata "Suite relativa" e la contigua "Monti e valli" ci riportano ad una modestia da airplay con un briciolo di vigore in più. I due movimenti finali "La notte" e "Sintesi", dall' impostazione smaccatamente Battistiana, peccano di coazione al ripetere il tema principale che, abbiamo già detto, è troppo debitore agli autori di "A whiter shade of pale"
Criticamente, c'è poco altro da aggiungere, se non relegare questo pur gradevole prodotto nella serie cadetta del Pop Italiano. Unica nota d'encomio: i testi di Herbert Pagani che nobilitano un'esecuzione ipodinamica.
"Suite per una donna.." è la palese dimostrazione che non sempre "tirando per la giacchetta" un movimento o tentando di ricalcarne lo stile, si ottiene automaticamente un prodotto attendibile.
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Da un'intervista a Petruccio Montalbetti su Pagine '70 (www.pagine70.com)
Credevamo nell' evoluzione in pop. Purtroppo le regole discografiche sono ferree: se non vendi...capisci come vanno queste cose? C'è però da dire questa cosa: eravamo all' apice della nostra carriera, ci è stata quindi data l' opportunità di provare questa strada ma.. ripensando ci bene era una cosa troppo celebrale, non so... fatto sta che alla fine siamo tornati a percorrere la strada iniziale. Almeno ci abbiamo provato…
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Herbert Pagani, quello di "Ahi Le Haway" (tra l'altro licenza poetica o castroneria, questo non l'ho mai capito)... pensa te.
I Dik Dik gruppo da Balera... ad esser buoni.
Per me rappresentano il benchmark della noia come solo i Formula 3; era il 1972 ad il gruppo sapeva di muffa quindi hanno provato questa svisata modaiola con scarsi risultati.
L'unica cosa interessante è il titolo.
Vikk
Beh, al di là di tutto c'è da dire che la Formula 3 ha "osato" qualcosa con il primo e il terzo album e che si merita comunque un posto d'onore nel rock italiano.
I Dik Dik per loro stessa ammissione "ci hanno semplicemente provato"...
Riguardo al titolo, è aperto un "concorso di idee" per spiegarlo.
Ciao a tutti!
Concordo in pieno con l'articolo e con il post di John.
Dopo aver ascoltato questo disco 3 volte, l'ho rilegato nel dimenticatoio della mia collezione...
Ciao Mr. Toky!
Ciao John,
sono Federico.
Non ti dimenticare di Aldo Parente.
un disco veramente... ridicolo
scusate la franchezza
Un paio di brani a me piacciono, il resto è piuttosto scontato.
Andy
Lo archiviamo allora come "reperto storico". Direi che di più non si può fare.
Bah...i Dik Dik come molti altri gruppi beat Equipe in testa sparirono quando Battisti si mise in proprio e quando perse senso coverizzare pezzi anglo beccati su Radio Lussemburgo.
Qui cercano di saltare sul carro del prog allora in voga...no...proprio non li amo.
ragazzi ma l'avete ascoltato bene? lasciatevi alle spalle i pregiudizi e buttatevi con herbert nel suo "viaggio allucinante" all'interno del corpo femminile...semplicemente geniale...l'album e' stupendo ben suonato e arrangiato...questo e' il prog italiano giu' il cappello!
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