Samadhi: Samadhi (1974)

samadhi 1974Al principio del 1973, la Raccomandata con Ricevuta di Ritorno attraversa una crisi irreversibile: la coppia Regoli - Civitenga, sempre più portata verso il rock sinfonico, si scontra senza possibilità di risoluzione con il resto del gruppo orientato invece verso il Jazz e se ne va.

E' da questa defezione che nasce il gruppo dei Samadhi, ovvero "pace interiore" o anche "il livello più alto di uno stato meditativo" e che almeno sulla carta dovrebbe essere lanciato come un autentico "supergruppo".

Infatti, all'interno della band confluirono insieme ai due RRR, l'ex tastierista dei Free Love Stefano Sabatini, l'ex bassista dei Punto e dei Teoremi Aldo Bellanova , il percussionista Ruggero Stefani (già con gli "Uovo di Colombo") e l'ex Corvi, Sandro Conti.
Una formazione dunque di tutto rispetto che impiegò circa 40 giorni per registrare il suo unico album omonimo, ma che sciaguratamente non solo non ebbe alcuna promozione, ma venne anche aziendalmente snobbato essendo tutte le risorse della Fonit già impegnate nel lancio degli Uno, la nuova e importante diramazione degli Osanna.
Ciò volle innanzitutto dire che da un lato in pochi vennero a conoscenza del disco e dall’altro quasi nessuno lo acquistò o li vide mai dal vivo con ovvie ripercussioni sulla loro potenziale notorietà.
Un vero peccato perché è evidente che nel loro lavoro i sette musicisti ci misero talmente tanto di loro stessi da farlo risultare acusticamente perfetto soprattutto grazie agli arrangiamenti del fiatista slavo Stevo Saradzic.

Definito superficialmente "ai confini della west Coast", il disco è più verosimilmente un'azzeccata miscellanea di stili e di invenzioni timbriche: jazz, rock, prog, pop e Canterbury, con una forte influenza underground evidenziata soprattutto da alcune digressioni a carattere religioso (“L’Angelo” e “L’ultima spiaggia”)

samadhi progressive rock Suonato e arrangiato con maestria non comune, l'ellepì comprende sette pezzi quasi tutti a firma Bellanova-Sabatini e imperniati sulla raccolta di poesie "Fiori di ieri, fiori di domani" del poeta-attore Enrico Lazzareschi.

Gli arrangiamenti sono ricchi e variegati, i cori eleganti ed accurati, le diverse ispirazioni stilistiche vengono mescolate nei brani con grande fluidità e i concetti esposti sono in fondo moderni anche se, dicevamo, venati da reiterate tracce di misticismo religioso.

La "pace interiore" agognata dal gruppo è comunque abbondantemente restituita da una miriade di tasselli armonici che si amalgamano perfettamente pur nella loro diversità e, rispetto alle indeterminazioni della RRR o le fiabesche digressioni dei colleghi Procession, i Samadhi appaiono molto più centrati sia come pulizia sonora che come concettualità.
La voce di Regoli appare qui rilassata e piena, le prorompenti tastiere di Sabbatini si allargano con competenza tra Jazz e Sinfonico, i fiati di Stevo Saradic contappuntano con classe ogni passaggio ricongiungendosi di volta in volta con il resto dell'incipit.

Perchè però un prodotto del genere non sia mai stato adeguatamente promosso, non ci è dato di saperlo: del resto, anche se la Font era occupata in progetti ben più rilevanti, si presume che da potenza qual’era avrebbe potuto anche distribuire più democraticamente le sue risorse, ma è evidente che non fu così.
Resteranno quindi gioielli nascosti le stupende alchimie spirituali de "L'Angelo" e le moderne atmosfere freak-jazzate di "Passaggio di Via Arpino": un brano modernissimo dedicato ad una strada, che anticipa almeno di due anni quella che sarà la poesia metropolitana dei Napoli Centrale in "Vico Primo Parise n°8".

samadhi regoli civitenga sabbatiniResteranno meno che un ricordo i contrappunti di "Un milione di anni fa" che spaziano dal tappeto barocco al jazz-rock dei ponti strumentali.
Avvolte dall'ovatta del tempo rimarranno anche le sapienti armonizzazioni di "Silenzio", tanto ricercate quanto efficaci e coinvolgenti.

Un vero peccato di cui però non si può dare alcuna colpa ai "Samadhi": loro ce l'hanno messa veramente tutta. E si sente.
I loro detrattori potranno accusarli di essere stati eccessivamente acustici o solo blandamente progressivi, ma non gli si potrà mai negare di aver catturato, almeno in parte, lo spirito di una società in cambiamento: forse troppo poco rispetto all'imperante politicizzazione della musica, ma abbastanza per fare di questo disco un lavoro veramente pregevole.

Noi non abbiamo voluto inventare l’acqua calda”, recitano candidamente le note di copertina, “abbiamo tentato di sottolineare sensazioni e vicende degli uomini, filtrandole attraverso la poesia e la musica, per coglierne la loro intima essenza. Sensazioni e vicende che, secondo noi, non sono sostanzialmente mutate attraverso i millenni.

18 commenti :

Anonimo ha detto...

Dopo aver letto questa tua recensione dovrò obbligatoriamente riascoltarlo, temo di averlo fatto distrattamente non molto tempo fa, tanto che non mi ricordo quasi nulla, vabbè ti farò sapere se la mia mente si ricorderà di entrambe le cose.
Ciao.

Andy

Anonimo ha detto...

Non si spiega perché, sullo stesso cotè concettuale (non parlo di musica, parlo di localizzazione concettuale all'interno della cultura dell'epoca)Claudio Rocchi sì e loro no.
(ofvalley)

JJ JOHN ha detto...

@ Andy: E' un disco ben fatto e ben suonato. Vale la pena riprenderlo almeno una volta insieme a RRR e Procession. Facci sapere.

@OfValley: Beh, credo sia un problema conflittuale: Rocchi era un mito, questi non li conosceva proprio nessuno :-)

Giampaolo ha detto...

Devo ancora leggere il post....album discreto con chiaramente un buon potenziale non espresso al meglio.
ti auguro un buon weekend.
ciao!

tazio ha detto...

Un altro grande gruppo italiano..sana avanguardia che sconfina nel jazz...Regoli ha una gran voce...Civitenga suona la chitarra(credo che adesso insegni e lavori nella orchestra RAI) da grande chitarrista che è! e bravi gli altri a me piace molto Stevo coi fiati...e trovo non valutati abbastanza non loro ma i RRR, il loro disco per me è uno dei più belli prog anni 70....e forse sono pochi i dischi brutti di quell'epoca....

Armando ha detto...

Lo riascolto sempre volentieri. E' uno strano disco che riunisce una tendenza melodica molto gradevole a qualche episodio più ambizioso, come l'ultima track.
Suona pulito e molto accurato, anche se fuori a mio parere dal progressive più ambizioso dell'epoca.Forse proprio questa incerta collocazione del disco, lo sfavorì presso pubblico e critica.
Ciao grande capo.

J.J. JOHN ha detto...

Tutti d'accordo nel dire che era un disco di classe.
A mio avviso oltre l'"incerta collocazione", al gruppo mancò proprio la promozione. E non fu cosa da poco perchè si sa che, quando vuole, un marketing fa miracoli. Anche piccoli, ma li fa.

Anonimo ha detto...

complimenti per l'articolo.

quello che scrivono nella copertina è ciò che aleggia nella mia testa da tempo ormai, sono riusciti a descrivere una sensazione/pensiero che provo/penso spesso...non sono l'unico allora.seby

Anonimo ha detto...

Li ho conosciuti solo poco tempo fa e mi piacciono molto. Ciao

UGO ha detto...

GRAN DISCO ERRONEAMENTE INSERITO TRA I GRUPPI "MINORI",BELLA LA VOCE PULITA I TESTI E STUPENDO IL BRANO DI CHIUSURA "ULTIMA SPIAGGIA"CON UN CORO BELLISSIMO OLTRE ALLO STRUM."PASSAGGIO DI VIA ARPINO",DA RISCOPRIRE E RIVALUTARE UGO P.S.JOHN MA GLI ZAUBER DI TORINO COME MAI NON LI AI ANCORA RECENSITI?IL LORO DISCO DEL 78 MI RISULTA OTTIMO A PARTE LA VOCE FLEBILE DELLA CANTANTE.....UGO

J.J. JOHN ha detto...

Non so nemmeno io. Forse perchè è decisamente fuori tempo massimo rispetto all'ambito in cui è stato sempre incluso. Però...

u g o ha detto...

vabbe fuori tempo erano pure gli AUTOMAT e gli altri dischi del 78 che comunque hai postato lo dico senza polemica eh!e comunque è un bel disco ma sempre un "minore" si intende!

J.J. JOHN ha detto...

Ugo, hai ragione sulla timeline, ma su certe scelte ho i miei motivi che sono difficili da spiegare per iscritto.
Comunque Zauber - Il sogno l'ho riascoltato proprio ieri e dopo tanti anni me ne sono rifatto un'idea precisa.
D'accordo con te per quanto riguarda il cantato, ma da lì a definirlo "ottimo" ci penserei due volte, anzi: anche cento.
Avrai comunque presto doverose notizie.
Come sempre, ricordamelo qualora me ne dimenticassi.

AnalogueSound ha detto...

Premettendo che a me questo lavoro piace tantissimo, provo a ipotizzare: è possibile che la Fonit non vi subodorò alcun appiglio commerciale, grande com'era e pertanto tendenzialmente orientata al successone commerciale che portasse pane a centinaia di bocche. Ecco perchè quindi, a effetto valanga, finì per trascurare l'operazione tout court.
Come dici tu i brani sono molto belli, ben costruiti, suonati benissimo e c'è una grande motivazione. Ma non ci sono i pezzoni.
Quei pezzoni che ti lasciano un segno. Come RIP del banco, Cemento Armato delle Orme, Melos dei Cervello, o l'idea di un sound ben definito e proprietario (Pholas Dactylus) o la presenza di un personaggio-calamita, e qui sortisce un'infinità di esempi.
Sembra che i brani di questo disco siano l'uno funzionale all'altro, l'uno che richiama un altro, tutti belli allo stesso modo senza particolari spicchi (relativamente parlando) e tutto il disco sia bello di per sè, al di fuori di ogni logica discografica di tipo commerciale.
Sotto questo aspetto non siamo molto lontani da quel progressive "bellissimo" costellato di gruppetti e dischi "bellissimi" in cui le forme canoniche del prog si reiterano senza alcun tipo di ritegno... dischi che poi alla fine rimangono del tutto anonimi... e che non sono belli come questo disco (come scrisse Andy quasi otto anni fa, non c'è molto che rimanga in testa, a parte il lavoro di organo e batteria e le linee melodiche di Regoli, purtroppo assimilabili con troppa semplicità a quelle del ben più noto Gianfranco Gaza).
Ciao John! Come stai? :)

ugo ha detto...

ciao ANALOGUESOUND sono UGO e non mi trovo pienamente d'accordo col tuo giudizio nel senso che questo disco molto bello(a mio avviso sottovalutato) abbia comunque almeno due pezzi che si staccano dal resto ossia:
-PASSAGGIO DI VIA ARPINO bellissimo pezzo jazz-rock strumentale e poi il vero capolavoro del disco ossia
-L'ULTIMA SPIAGGIA dove troviamo uno stupendo coro finale da brividi!
ovviamente se non sei d'accordo incasso il tuo commento ugo

JJ John ha detto...

Hey, chi si risente! Il nostro Phil Spector nazionale! Io sto bene grazie. Un po'stressato, ma bene. Spero tu sia altrettanto in forma e continui ad esserlo.
Di "Samadhi" devo dirti invece che a me sono rimasti stampati in testa due brani, e spesso mi ritrovo persino a canticchiarli: "Passaggio di Via Arpino", e soprattutto "L'angelo" che trovo meravigliosa.
D'accordo, non "emergono" come dici tu dall'organicità generale. Non c'è insomma una "Money" o una "And you and I" a fare da traino al concept, ma a mio avviso(e a detta di motli autorevoli colleghi)ciò che condannò l'album all'anonimato furono sostanzialmente la distribuzione e la promozione: inesistenti su tutti i fronti.
Non a caso il disco è strammaledettamente raro.
Anzi... se qualcuno ce l'ha, mi faccia un fischio!
Abraxas,
JJ

PS. Una curiosità: ogni tanto vi trovate anche voi a canticchiare brani prog?

AnalogueSound ha detto...

John... magari! Io sono due giorni che mi ricanto le canzoni di questo disco...
Ugo, io Samadhi l'avrei comprato di sicuro, fosse per me, ma...

AnalogueSound ha detto...

Al di fuori di certe logiche, grande disco e bravissimi tutti, Regoli grande voce (pur preferendolo stilisticamente nei panni rusticicissimi di RRR, così come Bellanova fa il botto coi Teoremi, qui restano più composti e fanno più classe che stile).
Al posto del "carattere univoco" dell'opera, che con tutti gli sforzi possibili non riesce proprio ad emergere, John, c'è quel prog sinfonico che a tratti mi stucca, ma il lavoro creativo promuove ugualmente.

Ugo, paradossalmente trovo "l'Angelo", "Passaggio" e "l'Ultima Spiaggia" i punti deboli del disco così come lo è la resa di certi corali aperti in tutto l'album, per quanto, almeno in teoria:
- la prima doveva essere senza dubbio votata ad essere uno fra i pezzi più forti;
- l'ultima è di grande respiro interpretativo ma è appesantita in alcuni punti dal sinfonismo e dal coro finale che francamente non m'appassiona, analogamente a certe cose insostenibilmente pesanti del "Tempo Della Gioia" dei QVL, scempio di quei minuti preziosi che invece avrebbero potuto decretare un altro capolavoro.
- il Passaggio Di Via Arpino è un bel pezzo, ma non ne basta uno solo così a decretare un successo e un format stilistico.
Possono trattarsi anche di sottigliezze di resa in produzione, ma sono convinto che i quattro pezzi restanti avrebbero fatto il discone se affiancati da qualcosa di più "memorabile"...

Continuo a insistere: manca il pezzo che ti fa dire alla prima nota "Accipicchia, ma questi sono i Samadhi"...
Ciao e buon Natale a todos