Mauro Pagani: Mauro Pagani (1978)

mauro pagani 1978Sul perchè nel 1976 Mauro Pagani avesse lasciato la Pfm se ne scrissero di tutti i colori: “stanchezza dopo un periodo di iperattività”, “bisogno di vita privata”, “necessità di trovare una propria dimensione artistica” e anche “dissensi ideologici con i compagni”.

Sicuramente la verità stava nel mezzo e in ognuna delle ragioni che puntualmente facevano capolino sulla stampa, qualcosa di vero c’era: la stanchezza dopo le massacranti tournèes in Europa, Giappone e America, il bisogno di tranquillità emotiva e di nuovi impulsi che superassero quelli della Premiata e infine, qualche problema con i colleghi data probabilmente la forte politicizzazione del musicista di Chiari che in fondo, era rimasto l’unico elemento credibile della band agli occhi di un movimento in via di dissoluzione.


Dando una rapida occhiata al suo primo album solista del ’78 però, alcune delle motivazioni appena citate assumono una valenza superiore rispetto a quelle più "diplomatiche".

Per esempio, la “voglia aprirsi ad sound nuovo” fu completamente suffragata, oltre che dall’aspetto musicale di cui parleremo tra poco, dalla pletora di collaboratori di cui Pagani si avvalse per elaborare la sua nuova dimensione.
Il che probabilmente, stava a significare come per lui fosse stato praticamente impossibile far confluire le sue nuove idee all’interno della Pfm.

Di fatto, rispetto alle otto tracce del disco, l’elenco di ospiti dell’album è veramente ipressionante:
c’è tutta la Pfm eccetto Premoli. Il che vuol dire che le tanto sbandierate “divergenze” non furono poi così gravi se non quelle con il tastierista varesino che se ne stette lontano dal progetto.

mauro pagani 1978C’erano poi gli Area al gran completo, parte del Canzoniere del Lazio, Teresa De Sio, Roberto Colombo, il batterista Walter Calloni e l’oboista Mario Arcari che sarebbe presto diventato uno dei pupilli di Ivano Fossati. Ci si metta anche il chitarrista folk Luca Balbo e l’organico era completo.

Sorprendente fu anche l’impiego di ben quattro tecnici del suono tra i più quotati in Italia: Allan Goldberg (anch’egli futuro fedelissimo di Fossati), Carlo Martenet, Marco Inzadi e lo storico “meccanico del suono” della Cramps Piero Bravin.
In altre parole: un esercito di luminari della musica sotto le direttive del più importante polistrumentista italiano.


E infatti, fu proprio sotto l’aspetto musicale che meglio si concretò tutta la rinnovata creatività del Pagani, il quale però ebbe non solo la furbizia di non rinnegare i suoi trascorsi di musicista progressivo (“Europa minor”), ma di proporre qualcosa di molto simile al prog sotto tutta un’altra chiave di lettura.

Arrivano dunque in brillante mescolanza gli strumenti etnici, la musica cameristica, popolare, asiatica, sarda, mediorientale, quella fusion e il jazz rock. Il tutto in una sequenza talmente brillante, da far gridare al miracolo sia la critica nazionale che quella straniera.

Le citazioni tuttavia sono dietro l'angolo e l’iniziale “Europa Minor” sembra davvero un outtake de “Il bandito del Deserto” degli Area miscelato con “Arbeit macht frei”. Eppure se in altri frangenti qualcuno avrebbe potuto gridare allo scandalo, qui si trattava di un’operazione completamente diversa: Pagani cioè, voleva offrire il suo biglietto da visita citando allo stesso tempo la continuità con le sue radici e la sua voglia di rinnovamento.

mauro pagani premiata forneria marconiL’ombra degli Area di fatto scompare immediatamente già dal secondo brano “Argiento” in cui Teresa De Sio intesse ispirate vocalità su un tessuto di bozouki, mandolini e oboe.
Spezie
mediterranee che sembrano preludere a “Creuza de ma” fanno da protagoniste in “Violer d’amores” e un sofisticato “masala” di barocco, rock e fusion elettroacustica è invece l’azzeccato condimento della “Città aromatica”.
In “L’albero del canto” tornano gli Area con tanto di Demetrio Stratos in odore di “Luglio, agosto, settembre nero” e nelle successive “Choron” e “Il blu comincia davvero” viene nuovamente riconfermato l'equilibrio di quell'alternanza che si consuma nel finale con la gioiosa reprise dell’Albero del Canto.


Personalmente mi è difficile avallare la tesi di chi giudicò questo disco un capolavoro, non fosse che buona parte del suo incipit non sarebbe stato possibile senza l'eredità di gruppi quali Area, Pfm, CdL, Musicanova, ma anche Perigeo o Napoli Centrale.

Pagani però ebbe qui il supremo dono della sintesi: seppe traghettare con classe e senza arroganza uno stile musicale giunto alla fine (il prog) in un futuro nuovo che senza minimamente rinunciare alle proprie radici, propose ulteriori aperture verso altre contaminazioni.

Sicuramente lo capì Fabrizio De Andrè che dopo quattro anni con Bubola, due con la Pfm e due di silenzio, chiese a Mauro una mano per un album che avrebbe rivoluzionato la musica d’autore italiana. E così fu.
Il resto è storia d'oggi.

8 commenti :

Anonimo ha detto...

Questo è un album davvero suonato con una tecnica eccelsa, a partire proprio dal grande Pagani.

Mi sembra anche un disco originale, una world music impreziosita dalle bellissime voci della De Sio e dell'immenso Stratos.

Da una parte è vero come dici tu JJ che si sente l'eredità di gruppi come Area Canzoniere del lazio ecc ecc, ma mi sembra che alla fine il lavoro di Pagani è un qualcosa di complementare ai lavori degli altri gruppi da te citati.....è un'evoluzione. Pagani cerca una strada sua e secondo me la trova. Peccato non sia andato avanti su questa strada....

A conti fatti quindi per me è un lavoro più progressive rispetto ai Canzoniere del lazio....e la grande tecnica individuale un pò di tutti i musicisti (mai comunque fine a se stessa) rendono questo lavoro uno dei pochi capolavori nostrani della seconda metà degli anni 70, superiore anche al loro progetto Carnascialia dell'anno successivo.

Inoltre credo che qui Mauro Pagani finalmente trovi il modo di dar sfogo a tutta la sua bravura.....e per me questo lp è superiore a tutti gli album prodotti dalla PFM negli anni 70 (per originalità e capacità compositiva).

alex77

J.J. JOHN ha detto...

Che Pagani ci avesse visto giusto, lo si è capito, credo, quando De Andrè gli chiese una collaborazione per "Creuza de ma". Trovo che quello fu il vero sbocco dell'innovazione a cui Mauro voleva andare incontro: l'unione con la grande musica d'autore; dimostrare cioè che il "nuovo" era possibile anche in territori normalmente meno complessi.

Nota poi che Fabrizio con la PFM "rifece" delle cose e invece con Pagani le "creò": è una gran bella differenza.

Dire che però questo disco fosse superiore alla sommatoria dei lavori della Premiata, dai, mi sembra quantomeno ingeneroso.
In fondo Mauro "era" la Pfm e comunque "Storia di un minuto" a questo lavoro da almeno tre o quattro lunghezze.
Non fosse altro che per quei sei anni di differenza che li separano.

taz ha detto...

Disco che mi manca e lo dico con vero rammarico!!! perchè considero Mauro l'artista più completo che abbiamo....per me è a livello di Peter Gabriel e David Byrne...ho altre cose sue ma questo mi manca...mannaggia!!! ciao

Anonimo ha detto...

Non mi sembra si possa paragonare Storia di un minuto con questo album. Son dischi usciti in anni differenti (troppo differenti direi) e han rappresentato qualcosa di diverso per l'Italia.

Storia di un minuto è un disco di un'importanza incredibile....ma solo per l'Italia. Mentre questo album di Pagani, per quanto poco conflittuale, può oggi avere un grandissimo valore, secondo me su scala internazionale. Se bocciassimo questo disco, una world music condita da jazzrock con due bellissime voci (De Sio e Stratos) e con il grandissimo contributo tecnico di Pagani (qui finalmente libero di esprimersi liberamente), dovremmo fose bocciare lavori arrivati ben dopo (ovvero negli anni 80).....

Per me rimane davvero un lavoro straordinario da parte di uno strumentista di grandissimo valore, che cerca con questo disco di aprire una strada nuova. Io non ci sento dentro gli Area o i Canzoniere del lazio, casomai ci sento dentro un frullato di tante esperienze italiane degli anni precedenti, che portano però ad un percorso nuovo....ben delineato e per nulla casuale.

La PFM di Storia di un minuto....di innovativo non aveva praticamente nulla. Era un rifacimento dei King Crimson in versione semplificata e più poppeggiante. Sicuramente un bel lavoro, con delle belle hit, ma sinceramente molto inferiore rispetto a molti lavori usciti in Italia nel 1972.

L'unico mio rammarico è di non aver potuto più sentire nessun lavoro di Pagani, innovativo come questo.....se no il disco dei Carnascialia.....

alex77

PINO ha detto...

CARO JJ ...QUANTO VALE QUESTO LP?? IN TERMINI ECONOMICI INTENDO! LA SUA QUOTAZIONE AL BORSINO DE DISKI??

J.J. JOHN ha detto...

@ Pino:
Massimo 40 euro se perfetto e corredato del poster originale.

U G O ha detto...

COSA NE PENSI DELL'ALTRO DISCO DI MAURO PAGANI DEL 92 "PASSA LA BELLEZZA"?

J.J. JOHN ha detto...

Mai sentito, sorry. Se è del 1992 è roba troppo "moderna" per me. Ha ...ha...ha.