Cocai : Piccolo grande vecchio fiume (1977)

rock progressivo italianoIl complesso dei Cocai (da non confondersi con l’omonimo gruppo teatrale triestino) si forma a Venezia nel 1970.

 La prima line up annovera Amedeo Biasutti detto Theo, Pierlugi Pandiani in arte Gigi Pandy e suo cugino LuigiTuryTurin che, come gli altri, inglesizza il suo nome secondo la moda dell’epoca. 

Successivamente, l’ingresso degli altri due fratelli di Amedeo, Stefano (Stheny) e Paolo Biasutti (Paul Blaise), assesta definitivamente la formazione.  Il gruppo inizia da subito a circuitare sia nei vari dancing di zona che nel giro delle feste e dei concorsi locali cambiando nome all’occorrenza: Draps, New Draps, Baronetti (dal 1975) e infine Cocai che in dialetto veneziano sognifica “gabbiani”.

 La loro musica è fortemente influenzata dalla grandi band straniere e italiane dell’apoca: Beatles, Rolling Stones, Equipe 84, Ribelli e Dik Dik, ma anche da formazioni più oscure quali gli East of Eden che spingono il gruppo verso musiche più complesse. 
Dalle chitarrre EKo il gruppo passò così alle Fender e alle Gibson, si dotò di distorsori, fuzz, flangers e di un organo Hammond e cominciò non senza difficoltà a proporre un genere più contemporaneo in vari festival della zona. Nulla che riguardi il movimento o la Controcultura da cui si tennero a debita distanza, quanto piuttosto manifestazioni dal sapore più provinciale: “Musica jeans” nel 1974, la “Rosa d'oro” nel 1975 e il “Cantaveneto” nel 1976.

 Nel 1977 arriva finalmente il contratto discografico con la Fonit Cetra che manda il gruppo a Bologna - all’epoca in piena guerriglia urbana – per incidere un 33 giri che prenderà il nome un po’ prosaico di “Piccolo grande vecchio fiume”.

 Gigi PandyL’album è un concept basato sulla tragedia della diga del Vajont che 13 anni prima aveva mietuto migliaia di vittime: venne registrato in quarantotto ore su uno scintillante Studer a 32 piste pilotato dal fonico Maurizio Biancani e mixato in una giornata sotto la direzione artistica di Carlo Loyodice.  

I sette brani del il disco furono composti tutti dal gruppo, pur se firmati dal trio Flanin, Pezzanda, Pizzato con la sola eccezione del pezzo finale, siglato da un non meglio identificato Idamas: uno pseudonimo curioso che letto al contrario esce “Samadi”, termine buddista o indù che esprime la perfetta armonia della meditazione e molto usato all’epoca.
I testi furono invece opera del solo Flavio Zanin, in arte Flanin: un professore di storia dell’arte che quattro anni prima aveva collaborato all’album Trasparenze di Maurizio Arcieri e per i Cocai si occupò anche della copertina dell’album.

 A disco registrato però, alcuni attriti con la discografica minarono alla base i rapporti con la Fonit-Cetra che a quel punto si occupò solo delle distribuzione del disco. Il gruppo acquistò matrici e diritti dell'album e lo fece uscire indipendentemente targato “Style sdf”. 

Va da se che il tutto complicò di molto la visibilità dell’album che di fatto vendette poco provocando lo scioglimento della band.  Musicalmente, Come per i “Pentola di Papin” anche in questo caso siamo davanti a un sound molto datato rispetto alla data di pubblicazione, anche se a differenza dei loro colleghi lombardi, i Cocai apparvero occasionalmente più calati negli anni ’70 sul modello degli Alphataurus, grazie a qualche sporadica strizzata d’occhio al pop sinfonico inglese (i Genesis nell’attacco de “Le mie storie”) e all’heavy rock (“Conclusione”).  

Tuttavia, a vanificare la pur dignitosa partenza del disco (“Milioni d’anni fa” e “Le mie storie”) tutto il resto dei brani, fatta eccezione per quello conclusivo, furono davvero inficiati da troppe strizzate d’occhio al più mellifluo pop melodico italiano e appesantite da troppi barocchismi e citazioni soft prog francamente opinabili (“Dirò no!” e “Ti amo davvero”). 
Vi si aggiunga pure la modestissima title track, un brano in pessimo inglese dal titolo chissà come mai in italiano (“Le mie storie” in cui la batteria è suonata da Massimo Iannantuono al posto di Tury) e la svenevole “Le mele mature” e ciò che si salva di quest’album è veramente poco.
  
Spesso oggetto di critiche non certo lusinghiere, come quelle di Riccardo Storti e Augusto Croce, l’album venne invece stranamente osannato dal rispettabilissimo sito Progarchives che lo ritenne “one of the most wonderful and yet obscure recordings of the 70's”. 
Ai posteri l’ardua sentenza. 

GRAZIE AD ANDREA PARENTIN E GIOVANNI NATOLI DI PROGARCHIVES PER L'INTERVISTA A GIGI PANDY 
DA CUI ABBIAMO TRATTO ALCUNE PREZIOSE INFORMAZIONI. UN CARO SALUTO A ELISA PANDIANI.

17 commenti :

aliante ha detto...

Beh si John, effettivamente non è proprio un capolavoro questo disco, anche se spesso mi capita di riascoltarlo insieme a quello degli Errata corrige( album comunque decisamente superiore e con delle bellissime atmosfere, a mio modesto parere). Che dire, gli spunti buoni sono pochi, non mi dispiace il suono della sezione ritmica.

musixy ha detto...

sa proprio di fresco... fresco di provincia... campagna, raduni domenicali...semplice semplice...

JJ posso chiederti degli "arti e mestieri", sai se hanno inciso qualcosa in studio negli ultime due o tre anni?
Ciao, grazie.

Anonimo ha detto...

Mai sentiti nominare, quasi quasi provo ad ascoltarlo..

George Best

JJ ha detto...

Musixy, per gli A&M io sono rimasto a "First Live in Japan" del 2006.
Prova magari a spulciare
http://www.artiemestieri.org/

PS: Per chi ama il prog e non ha mai ascoltato i Cocai, consiglio di fare attenzione a "Le mele mature".

musixy ha detto...

grazie...non dirlo a nessuno... sono anche senza un euro... ma grazie al torrent.... me lo pappo tutto...

Aguar ha detto...

Saludos agregado a ENLACES
http://enlacesaguar.blogspot.com/
pon un link gracias

Pinoprogressivo ha detto...

Bel disco ...molta atmosfera anni 70 molta melanconia ma anche ottima musica! Ciao JJ by PINO da Somma Vesuviana

Pinoprogressivo ha detto...

Scusa JJ ti volevo chiedere come mai su Ebay i vinili dei gruppi anni 70 prog costano di più in versione Korea o Japan degli stessi LP originali degli anni 70??? ovviamente nonn tutti, ma spesso càpita...come mai?

JJ ha detto...

Dunque Pino, questo fenomeno accade ogni tanto per i vinili di madio/basso valore collezionistico.
Dove cioè un buon packaging o un'edizione limitatissima può superare il valore dell'originale.
Ma sono eccezioni.

Come sai gli orientali sono soliti impreziosire spesso le loro confezioni. Alchè se mi presenti una versione giapponese "gold in titatura limitata" dell'"Isola di niente" della PFM, è capace che questa valga più dell'originale.

Di norma però, nessuna versione orientale di un prodotto pregiato vale di più del nostro originale e se questo accade, vuol dire che la copia è stata ipervalutata.
E questo a mio avviso è una regola assoluta.
Tu che ne pensi?

graziano ha detto...

Ciao John, innanzitutto complimenti per il tuo blog, molto coinvolgente.
sicuramente come l'autore ;=)
una domanda: se non sbaglio non hai mai recensito i janus (quelli di "al maestrale"). che ne pensi? Un abbraccio fraterno,
Graziano.

J.J. JOHN ha detto...

"Al Maestrale" (che è del 78 se non erro) è un po fuori mano rispetto ai limiti di questo sito per cui è sempre rimasto "indietro" rispetto ai gruppi storici del prog.
Potrei comunque occuparmene, magari con l'aiuto del mio amico Fabrizio Marzi che ne saprà sicuramente più di me.
Non secondariamente, devo trovare modo e tempo di riascoltarmelo perchè purtroppo non ce l'ho più.

Per il momento, ti segnalo comunaque una scheda sulla musica alternativa dove si parla proprio di quel particolare movimento:

http://classikrock.blogspot.com/2010/06/1976-la-musica-alternativa-di-destra.html

Grazie mille per i complimenti. Sono davvero contento che il mio lavoro ti piaccia e spero anche ti serva per lanciarti verso nuove immaginazioni.

Pinoprogressivo ha detto...

Sì JJ sono d'accordo con te....spesso i dischi di prog-italiano provenienti dall'oriente sono ipervalutati, io preferisco sempre un originale d'annata anche se rovinato.....Ciao amico mio!

Giovanni Natoli ha detto...

Ho appena scritto una breve storia sui Cocai in quanto il chitarrista, Gigi Pandy, è mio cugino. Trovate su Progarchives, a breve, anche un'intervista che mi han chiesto di fargli. Ciao

Anonimo ha detto...

Salve, mi chiamo Elisa.
bella recensione, mi fapiacere vedere che un gruppo cosi poco conosciuto sia comunque in grado di suscitare interesse, ho letto che si spera che qualcuno dei cocai si faccia vivo, io conosco l'artista "Gigi Pandy" essendo mio padre, se ha bisogno di qualche informazione la mia mail è elisapandiani@hotmail.it

Anonimo ha detto...

Buonasera a tutti.
Avrei una domanda: ho letto su italianprog che di questo disco esistono copertine ristampate.
Come si fa a distinguerle dalle originali?
Davide

Anonimo ha detto...

Che io ricordi la carta dell'originale è più fragile e sottile, mentre la foto ha dei colori pastello rispetto a quelli più vividi della ristampa. Aldo.

Anonimo ha detto...

Grazie, Aldo. Ho chiesto perchè sono riuscito ad acquistarne una copia, ed avevo il dubbio.
Davide