Luciano Basso: Voci (1976)
Luciano Basso nasce a Venezia. A dieci anni si avvicina al suo primo pianoforte e a quindici intraprende gli studi di composizione e contrappunto presso il conservatorio della sua città natale.
Negli anni che lo separano dalla sua attuale professione - insegnante di pianoforte -, Basso inciderà almeno 8 Lp, due album antologici e si costruirà un palmares assolutamente invidiabile come compositore, concertista e docente.
Dalla sua biografia apprendiamo che fu il primo musicista italiano ad eseguire i “Keyboard studies” di Terry Riley ricevendo un ottimo riscontro non solo da parte della critica specializzata, ma anche dallo stesso Riley.
Dal 1992 al 2000 sarà responsabile del catalogo classico della Ariston e nel 2004 verrà persino recensito ed elogiato in una guida monotematica di Billboard.
Secondo lo stesso autore, la sua è una sorta di “musica di confine” nella quale si incontrano consonanze, sentimenti e compenetrazioni tra ambiti ed esperienze diverse, sino ad abbracciare una dialettica musicale assai poliedrica.
Tuttavia, malgrado gli intenti che potrebbero sembrare altisonanti, Basso non è affatto un musicista “sopra le righe” o disattento rispetto all’ambito pop, anzi:già dal suo primo lavoro del 1976 “Voci”, dimostrò di essere un compositore umano e sensibile non solo al multiforme panorama socio-musicale dell'epoca, ma anche un raffinato catalizzatore di almeno cinque anni di musica popolare e progressiva.
“Voci” è infatti una sintesi molto comunicativa e moderna di musica classica, elettronica, avanguardia e prog, ma non intesa come ricerca filosofica e intellettuale sulla falsariga di Pierrot Lunaire, Alfredo Tisocco o degli Opus Avantra, ma giocata su terreni più discorsivi che a tratti evocano persino i Pink Floyd, i Genesis di “Selling England” e gli Emerson Lake & Palmer. Il tutto senza dimenticare jazz, minimalismo e certi aromi cari al secondo periodo di Battiato.
Il disco, eseguito in sestetto e prodotto per la discografica Ariston consta di cinque brani di cui i primi tre (“Preludio” + due Promenades”) occupano la prima facciata in un continuum degno delle più blasonate prog bands inglesi e gli altri due (“Voci” e “Echo”) ci presentano invece il lato più romantico dell’artista veneziano.
Ad essere sinceri, alcune soluzioni melodiche e armoniche non furono propriamente quanto di più originale ci potesse essere nel mondo del prog sinfonico. Nella prima parte dell’opera i riferimenti ai Genesis di “The battle of Epping Forest” sono davvero lampanti e diversi richiami allo stile di Emerson potrebbero lasciare un po’ contraddetti (“Promenade 1 e 2”), ma appena voltato il disco la personalità compositiva di Basso emerge in tutta la sua pienezza.
La title track “Voci” è un continuo susseguirsi di affascinanti micro-strutture armoniche la cui base classica fa da supporto a tutta una serie di divagazioni che ora sono progressive, ora classiche, ora addirittura rock.
Certamente molti passaggi sembrano un po’ tirare per la giacchetta il vecchio prog delle Orme piuttosto che quello dei Floyd , ma sia gli arrangiamenti che la loro progressione in seno al disco non lasciano alcun dubbio sulla consapevolezza dell’esecutore, al punto che la critica definì da sempre “Voci” come il suo lavoro più spontaneo ed ispirato.
Sicuramente distante anni luce da ciò che era la musica movimentista del periodo, quella di Luciano Basso fu comunque una sintesi cosciente delle pulsioni che attraversavano l’Italia in quel momento. A riprova di ciò, persino l’impietoso critico Enzo Gentile parlò di una “brillante fusioni di origini sicuramente dotte a infiltrazioni di avanguardia e di musica contemporanea”.
Personalmente, giudicherei questo lavoro come una geniale opera prima che non si lasciò sfuggire niente di almeno un secolo di musica da Wagner alla musica cosmica ma che allo stesso tempo, proprio per questa sua complessità non fu abbastanza incisivo rispetto ad una platea che in quel momento rivendicava novità molto più dirette e meno strutturate.
Diciamo dunque un gioiello nascosto da non perdere ma che a conti fatti, contò molto di più nel curriculum dell’autore che non nella storia del pop italiano.
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Un'opera molto ben eseguita, con delle belle melodie, ma che a conti fatti non ha nulla di innovativo.
E' un disco del 1976 e la musica proposta era già stata usata da decine (se non centinaia) di artisti negli anni precedenti.
Incredibile come la guida anglo-americana billboard e il critico italiano Gentile ne parlino entrambi in maniera così positiva.
Rimane comunque un lavoro molto raffinato e godibile.
alex
Non conoscevo questo mio corregionale, sembra interessante! Se poi piace pure a Gentile...
Come dice JJ il bello di questo disco sono gli arrangiamenti ma in effetti innovativo non lo è proprio per niente.
Personalmente penso che sia più interessante il fatto che sia bello, rispetto al fattore novità. Questa passa, la godibilità no. De gustibus :-)
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