Etna: Etna (1975)

etna etna 1975Ci sono alcuni gruppi del Progressive italiano che stabilirono dei records.
I De De Lind per esempio, hanno inciso l’album col titolo più lungo, Balletto e New Trolls con quello più corto. Gli Albero Motore hanno pubblicato in meno di sei mesi lo stesso Lp con due labels diverse.
Gli Area detengono il maggior numero di concerti in un anno, mentre i Cherry Five entreranno nel Guinness per aver dato alle stampe un vinile senza mai essere esistiti come gruppo.


Il gruppo dei fratelli Marangolo invece, accede di diritto al libro dei primati per essere stata l’unica band italiana a pubblicare con la medesima formazione tre album in cinque anni cambiando ogni volta il proprio nome: Flea on the Honey (1971), Flea (1972) e infine Etna (1975).

Un segno evidente che il quartetto siciliano aveva talmente tanta voglia di suonare insieme, da non curarsi troppo né della propria collocazione commerciale, né tantomeno della distribuzione discografica che, guarda un pò, avvenne anch’essa con tre etichette distinte: prima la Delta, poi la Fonit e in ultimo la Catoca.

Comunque,
non c’è molto da stupirsi di tutto questo gran carosello di nomi, etichette e distributori, considerando che i due Marangolo, Volpini e Pennisi avevano capacità strumentali talmente sopraffine da far supporre che l’avventura Flea on the honey / Flea / /Etna fosse solo una parentesi amicale della loro carriera che non avrebbe precluso altre situazioni parallele
Non a caso, subito dopo la pubblicazione di “Topi o uomini” (1972), il bassista Elio Volpini raggiunse l’Uovo di Colombo, il tastierista Antonio Marangolo collaborò come session man all’album della Famiglia degli Ortega (1973) e il batterista Agostino Marangolo (sempre spalleggiato da Antonio) iniziò a porre le basi per la sua futura stagione coi Goblin che si concretizzò definitivamente a partire dal 1975 sostituendo Walter Martino (figlio del popolare crooner italiano Bruno Martino).
Lo stesso Pennisi, che aveva sostituito all’occorrenza Morante, entrerà a far parte dei Goblin nel 1979.

antonio marangolo etnaIn tutto questo turbinio di collaborazioni comunque, i quattro non dimenticarono la propria dimensione solidale e trovano il tempo di ricomporsi nel 1975 per dar vita ad un nuovo progetto discografico, questa volta sotto il romantico nome di “Etna - con chiaro riferimento alle proprie origini siciliane - e affidato alla microscopica etichetta Catoca, distribuita dalla Fonit.

Da “Topi o uomini” sono passati ormai tre anni -che nel prog Italiano corrispondono a un'era geologica - e i risultati si sentono.
L'asprezza dei Flea tutta impuntata sui potenti riffs chitarristici di Pennisi (“L’angelo timido”) e sull’incessante lavoro di Antonio Marangolo (“Sono un pesce”), ha lasciato il posto ad una musicalità più matura e compatta.

I brani del nuovo Lp sono sette, tutti strumentali e tutti intitolati in Inglese - probabilmente più per comodità che per una reale esigenza artistica – e si innestano in quel filone jazz-fusion che aveva già preso piede da un anno e stava lentamente affiancandosi al Prog più puro.

Il disco, dicevamo, sembra più un “biglietto da visita” che non un’opera a se stante: pare quasi che i quattro amici abbiano voluto non solo testare a che punto fosse arrivato il loro affiatamento dopo tre anni di collaborazioni, ma soprattutto darsi l’un l’altro la conferma di una sopraggiunta consapevolezza artistica.

Anche graficamente non vi sono molti orpelli: la copertina è semplicissima e neppure apribile e
tutto il kernel è concentrato sulla musica.
Le ispirazioni sono molte, a partire dai Weather Report pre-Pastorius al tipico utilizzo del Piano Rhodes, ma la solarità genetica degli Etna conferisce a tutto il lavoro una particolare vena di mediterraneità che da un certo punto di vista, farà scuola precedendo pe esempio, i futuri lavori del Baricentro.

agostino marangolo etnaMusicalmente, sin dal primo pezzo “Beneath the geyser”, lo svolgimento si rivela chiaro e determinato: tempo per un fill-in di 40 secondi di “Tony” Marangolo, e il disco è già a pieno regime in un vulcanico jazz-rock che coinvolge senza sosta tutto il gruppo.

I musicisti, si sente, suonano in piena scioltezza e non si fanno mancare nulla: momenti rock (“Beneath the geyser”), rumoristici (“Across the indian ocean”), funky e free in “South east wind - a cui si suppone il Baricentro si sia ispirato non poco - leggeri aromi brasiliani in “Golden Idol” e straordinari interventi solisti nei quali Carlo Pennisi dimostra di essere cresciuto esponenzialmente rispetto a “Flea”.
La conclusiva “Barbarian Serenade” è un gioiello di maestria esecutiva e di equilibrio armonico.

Rimane contestabile solo una certa derivatività rispetto a certi modelli esteri che, va da sè, erano avanti di secoli.
Se però consideriamo Etna come un album nato “per amicizia”, per “auto-definizione” e soprattutto avulso delle maglie commerciali, non sorprende come ciascuno dei componenti del gruppo sia ancora oggi un’autorità negli studi di registrazione italiani.

9 commenti :

piccic ha detto...

I Flea sembrano molto interessanti…

Che copertina splendida. Avanti di 200 anni, come quelle di Sassi degli Area.

JJ JOHN ha detto...

E gli Etna?

piccic ha detto...

Ho detto "sembrano" perché non li ho ancora sentiti, e ho detto "Flea" per fare prima; da quel che dici la formazione è la stessa, no? :-)

Quando ho comperato il CD degli Alberomotore ero indeciso tra quello e l'album dei Flea. Mo' li sento…

JJ JOHN ha detto...

Va be. Adesso dimmi degli Etna.
Ci sono orde di fans che attendono commenti.

piccic ha detto...

Sei troppo forte… :-)

Allora, grazie alla magia del p2p posso sentire anche gli Etna.

Premettendo che per me il rock progressivo continua ad essere un "salto enorme", mi pare che le tue recensioni siano ottime: da un lato "Topi o Uomini" mi attrae di più per il cantato (per me ascoltare musica strumentale è difficilissimo).

Avendo giusto sentito un poco l’atmosfera del disco degli Etna devo dire che, pur non intendendomene, si sente una grandissima cura, e anche la "mediterraneità" che dici.

Da profano, e da uno che fino a qualche mese fa non amava il prog e detestava il jazz, posso dire che, oltre a doverti ringraziare per la insostituibile "guida all’ascolto", sento in "Across the Indian Ocean" delle affinità sonore con gli Isotope 217 (non so se conosci, sono stati un progetto collaterale dei Tortoise, direi).

Tenuto conto che ci sono grossomodo vent’anni di distanza, direi che bisogna proprio conoscere i "modelli esteri" per non trovarlo un disco originale, anche se, purtroppo, mi sa che dovrò maturare parecchio per arrivare ad ascoltare musica classica…

È dura provenire dal "synthpop"… :-)

lenz ha detto...

allora che posso dire... sono mesi che aspetto con trepidazione questa recensione sui miei stra-adorati ETNA... bellissima e coglie in pieno lo spirito di bellezza di questo disco e il suo calore estremo.
ho sempre sostenuto che chi non conosce i Flea/Etna (li ho ribattezzati Fletna per comodità) non possa dire di conoscere davvero il progressivo italiano e tutto il suo potenziale. questo disco, purtroppo, finale ne è la prova lampante.
sono in contatto con la manager di Antonio Marangolo ed entrambi incrociamo le dita per una loro reunion. Tra l'altro non scordiamoci che come turnista lui è presente anche in Suspiria dei Goblin e forse anche in Roller.
ma le parole sono davvero inutili ad un certo punto.. ascoltatevelo!

P.S. jj ma solo io trovo "Golden Idol" da brividi? nessuno parla mai dell' armonia unica e avvolgente di quel riff di pennisi (lo si potrebbe considerare un ritornello in un brano strumentale?).. per me assieme a "Barbarian Serenade" e "Beneath the geyser" sono i momenti clou di un disco unico, splendido dall'inizio alla fine, pulito, schietto e diretto al cuore a partire dalla copertina.

grazie jj :)

Anonimo ha detto...

Devo dire che trovo quest'album molto molto interessante......

Tutti i componenti hanno una tecnica sopraffina, e lavorano per il collettivo, lasciando da parte eccessivi intervengi solistici.....come invece fanno altri gruppi italiani del periodo.

Pennisi è un chitarrista validissimo, ma non sconfina mai nell'eccessiva voglia di dimostrare "quanto è bravo", per mettersi invece al servizio degli altri, che fanno altrettanto.

Ne esce quindi un lavoro misurato, di grande equilibrio, che mostra anche le capacità compositive del gruppo.

Non ci sono cali di tono, l'album si ascolta tutto di un fiato, e tra l'altro il fatto che sia solo strumentale fà guadagnare punti a questo lavoro, rispetto ai precedenti fatti a nome Flea.

Insomma, quando manca un cantante di ruolo, meglio non cantare, e questo gli etna lo avevano capito bene secondo me.

Anche se il sound presenta dei riferimenti ai più blasonati gruppi d'oltreoceano, mi pare proprio che nel complesso riescano a trovare una strada abbastanza personale, data magari anche dal fatto che non hanno un sassofonista.....

alex77

Anonimo ha detto...

Ciao,

come sapete, i fratelli Antonio ed Agostino Marangolo sono confluiti nei Goblin, praticamente nello stesso periodo di quest'album, durante la realizzazione della colonna sonora di Profondo Rosso in sostituzione rispettivamente di Claudio Simonetti (tastiere) e di Walter Martino. I fratelli Marangolo, pur non apparendo nei credits di Profondo Rosso, rivendicano la paternità del brano "Death Dies". Se ascoltate i brani da Etna "Beneath the geyser" e "Across the Indian Ocean", potrete notare come, specialmente la batteria, sia identica nel suono e nel tiro a quella di "Death dies", il che conferma la tesi dei Marangolo Bros.

J.J. JOHN ha detto...

Grazie per la precisione. Nelle recente scheda su Profondo Rosso (maggio 2010)ci sono anche altri dettagli.