Le Mani: Le mani (1975 ca., pubb. 2006)
Nel marasma di gruppi minori che operarono negli anni d’oro del Prog Italiano, c’erano anche i milanesi Le Mani, fondati nei primi anni ’70 dal bassista Umberto Licari e dal batterista Maurizio Gazzi e che compresero a partire dal 1975 anche il popolare cantautore Claudio Fucci.
Stabilizzatisi nel 1973 con la sostituzione di Licari con Mario Orfei e l’arrivo del tastierista Dario Piana e del fiatista Roberto Bianconi, il quartetto inizia a comporre brani propri influenzati dal prog sinfonico d’oltremanica e a presenziare a diversi festivals pop.
Dopo due anni di attività, l’arrivo di Fucci che era già in forze alla scuderia Trident, prospetta al gruppo sia l’incisione di un 45 giri prodotto da Eugenio Finardi, sia la pubblicazione di un Lp, ma l’improvviso collasso dell’etichetta stronca tutti i progetti del gruppo che si disperde.
Dario Piana diventerà un autorevole art director, inciderà con Bianconi un singolo per la Radio Records nel 1978 (“Re Elios”/”Nell’aria”), dopodichè dello sfortunato quintetto si perderà ogni traccia.
Questo almeno fino a che nel 2006 l’amico Matthias Scheller della BTF non deciderà di pubblicare 666 copie di un CD contenente cinque brani d’epoca del gruppo che pur nella loro brevità (circa 20 minuti in tutto), restituiscono più che esaustivamente le carte d’identità dei musicisti.
Prima di passare all’ascolto però, occorre doverosamente premettere che a differenza di molte altre operazioni agiografiche di questo genere, “Le Mani” contiene esclusivamente takes di studio finalmente, e in questo caso una buona qualità sonora ci permetterà di apprezzare in tutto e per tutto le potenzialità della band che, tra l’altro, non erano per nulla trascurabili.Sin dalla leading track “Tarantella” infatti, si evince che anche se l’humus della band era sicuramente costituito da PFM ed Emerson Lake & Palmer (con qualche spruzzata di Delirium e Jethro Tull nell’uso del flauto), il brano oltrepassava adi gran lunga i limiti dell’esercizio di stile.
L’esecuzione è impeccabile e ci sono almeno un paio di breaks che denotano come la formazione milanese avesse una gran voglia di osare e contaminare e la successiva “Il palazzo” ne fornisce un'ulteriore dimostrazione.
Anche se il primo minuto sembra la fotocopia del brano precedente, a partire dalla fine dell’intro si viene introdotti in ben altre atmosfere che l’originale timbro di Fucci rende ancora più conturbanti.
Certo, lo spirito di Dick Heckstall Smith e di tutti i Colosseum è dietro l’angolo, ma anche in questo caso una forte dose di mediterraneità condita da classicismi e rock melodico, fa si che il “Palazzo” risulti infine una track decisamente vitale e corroborante.
Stesso dicasi per ilterzo brano “Canto” il cui fascino risiede invece nell’evocazione ammodernata di atmosfere underground.
Ad essere onesti però, a questo punto dell’ascolto l’uso di certi manierismi comincia un tantino a gravare sulla dinamica generale.
Ecco che però, intelligentemente, con la quarta brevissima traccia di solo pianoforte (“Mani”) si viene catapultati in atmosfere nuove, sospese tra il jazz e il night club-revival tanto caro ai venturi anni ’80.
Sullo stesso piano, poggia anche la conclusiva “La casa del vento” che una volta terminata, lascia davvero una buona impressione a vantaggio di un gruppo che, con qualche piccola puntellatura, avrebbe potuto avere a mio avviso delle notevoli soddisfazioni commerciali.
Sicuramente si sarebbe potuto stemperare maggiormente l’evidente derivatività dei primi tre brani a favore di armonie più personali, creare una scaletta più variegata e complessa, dotare il potenziale disco di un’immagine più avvincente e di una concettualità più solida, e non ci sarebbe voluto molto data l’abilità e la fantasia degli strumentisti.
Evidentemente nessuno se la sentì di farlo.
Poi siamo d’accordo: visti i tempi che correvano, probabilmente Le Mani non sarebbero mai diventati un gruppo Prog tout court, forse avrebbero fatto storcere il naso ai puristi o magari avrebbero abbandonato in fretta le buone intenzioni per darsi al mainstream. Del resto eravamo nel ’75 o forse anche nel ’76 ed era tempo di voltare pagina.
Tuttavia possiamo anche immaginare che la loro deferenza per le radici progressive sarebbe sempre stata una garanzia per gli amanti del genere.
Un’altra occasione persa e questa volta, davvero molto promettente.
4 commenti - CLICCA QUI PER DARE LA TUA OPINIONE.:
toglimi una curiosità tu sti dischi li hai comprati all'epoca?
"Le mani" sicuramente no, visto che nel 75 il disco non esisteva.
Stesso discorso per tutti i gruppi ripescati dall'agiografia della Btf o della Mellow.
Di quelli pubblicati all'epoca ne avevo invece parecchi, mgari non comprati proprio all'epoca ma poco dopo.
Da ragazzino possedevo oltre 2.000 dischi che poi perdetti, prestai o vendetti, ovviamente non sapendo che sarebbero diventati delle fottute rarità.
Moltissimi poi li avevo su cassetta, altri li ascoltavo dai miei compagni più grandi (quelli del movimento) e infine qualcuno lo beccavo nelle varie radio e televisioni in cui lavoravo.
In una in particolare, c'era la sorella del direttore che aveva avuto una storia con Battiato, per cui gli archivi erano pieni di roba assurda che trasferii su nastro.
Oggi - come hai potuto vedere -, vivendo in due un bilocale piccolissimo, mi sono rimasti purtroppo più ricordi che dischi.
... tra le rarità che avevi cosa c'era?
@ anonimo:
non te la prendere ma preferirei sorvolare sulla tua domanda. Molte cose le ho vendute per necessità e non è un periodo che ricordo volentieri.
Una per tutte: "Ad Gloriam" che oggi vorrei tanto poter riavere.
Posta un commento