Agorà: Agorà 2 (1976)

agorà agorà 2Siamo nel 1976. Il sogno controculturale si è infranto nel'incubo del Parco Lambro, la “resistenza tradita” deve radicalizzarsi per sopravvivere e il sogno di una “nuova democrazia possibile” si scontra frontalmente con una nazione che dimostra di essere ancora vittima del disimpegno.

Tra gli eredi del “fin che la barca và” e i latori della gioia e della rivoluzione hanno vinto i primi. Magari non così nettamente da azzerare la base rivoluzionaria, ma tanto quanto basta per ribadire lo statu quo democristiano.

Le elezioni politiche del ’76 dimostrarono insomma che la metastasi del qualunquismo e dell’abnegazione, probabilmente iniettata negli italiani da secoli didominazioni, non solo si era saldamente impossessata delle cellule del nostro sistema, ma era si era confermata politicamente anche a fronte di un'alternativa diffusa.
Fortunatamente il contropotere fu duro a morire e gli anni che andarono dal 1977 alla metà degli ’80 diedero ancora modo all’ala creativa di manifestarsi, anche se al costo di non poche contraddizioni.
Nel 1976 però, ognuno dovette fare i suoi conti.

Il rock progressivo non era più praticabile e i suoi epigoni, pur se dignitosi (ad es: Cherry Five e Picchio dal pozzo) dovettero misurarsi con un sistema molto più pragmatico e nuovi stili più duri e asciutti: il Rock’n’roll diventava Punk e l’Hard Rock diventava Metal.
In altre parole, tutti i linguaggi musicali che sino ad allora avevano anelato ad altri tipi di società, e di comunicazione dovettero svegliarsi da un sogno, mettere in discussione le proprie scelte passate e future o trovare altre vie di sopravvivenza anche a costo di attingere al pop.

agorà 2 atlantic recordsIn questo stillicidio epocale però, tra le forme espressive che avevano costituito le basi del progressive, una sola non subì alcuna flessione. Anzi, malgrado le roventi contestazioni al festival di Umbria Jazz del ’76 e il suo annullamento nel 77, il jazz rock e la fusion si conquistarono gradualmente un posto d’onore persino nel cuore delle masse più diffidenti.

Inizialmente visto dal movimento come un genere complesso, tortuoso e “borghese” (molto probabilmente più per incomprensione che per dato di fatto), esso cominciò ad essere tradotto pur se con difficoltà non solo in strumento di lotta di classe (Area, Perigeo, Dedalus ecc), ma in una nuova forma di comunicazione, adattabile per giunta persino alla nuova condizione sociopolitica.

Si faccia caso che, per esempio, quasi tutti i cantautori che operavano in quegli anni facevano ricorso a strumentisti di estrazione Jazz: da Finardi a Camerini, da Dalla a Cattaneo sino a Jannacci.
La scuderia dell’Ultima Spiaggia di Ricky Gianco e la stessa Cramps erano ad esempio una fucina di musicisti Jazz, mentre nel contempo le etichette specializzate iniziavano a moltiplicarsi (es. la Black Saint). Molti gruppi che esordirono nel 1976 parlavano quella lingua: Baricentro, Esagono, Picchio dal Pozzo e a tratti, persino i più classicheggianti Errata Corrige e Celeste)
Altri ancora che avevano esordito in precedenza, perfezionarono quell’idioma finendo così per confermare la validità popolare di un’espressione solo apparentemente colta: Pierrot Lunaire, Etna, Corte dei Miracoli e naturalmente, Area e Banco.

agoràE accanto ai torinesi Esagono e ai baresi Baricentro la frangia più “purista” del Jazz fu rappresentata sicuramente, ancora una volta, dagli anconetani Agorà che dopo il successo al Festival di Montreux, riconfermarono con il loro secondo lavoro “Agorà 2(sempre per la scuderia Atlantic) le loro solide radici conquistandosi persino una menzione d’onore all’ultimo Festival Pop di Re Nudo.

E se nel primo Lp della band le energie erano tutte rivolte a far bella figura a scala internazionale dopo il fiasco del primo Lambro del 74, nel nuovo album si respira sicuramente un’aria più consapevole: e non solo quella di un gruppo che ha saputo conquistarsi una platea inizialmente diffidente, ma che ora parla con una sintassi chiara e priva di ombre.
Forse ancora troppo legata a modelli stranieri, ma sicuramente rappresentativa di una nuova generazione che sarebbe cresciuta molto rapidamente iniettando nel rock ulteriori modernismi linguistici. Si apre insomma, un'altra epoca.

16 commenti :

Anonimo ha detto...

Ottimo album, dal punto di visto tecnico non distante dai lavori dello stesso periodo dei gruppi più blasonati (italiani e non).

Peccato non aggiunga nulla dal punto di vista dell'innovazione....non vorrei essere eccessivamente "cattivo", ma in molti punti gli Agorà mi rimandano direttamente ai Perigeo.

alex77

JJ ha detto...

E' vera questa cosa del Perigeo.
Cmq, parleremo ancora di jazz perchè gli anni tra il 76 e il 78 furono molto importanti per la sua crescita in Italia.
Solo da quel momento il Jazz cominciò a "liberarsi" e vedremo anche il perchè.

Anonimo ha detto...

Benissimo JJ, son contento che approfondirai il jazz italiano del periodo.

Anche perchè ho notato che la maggior parte degli artisti italiani degli anni 70 contaminava parecchio il jazz con altri generi. Grandi personaggi come Battiato, piuttosto che gli Aktuala, piuttosto che il Canzoniere del Lazio o il primo album solista di Pagani....contaminavano i propri lavori con il jazz. E che dire di Napoli Centrale, Tullio de Piscopo, gli Osanna,.....ecc ecc....

alex77

MUSIC ha detto...

Perdindirindina,non credevo ci fosse tutta questa politica nei generi musicali,fortunatamente in pochi l'hanno saputa esprimere con grande bravura attraverso la loro musica; ne cito uno su tutti per partigianeria ideologica: Fabrizio De Andrè.

MUSIC ha detto...

Non mi riferisco agli albori di certi generi musicali, es: jazz, blues ecc.., che avevano una forte connotazione "politica", ma alla caratterizzazione sine qua non, di certi generi musicali a cui era difficile prescindere, non so se per ragioni di mercato o per convinzioni personali. Sbaglio, espertoni?

espertone ha detto...

Music, su Classic Rock si parla quasi esclusivamente di Prog italiano che specie dal 73 al 76 fu specchio e immagine di situazioni politiche. Poi la palla passò ai cantautori e via dicendo.
La "connotazione" dei vari stili ci fu ed io penso fosse il frutto di una forte autorappresentatività del movimento che di conseguanza, doveva necessariamente differenziarsi e differenziare.
Poi, se ciò fosse giusto o meno ne abbiamo già discusso.
Cerro è che almeno in quegli anni, il "connotarsi" fu un processo storico invevitabile. JJ

roberto ha detto...

anni 70, movimento, rock progressivo, jazz, lotta di classe, femminismo... finanche la lotta armata, sono in quel periodo in Italia difficilmente distinguibili.

Avevo sedici anni, facevo l'autonomo, ascoltavo banco, area.. di tutto di più, e a Parco lambro stavo in ua tenda sormontata da una grossa falce e martello.... (e quelli dell'Movimento Lavoratori per il Socialismo avevano appena scoperto la trasgressione delle percussioni fatte con i coperchi delle pentole !!!?!!!).

E i dibattiti su musica, mercato, scelte commerciali e/o scelte rivoluzionarie ??

Difficile dimenticare e difficile dare una lettura asettica di tutto ciò
Ciao

JJ John ha detto...

"Difficile dimenticare e difficile dare una lettura asettica di tutto ciò"
E' proprio così Roberto! E sul primo fronte Classic Rock si propone innanzitutto di "non dimenticare".

Poi di ricostuire... e con molta fatica perchè sai anche tu le contraddizioni che c'erano all'epoca.

Infine, c'è il problema della lettura che a mio avviso per quegli anni non può essere asettica. Anzi: a mio avviso non deve essere asettica.

Se hai voglia, spulciati un po' il sito in lungo e in largo.
Le schede su molti degli argomenti che hai citato ci sono già e sono motivo di discussioni a cui credo sarebbe importante e interessante se tu intervenissi.

Spero dunque di risentirti.

MUSIC ha detto...

Certo, non sempre però impegno politico e buona musica andavano d'accordo.
Ricordo nel mio piccolo una sorta di "razzismo musicale" (che per pochi anni ho anche esercitato) nei confronti della musica non impegnata e commerciale, e viceversa; forse la politica da una parte ha dato molto e dall'altra ha tolto molto in termini di qualità, partecipazione e liberalità.

roberto ha detto...

e' proprio vero caro music..

io mi ricordo (anche se in questo caso si tratta di libri e non di musica) che adoravo Tolkien e Il Signore degli anelli... e però leggerlo in pubblico era problematico .. perché era di destra!!

e quando mi ero innamorato nel 1979 e la "nostra" canzone era "e tu come stai" di Baglioni .. me ne vergognavo un pochino...tanto...

ma d'altronde .. non è che tutto ciò che (a parole) è rivoluzionario, progressista, per il cambiamento.. porti sempre con sé il bello e il giusto...

Politica e arte è bene che entrino in conflitto tra loro.. nella politica (anche in quella più estrema e radicale) c'è sempre in agguato un po' di conformismo...

ve lo ricordate (chi può) la rottura che fu lo slogan del "il personale è politico!" ???

Infatti, non "rimpiango" gli anni '70.. me ne mancano il clima collettivo, i ritmi tribali, le speranze .. e l'ingenuità...

(ma lunedì sera in Piazza Duomo ho ritrovato nell'arancione odori e speranze moderni... ma altrettanto belli .. soprattutto perché non legati a ricordi ma a una concreta quotidianità..)

Il sito lo seguo da un anno: mi ha fatto ritrovare un sacco di cose, suoni e immagini che avevo lasciato un po' per strada..

Quindi J.J Joh vai avanti.. io non sono abituato ai blog... (diavolerie moderne !!) ma se serve due righe le posso ancora scrivere.

Ciao !!

JJ John ha detto...

Ah io vado avanti si. Classic Rock ha compiuto 4 anni qualche giorno fa e non ha nessuna intenzione di fermarsi.

Se hai piacere di raccontarci qualche tua esperienza e dibattere un po', io credo che in auqets pagina

http://classikrock.blogspot.com/2007/01/0-innanzitutto-cose-il-prog-1-le.html

troverai molti argomenti che hai attraversato.
Il blog... è solo un sistema democratico di confronto.
Questo in particolare che è completamente free senza alcuno sponsor.

Anche i nostri lettori più giovano credo saranno entusiasti di poter dialogare con te su certi temi.

A presto Roberto

MUSIC ha detto...

Sì ma io non scrivo proprio così quando sono lucido... ;)). Comunque mi date sempre ottimi spunti per due chiose sul mio blog, visto che non sono molto loquace, avulso da un conteso differente e comunque per carattere abbastanza refrattario alla ripetitività in tutti i contesti sociali,tranne uno... ovviamente... ih ih ih ih ...

Anonimo ha detto...

Il fatto è che tutta la politica degli anni Settanta è morta e sepolta. Non ci sono più i "compagni", il comunismo non esiste, la lotta di classe un concetto talmente superato da apparire ridicolo.
Resta la musica: perché non provare a pensare che una discussione "asettica" può essere invece, paradossalmente, davvero rivoluzionaria?

JJ John ha detto...

@ anonimo
Ciò che tu dici è vero, ma una delle caratteristiche di Classic Rock è proprio quella di analizzare una corrente musicale (il prog italiano anni '70) riferendosi alla società e al linguaggio di allora.
Se così non fosse, oggi certi eventi storici risulterebbero incomprensibili.

Da parte mia propongo quindi questa chiave di lettura. Se poi ci si vuole confrontare in modo "asettico" o "apolitico", per me va bene, ma quanto poi sia "rivoluzionario" un dibattito del genere, credo dipenda sempre e comunque dai contenuti.

Anonimo ha detto...

Sarà rivoluzionaria, in questo come in altri campi, se cercheremo di valutare, con criteri "musicologici" il livello artistico effettivo di alcune registrazioni. Temo che il Prog italiano (allora lo chiamavamo Pop) non si fosse affatto schierato con l'ideologia culturalmente dominante: o meglio, lo facevano - a parole - i protagonisti, perché, come hai più volte detto tu stesso, altrimenti non potevano semplicemente vivere. Il vero Prog, quello che adesso è estesamente (ed approfonditamente) studiato e collezionato, nei suoi contenuti *musicali* è invece quanto di più lontano è possibile dall'estetica proletaria ortodossa e non del periodo. Inquadrare, come dici tu, il Prog degli anni Settanta nell'humus culturale del periodo, può dunque apparire fuorviante. Il Prog non è assolutamente il Free Jazz!
Una strada interessante, invece, mi parrebbe quella di cercare di intravedere le trame sonore che legano i primi Van Der Graaf e i Genesis (improbabili quanto verificabili!) e influenzano profondamente le strutture melodiche-armoniche dei nostri gruppi.
Non sono uno specialista, perdona le approssimazioni!

JJ John ha detto...

Che la maggioranza dei gruppi pop italiani appartenesse ai circuiti indipendenti o non allineati questo è noto. E comunque sicuramente per scelta e non per opportunismo.

Riguardo poi all'estetica, è chiaro che se si parla di di lotte di fabbrica, un certo tipo di prog era fuori contesto se non addirittura malvisto.
Del resto però, erano a loro volta rifiutate dal PCI determinate posizioni filo operaiste per cui, anche se il ciclo è complesso ebbe in ogni caso diverse compenetrazioni.

Qui però parliamo di subculture giovanili in cui almeno dal '73 in poi, vi fu una forte componente proletaria (prima) e sottoproletaria (dopo)che si riconobbe in un certo tipo di musica.
E' questo senso, intendevo, che ha senso inquadrare un fenomeno nel suo contesto storico.Specie in questo caso.

Sul free jazz, scusa ma non ti ho capito.
Sui paralleli con la musica inglese ne abbiamo già fatti tanti: magari non da musicologi ma da analisti.

Comunque semmai, facciamo così: spulciati un po' di schede del sito (anche quelle più "politiche" tipo quella sul 76), intervieni come ti senti, e possiamo approfondire meglio il discorso.

Magari firmati con un nome così che anche altri lettori che volessero intervenire hanno un riferimento. A presto.