La Repubblica: il Rock Progressivo Italiano arriva in edicola

Rock Progressivo Italiano

DAL 26 SETTEMBRE 2014 PER VENTI SETTIMANE, LA REPUBBLICA ALLEGA AL GIORNALE UN CD DI ROCK PROGRESSIVO ITALIANO. ECCO IL PIANO DELL'OPERA

Seguite  tutte le uscite di Repubblica su Classic Rock e soprattutto, continuate a darci le vostre opinioni sull'iniziativa.
Questa settimana: AREA

Area: Arbeit macht frei (1973)

area arbeit macht freiLa prima formazione degli Area (Stratos, Capiozzo, Djivas, Lambizi, Gaetano e Busnello) nacque intorno al 1970 lasciando presagire qualcosa di straordinario e inedito nel mondo discografico Italiano.

Eustratios Demetriou (Eustratios di nome e Demetriou di cognome) era nato da genitori greci ad Alessandria d'Egitto dove aveva studiato pianoforte al prestigioso conservatorio locale. Dopo un periodo trascorso a Cipro, si trasferì a Milano per seguire gli studi di Architettura che però lasciò per entrare nel circuito musicale: prima con i Ribelli e poi da solo (il suo primo 45 giry "Daddy's Dream" del 1972 fu per la Numero Uno di Lucio Battisti) .

Giulio Capiozzo
studiò anch'egli al Cairo dove imparò le poliritmie: emiliano di lontane origini Turche passò anche molto tempo a Parigi dove conobbe Kenny Clarke e il Be Bop. Tornato a Milano nel 1969, conobbe Stratos.

 

L'eccellente fiatista Victor Edouard Busnello era invece un giramondo che si dice abbia conosciuto Miles Davis a Parigi e che sempre nella ville lumière incontrò Capiozzo mentre militava nell'orchestra dello stesso Kenny Clarke. 

Il bassista francese Yan Patrick Erard Djvas arrivò in Italia con il gruppo di Rocky Roberts e suonò per breve tempo nella band di Lucio Dalla insieme al tastierista Leandro Gaetano.
 
Johnny Lambizi era  un chitarrista ungherese su cui non si hanno molte notizie, ma che fece parte anche lui dei primissimi Area, dando un notevole contributo a tracciare gli abbozzi dei 

primi brani originali della band. 

area arbeit 02
Contattato dal manager Franco Mamone, il neonato gruppo "Area" iniziò una serie di concerti a stampo prevalentemente "free jazz": non molto riusciti da un punto di vista spettacolare, ma che diedero modo al quintetto di affiatarsi e di suonare sia "live" a fianco di stelle di prima grandezza quali Nucleus e Gentle Giant, sia in studio a fianco di Aberto Radius nel suo primo album solista.  

Nel 1972, Gaetano e Lambizzi abbandonano la formazione per problemi di compatibilità ed entrano il tastierista jazz Patrizio Fariselli (già sodale di Capiozzo) e il chitarrista Paolo Tofani che dopo un'intensissima esperienza inglese, conosce gli Area tramite Mamone e Gianni Sassi. 
Così definitivamente stabilizzato, il sestetto comincia a provare insieme, organizzando collettivamente del materiale già pronto, ma ancora frammentario.
 
La presentazione ufficiale di alcuni brani avviene nell'estate del 1973 durante una jam-session all'Altro Mondo di Rimini lasciando allibiti stampa e colleghi. Scritturati dalla Cramps di Gianni Sassi entrarono immediatamente in studio per esordire nel settembre del 1973 con il loro primo album: "Arbeit macht frei": un disco destinato a rivoluzionare la storia della musica Italiana.

Sin dal controverso titolo (riportante la celebre frase di Diefenbach mostrata all'ingresso di molti lager nazisti), dalla copertina raffigurante un'angosciante scultura di Edoardo Sivelli e dalla famosa pistola di cartone all'interno (che non è affatto una P38 come vorrebbe qualche critico), il long playing si rivela stridente e provocatorio e di fatto, l'ascolto è un vero shock.
 


Una voce femminile che recita una poesia pacifista e d'amore in dialetto egiziano ("abbandona le armi amore mio e vieni a vivere con me in pace") viene bilanciata improvvisamente dalla voce di Demetrio e dal VCS3 di Fariselli che attaccano uno dei più bei riffs della storia della musica Italiana: si tratta di "Luglio, Agosto, Settembre (nero)", sintesi suprema di tutta la loro filosofia 

area arbeit 03Qui viene denunciata la guerra, l'attacco contro il vissuto e la conoscenza popolare, contro l'azzeramento dell'esperienza sensoriale che spinge gli individui verso l'omologazione, contro la soppressione della dialettica e del confronto umano.
 
Un vero e proprio schiaffo in faccia all'ipocrisia borghese che caratterizzerà tutto il resto dell'album attraverso episodi violenti e soluzioni musicali nuove e straordinariamente trasgressive. Esempio pratico: la title track in cui l'evocazione dell'antisemitismo viene contrapposta alle stragi che gli stessi Ebrei stavano commettendo a danno dei Palestinesi.


 Il sound è violento e inusuale, sintesi di Jazz Rock, John Cage, Nucleus e Soft Machine miscelata al jazz di Derek Bayley, Cecil Taylor e Art ensemble of Chicago.
L'innesto anche simultaneo di poliritmie arabe e balcaniche, supportano con straordinaria compattezza un estroso e sperimentale uso della voce di Demetrio Stratos, cosa che valse al cantante ben più di un riconoscimento artistico, misto a notevoli attenzioni scientifiche (è comprovato che riuscì a emettere suoni prossimi ai 7.000 Hertz, nonché diplo e tetrafonie).
 
  
rock progressivo italianoMa non solo: dove presenti, i testi sono curati con una meticolosità e una attenzione sociologica al limite della militanza: diretti o allegorici che fossero, non furono mai banali e rasentarono spesso elevati livelli evocativi e di poetica. 
 
Onnipresenti a tutti i maggiori festival Pop gli Area svilupparono una conflittualità musicale e visiva che non solo li cementò all'allora nascente movimento della Controcultura, ma li portò rapidamente ad un enorme livello di popolarità.

Ora, non voglio dilungarmi in questa sede su argomenti già ampiamente trattati. Semmai, per i più curiosi consiglio "Il Libro sugli Area" di Domenico Coduto (Auditorium Edizioni, Milano, 2005).

 
So che su "Arbeit" si potrebbero scrivere ancora moltissime pagine, ma per il momento credo che il miglior modo di prendere coscienza di questo album sia di ascoltarlo e parlarne.


AREA - Discografia 1973 - 1978:
1973: ARBEIT MACHT FREI
1974: CAUTION
1975: CRAC
1975: ARE(A)ZIONE
1976: MALEDETTI
1978: GLI DEI SE NE VANNO, GLI ARRABBIATI RESTANO

New Trolls: Concerto grosso (1971)

New Trolls concerto grosso n°1 1971
Ecco una pietra miliare del Pop Italiano. Uno di quegli album che per popolarità, forza d'urto e novità, fu l'apripista di una nuova stagione musicale: il "Pop Italiano".

Forti della loro visibilità e dei loro successi a 45 giri (per non citare lo splendido album "Senza orario, senza bandiera" in collaborazione con De Andrè), i New Trolls decidono nel 1971 di intraprendere strade musicali più impervie.
Ed è proprio in quell'anno che al Festival d'Avanguardia di Viareggio, i nostri presentano "Concerto Grosso", primo tentativo Italiano veramente riuscito di fondere in un solo album musica classica, popolare e rock.
Il successo fu enorme; e non solo perchè gli esecutori erano già all'epoca famosissimi, ma in quanto l'operazione fu realmente ben curata, sia strutturalmente che negli arrangiamenti.

Ovvio, ripeto e insisto, non fu una mossa originale al 100%. Già altri avevano sperimentato una simile contaminazione (dai Beatles ai Nice), ma i New Trolls riuscirono ad importarla in Italia con grande professionalità e dignità stilistica.

Mente geniale dell'operazione fu il maestro Luis Bacalov a cui venne in mente di iniettare nella struttura seicentesca del "Concerto Grosso" (una specie di "botta e risposta" tra solisti ed orchestra) strumenti contemporanei quali chitarra ed organo elettrico.
Nico di Palo e soci si trasformarono così da un gruppo autonomo di autori-compositori quali erano, in un team di perfetti esecutori che, per almeno 11 minuti, si posero al servizio del grande maestro.

new trolls concerto grosso n°1Il risultato dei dialoghi fu eccellente e così esente di forzature, da far risultare "Concerto grosso" privo di qualunque astrattezza.
E questo era il lato A del disco.

Il lato B restituiva invece i soli "New Trolls" nei loro abituali momenti di improvvisazione che erano soliti portare ai concerti.
Un perfetto bilanciamento quindi tra presente e futuro.
Tra classico e rock. Un pezzo di storia, insomma.

Dicono alcuni critici: "riascoltato oggi, si capisce che il feeling presente in questo disco è esattamente ciò che manca da anni alla musica Italiana.
Personalmente condivido pienamente. Ed è un vero peccato.
Se siamo stati capaci di tali capolavori in passato, perchè non riprovarci?
Magari con altri mezzi e nuove contaminazioni?"

Banco Del Mutuo Soccorso: Darwin (1972)

banco del mutuo soccorso darwin 1972Esattamente come la Premiata Forneria Marconi, anche il Banco esordì discograficamente con due album nello stesso anno e pubblicati a breve distanza l'uno dall'altro.

Tuttavia, contrariamente ai cugini di Milano che con "
Per un amico" avevano subito una lieve flessione, il B.M.S. non solo bissò il successo ottenuto col primo Lp, ma sono in molti a ritenere che con "Darwin" fece ancora meglio.
 

Il disco è un album concept che affronta il tema dell'evoluzione umana teorizzata da Charles Darwin, traducendone in musica tutta la maturazione: dal caos primordiale, all'apparizione dell'uomo sulla terra con la conseguente assunzione di una propria coscienza e sensibilità.

Si toccano quindi aspetti prettamente tecnici quali "La conquista della posizione eretta", fino ad addentrarsi in quelli più squisitamente sociali: la collettività, l'amore, la morte, l'identità e la coscienza.
Rispetto al "salvadanaio", l'impatto grafico è meno attraente, ma i contenuti si rivelano più consapevoli sin dal primo lungo brano "L'Evoluzione" (13 minuti) dove, anche in questo caso, l'elettronica compare poco e il pathos è affidato principalmente alla ricchezza cromatica e alle straordinarie invenzioni armoniche.
Pur mantendo un groove sostenzialmente rock, che a tratti si fa molto pesante, "Darwin" suona più colorito e meglio arrangiato del precedente: i breaks ritmici risultano molto più funzionali alla struttura dell'intero lavoro e l'aulicità è limitata al minimo.

banco darwin 1972I musicisti danno il meglio di sé: le doppie tastiere dei fratelli Nocenzi trovano qui la loro definitiva omogeinizzazione, mentre la voce di Di Giacomo e la chitarra di Marcello Todaro risultano meno invasive e più funzionali al groove collettivo.

"La conquista della posizione eretta" raggiunge momenti di pura poesia musicale nel racconto di quel miracolo evolutivo, sottolineandolo prima con un raffinato duetto di tastiere e successivamente estroiettando le fatiche, l'incertezza e la gioia di quel fondamentale passo per l'umanità.
Da ora in poi: "lo sguardo dritto può guardare"

Dopo un breve "scherzo" strumentale ("Danza dei grandi rettili") che denota una simpatico senso di autoironia da parte della band, si accede alla seconda facciata dell'album in cui vengono analizzati singolarmente i nuovi problemi personali e collettivi dei nostri antenati.
L'unione quale rimedio alla forza e la scelta esistenziale tra fuga e socializzazione sono il leit-motiv di "Cento mani e cento occhi" ("La voglia di fuggire che mi porto dentro non mi salverà") che musicalmente è un capolavoro del Progressivo Italiano più raffinato.

bms darwin 1972Il desiderio sessuale, i dubbi dell'amore e le incertezze sulla propria bellezza estetica sono invece i temi dominanti di "750.000 anni fa… l'amore?", brano in cui la voce di Francesco Di Giacomo raggiunge una delle vette più alte della sua espressività e anche qui, la band ci fornisce una magnifica prova di coscienza e sensibilità.

Nei successivi cinque avvolgenti minuti di "Miserere alla storia", l'uomo si interroga invece sulla sua fine e sul senso della sua esistenza ("Quanta vita ha il tuo intelletto se dietro a te scompare la tua razza?") per poi sfociare in un finale di inquietante modernità.

banco del mutuo soccorso darwin 04L'interrogativo di "Ed ora io domando tempo al tempo…" infonde nell'ascoltatore gli stessi dubbi di quell'uomo primigenio che ora è cresciuto e si trova davanti ad una società matura, opprimente ed impietosa ("Ruota fatta di croci").

In sostanza: "a che serve vivere se tutto deve finire?" La risposta sta nella lotta quotidiana per l'evoluzione.

"Darwin" si chiude così, rivelandosi un album perfettamente in linea con il suo tempo: sensibile e impietoso, propositivo e coinvolgente, trasgressivo e conflittuale.
Molto vicino ad un'opera d'arte.

BANCO DELMUTUO SOCCORSO - Discografia 1972 - 1978:
1972: BANCO DELMUTUO SOCCORSO
1972: DARWIN
1973: IO SONO NATO LIBERO
1975: BANCO (english)
1976: GAROFANO ROSSO
1976: COME IN UN'ULTIMA CENA
1978: DI TERRA

Planetarium: Infinity (1971)

planetarium infinityNEI COMMENTS INTERVIENE ALBERTO BARBIERI, DIRETTO CONOSCENTE DI PIERO REPETTO. UNA TESIMONIANZA FONDAMENTALE.



Per un certo periodo, di questo album si sapeva soltanto che venne eseguito dal gruppo dei Planetarium, che uscì nel dicembre del '71 per la
Victory di Alfredo Rossi (fratello di Carlo Alberto Rossi, patron della Car Juke Box), che venne edito dalla Ariston e che fu l'unico LP di pop italiano prodotto da questa discografica.

La Victory infatti aveva in catalogo tra il '68 e il '71 appena quattro trentatrè giri: due degli Scooters (il celeberrimo gruppo Beat di "La motoretta" e "Le pigne in testa"), il primo lavoro di Simon Luca e, perlappunto, quello dei Planetarium che si mormorava fossero musicisti famosi, ma che nessuno sapeva chi fossero.
Di fatto, non essendo riportata la line-up in nessun lato della copertina apribile, ma solo alcune note generiche sugli otto brani del disco, non fu mai dato di sapere chi furono i veri esecutori materiali dell'album.Unica cosa certa, era che l'unico compositore di tutti i pezzi era tale A. Ferrari che, secondo la mia intepretazione, avrebbe potuto trattarsi proprio di quell'Alfredo Ferrari, tastierista storico degli Scooters.
Questo perchè sono al 1970 gli Scooters incidevano per la stessa label dei Planetarium, si erano sciolti l'anno prima e di tre di loro tra cui appunto il Ferrari, avrebbero proseguito la carriera musicale.
Ci avevo visto giusto.

Oggi infatti sappiamo che ad eseguire l'album misterioso furono Mirko Mazza (chitarra), Alfredo Ferrari (tastiere) e Franco Sorrenti (chitarra solista) degli "Scooters", e i due ex "Miguel" di Ovada, Giampaolo Pesce alla batteria e Piero Repetto al basso.

In ogni caso,
considerato l'anno di uscita, "Infinity" è veramente un album ben fatto, elegentemente confezionato e prodotto anche con una cura sorprendente.
Musicalmente, il disco è un "concept" in cui si traccia una sorta di "parabola emotiva" dell'uomo "dalla nascita sino all'infinito" passando per varie percezioni intermedie.
infinity planetariumIl tuono che apre il crescendo d'organi del primo brano "In the beginning" (e che chiude anche il disco) è una sorta di "big bang" da cui si genera tutta una serie di panorami acustici, alcuni dei quali di grande impatto e modernità: la nascita della vita sulla terra, quella della razza umana, la scoperta dell'amore, la guerra, sino ad arrivare alla conquista della luna e nell'infinito.
Il "groove", ancora acerbo rispetto al Progressive, possiamo meglio annoverarlo in quel filone delle "insonorizzazioni soft strumentali" tipico dei primi anni '70: un genere molto in voga che accomunava produzioni quali i Ping Pong, i Blue Phantom, i Braens Machine o Chimenti e che alcuni colleghi più pignoli hanno diviso in "feedback", "psychoground" e "overground" (?!)
Per dare un'idea della situazione, il secondo brano" "Life", sembra per almeno i primi tre minuti il pronipote di "Moments in love" degli Art of Noise, arricchito però da un crescendo strumentale a mezza via tra i Santana e gli Osanna.
"Man", divisa in due movimenti, inizia con un delicato arpeggio di chitarra classica sullo stile di "Giochi proibiti", sfociando gradualmente in un pianismo di grande fascino evocativo che permane anche nella successiva "Love" e, fino a questo punto dobbiamo ammettere che "Infinity" si rivela un lavoro piacevolmente organico.

Il lato B si presenta invece più dinamico.
Il breve "War" (2'40") alterna sirene di contraerea a detonazioni belliche su un ossessivo riff monocorde di basso che, alla distanza, assume un aspetto ansiogeno cha riflette perfettamente l'intenzione del brano.
FerrariLa seconda parte della successiva "The moon" (giocata a ricalco del Pop Sinfonico inglese), e la splendida suite "Infinity" (11 minuti) provvedono invece a lasciarci qualche timido frammento Prog, che è poi il motivo per cui questo disco viene ricordato e ricercato.
"Infinity" insomma, è un disco che stupisce sia per modernità sia per quall'alone di mistero dato dal non sapere chi fossero gli artefici di un gioellino così prezioso.
Naturalmente, anche se il mistero è stato svelato, ricordiamo sempre che all'epoca della sua release nessuno sapeva nulla a riguardo. L'album non ebbe promozione alcuna e rimase sostanzialmente invenduto.Diventò subito molto raro e oggi la sua quotazione si aggira intorno ai 400 euro.
Insomma, il disco fantasma di un gruppo rimasto a lungo fantasma sino a quando ne parlarono Classic Rock e Alessio Marino.

Come fantasmi però , i "Planetarium" del '71 se ne andarono presto dal panorama del Pop italiano.

Paolo Ferrara: Profondità (1978)

paolo ferrara profonditàNEI COMMENTS INTERVIENE STEFANO MARCUCCI, COAUTORE DEL BRANO PROFONDITA'

Fino a circa cinque anni fa dell’album “Profondità” di Paolo Ferrara nessuno sapeva quasi nulla: di che si trattasse, che copertina avesse e da dove mai fosse saltato fuori.
Ne parlò probanilmente per primo il solo Augusto Croce che nel suo sito Italian Prog citò questa doppia library di 19 brani incisa per la “Horse shoe records(oggi estinta), segnalatagli da un suo amico che in buona fede l’aveva datata 1972, anche se in realtà il disco non riportava alcuna datazione.

Per un po’ il fatto passò inosservato, ma dopo qualche mese qualcuno si accorse che quel doppio LP di musica elettronica strumentale conteneva una pletora di rimandi ai Pink Floyd di “Meddle” (1971), “Dark Side of the moon” (1973) e di “Wish you were here” (1975) e a quel punto c’era qualcosa che non quadrava: o Ferrara era un genio o quel disco non poteva essere del 1972.Alché cominciarono a fiorire infuocati dibattiti sul web, molti collezionisti persero il sonno e “Profondità” cominciò a diventare un caso da prima pagina.

In effetti, ascoltando l’album ci si rende conto che molti frammenti dell’opera sono la xerox di alcuni dei più famosi anthems dei Floyd e non solo: alcune sonorità sono persino identiche come nel caso del famoso “si” iniziale di “Echoes” (1972), ottenuto da un piano Steinway & Sons e filtrato da un Leslie, che Ferrara esegue in maniera identica all'originale nella sua “Profezia”.
La lunga corsa” poi, oltre ad avere un titolo che richiama senza possibilità di scampo “On the run”, ha intenzionalmente il suo stesso concetto timbrico, fatta salva l’assenza del sintetizzatore EMS Synthi A, prodotto nel 1971, che evidentemente Ferrara non possedeva.
Embrione” e soprattutto “Sintesi” poi, lasciano stupiti per la loro assonanza con “Shine on your crazy diamond” (1975). “Alchimia” è all’incirca “The great gig in the sky” (1973) e, tralasciando i Pink Floyd, “E la luce fu” ha un sound talmente moderno che nemmeno Cerrone o Giorgio Moroder avrebbero potuto immaginarsi nel 1972.
paolo ferraraOggi, fine settembre 2011, dopo l’ennesimo putiferio sollevato da Maurizio Blatto sulla rivista Italic, mi sono deciso a risentire l’amico Augusto per chiedergli se fosse veramente sicuro di quella data ricevendo come risposta un “ni”, seguita da un saggio: “comunque è meglio che la tolga dal sito”.Restano dunque irrisolte, almeno per chi scrive, la vera identità di Paolo Ferrara, se fosse o meno lui il popolare cantante degli anni ’60 o come hanno azzardato in tanti, se il suo fosse solo uno pseudonimo per far combaciare le iniziali P.F. con Pink Floyd.
Quest’ultima ipotesi però sembrerebbe decisamente una forzatura in quanto di Paolo Ferrara si conoscono almeno altri cinque albums, tutti di insonorizzazioni e tutti sempre a suo nome:

Sound” e “Moderno” pubblicati rispettivamente su etichetta “Canopo” e “Nuova Idea” ma senza data (e che dovrebbero essere usciti a distanza molto ravvicinata vista la similitudine delle copertine), "Ritmico” del 1975 stampato in sole 300 copie dalla “Flower Records” e infine “La vita e l’amore” e “L’Uomo e la Guerra” pubblicati nel 1976 per la AA di Abramo Allione.
Sua sicuramente fu anche la partecipazione alla colonna sonora del film “Il corsaro nero(1970, protagonista Terence Hill) scritta da Gino Peguri con cui Ferrara firmò e cantò il solo brano “Orza qui, pioggia lì” che divenne il tema principale della soundtrack, poi pubblicata dalla RCA.
paolo ferrara ritmicoChe poi fosse lui “quel” Paolo Ferrara che compose il brano “Amore amor” che Iva Zanicchi portò al “Disco per l’Estate” del 1968 e una manciata di 45 giri per le etichette Equipe, Rifi e Variety in quello stesso periodo (“Sta a te”, “Viva l’estate” e “Nel cuore”), questo non ci è dato di sapere.Passando all’ascolto di “Profondità” comunque, come per tutte le librerie sonore, anche questa si rivela funzionale al proprio tema portante. Vi troviamo atmosfere spaziali, sottomarine, intime e rarefatte: una compilation che come tutte le sue omologhe verrà parzialmente impiegata per qualche commento o resterà per sempre parcheggiata su una pista secondaria in attesa di decollo.

Riguardo alla sua datazione, ribadiamo ancora che a parte la polemica sui “Pink Floyd”, non riteniamo possibile che sia stato pubblicato nel 1972, non fosse altro che per la modernità dei suoni che attengono almeno a un triennio dopo e anzi, forse addirittura a un quinquennio vista la presenza sul vinile di un timbro Siae di 3° tipo in uso solo dal 1978 in poi.

Chiunque (protagonista incluso) abbia delle informazioni in più da rivelare, sull’album in questione, è vivamente pregato di farsi avanti.
Autore incluso.

COLLEZIONISMI: Sebbene l’introvabile “Profondità” sia recentemente tornato alla ribalta facendo presagire quotazioni stellari, occorre ammettere che negli ultimi tre anni nessuno degli altri albums originali di Paolo Ferrara ha mai superato i 65 Euro, almeno sino al 29 agosto del 2011 quando una copia di “Ritmico” EX/EX venne venduta a 100 euro su Ebay.
Inoltre, sui sette LP citati da Popsike e Ebay, solo i due meno quotati della AA avevano provenienza italiana. Per il resto, la maggioranza degli esemplari proveniva dal Belgio e dalla Francia, dove non a caso fu più intensa la querelle sul caso Floyd.
Segno tangibile che in Italia possediamo interi patrimoni musicali e artistici che tutti ci invidiano, che dovremmo valorizzare, ma che solo noi riusciamo a dimenticare o buttare alle ortiche.
Un vero peccato.

Errata Corrige: Mappamondo (1975/77, pubb. 1991)

rock progressivo italiano
Uno degli aspetti più curiosi di certe (ri)stampe di prog italiano "ex post" è quello di accorpare in un solo supporto periodi storici e culturali totalmente differenti. E questo accade normalmente quando qualcuno ritrova del materiale inedito, o magari per una fortunata contingenza commerciale.  E fin qui, nulla da obiettare. 

Peccato che non sempre tali pubblicazioni evidenzino queste diversità che, si badi bene, non sono solo artistiche, tecniche o percettive, ma soprattutto culturali, in quanto prodotto di più momenti storici, sociali e politici

Prendiamo come parametro il CD degli Errata Corrige Mappamondo: nove brani pubblicati nel 1991 - di cui i primi cinque composti nel 1975, ma arrangiati e incisi nel 1990 al Dynamo Studio -  e quattro interamente registrati allo studio G7 di Torino nel 1977. Un arco di quattordici anni.

 In più, ci si metta pure una line up diversa da quella originale del 1975-76 con Paolo Franchini (basso) e Giorgio Diaferia (batteria) ad affiancare i veterani Cimino e Abate, rispettivamente al posto di Gianni Cremona (basso) e Guido Giovine (batteria) e la cosa si complica ulteriormente. 

In sostanza: due dischi in uno, due atmosfere nettamente distinte, due approcci diversi e ben tre ere geologiche musicali che si sovrappongono: metà anni Settanta, seconda metà degli anni Settanta e primi anni Novanta
Piuttosto che essere organico quindi, Mappamondo, ha più le sembianze di un documentario
Ma procediamo con ordine. 

marco cimino mike abate
La cosiddetta “parte A” comprende nove brani concepiti all’epoca di Sigfried il drago e altre storie (1975/76)e che quindi, avrebbero potuto  farne parte, anche se così non fu. “Degli scarti” potrebbero dire i maligni. 

L’incisione è però del 91: un annata in cui la tecnologia stava imponendosi definitivamente negli studi di registrazione, influenzando pesantemente il modo di concepire la musica, e in questo caso, si sente davvero. 
 Mai e poi mai gli Errata Corrige originali avrebbero potuto aspirare ad un sound così pieno e levigato. La batteria in particolare fa impressione per grinta ed autorevolezza, e ancor più il fatto che le eteree sonorità del 75 vengano rilette in modo così determinato e potenzialmente avulso dallo spirito di Sigfried.
Per fortuna, nella prima parte di Mappamondo prevale la classe e la sensibilità di esperti musicisti che “usano” la tecnologia piuttosto che diventarne schiavi e, in questo senso, Patagonia Suite è un mirabile esempio di equilibrio tra passato e presente.

Certo, la magia del il sole che sorge nella contea di Xanten, la brezza della foresta di Lucanor e il dolce rollìo della nave Adventure sono molto lontani, ma almeno ce n’è ancora qualche traccia: per esempio nelle splendide Kubla Khan e Dentro La Grande Mastaba dove lo spirito del Prog viene rievocato, rivestito con classe e riconsegnato  a nuova vita senza troppi artifici. 

holy grail italian progressive
Dopo tanta grazia però, Sogno americano ci scaraventa bruscamente in un groove che nessun fan del prog avrebbe mai voluto sentire
D’accordo, siamo nel 1977, quando l’Italia partorì la sua musica pop più lubrica per far da contrappeso al Punk e alla Disco music, ma personalmente, non avrei mai immaginato che anche i miei adorati gli Errata Corrige ci sarebbero cascati. 

La classe dei musicisti si sente, questo non c’è dubbio, ma è evidente che Zombie e Viaggiatore senza età, facessero anch’esse parte di quel graduale ma inesorabile disfacimento musicale che coinvolse tra l’altro anche altri importanti nomi del Prog: Orme, Latte e Miele, Pfm, Locanda delle Fate, Osanna, Alan Sorrenti e, più tardi, anche il Banco.

Certe pubblicazioni però, sono fatte così: mischiano il giorno e la notte senza tanti complimenti, e sta a noi valutarle con attenzione, anche perché spesso le note di copertina sono assenti o quasi. 
 Ovvio, nel rispetto di un gruppo come gli Errata Corrige, avrei perferito che il Cd finisse con Mastaba, e a quel punto avrei perdonato anche tutte quelle artificiosità che solitamente si nascondono dietro un ripescaggio. Ma per fortuna o purtroppo non è andata così.

Tanto peggio per i sognatori come me, e tanto meglio per gli ascoltatori più scientisti.
In fondo siamo pronipoti di sua maestà il denaro, e dal 77 in poi, l’avrebbero capito proprio tutti: anche i più puri di cuore.

Zauber: Il sogno (1978)

Zauber
1978. La stagione del progressivo italiano è finita due anni e anche quel movimento controculturale che le aveva fatto da humus è ormai talmente superato da essersi ricilato già almeno tre volte: nel proletariato giovanile, nel movimento 77 e nel punk

I cantautori hanno ormai il pieno controllo della situazione: Branduardi per esempio ha già inanellato almeno due album di enorme successo, mentre Francesco Guccini, il “politico” per antonomasia, canta ora la nostalgia sessantottina e sogna terre lontane

I famigerati anni Settanta - quelli che si sono spenti anzitempo nel 76 – vengono insomma rimossi, trascinando nel dimenticatoio un’intera generazione di disobbedienti e un gigantesco bagaglio di sogni libertari rimasti per la maggior parte incompiuti. Prova ne è che tutti i gruppi del primo post-progressivo, dalla Locanda Delle Fate agli Antares, dagli Skorpyo ai Cocai, sembrano migrare verso altre forme espressive: certamente debitrici alla cultura precedente ma molto meno innovative

Ed è in questo contesto sospeso tra gli ultimi fuochi delle Brigate Rosse, l’assassinio di Peppino Impastato e una repressione poliziesca senza precedenti, che a Torino nascono e pubblicano il loro primo album gli Zauber: Mauro Cavagliato (basso, chitarra), Anna Galliano (tastiere, flauto), Liliana Bodini (voce), Paolo Clari (tastiere, chitarra), e Claudio Bianco (batteria). 

rock prograssivo italiano
Registrato presso i Dynamo Studio di Torino e stampato in sole 500 copie per l’etichetta Mu, il disco si chiamerà “Sogno”: non sappiamo se riferito alle chimere pregresse o proteso verso nuove immaginazioni e comunque, nelle sue sue sette tracce, difficilmente troveremo una risposta. 

C’è sicuramente un distacco dal progressivo doc, tanto nell’assenza di una linea d’opposizione quanto nel recupero del primo underground: atmosfere acustiche, brani brevi, testi molto candidi considerata la data di pubblicazione (“questa realtà non è fatta per chi come te vede nel mondo qualcosa di più di una vita borghese”) e un sostanziale ricalco alle nuove atmosfere neo rinascimentali. Branduardi dicevamo. 

C’è però anche la volontà di persistere in un territorio alternativo: quello autoprodotto, disallineato e fiero della propria marginalità. 

 Il problema è che nessun brano dell’album varcherà mai i confini della sua stessa esistenza. E anche se gli Zauber sopravviveranno ancora molti anni, “Il sogno” sembra più un brillante nel deserto che non un’opera storicamente propositiva. Diciamo pure un piccolo frammento partorito amicalmente in una cantina da pochi ma onesti musicisti. 

Certi suoi passaggi, è indubbio, sono pregevoli ("Dietro la collina") ed effettivamente ricordano i fasti del prog. L’accademia però impera sovrana cancellando anche quel minimo di consapevolezza che affiora dai testi. 
Molto “vetero feminista” la voce della Bodini che rimanda un po’ a quella di Lilli Ladeluca dell’AMT, ma senza possederne la stessa forza reazionaria: per esempio quella di “Marilyn” firmata Alloisio.

progressive rock
Come sempre qualcuno dirà che ho buttato tutto in politica, ma non credo si possa fare a meno di rimarcare quanto questo lavoro fosse distante dalla realtà che lo circondava. Persino gli Errata Corrige (sempre di Torino) furono più attendibili nello staccarsi da una realtà, quella del 1976, in cui non si riusciva bene a comprendere cosa stesse succedendo all’interno del movimento. 

Nel 78, dopo ere geologiche dal Parco Lambro e dopo che tutto era stato chiarito, perseverare ancora con tematiche undergound era quantomeno sinonimo di un certo candore
Come tanti dischi dell'epoca insomma, anche questo confermò la fine di un'era.

Bambi Fossati (1949 - 2014)

è morto bambi fossati
07.06.14
Non ce l'ha fatta Bambi Fossati a vincere la malattia che lo affliggeva da tempo.
Lo storico chitarrista di Gleemen, Garybaldi e Bambibanda e melodie, è mancato oggi ad appena 65 anni.
A lui va il nostro più sincero augurio di buon viaggio e, a tutti suoi cari, il nostro più vivo cordoglio. I funerali si svolgeranno Lunedì nella sua amata Genova.
La sua chitarra però non tacerà mai. Sarà patrimonio dei nostri cuori per consolarci, e per ricordarci che la grande musica non se ne va con le persone. Lei resta, per spingerci sempre verso un futuro migliore. Grazie Bambi.