Claudio Rocchi: Volo magico n°1 (1971)

volo magico n°1 1971Terminata l'esperienza come bassista degli Stormy Six a causa di un sostanziale disinteresse alla progressiva politicizzazione della band, Claudio Rocchi intraprende la via solista verso la fine del 1969: una scelta che lo porterà inizialmente ad essere paragonato addirittura a Dylan per i suoi testi schietti e comunicativi, ma le cui successive scelte di vita provocheranno gradualmente la diffidenza di buona parte del movimento antagonista. 

La carriera del cantautore milanese si dimostra subito vivace e proficua: ad un primo singolo ("La televisione accesa / Indiscutibilmente", 1970), segue una lunga attività live (tra cui Palermo Pop e Ballabio dove "La tua prima luna" diventò l'inno del Festival) e infine il successo del 33 giri, "Viaggio", in cui si avvale della collaborazione al flauto di Mauro Pagani, all'epoca in odore di PFM
 
Il disco, semplice ma efficace, ottiene premi e passaggi radiofonici grazie all'interessamento di Renzo Arbore e Carlo Massarini e l''anno dopo Rocchi è nuovamente in studio per incidere il suo secondo album "Volo Magico n° 1", ritenuto dalla critica il suo lavoro migliore. Questa volta, si fa supportare da una backing-band di tutto rispetto in cui compaiono tra gli altri Alberto Camerini, Ricky Belloni e Donatella Bardi.
claudio rocchi volo 02Si noti che questa abitudine di scegliersi musicisti di prestigio del giro del Pop, non abbandonerà mai Rocchi che negli anni successivi suonerà anche con Elio D'Anna (Osanna), Mino di Martino (Giganti, AIS), Walter Maioli (Aktuala) e Lucio Fabbri (PFM). 

Pubblicato nel 1971 su etichetta Ariston, "Volo Magico n°1" si presenta con una front-cover apribile centralmente e raffigurante solo un muro con il titolo e il nome dell'artista, una busta interna con le varie line-up divise per brani e, sul retro, una foto a colori del cantante ma senza indicazione alcuna.
Siccome il disco veniva spesso esposto dal lato della più accattivante foto anonima confondendo gli acquirenti, la discografica decise saggiamente (e in tutta fretta) di aggiungere anche le referenze sul retro copertina.


 Musicalmente l'ellepì si compone di soli quattro pezzi di cui il la title track occupa tutti i diciotto minuti e mezzo della prima facciata, mentre il lato cadetto ospita gli altri tre. 36 minuti in tutto.Una volta ascoltato il lato A, diciamo pure che non sorprende come il brano-guida sia diventato un piccolo caso discografico e ricordato come una delle cose migliori del folk psichedelico italiano: la musica è un sontuoso crescendo acustico scandito dalle orientaleggianti chitarre di Camerini che si evolve dapprima in un cantato dal sapore freak e circa a metà brano, in una piena orchestra a metà tra psichedelìa ed un mantra tibetano. La chiusura infine è un rush molto tirato dal sapore decisamente rock.

claudio rocchiA parte certe affinità con il futuro album Aria di Alan Sorrenti (1972), mai in Italia si era sentito qualcosa di simile e fu proprio per questo che la proposta di Rocchi attrasse subito l'attenzione della critica.
Se a ciò aggiungiamo i testi perfettamente coerenti col sogno generazionale dell'Underground ("puoi andare dove vuoi, far l'amore, puoi stare con chi vuoi, prendere o lasciare, gridare"), incisione arrangiamenti ed esecuzione perfetti, e soprattutto un groove certamente trasgressivo ma mai ostico come lo furono invece molti succesivi lavori Prog, il quadro conflittuale è attraente.


Nel lato B spicca invece "La realtà non esiste": vero e proprio affresco del pensiero di Claudio Rocchi, i cui testi anticipano di almeno un anno la sua definitiva svolta mistica che lo accompagnerà sia nella sua carriera artistica, sia nel personale.
Meno interessanti sono la prolissa "Giusto amore" e "Tutto quello che ho da dirti", ritenuta da molti troppo introspettiva.


claudio rocchiIl successo discografico e le successive scelte spirituali di Rocchi (controverso viaggio in India, ingresso nella comune Terrasini, ritenuta dai compagni "reazionaria e borghese" e affiliazione agli Hare Krishna), lo portarono però alla rottura con buona parte del movimento Controculturale che non accettò né la sua attitudine freak, considerata ormai obsoleta, né tantomeno i suoi continui cambi di esperienze "da Dylan a San Babila, dall'India al suono rosso". 

Personalmente non covo una tale ostilità nei confronti di questo artista e continuo a reputare il brano "Volo Magico n° 1" come una delle musiche più affascinanti e conflittuali del panorama Italiano dei primi anni '70: datata quanto si vuole ma realmente rappresentativa del sogno di una generazione.
Certo è che il sogno finì in fretta e  molti artisti non riuscirono mai più a rievocarlo ma, per fortuna, anche grazie a Claudio, fu un sogno di grande spessore.

Stormy Six: Le idee di oggi per la musica di domani (1969)

Le idee di oggi per la musica di domaniL'album di debutto degli Stormy Six è, per certi versi, lo specchio di un'epoca: atmosfere semplici, quasi da "messa beat", clima rilassato da festini caserecci anni '60 in cui, i ragazzi più "esistenzialisti" si contendevano i favori del gentil sesso a suon di canzoni.

Le armonie sono elementari e l'impostazione generale risente decisamente delle origini Beat del gruppo.

Gli "Stormy Six" si formano come sestetto a Milano nel 1965, figli di quell'ambiente studentesco che aveva già partorito i "New Dada" di Maurizio Arcieri.

Tra il 1965 e il 1967 si integrano alla band degli "Stregoni" di Franco Fabbri, costituendo il primo nucleo stabile della formazione che, oltre a pubblicare un primo 45 giri, partecipa in qualità di supporter alla tournèe italiana dei Rolling Stones.
Dopo un secondo rimpasto della formazione, il gruppo si riduce a quartetto, (Franco Fabbri: chitarra, flauto, mellotron, voce - Luca Piscicelli: chitarra,cembalo,voce - Claudio Rocchi: basso - Toto Zanuso = batteria) e approda al suo primo lavoro su 33 giri per l'etichetta First, nota per essere stata la prima etichetta "giovanile" della Ariston.

Stormy Six Le idee di oggi per la musica di domani 01L'Ellepì è un curioso miscuglio tra Beat, Psichedelia e cantautorato con chiari riferimenti ai Moody Blues di "In the search of the lost chord" e con qualche accenno ai primissimi Genesis.

I brani sono quasi tutti firmati dal duo Rocchi-Fabbri anche se, a posteriori, è stato assoldato che tre di essi appartenevano al solo Rocchi: "Ramo", dal sapore mistico e indiano; la Augeriana "I tuoi occhi sono tristi" e la struggente "Sotto i portici di marmo". Tutte canzoni molto "intimiste" e quasi contrapposte allo spirito più marcatamente freak dell'album.

In fase d'ascolto, la dicotomia tra i due autori salta subito all'orecchio, al punto di lasciar prevedere l'imminente abbandono del bassista, già maturo per una carriera personale.

Stormy Six Le idee di oggi per la musica di domani 02I brani di Fabbri, ancora un po’ acerbi, sono invece già velati di quelle atmosfere country-rock (es: "Una più felice di te", "C'è qualcosa nel vita") che saranno tipiche degli Stormy Six degli anni '70: anni in cui la band assumerà una precisa collocazione politica.

Lascia invece esterrefatti l'unico brano psichedelico dell'album, "Schalplattengesellschaft mph":
un'indiavolata quanto tossica improvvisazione beat che fa pensare ad un errore di stampa, tanto è lontana e difforme dal resto della scaletta. Non a caso, sarà uno dei due pezzi che verranno esclusi dalle successive ristampe "Ariston" su vinile.

Stormy Six
In sintesi, pur nel suo eccessivo ondivagare tra diversi stili musicali, "Le idee di oggi per la musica di domani" può essere considerato un buon frammento sonoro di fine anni '60.

La sua piacevole ingenuità verrà presto superata dal gruppo (orfano del Rocchi che abbraccerà altri percorsi ed altre filosofie), specie in virtù della politicizzazione di Franco Fabbri, che non solo fonderà una propria casa discografica, ma non mancherà neppure di regalare alla musica Italiana almeno un capolavoro: l'epica "Stalingrado" tratta dall'album "Un biglietto del tram".

L'album originale della "First" è piuttosto raro e ricercato dai collezionisti, sia nella versione completa a 13 canzoni, sia nella ristampa a 11.

Cocai : Piccolo grande vecchio fiume (1977)

rock progressivo italianoIl complesso dei Cocai (da non confondersi con l’omonimo gruppo teatrale triestino) si forma a Venezia nel 1970.

 La prima line up annovera Amedeo Biasutti detto Theo, Pierlugi Pandiani in arte Gigi Pandy e suo cugino LuigiTuryTurin che, come gli altri, inglesizza il suo nome secondo la moda dell’epoca. 

Successivamente, l’ingresso degli altri due fratelli di Amedeo, Stefano (Stheny) e Paolo Biasutti (Paul Blaise), assesta definitivamente la formazione.  Il gruppo inizia da subito a circuitare sia nei vari dancing di zona che nel giro delle feste e dei concorsi locali cambiando nome all’occorrenza: Draps, New Draps, Baronetti (dal 1975) e infine Cocai che in dialetto veneziano sognifica “gabbiani”.

 La loro musica è fortemente influenzata dalla grandi band straniere e italiane dell’apoca: Beatles, Rolling Stones, Equipe 84, Ribelli e Dik Dik, ma anche da formazioni più oscure quali gli East of Eden che spingono il gruppo verso musiche più complesse. 
Dalle chitarrre EKo il gruppo passò così alle Fender e alle Gibson, si dotò di distorsori, fuzz, flangers e di un organo Hammond e cominciò non senza difficoltà a proporre un genere più contemporaneo in vari festival della zona. Nulla che riguardi il movimento o la Controcultura da cui si tennero a debita distanza, quanto piuttosto manifestazioni dal sapore più provinciale: “Musica jeans” nel 1974, la “Rosa d'oro” nel 1975 e il “Cantaveneto” nel 1976.

 Nel 1977 arriva finalmente il contratto discografico con la Fonit Cetra che manda il gruppo a Bologna - all’epoca in piena guerriglia urbana – per incidere un 33 giri che prenderà il nome un po’ prosaico di “Piccolo grande vecchio fiume”.

 Gigi PandyL’album è un concept basato sulla tragedia della diga del Vajont che 13 anni prima aveva mietuto migliaia di vittime: venne registrato in quarantotto ore su uno scintillante Studer a 32 piste pilotato dal fonico Maurizio Biancani e mixato in una giornata sotto la direzione artistica di Carlo Loyodice.  

I sette brani del il disco furono composti tutti dal gruppo, pur se firmati dal trio Flanin, Pezzanda, Pizzato con la sola eccezione del pezzo finale, siglato da un non meglio identificato Idamas: uno pseudonimo curioso che letto al contrario esce “Samadi”, termine buddista o indù che esprime la perfetta armonia della meditazione e molto usato all’epoca.
I testi furono invece opera del solo Flavio Zanin, in arte Flanin: un professore di storia dell’arte che quattro anni prima aveva collaborato all’album Trasparenze di Maurizio Arcieri e per i Cocai si occupò anche della copertina dell’album.

 A disco registrato però, alcuni attriti con la discografica minarono alla base i rapporti con la Fonit-Cetra che a quel punto si occupò solo delle distribuzione del disco. Il gruppo acquistò matrici e diritti dell'album e lo fece uscire indipendentemente targato “Style sdf”. 

Va da se che il tutto complicò di molto la visibilità dell’album che di fatto vendette poco provocando lo scioglimento della band.  Musicalmente, Come per i “Pentola di Papin” anche in questo caso siamo davanti a un sound molto datato rispetto alla data di pubblicazione, anche se a differenza dei loro colleghi lombardi, i Cocai apparvero occasionalmente più calati negli anni ’70 sul modello degli Alphataurus, grazie a qualche sporadica strizzata d’occhio al pop sinfonico inglese (i Genesis nell’attacco de “Le mie storie”) e all’heavy rock (“Conclusione”).  

Tuttavia, a vanificare la pur dignitosa partenza del disco (“Milioni d’anni fa” e “Le mie storie”) tutto il resto dei brani, fatta eccezione per quello conclusivo, furono davvero inficiati da troppe strizzate d’occhio al più mellifluo pop melodico italiano e appesantite da troppi barocchismi e citazioni soft prog francamente opinabili (“Dirò no!” e “Ti amo davvero”). 
Vi si aggiunga pure la modestissima title track, un brano in pessimo inglese dal titolo chissà come mai in italiano (“Le mie storie” in cui la batteria è suonata da Massimo Iannantuono al posto di Tury) e la svenevole “Le mele mature” e ciò che si salva di quest’album è veramente poco.
  
Spesso oggetto di critiche non certo lusinghiere, come quelle di Riccardo Storti e Augusto Croce, l’album venne invece stranamente osannato dal rispettabilissimo sito Progarchives che lo ritenne “one of the most wonderful and yet obscure recordings of the 70's”. 
Ai posteri l’ardua sentenza. 

GRAZIE AD ANDREA PARENTIN E GIOVANNI NATOLI DI PROGARCHIVES PER L'INTERVISTA A GIGI PANDY 
DA CUI ABBIAMO TRATTO ALCUNE PREZIOSE INFORMAZIONI. UN CARO SALUTO A ELISA PANDIANI.

Il Prog ai tempi della telefonia fissa.

Per recensire qualunque opera artistica occorre sempre riferirsi al suo tempo storico
Nessun parto della mente umana insomma,  potrà mai considerarsi indipendente dalla propria società e da tutto ciò che questa appartenenza implica.

Quindi, se parliamo di Prog italiano, dovremmo perlomeno introitare il fatto che la morale, i costumi e le forze in gioco negli anni settanta erano ben diversi da quelli odierni. Idem per quanto riguarda la musica

Nei primi anni 70 per esempio, il formato a 45 giri era ancora predominante rispetto al 33, anche se da Sergeant Peppers in poi, il mercato degli Lp stava crescendo vertiginosamente. 
I 45 erano comodi, accessibili a tutti, suonabili ovunque grazie ai mangiadischi portatili, facilmente trasmissibili dalla Rai (allora unico canale radiotelevisivo italiano) e compatibili con i juke box e i cambiadischi automatici la cui diffusione era ancora enorme. 

In più, molto spesso i primi 33 giri (che erano comunque un formato da “ricchi” o da “audiofili”) corrispondevano si e no a una raccolta di 45 giri usciti in precedenza, per cui era palesemente inutile spendere soldi per delle canzoni che si possedevano già. 

 Internet, va da se, non esisteva e la copia privata era demandata alle sole musicassette o ai registratori a bobine, spesso in mono e comunque dotati di un solo microfono per catturare la musica. Per il resto, c’erano le duplicazioni abusive, sempre su stereo 7 e normalmente di pessima qualità. 


In sostanza, come ricorda il mio amico Riccardo Bertoncelli, in Italia il Rock era molto giovane e neppure troppo diffuso.
E' vero che c’erano stati tutti gli anni 60 inglesi e americani, il Beat, Woodstock, Wight eccetera, ma accedere a quel determinato tipo di musica non era così agevole come si potrebbe pensare oggi. “A Novara, Dylan se lo filavano in due. Io e il mio amico”, mi diceva Riccardo. 

I più fortunati potevano ascoltare le avanguardie da Radio Montecarlo o Capodistria, oppure da qualche remota emittente in onde medie il cui segnale era comunque difficile da captare. 
Intanto, da noi, le trasmissioni dedicate alla “musica giovane” si contavano sul palmo di una mano e comunque, difficilmente si addentravano nell’underground più stuzzicante..

Certamente si poteva viaggiare e andare direttamente nei luoghi d’origine del Rock per farsi un'idea della situazione, ma spostarsi costava moltissimo, specie in aereo e per le tasche dei giovani. Men che meno per i figli di operai. 

Gli importatori di vinile estero si contavano sulle dita di mezza mano e non tutto veniva ristampato dalle discografiche italiane, per cui la cosa si complicava ancora di più. 

Infine, sulle trasmissioni Rai gravava lo spettro di una censura molto più attiva di oggi. Alché, quei brani più trasgressivi che incappavano nelle sue maglie, avevano ben poche speranze di essere ascoltati. Ne seppero qualcosa Dalla, Vecchioni, De Gregori, Baglioni, Battisti, Le Orme e il compianto Herbert Pagani.
Dal canto suo, la stampa era anch’essa molto controllata ma perlomeno godeva di una diffusione capillare. Anche in quel caso però, parlare bene o male di un nuovo artista sulle pagine di un settimanale o di una qualsiasi rivista, significava solitamente consacrarlo o a idolo o alla marginalità

rock progressivo italiano In un contesto del genere, l’importanza della rivoluzione esistenziale, del Beat, dei primi movimenti Underground e successivamente del Prog italiano, ebbero davvero un’importanza storica fondamentale.

Da un lato introdussero il concetto di editoria indipendente,  (dai primi ciclostilati sino a tutte le autoproduzioni del movimento, la cosiddetta “galassia Gutenberg”) che diedero un apporto enorme alla conoscenza di artisti fondamentali per la cultura rock

Dall’altro, stimolarono la nascita di un circuito musicale indipendente che ebbe la sua massima espressione nei vari Festival Pop, diffusisi a macchia d’olio in tutta la penisola dal 1971 sino al 1976: un fenomeno niente affatto marginale, che calamitò e coese centinaia di migliaia di giovani e che fu praticamente il solo veicolo espressivo per i gruppi minori, oggi tanto considerati e ricercati. 

Certo è vero che, come disse un nostro lettore: “Per sapere dove suonavano i Dedalus facevi prima a telefonare a Furio di Castri”, ma anche quello faceva parte del gioco. 
Niente cellulare e niente E-mail: chiedevi in giro il numero del Furio, ti munivi di una decina di gettoni della Sip (oggi “Telecom”), andavi in una cabina telefonica e magari ti andava bene.

 “Ciao Furio, dove suonate nei prossimi giorni? DOVE? A Baldissero Torinese??? 
Va bè... faccio l’autostop e arrivo. Aspettatemi..."

Semiramis: Dedicato a frazz (1973)

semiramis dedicato a frazzSiamo a Roma nel 1970 quando quattro amici d'infanzia del quartiere di Centocelle decidono di formare un complesso: si chiamano Maurizio Zarrillo, i cugini Memmo Pulvano e Marcello Reddavidde e il cantante Maurizio "Macos" Macioce.

Dopo due anni Macos si ritira e lascia il posto al dotatissimo chitarrista Michele Zarrillo, fratello di Maurizio e proveniente dal gruppo beat i "Piccoli Lord".
Autobattezzatasi Semiramis da un'idea di Reddavide, la band inizia nel 1972 un'intensa attività live proponendo sia brani scritti da Michele Zarrillo, sia covers dei Rolling Stones, Creedence, Sabbath, Led Zeppelin e qualcosa di Prog italiano (Orme e Formula Tre in particolare).

A dispetto di una certa inesperienza e della giovane età dei componenti (nessuno di loro era maggiorenne!), il quartetto entra rapidamente nell'olimpo delle migliori band alternative del momento e a maggio viene invitato allo storico Festival Pop di Villa Pamphili dove non solo impressiona favorevolmente pubblico e addetti ai lavori, ma cattura l'attenzione della Trident Records di Milano che propone loro un contratto discografico.


semiramis 2Purtroppo, proprio prima di entrare in sala d'incisione Pulvano deve abbandonare a malincuore i colleghi per motivi di lavoro, lasciando però il posto a due suoi ottimi amici: il batterista Paolo Faenza e il tastierista Giampiero Artegiani che porta con se il suo prezioso Synth Eminent.

Nasce così "Dedicato a Frazz" (dove "F.r.a.z.z." è l'acronimo dei cognomi dei musicisti), primo e unico lavoro dei Semiramis, da molti giudicato come uno dei migliori albums di Progressive Italiano.Dotato di una conturbante copertina apribile disegnata dall'artista inglese Gordon Faggetter, ex batterista di Patti Pravo e grafico per la RCA, l'album contiene sette pezzi della durata media di cinque minuti l'uno che non mancano di stupire per energia ed eterogeneità.
Il groove generale è 100% progressive con qualche riferimento ai Genesis e a Oldfield, ma restituito con quel tanto di originalità che basta per differenziarlo da molti gruppi contemporanei.

 

semiramis dedicato a frazzDi ciò si accorse anche il critico Enzo Caffarelli di Ciao 2001 che disse di loro:
"Malgrado la tipica difficoltà Italiana di combinare liriche, voce e musiche […], i testi sono buoni, le carenze di ritmica e di fusione quasi assenti, e semmai mascherate dalla ricchezza di corde e tastiere, legate e sovrapposte con molto gusto e padronanza di mezzi. Una ricchezza espressiva […] sottolineata dal vibrafono, dalle campane e dalla presenza di un altro ragazzo, Giampiero Artegiani, che affiancano il leader alla chitarra acustica, alle dodici corde o al sinth."

In effetti, non ci vuole molto per lasciarsi trasportare dal sound dei Semiramis. Sin dal primo brano "La bottega del rigattiere" ci si accorge che il ventaglio di sonorità e di ritmiche è vastissimo, ben strutturato e soprattutto, proposto con una padronanza strumentale davvero impressionante, considerata l'età dei componenti.


I vari ambienti sono molto ben definiti e le diverse cesellature che fanno da contrappunto ai temi principali sono sempre azzeccate e mai invadenti.
Stupisce per destrezza soprattutto il chitarrismo di Michele Zarrillo che inanella in scioltezza scale su scale senza mai essere autorale o monocorde.
semiramis 4 
Dal canto loro, i brani passano con flessuosità da tumultuosi passaggi hard prog a momenti più intimisti ("Luna Park", "Clown"); dagli scherzi classicheggianti di "Uno zoo di vetro" all'heavy rock di matrice Sabbathiana senza omettere riferimenti ai New Trolls, PFM ("Dietro una porta di carta"), Balletto e Rovescio della Medaglia ("Frazz").
 

Il tutto però, senza mai perdere in coerenza o continuità.Lascia forse a desiderare l'uso della voce, ancora acerba ed evidentemente debitrice a Nico di Palo e a Pino Ballarini (che non a caso, Michele sostituì in una delle ultime formazioni del RDM), ma comunque coerente all'impatto generale del sound.
In sintesi, diciamo che definire un "capolavoro" Dedicato a Frazz è forse eccessivo, ma sicuramente non è un disco che non avrebbe dovuto passare inosservato come invece accadde.


Fortunatamente, dopo lo scioglimento della band nel 1974 (celebrato da un ultimo concerto sempre a Villa Pamphili) a causa della mancata pubblicazione del loro secondo album, sia Michele Zarrillo che Artegiani proseguirono le loro rispettive carriere con grandi soddisfazioni.
A mio avviso, più che ampiamente meritate.

27.5.2013: Classic Rock compie sei anni!

27 maggio 2013. Dear Sisters and Brothers, 

Classic Rock, il vostro sito interattivo, gratuito e specializzato sul Rock progressivo Italiano anni 70 compie oggi sei anni

   Quasi una vita per una di quelle piccole componenti della rete che alcuni chiamano semplicemente “blog” ma che nel nostro caso, oltre 1.500.000 visite hanno reso qualcosa di speciale.
  

   Grazie davvero tutti, nessuno escluso, per la stima e per l’affetto che mi avete regalato e continuate a regalarmi.
   Un pensiero particolare a Vincenzo dei Triade e a Valerio Negrini che oggi ci proteggono dalla Stratosfera e un abbraccio enorme a tutti i miei colleghi progressivi che non elenco perchè sono tantissimi, ma loro sanno già che il mio rispetto per loro è incondizionato.

 Classic Rock andrà ancora avanti.
Non so come, ma sicuramente senza paura e con la stessa consapevolezza che lo ha sempre contraddistinto. 
Siamo o non siamo i figli del “fiume del costante cambiamento”? 


Abbraccio enorme,
JJ John

Pooh: Un po' del nostro tempo migliore (1975)

 PUBBLICO QUESTA SCHEDA SU RICHIESTA. BUONA LETTURA.

Dopo la metà degli anni ’70 e con l’estinguersi del Prog, nacque in Italia un filone leggero-sinfonico che ebbe un gigantesco impatto commerciale. 
Si trattava di uno stile mutuato dal progressive nella sua accezione più romantica, ma molto più semplificato nella struttura e nei contenuti e completamente asettico sul versante rivendicativo. 

 Protagonisti: un esercito di gruppi sospesi tra pop e balere, ma che ad un tratto assursero a leader delle hit parade con brani tanto melensi quanto al limite del provincialismo. In certi casi comunque, supportati da produzioni a livello internazionale che testimoniavano quanto quel genere fosse redditizio anche per il mercato estero. 
Un nome su tutti: i Panda che nel 1978 sotto l’egida di Niko Papathanassiou (fratello di Vangelis) rivisitarono col nome di “Notturno” la Danza del Principe e della Fata Confetto di Tchajkovski

 I Panda però, non erano che la punta dell’iceberg: la tendenza a edulcorare e sinfonizzare qualunque melodia possibile, pareva avesse pervaso tutta Italia: dagli Albatros di Toto Cutugno ai Collage e dalla Prima volta di Andrea e Nicole alla Ragazzina dell’ex New Dada Franco Jadanza, battezzatosi per l’occasione Luca D’Ammonio
Ricordiamo poi la Schola Cantorum, i Romans, Santarosa, i Daniel Sentacruz Ensemble, gli Armonium, gli Aequator, i Beans, i Santo California, Gli Alunni del sole, I vicini di casa, il Giardino de Semplici e qui ci fermiamo perchè l'elenco sarebbe troppo lungo
.
Una sorta di controrivoluzione populista insomma, da far impallidire persino i Cugini di Campagna la cui “Anima Mia” fu già nel 1972 un buon esempio di italianizzazione del glam angloamericano. 

Ma chi fu realmente il colpevole di questa nuova ondata del Pop italiano? 

 Invero sarebbe sbagliato parlare di “colpe”, ma ciò che in effetti diede il La alla massificazione di quello stile, fu sicuramente l'enorme successo ottenuto dai Pooh. Precisamente negli anni in cui collaborarono col produttore Giancarlo Lucariello: da “Opera prima” a "Forse ancora poesia" che segnò la fine della loro collaborazione.

In origine un gruppo Beat, nel 1971 i Pooh trovarono in Lucariello un tesoro, ma allo stesso tempo una minaccia per la loro integrità di autori votati consapevolmente alla forma-canzone e pur se i risultati iniziali furono eclatanti (Pensiero, Tanta Voglia di Lei, Alessandra, Parsifal), intorno al 1975 tutte le magnificenze orchestrali, le volute barocche e i continui richiami al tardo romanticismo iniziarono a star loro stretti.  
Negrini lo aveva capito e continuava a litigare con Lucariello e Riccardo Fogli se n’era già andato da tempo:ovvio sintomo dell'insoddisfazione di quattro musicisti in gabbia e preoccupati da un preoccupante calo delle vendite.

La fine dell'era sinfonica dei Pooh lasciò dunque un vuoto incolmabile nella canzone italiana, che a quel punto venne coperto da chiunque sapesse imitarli anche a costo di cadere nel patetico.  E così accadde.

Comunque sia, pur se ritenuto da molti il vertice creativo dei Pooh, "Un po' del nostro tempo migliore" fu in realtà il loro disco più plagiato dal produttore napoletano e mentre Negrini, Facchinetti, Canzian, Battaglia e D’Orazio avrebbero probabilmente voluto muoversi in altre direzioni - come poi testimoniò il loro primo album autoprodotto “Poohlover” la cui prima canzone si chiamava non a caso “Il primo giorno di libertà” – la CBS e Lucariello continuarono a tenerli vincolati a cliché ormai prosciugati

Nell’album gli spunti geniali non mancarono di sicuro: Facchinetti si dimostrò superbo, D’Orazio emerse anche come autore in “Eleonora mia madre”, gli arrangiamenti, i suoni e la resa acustica furono ineccepibili e Negrini superò se stesso in “Il tempo, una donna, la città”, 

Sul disco però gravò impietosa la ripetitività, l’eccessiva levigatezza e una pomposità ormai quasi più necessaria che realmente ispirata 

Gradevole ma fazioso il Preludio iniziale, aggraziate ma pesanti le successive Credo, Una storia che fa ridere, Oceano e la rinascimentale Fantasia
Autoindulgente Mediterraneo con un tema reiterato all’infinito. 
Giocata invece su abusate progressioni discendenti Eleonora mia madre. Tracotante nella sua bizantina magnificenza la closing track Il tempo, una donna, la città

Fortunatamente, il divorzio con Lucariello era alle porte e malgrado quei gioielli che ancora oggi tutti noi serbiamo nel cuore, credo francamente che il gruppo avesse fatto bene a chiudere quella parentesi.
Con Lucariello i Pooh diventarono sicuramente adulti, ma a volte, è meglio una buona canzone Pop che voler strafare a tutti i costi.