Festival del Proletariato Giovanile. Milano, Parco Lambro, giugno 1976 - Parte quarta

Parco Lambro MilanoLE GIORNATE DEL FESTIVAL - 2

 Lunedì 28 giugno 1976 

La giornata comincia in un clima di tensione, ulteriormente arroventato da un tentato esproprio al supermercato Esselunga di Via Feltre - al limite sud-ovest del parco - ad opera di qualche decina di spontaneisti. La polizia però interviene, spara candelotti lacrimogeni contro gli assaltanti, e i gas arrivano sino alla tendopoli seminando il panico. Alché, voci sempre più insistenti cominciano a dare per certo un’imminente sgombero del festival
È indetta pertanto un’assemblea d’emergenza sul da farsi che a conti fatti durerà dal primo pomeriggio sino a sera inoltrata. Tema: sospendere il Festival o proseguire come se niente fosse successo. 

Inizialmente la location è il palco minore, quello riservato ai dibattiti, ma alla fine, per permettere una maggiore affluenza si opta per il palco centrale su cui convergono oltre un migliaio di persone. Per alzata di mano, si opterà infine per riprendere il regolare programma musicale, ma l’andamento dell’assemblea lascerà strascichi pesanti

È in quel frangente infatti che emergeranno le rabbie, i drammi, le differenze e la sostanziale voglia di “apprarire” più che di “confrontarsi da parte degli oratori. La community reagisce a volte applaudendo ma molto più spesso dissentendo rumosamente e fisicamente. Organizzatori e standisti vengono sovente attaccati anche dagli stessi loro compagni, ma ciò che infine risulta più evidente è che molto presto la filosofia del “personale” sostituirà quella del “collettivo”
Il confronto non c’è, e di fatto l’assemblea verrà per così dire “interrotta democraticamente” per lasciare spazio alla musica

6° festival del Proletariato Giovanile
I concerti cominciano alle 22.30 col trombettista americano Don Cherry, pupillo di Ornette coleman per l’occasione accompagnato da Toni Esposito alla batteria. Probabilmente uno dei migliori concerti della manifestazione che riesce a riportare un minimo di serenità dopo una giornata molto nervosa. Seguono la femminsta Daniele Cambio (?), una vulcanica esibizione del Canzoniere del Lazio, Roberto Cacciapaglia, La Strana Officina, il cantautore militante Pino Masi e, a poche ore dall’alba, i progressivi Jumbo. Miracolosamente non ha piovuto. 

Martedì 29 giugno 1976 

Sarà stato il clima positivo iniettato dal concerto precedente, o forse la voglia di godersi gli ultimi fuochi di un Festival difficile e che probabilmente non si sarebbe mai più ripetuto, ma la giornata di martedì fu senz’altro la più rilassata di tutte.

Dall’indomani, per il Movimento sarebbe stato tempo di bilanci, e per gli Autonomi il primo agognato giorno di libertà dopo la ghetizzazione del Lambro. Purtroppo, ciascuno per sé, come preconizzato anche dall' ultima assemblea che si tiene nel pomeriggio: sempre sul palco centrale, meno gremita di quella del giorno precedente (molta gente se n’era andata per paura del fantomatico sgombero poliziesco) ma dalle prospettive più definite: il contropotere deve essere esercitato all’interno dei quartieri-ghetto e dentro le maglie urbane, non semplicemente celebrato in luoghi circoscritti come appunto il Lambro.
Quindi, la prossima festa sarà “una Festa alle intere città e ai luoghi si oppongono alla lotta di classe”. 

bilancio provvisorio
Il bilancio provvisorio del Festival.
Clicca sull'immagine per ingrandire
Il gran finale live inizia verso le 22 con i non meglio definiti Bambi Melodies (che oso supporre fossero i Bambibanda e Melodie o qualche loro incarnazione), poi un venticinquenne Alberto Camerini molti intimidito e solo con la sua chitarra, e i Sensation's Fix di Franco Falsini. Proiezione sul megaschermo a fianco del palco del Fantasma Del Palcoscenico di Brian De Palma, e si procede con Pepe Maina, Claudio Rocchi e, se ricordo bene con Paolo Castaldi e i Carrozzone

Si fanno le due di notte e sul prato minore inizia l’happening dei Living Theatre
Al termine, nuovamente sul palco principale, Toni Esposito fresco del suo nuovo album “Processione sul mare”, e gli Area che snocciolano con la consueta grinta Gerontocrazia, Caos (con la famosa performance del cavo elettrico) e l'Internazionale accolta da una marea di pugni chiusi.

Una jam session collettiva sino a mattina traghetterà tutte le realtà antagoniste e l’Italia intera in un nuovo scenario sociopolitico che di lì a pochi mesi avrebbe preso il nome di “Movimento del 77”. 
Non tutti se ne resero conto, ma con la fine del Lambro 76 si chiuse un’epoca e se ne aprì un’altra.

SPECIAL: A 40 ANNI DAL FESTIVAL DEL PROLETARIATO GIOVANILE.  
Milano, Parco Lambro, 26-29 giugno 1976 - a cura di John JJ Martin. 

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Festival del Proletariato Giovanile. Milano, Parco Lambro, giugno 1976 - Parte terza

proletariato giovanile
Copyright: Enrico Scuro
LE GIORNATE DEL FESTIVAL - 1

Sabato 26 giugno 1976 

Sin dal giorno prima dell’inaugurazione del Festival, migliaia di persone e centinaia di tende sono già installate dentro e anche fuori dal parco: senza luce, senza acqua potabile e sotto una pioggia pressochè continua
Tessera d’ingresso: 1.000 lire di cui un 50% viene trattenuto dai gruppi politici. I gestori degli stand invece pagano all’organizzazione un affitto di 150.000 lire al giorno. Quelli macrobiotici 50.000

Si lavora alacremente per supplire alla mancanza di elettricità, di servizi e soprattutto per alimentare il palco centrale corredato di relativo megaschermo sponsorizzato dalle sigarette Muratti Ambassador, gestito da una troupe di Telemilano, ma che farà le bizze per tutto il festival.
Intanto, nell’area del prato piccolo riscuotono grande successo gli esercizi collettivi di yoga, meditazione, respirazione naturale, i massaggi e i dibattiti sull’alimentazione naturale
Le neonate radio libere Monte Stella, Radio Milano Centrale (di lì a poco Radio Popolare) e Canale 96 trasmettono in diretta l’evento. 

Parco Lambro 1976
Eugenio Finardi 27.6.1976
I concerti cominciano alle 23. Apre Gianfranco Manfredi con tre pezzi, segue Ricky Gianco con le sue Un amore, Mangia insieme a noi e Questa casa non la mollerò, cui fa seguito Eugenio Finardi con Musica ribelle e La radio
La successiva esibizione delle Nacchere Rosse si chiude sotto un violento temporale che impedisce ai Napoli Centrale di esibirsi. Si aspetta che il tempo migliori, e a chiudere la nottata provvederanno tra una goccia e l’altra i siciliani Taberna Mylaensis. La pioggia riprenderà poi incessante sino alla mattina dopo. 

Al Festival segnaliamo infine la presenza di Alberto Grifi che con quattro telecamere e una troupe di 18 persone girerà circa 30 ore di filmati, poi condensate nel celebre film-documentario di Angelo RastelliNudi verso la follia”. 

Domenica 27 giugno 1976 

Il Parco è ormai saturo, ed è a questo punto che si aggravano sia i problemi tecnici che quelli di convivenza tra le varie anime politiche e sociali
Femministe e donne sole vengono importunate o aggredite; spacciatori ma anche eroinomani subiscono processi sommari, quando non picchiati o cacciati a forza dal parco; un happening gay è interrotto da un gruppo di provocatori e la postazione del F.u.o.r.i. (Fronte unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) viene totalmente rasa al suolo

milano parco Lambro 1976
L'esproprio del camion-frigorifero della Motta noleggiato da Re Nudo.
Framestop dal film "Nudi verso la follia"
Le contestazioni al caro-prezzi dei cibi, nel frattempo sciaguratamente aumentati per sfruttare l’enorme afflusso di clientela (una lattina di birra o un insalata di riso vengono portate a 350 lire. I polli arrosto da 700 a ben 1.500 lire), cagionano scontri fisici con gravi danni agli stand tra cui quello di Re Nudo che subisce il saccheggio del suo camion-frigorifero noleggiato dalla Motta e pieno di polli surgelati, alcuni dei quali verranno utilizzati per giocarci a pallone. Totale: sei milioni di danni. 
Immediata la reazione del servizio d’ordine che armato di bastoni inzia a perquisire le tende a caccia del pollame residuo. 

Della giornata passeranno alla storia anche l'esproprio alla “Capanna dello Zio Tom”, storico chiosco all’interno del parco, e il famoso pow-wow nudista in cui, sotto gli occhi delle telecamere e delle macchine fotografiche dei curiosi, centinaia di ragazzi e ragazze si spogliano integralmente dando vita a girotondi ed esternazioni assortite. “Nudismo miltante” verrà definito, anche se nel suo libro “Prima pagare, poi ricordareFilippo Scòzzari ricoderà che in almeno in cinquecento si riuniranno sulla collinetta di fronte alle buche delle latrine per urlare: “vogliamo la figa!”.

I concerti serali iniziano dopo le 21 a causa del solito temporale con la cantante celtica Veronique Chalot, coadiuvata da un gruppo di musicisti locali. Seguono Jenny Sorrenti, Patricia Lopez e il gruppo jazz-rock degli Agorà finchè un altro acquazzone fa nuovamente fuggire parte del pubblico. 
Riprendono sotto una pioggia sottile i Lyonesse, all’epoca a Milano per registrare il loro terzo album, e infine i Napoli Centrale che termineranno verso le due del mattino. 
Per evitare di passare la notte sotto la pioggia, alcuni partecipanti al Festival si insediano, occupandole, nelle aule del vicino Istituto Molinari.

Special: La Festa del Proletariato Giovanile, Milano, Parco Lambro, 26-29 giugno 1976 
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É in edicola il secondo numero di VINILE!

Dearest Sisters and Brothers,
vi informo che oggi 21.6.2016, è uscito il secondo numero di VINILE, l'esclusiva rivista musicale a cura di  Michele Neri, diretta da Francesco Coniglio, pubblicata da Sprea Editori, e in cui troverete molti interventi del vostro JJ John.

Tra i tantissimi argomenti: la vera storia della butcher cover dei Beatles, i singoli dei Pink Floyd, le origini della gloriosa discografica RCA che fu una delle culle del Prog Italiano, il perché di certe similitudini tra le copertine più famose del rock, e udite, udite! Uno straordinario special sui Circus 2000, indimenticati pionieri del nostro Pop Italiano: introduzione firmata JJ e interviste esclusive a cura delle Note di Euterpe.
Insomma un imperdibile mondo in Vinile che con la consueta grafica imperiale, ed i suoi contenuti inediti vi terrà compagnia per i prossimi due mesi. Poi... se ne riparla.
Ci vediamo in edicola! Come sempre vostro,
JJ

Festival del Proletariato Giovanile. Milano, Parco Lambro, giugno 1976 - Parte seconda

nudi verso la follia
UN NUOVO SOGGETTO POLITICO 

Come abbiamo accennato nella prima parte, la novità più significativa del Lambro 76 fu la presenza di quegli attori sociali nati nei primi anni 50 nei quartieri-lager delle periferie metropolitane, cresciuti ai margini della società, ma che una volta raggiunta la maggiore età vollero anch’essi affermarsi come soggetto politico

Giovani operai, sottoproletari, apprendisti, impiegati, disoccupati, ma anche semplici compagnie amicali che, stanche di trascorrere le serate sulle panchine, iniziarono spontaneamente ad occupare spazi ove incontrarsi, discutere, divertirsi: di norma, ex circoli Cral, locali inutilizzati o sedi di attività dismesse.

Nacquero così intorno al 75 i Circoli del Proletariato Giovanile: una rete di collettivi che divennero rapidamente punti di riferimento per migliaia di persone, iniziarono a produrre socializzazione, cultura e politica e per naturale empatia cominciarono a interagire col più vasto Movimento metropolitano.

 L’armonia però durò poco, e quella vitalità dei Circoli che sembrava potesse apportare nuova linfa alle lotte della Controcultura (feste, rivendicazioni, interazione con i quartieri e occupazioni come quella del Centro Sociale Leoncavallo a Milano), si rivelò in capo a un anno destabilizzante e non completamente compatibile con le pratiche dei gruppi storici. 

Prova ne fu il Lambro 76 dove la coazione tra “personale” e “collettivo” fallì sia l’obiettivo della composizione, sia quello di una progettualità comune.

Milano 1976
LE RAGIONI DELLA DISFATTA 

Sulle problematiche del Lambro 76 esiste una bibliografia sterminata, ma in sostanza tutte le analisi sembrerebbero convergere su alcuni punti-chiave

1°) L’incompatibilità tra la condotta anarco-spontaneista del nuovo proletariato dei Circoli e quella progettuale-assembleare dei gruppi e del Movimento. 

Un contrasto reso ancor più lacerante sia dalla diversità dei rispettivi bisogni, sia dalle abissali differenze storiche e culturali tra i due percorsi rivendicativi: da un lato l’istintualità e l’immediatezza tipiche delle neonate realtà antagoniste, dall’altro la temperanza di chi era abituato da anni a sottoporre qualunque istanza al dibattito collettivo. Due metodologie già difficilmente compatibili di per sè, che le avverse condizioni del Festival contribuirono a separare del tutto, negando ogni possibile dialogo, e provocando anzi solitudini e incomprensioni


2°) La crisi dell’ideologia della festa

Parco Lambro Milano 1976
immagine da "Re Nudo" n° 44-45 / 1976
Le dure critiche mosse alla manifestazione nel corso delle varie assemblee (anche da parte di coloro che aderivano al Movimento), indussero sia gli operatori che gli stessi organizzatori a chiedersi se e quale senso avrebbe avuto ripetere un raduno del genere.
In troppi consideravano il Festival più come una scadenza obbligata che non come un’occasione di crescita e di confronto, e molti altri ancora ritenevano riduttivo e ghettizzante utilizzare uno isolato e periferico come il Parco Lambro
L’estensione dei focolai antagonisti poi, aveva ormai raggiunto una scala trans-metropolitana e almeno secondo i Circoli, le attività rivendicative e l’affermazione delle proprie necessità, avrebbero dovuto spostarsi nel cuore della città capitalista”. Questa teoria prevalse, e anche in Italia finì la stagione dei grandi raduni autogestiti. 

3°) Il “nemico esterno” e il rapporto con la “merce

L’incapacità di risolvere collettivamente centomila rabbie, pesonalismi e solitudini alimentò una sorta di “fobìa del nemico” che provocò eccessi altrimenti evitabili. Ad esempio, iniziative plausibili come il controllo biglietti o l’allontanamento degli spacciatori trascesero spesso in soprusi ingiustificati
Per lo stesso motivo, anche a livello teorico fu impossibile eviscerare il tanto temuto concetto di "merce" attraverso un sereno dibattito politico. 
Così, in mancanza di un confronto collettivo, tutto ciò che veniva venduto, proposto (es: i concerti) o anche semplicemente esposto come un corpo fisico o un’idea, divenne bersaglio di critiche e pratiche estemporanee se non addirittura di espropri o di aggressioni

È evidente che così non si poteva andare avanti se non attraverso un successivo processo di ricomposizione, che però non avvenne mai.

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Festival del Proletariato Giovanile. Milano, Parco Lambro, giugno 1976 - Parte prima

parco lambro milano 1976LE PREMESSE

Il Festival del Proletariato Giovanile che si svolse al Parco Lambro di Milano dal 26 al 29 giugno del 1976 pose fine alla lunga stagione antagonista iniziata dopo il Sessantotto, e con essa anche a quell’immenso corpus di collettivi politici e creativi che per oltre sette anni produsse cultura e socializzazione, ma che proprio in quei piovosi giorni di prima estate dovette ammettere l’impossibilità di proseguire un discorso unitario

Troppe ormai le differenze intestine al Movimento, e abissali quelle che lo dividevano dallo spontaneismo dell’Autonomia Operaia Organizzata, ossia quel nuovo insieme di soggetti sociali nati, cresciuti, o comunque impiantati per vent’anni nei quartieri-ghetto delle silenti periferie metropolitane e che ora, giunti alla maggiore età, volevano riprendersi “tutto e subito” sia dalla vita che dalla politica: giovani sottoproletari, immigrati, precari, disoccupati

festa del proletariato giovanileCosì, quella che fu una straordinaria generazione rivendicativa cementata un tempo dall’ideologia della ricostruzione e dalle successive lotte politico-esistenziali, si ritrovò improvvisamente frantumata da personalismi, anarchismi, contraddizioni e facile preda dell’eroina di Stato. In più, disincantata dalla mancata vittoria del PCI alle elezioni politiche del 20 giugno. Sconfitta resa ancor più bruciante dal fatto che in quell’occasione il partito-guida registrò il massimo storico dei suoi consensi col 34,4% dei voti. 

Nessuno tra promotori del Festival avrebbe potuto immaginare ciò che sarebbe successo. Eppure, già durante i tre mesi della fase organizzativa risuonarono almeno due importanti campanelli d’allarme.
Primo: il rifiuto da parte di Comune e Provincia di fornire acqua potabile, energia elettrica e servizio di pulizia.
Secondo: l’anomalo comportamento di alcune forze in gioco che non solo “si occuparono di fornire strutture piuttosto che idee”, ma parteciparono a meno della metà delle nove commissioni istituite per gestire l’evento. In particolare, proprio gli stessi Circoli del Proletariato Giovanile si fecero vedere una volta soltanto: segno che avrebbero presenziato fisicamente al Festival ma senza coinvolgimento alcuno. 

Morale: solo le commissioni “Servizio d’ordine”, “Segreteria” e “Stampa” sarebbero state integralmente coperte da tutte le componenti organizzatrici, mentre le altre (Animazione, Servizi, Pronto Soccorso ecc.) rimasero in balìa degli eventi. Un quadro non certo confortante a fronte di un afflusso previsto di circa 100.000 persone di cui almeno 20.000 stanziali

MilanoLA LOCATION

La location, come noto, fu l’enorme Parco Lambro: un’area (quasi) verde di circa 770.000 metri quadri situata a nordest di Milano e attraversata dall’omonimo e inquinatissimo fiume.
La tessera per tutte le giornate costava 1.000 lire ma non furono molti a pagarla tenuto conto che l’area della manifestazione non era interamente recintata e i controlli pochi. Di fatto, la stessa tendopoli che inizialmente avrebbe dovuto sorgere esclusivamente all’interno del parco, si dilatò ben oltre i suoi confini. 

Strutturalmente invece, lo zoning prevedeva una serie di spazi multipli, ciascuno destinato a una funzione precisa: il vialetto d’ingresso costellato di bancarelle varie che sfociava nell’area degli stand alimentari disposti a raggera, la tendopoli sull’avvallamento e i servizi igienici nel fossatello adiacente il fiume. 
Cuore della manifestazione, due grandi spazi dedicati alla musica: quello intorno il palco principale per i concerti degli artisti più noti, e un prato laterale che ospitava il cosiddetto “palco B” per le jam session acustiche, i dibattiti, gli spettacoli teatrali, e i momenti di meditazione collettiva. Tra di loro, svettava la torre del Living Theatre (che per inciso si accontentò di un rimborso spese pari a un milione di lire dell’epoca) e, ai margini della movida, nell'attuale Via Licata al 41, il chiosco-ristorante privato La Capanna dello Zio Tom sul quale torneremo dopo. 

Ed è così che la mattina di sabato 26 giugno 1976, si aprirono (per così dire) i cancelli dell’ultimo grande raduno della Controcultura italiana
Il bollettino meteorologico non prevedeva nulla di buono, e difatti proprio nei giorni successivi le piogge avrebbero raggiunto il picco dei loro valori stagionali. In particolare lunedì 28 quando un violento temporale scaricò sui partecipanti 16 millimetri d’acqua e l’umidità superò il 65%. Ma questo forse, fu il male minore.

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE  

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20/05/2007 - 20/05/2016: Cinquecento Post, Nove anni insieme!

John's Classic Rock
Dearest Sisters and Brothers,

oggi ricorrenza doppia perché questo è il CINQUECENTESIMO POST pubblicato su John’s Classic Rock che oggi compie la bellezza di NOVE ANNI esatti!

Mai più quel 20 maggio del 2007 mi sarei aspettato di arrivare a tanto. Per cui, permettetemi di essere un po' autocelebrativo.

Per prima cosa però, GRAZIE DAVVERO A TUTTI !!! Per aver letto queste pagine, per l'affetto che mi avete riservato, per i vostri interventi, e per le lunghe chiaccherate che ci hanno accompagnato per ben oltre 3.200 giorni.

GRAZIE dunque alle lettrici e ai lettori, a tutti i frequentatori e i followers con molti dei quali ormai si è instaurato un bellissimo rapporto d'amicizia, agli addetti ai lavori e ai giornalisti che mi hanno tributato la loro stima, ai colleghi blogger e collezionisti con cui ci siamo scambiati pareri e informazioni e, last but not least, a tutti i grandi artisti che sono intervenuti con le loro preziose testimonianze.

Naturalmente, un ringraziamento particolare anche alla piattaforma di Blogger che ha reso tutto questo possibile. Un percorso iniziato con un timido post sul primo album di Battiato, e che oggi celebra il mio 500° intervento su un sito che sta per raggiungere la quota di due milioni e trecentomila pagine viste.

Abbiamo discusso tanto. Molto c'è ancora da dire, e state certi che farò sempre del mio meglio per divulgare quello straordinario periodo storico che furono gli anni Settanta, e soprattutto la sua musica: il Rock Progressivo Italiano.
Magari non posterò più con la frequenza di una volta, magari non saranno sempre schede inedite ma miglioramenti di quelle che sono tuttora deboli, ma sapete com'è ... in nove anni si cambia e si cresce. Di sicuro, la strada continua... e la lotta anche..

Per il momento dunque: AUGURI CLASSIC ROCK! e IL PIU' GRANDE ABBRACCIO A TUTTI VOI!

 Come sempre vostro,
 JJ John

Gianfranco Manfredi: Zombie di tutto il mondo unitevi (1977)

Ultima spiaggia
Con il Festival del Proletariato Giovanile di Re Nudo del 1976 si chiuse per sempre la stagione della Controcultura
Da quel momento in poi infatti, fu evidente che non si poteva più proseguire sulla strada tracciata negli anni precedenti e nulla sarebbe più tornato come prima.  
Disincanto e separatismi avevano ormai dilaniato un’intera generazione di militanti, e di lì a poco il riflusso neoliberista avrebbe richiesto ben altre strategie di opposizione

Un trauma che investì anche quel pop italiano che aveva proliferato all’interno del Movimento, e spesso se ne era fatto interprete attraverso un percorso creativo durato almeno otto lunghi anni. Sin quando cioè, le sue sofisticate architetture dovettero cedere il passo all’ironia iconoclasta del Movimento del 77 e all’immediatezza violenta e rabbiosa del punk

Tornando comunque ai mesi successivi al giugno 76, furono in molti a chiedersi il perché si fosse arrivati sino a quel punto, ma non sempre sapendo cosa rispondere, anzi: il dibattito fu talmente sofferto e complessso da occupare un intero numero speciale di Re Nudo

E vi contribuì anche il cantautore Gianfranco Manfredi, già da tempo raffinato lettore dei mutamenti sociopolitici in corso, condensando in un solo Lp tutti gli scenari, le aspettative, le delusioni e le contraddizioni che trasformarono un grande sogno in una bruciante sconfitta.

Zombie di tutto il mondo unitevi  1977L’album in questione era Zombie di tutto il mondo unitevi (Ultima Spiaggia, 1977), lucido ritratto di pratiche e soggettività proprie dei primi anni Settanta, ma anche impietoso nel raggranellare i cocci di quegli “zombie” che nella rivoluzione ci avevano creduto sul serio, e ora si sentivano lasciati soli a se stessi. 

Ed è proprio questa solitudine interiore e politica che produrrà l’Ultimo Mohicano: militante con ancora in mano il suo ultimo sanpietrino che chiede all’amico spazzino dove siano finite le barricate e la madama in assetto di guerra: Non ci sono più, dove le han portate?” 

La speranza in una ricomposizione impossibile è invece protagonista di Nella Diversità in cui si auspica come, superando i fatti del Lambro, le divergenze tra Autonomia e Movimento possano ricompattarsi in una collettivizzazione contro merci, martiri, santi ed eroi.  Purtroppo invano.

Ciò che però rese epocale l’album di Manfredi, furono sicuramente i due brani più ricordati: Un tranquillo festival pop di paura e Zombie di tutto il mondo unitevi. 

Il primo, scritto insieme a Ricky Gianco, è un circostanziato e fedele affresco scevro da qualunque ipocrisia sui giorni del Festival. Anzi: quasi un reportage, ma esteso sin dentro le coscienze. Un poster di umanità, diversioni e solitudini che confluirà in una tormentata cosapevolezza: “abbiamo fatto il punto, e niente è come prima”. 

È però "Zombie" il vero capolavoro del disco: cinque minuti densi e crudeli in cui le tipiche rime manfrediane si dipanano su un tappeto sonoro liquido e avvolgente, quasi fosse un mantra

Festival del parco lambro 1976
Un continuo alternarsi di nitide analisi politico-esistenziali e di pura poesia che non si limitò soltanto a restituire un passato ormai dismesso (quello degli "zombi proletari che solo nel silenzio sanno illudersi uguali"),  ma si aprì nei versi finali ad una straordinaria quanto inaspettata solarità:

 “Oltre questa storia ce n'è una più bella. E non è la memoria, non è la nostalgia […] È la storia segreta, la storia parallela. Là dove íl nostro inverno, diventa primavera”

Registrato negli studi milanesi della Ricordi tra il 18 aprile e il 5 maggio del 1977, Zombie di tutto il mondo unitevi sarebbe stato l’ultimo e il miglior disco incentrato sulla fine di un’epoca, prima che la repressione poliziesca e l’urbanistica silenziassero e inghiottissero intere metropoli con tutto il loro carico di creatività, intelligenza e conflittualità
Un album che senza parafrasi è un pezzo di storia, e come tale va ascoltato e letto. 

Per inciso, alla sua realizzazione collaborò il fior fiore dell'avanguardia di allora, ma anche molti musicisti fuoriusciti dal prog. Qualche nome: Gianluigi Belloni, Julius Farmer, Claudio Bazzari, Mauro Pagani, Roberto Colombo, Lucio Fabbri, Massimo Luca, Claudio Pascoli, Gianna Nannini, Ivan Cattaneo, Toni Esposito e naturalmente, il fedele amico Ricky Gianco.

Fili D'Erba: Fili D'Erba (1972)

rock prograssivo italiano
QUANDO LA PRODUZIONE FA LO SGAMBETTO...

Quando dal 1970 il pop italiano cominciò ad imporsi su scala nazionale, centinaia di gruppi tentarono di cimentarsi in quel nuovo genere così suggestivo e complesso: alcuni con risultati notevoli, altri in modo meno convincente non possedendo i codici atti ad interpretarlo (Dik Dik, Equipe 84, Gruppo 2001 ecc.) oppure non essendo riusciti a staccarsi del tutto dal beat anni Sessanta (es: I Santoni, e La Grande Famiglia). 

Stesso discorso vale per il mondo delle discografiche dove, parallelamente all’affermarsi di alcune etichette specializzate quali Bla Bla, Trident, Magma e Cramps, si scatenò una vera e propria caccia all’artista pop. Talora con audace spirito innovativo come nel caso della Derby per i Triade o della Picci per i Seconda Genesi, ma a volte facendo disastri come la Italdisc con i Fili D’Erba

Fondata nel 1956 da Davide Matalon, ex direttore artistico della Cgd, la Italdisc si fece subito notare per il suo spirito innovativo, cavalcando l’onda del neonato rock’n’roll italiano e producendo artisti di gran classe quali Ricky Gianco, Roberto Vecchioni, ma soprattutto Mina Mazzini (allora Baby Gate), che proprio grazie a Matalon inanellò una serie di successi dagli indotti stratosferici. 

Nel 1963 però Mina passò alla Ri-Fi, in capo a qualche anno la spensieratezza degli anni Sessanta cedette il posto a rivendicazioni e pragmatismi, il pubblico cambiò radicalmente, e all’alba del decennio successivo anche per la gloriosa Italdisc venne il momento di tirare le somme: o adeguarsi ai tempi, o chiudere. 

prog italiano 1972
Alché, nel 1972 Matalon decise di tentare la carta del pop, e a questo punto entrarono in gioco i Fili D’Erba, gruppo formatosi a Milano nel 1971 e composto da quattro musicisti già piuttosto esperti: il bassista Frank Del Giudice che si era fatto le ossa in Canada collaborando tra gli altri con Dave Clinton Thomas dei Blood Sweat & Tears; il chitarrista Lino Liguori, fratello del celebre jazzista Gaetano e imparentato con Gegè di Giacomo, nota spalla di Renato Carosone, il batterista Jean Pierre Olivas che aveva militato nell'orchestra di Perez Prado, e il tastierista classico Paolo Moderato

Attivissimi dal vivo nel Nord e nel Sud Italia, ma anche in Svizzera dove condivisero una tournee teatrale coi Pooh, i quattro suscitarono ben presto l’attenzione della manager italo-egiziana Dina Piattoli della Chappel Music la quale, dopo aver ascoltato due loro provini per un potenziale 45 giri That's my life / I want you back, li apprezzò al punto da dirottarli proprio da Matalon per registrare un intero Lp
Nacque così nell’aprile del 1972 Fili D’Erba: album di undici brani prodotto da Renato Pareti e registrato su otto piste dal fonico Alberto Trevisan, lo stesso che cinque anni dopo si sarebbe occupato della Pentola di Papin. Otto i pezzi originali e tre le covers tra le quali spiccava Il Cieco: versione italiana di Jo’s Lament di Rod Steward su testo di Roberto Vecchioni e dello stesso Pareti

Il disco invero non fu propriamente d’avanguardia, anzi: fatta eccezione per Confusion e V.i.p. (che da sole valgono comunque l’intero l’album), esso apparve più come un collage poco omogeneo, stilisticamente ondivago, e spesso datato sia come sound che come testi. 

recensioni rock progressivo italiano
Però, si trattò anche di un lavoro solido, professionale, molto ben eseguito, e che tra l’altro la band promosse massicciamente all’interno del cicuito controculturale: partecipando a numerosissimi festival Pop in tutta Italia accanto a nomi storici del prog quali Delirium, Banco, Osage Tribe, Capsicum Red, Teoremi e Numi, e persino ad un singolare concerto per i detenuti del cacere minorile Beccaria di Milano. 

Ma allora: cosa non funzionò al punto di riconsegnare i Fili d’Erba all’anonimato
Stando a Frank Lo Giudice, la causa principale fu al 90% la produzione di Renato Pareti: un compositore leggero (Donna Felicità per i Nuovi Angeli; Mister Amore per Toni Dallara) e poco avvezzo al rock, che non solo impose a Frank un modo di cantare a lui inadeguato, ma non si occupò nemmeno di spingere il disco. 
Si aggiungano poi gli esigui investimenti della Italdisc, ed ecco perché i Fili D’Erba furono lasciati a se stessi. Insomma, un’occasione sprecata

In fondo il gruppo possedeva tecnica, intuito, perseveranza, ed anche una certa consapevolezza per bypassare i limiti del loro primo album, e come nel caso dei Flashmen, anche a loro sarebbero bastate un po’ più di fiducia e sicuramente una produzione più oculata

Si ringrazia per le immagini il SITO UFFICIALE DEI FILI D'ERBA

I Flashmen: Pensando (1972)

Rock progressivo italiano
UN PICCOLO GIOIELLO, MA SENZA EREDI

Il quartetto cremonese dei Flashmen  si forma intorno al 1967 intorno a Silverio “Silver” Scivoli, tastierista carrarese già esibitosi dal vivo con I Corvi prima del loro debutto discografico

La band, il cui nome deriva dal film Flashman (1967) del regista Luciano Martino, propone un beat melodico non particolarmente originale, ma quanto basta per attirare l'attenzione della Decca (all’epoca discografica dei Delfini, del debuttante Julio Iglesias, ma anche dei Rolling Stones), che nel 1969 pubblica il loro primo 45 giri Il mondo aspetta te.

Il disco fa cilecca, e a quel punto, essendo già piuttosto conosciuti nelle sale da ballo, i quattro musicisti decidno di affidarsi alla Kansas di Miki Del Prete, etichetta più affine alla musica leggera con la quale rimarranno per ben cinque anni in compagnia tra glia altri di Camaleonti, Capricorn College ed E.A.Poe 

Arrivano così i primi due 33 giri Cercando la vita e Hydra, più quattro nuovi singoli: sempre in stile easy listening, ma con un crescente impiego di sonorità più complesse che raggiungerà il suo apice nel 1972 con l’Lp Pensando, ritenuto unanimemente il capolavoro del gruppo, ma curiosamente anche l’unico album che si spingerà oltre il pop melodico

E in effetti, ascoltandolo, si resta davvero sorpresi nell’appurare come sin dalla prime note, il sound tipicamente mellifluo dei Flashmen abbia lasciato il posto a un rincorrersi di atmosfere gotiche (Ingresso; Maria), hard blues (Ma per colpa di chi), rock (Ma pugno di mosche; Fortuna E mente), progressive (Sogni e delusioni; Sortita), e persino ad una bossa in salsa psichedelica (Amo mia madre). 

1972 - PensandoE non mancano neppure i riferimenti. In Un pugno di mosche si intravedono i primi Alluminogeni - specie per la somiglianza della voce di Scivoli con quella di Patrizio Alluminio – e in certi passaggi di tastiera sembra persino di cogliere qualcosa degli Jacula e dei New Trolls al culmine della loro acidità (Qualcosa per sognare). 

Un prodotto notevole insomma, ulteriormente avvalorato da un’esecuzione limpida e decisa, da un’incisione sopra le righe, dai testi graffianti e moderni, nonché solido e originale nella sua struttura di dieci brevi canzoni racchiuse tra un Ingresso e una Sortita, proprio come nei migliori concept album

Diciamo quindi che, nella sua complessiva convenzionalità, le rarissime volte la Kansas decise di pubblicare lavori d’avanguardia come ad esempio Generazioni degli E.A.Poe, centrò pienamente il bersaglio. Questo anche se, per un motivo o per l’altro, non riuscì mai a dare alla sua piccola scuderia progressiva un minimo di visibilità, lasciandola alfine in balìa di un mercato notoriamente impietoso nei confronti dei gruppi minori. 

E di fatto, anche se i Flashmen parteciparono a diversi Festival Pop tra cui il Davoli Pop del 72 a Reggio Emilia, non riuscirono mai ad imporsi nel circuito alternativo, tornando ben presto al sound delle origini.

Un vero peccato perché Pensando fu un album perfettamente allineato a quella sete di nuovo ad ogni costo che pervase il 1972, e forse, un minimo di soddisfazioni in più avrebbe potuto convincere il gruppo a proseguire sulla strada del rock . Magari perfezionando quelle carenze di cui Pensando evidentemente soffriva. 

Pensando 1972Un eventuale secondo disco prog dei Flashmen, per esempio, avrebbe potuto sviluppare meglio le intuizioni più forti, magari in forma di suite. Evitare quelle fastidiose dissolvenze in uscita tipiche dei brani da juke box sostituendole con chiusure più decise come in uso nella musica classica. Stemperare poi le reminescenze underground a favore di una maggiore comunicatività, anche in senso politico, perché no? Del resto, che lo si voglia o no, nel 1972 tutta l’avanguardia stava andando in quella direzione. 

Tutte migliorìe che non sarebbero state difficili da realizzare considerando l’abilità e l’intuito dei Flashmen, ma chissà: forse prevalsero motivazioni di sopravvivenza commerciale, forse il gruppo si rese conto di non potere (o volere) tenere il passo con la velocissima evoluzione del prog italiano, o forse ancora, si accontentò di dimostrare, anche per una volta soltanto, di essere stati in grado di affrontare il “nuovo che avanzava” alla pari se non meglio di certi loro colleghi ben più blasonati. 

E in effetti, se paragonato a Id dell’Equipe 84, a Suite per una donna assolutamente relativa dei Dik Dik, ma anche a molti altri lavori contemporanei, Pensando merita ancora oggi tutte le note d'encomio gli vengono tibutate da qualunque appassionato di Pop italiano..