IL RITORNO DEL POP ITALIANO di Paolo Barotto (1989)

Paolo Barotto, Il Ritorno del Pop Italiano

DEAR SIS AND BROS, PROSEGUIAMO CON LA NOSTRA SERIE "BIBLIOTECA ROCK" CON UN LIBRO E UN PERSONAGGIO FORMIDABILI. L'ACCOPPIATA CIOÉ, CHE ALL'ALBA DEGLI ANNI NOVANTA HA RESUSCITATO LA GRANDE PASSIONE ITALIANA PER IL ROCK PROGRESSIVO, E LE CUI VICISSITUDINI NON SONO STATE SOLTANTO UNO SPACCATO DI VITA E COSTUME, MA UN VERO E PROPRIO CAPITOLO DELLA STORIA MUSICALE ITALIANA. PERCHÉ SENZA DI LORO, FORSE, IL NOSTRO PROG NON SAREBBE SOPRAVVISSUTO, O LO AVREBBE FATTO IN MANIERA MOLTO MENO SIGNIFICATIVA.
UN GRAZIEDI CUORE QUINDI AL MIO AMICO PAOLO BAROTTO PER L'INTERVISTA E LE FOTO ESCLUSIVE CHE HA VOLUTO CONCEDERCI. 

BUONA LETTURA E NATURALMENTE...
BUONE FESTE E BUON ANNO NUOVO A TUTTI. JJ.

  Quando comprai questo libro, nel lontano 1989, il Prog italiano stava gradualmente riprendendosi dopo quasi dieci anni di letargia, sia come musica, sia come riscoperta del suo mezzo di diffusione principale: il vinile. Una passione ufficializzata dalla prima edizione di "Vinilmania" il 6 settembre 1986 nella "Sala Venezia" di Via Cadamosto a Milano, e che prosegue ancora oggi grazie a un continuo florilegio di mostre, mercatini, pubblicazioni, concerti, union, reunion eccetera.
 
Ma torniamo all'89. Tra i dischi più ricercati dell'epoca c'erano Ad Gloriam, Tardo Pede e Scolopendra; il pubblico delle fiere era numeroso e curiosissimo, ma non sempre a tanto interesse corrispondeva altrettanta preparazione musicale.  Molte discografie erano lacunose, gruppi quali i Blues Right Off, il Richard Last Group e gli Psycheground Group non si sapeva neppure chi fossero, e c'era pure chi credeva che il Biglietto Per L'Inferno fosse di Lucca anziché di Lecco.

Allo stesso modo, vendere e acquistare vinile era un campo minato, grading e quotazioni si davano un po' a spanne (io ad esempio non ho mai capito la differenza tra un VG++ e un NM-), e il mondo era pieno di gente che aveva in casa dischi rarissimi e neppure lo sapeva.

Poi naturalmente c'erano gli espertissimi che sapevano (quasi) tutto: Franco Brizi, Raoul Caprio, Vinyl Magic, Augusto Croce, Mathias Scheller,  ma il primo che pensò di immortalare le sue conoscenze progressive nero su bianco, fu un ventiseienne di Luserna San Giovanni, appassionato di musica sin da tenera età, e che da teenager faceva incetta di riviste pop e dischi "strani".

Paolo BArotto, 1989
Paolo Barotto, 1989
Il suo nome era Paolo Barotto, ribattezzatosi per l'occasione Paul Bareight.
E fu così che nel 1989, redatto in proprio con una Olivetti Lettera 35 e stampato in 700 copie presso la tipografia Stiligraf (gestita da compaesani dell'autore) uscì "Il Ritorno del Pop Italiano".

In tutto 190 pagine in formato A5 contenenti oltre 200 monografie di gruppi pop tra il 1969 e il 1978, foto, interviste, alcune brevi osservazioni critiche e storiche, e naturalmente le discografie di ogni artista con tanto di grado di reperibilità del supporto. A = disco comune, D = disco raro, G = disco praticamente impossibile da trovare.

Malgrado qualche trascurabile refuso, non appena il libro entò nei circuiti di vendita (principalmente fiere e negozi specializzati), si capì subito che avrebbe rivestito un ruolo centrale nella conoscenza e nella diffusione del Prog italiano.

Innanzitutto perché era il primo di quella che sarebbe stata una lunga serie, ma soprattutto perché A) l'autore  intercettò perfettamente le esigenze di neofiti e collezionisti e B) lo fece esattamente nel momento in cui il mercato del Prog inziava la sua fase virale, contribuendo così a sviluppare sia un mercato che una cultura. Che non è da tutti.

Paolo Barotto Lettera 35
La  mitica Olivetti Lettera 35 con cui
  Paolo ha scritto Il Ritorno del Pop Italiano

E di fatto, la prima edizione del libro sparì in fretta dal mercato (oggi una copia originale tenuta bene costa intorno ai cento euro), prontamente sostituita da una seconda riveduta, ampiata e corretta, e con tanto di Cd audio allegato, prodotto dalla Vinyl Magic di Milano.

... e per quanto riguarda il resto... direi di rivolgerci direttamente all'autore che sono orgoglioso di avere qui con noi, in esclusiva per i lettori di John's Classic Rock.


JJ. - Carissimo, tu sei stato proprio il primo a mettere nero su bianco biografie e discografie dei gruppi pop e prog italiani. Puoi raccontarci un po' la genesi "intima" di questo libro.

P.B. - Io ho iniziato a catalogare i dischi e le discografie dei gruppi italiani su di un agenda nel 1979 ritagliando recensioni e fotografie e articoli dalle riviste specializzate dell'epoca in auge dal 1970 al 1977 cioè Nuovo Sound, Super Sound, Ciao 2001, Qui Giovani ecc.
Molti altri gruppi come i Procession ed i Metamorfosi me  li fece conoscere il mio compaesano Enrico Noello, ed altri ancora, quando venne il momento di scrivere il libro, li contattai telefonicamente dopo una ricerca sulla guida telefonica (all'epoca non c'era Internet) per farmi dare la formazione del gruppo e la città di appartenenza .

Paolo Barotto manoscritto originale
L'agenda originale di Paolo Barotto (1979)


JJ. - Passione allo stato puro...


P.B. - E infatti è proprio in quel decennio, dal 1979  al 1987, che mentre studiavo a Torino, frequentavo sia le bancarelle dell'usato che i negozi di dischi.

In particolare DOREMI di Moncalieri, a poche centinaia di metri dalla scuola, dove il marito della proprietaria era un rappresentante della Rca e periodicamente mi faceva trovare per 5.000 lire  degli lp che all'epoca erano invenduti come Sirio 2222 del Balletto di Bronzo, Io come Io del Rovescio Della Medaglia, (col medaglione, ovviamente) o Atlantide dei Trip.

E Sempre in quel periodo, c'era alla stazione di Porta Nuova una bancarella di un tizio che veniva sopprannominato Noé, ed io in attesa del treno spulciavo nei dischi da 3.000 lire per scoprire quei gruppi italiani di cui non si erano mai avute notizie nemmeno sulle riviste specializzate.

JJ - E cosa trovasti nella bancarella del Noé....


P.B. Leo Nero, "Vero", Metamorfosi "Inferno", dai Murple a Ninni Carucci. Essendo pero' uno studente squattrinato (rinunciavo alla merenda a scuola tutta la settimana per comprarmi un disco). ne lasciai molti. Mi ricordo una svendita per chiusura del Discolo di Torino con 5 copie per tipo sigillati di molti titoli prog a 3000 lire! E io ne prendevo a fatica una copia  per me. Se  avessi preso tutti i dischi che mi sono passati tra le mani, oggi potrei avere un panfilo in Costa Azzurra.

JJ - E siamo arrivati negli anni Ottanta, in cui inizia il fenomeno del collezionismo prog.

Paolo Barotto
Il libro con la classica grafica Macintosh II
 P.B. - Esatto. Dunque... verso la seconda metà degli anni Ottanta, sul Ciao 2001 c'era una rubrica dove potevi pubblicare gli annunci, e così i vari collezionisti del genere si misero in contatto tra di loro nei posti più disparati d'italia. Ricordo i primi contatti con Franco Gentile di Bassano Del Grappa, con Gioacchino Astarita da Napoli, o Vittorio Zingales da Pozzo di Gotto. Molti mi chiedevano tramite lettera quanti dischi aveva inciso quel tale gruppo, se avevano fatto dei 45 giri inediti, se precedentemente suonavano in qualche gruppo beat, ecc..

E fu a quel punto che decisi di pubblicare un libro a livello amatoriale. In partenza, pensavo di pubblicarlo in 200 copie almeno per rientrare delle spese e per paura di non venderle, poi però il mio amico d'infanzia e tipografo Luca Perrachino fortunatamente mi spinse a stamparne almeno 500, perché il grosso costo era di impostarne uno e non tanto il costo della carta.

JJ - E alla fine quante copie stampasti?

Settecento.

JJ - Usasti il Macintosh, Plus vero? La grafica è inconfondibile.

P.B. - No, il libro lo scrissi con la macchina da scrivere Olivetti Lettera 35 e successivamente lo dettai sul computer al mio amico in tipografia (ricordo le sere fino a tarda ora sia per trascriverlo che per impostarlo ). E anche per le foto mettevamo gli originali in un macchinario, ed usciva un l'immagine bianco e nero che avremmo usato sul libro.

JJ - La copertina però era a colori.


P.B. -
Diciamo che avevo le idee abbastanza chiare, e scelsi infatti una copertine a colori che ritenevo migliore, e questo fece da "traino" alle successive prime fiere del disco in particolare Vinilmania.

Paolo Barotto, Il Ritorno del Pop Italiano
LA FAMIGLIA BAROTTO FESTEGGIA
  IL NUOVO ARRIVATO (1989)

JJ - C'era una distribuzione o hai venduto tutto di persona?


P.B. - Non diedi il libro in distribuzione ma li spedivo in ogni parte d'Italia e qualche centinaio di copie le diedi in conto vendita ai negozi di dischi specializzati come Rock'n'Folk di Torino, La Casa Del Disco di Varese. Disfunzioni Musicali di Roma.

All'inizio molti standisti compravano anche il libro perchè avevo inserito il grado di difficoltà in base alla rarità, e quindi gli serviva come strumento di lavoro. E nel frattempo molti privati iniziarono a chiedermelo anche dall'estero, in particolare dal Giappone, ma anche da Belgio , Germania e Francia.
Il libro lo terminai in un paio di mesi, dopodiché mi accordai con la Vinylmagic di Milano per le edizioni successive, ma questa è una altra storia.

JJ -  E cosa ne pensarono gli stessi musicisti del tuo lavoro? Credo che molti di loro si stupirono nel vedersi menzionati dopo anni di oblio. 

P.B. - Caspita, si. Stupiti quando li contattavo, felici e orgogliosi di essere ricordati, e di raccontarmi le loro avventure.
Mi ricordo che quando contattai Pino Sinnone dei Trip e Daniele Ostorero degli Alluminogeni per le le interviste allegate al libro, mi dissero che dall'epoca (QUINDI PER QUASI 15 ANNI!) nessuno li aveva mai più contattati.
Adesso mi dicono che sono contattati quasi periodicamente, anche se la gran parte lo fa per chiedergli se hanno ancora dei dischi originali da vendere. Ricordo che molti vennero  appositamente in fiera per prendere il mio libro come Joe Vescovi dei Trip, uno dei miei miti giovanili!
 
JJ - Dovessi dare oggi un giudizio alla tua opera oggi?

P.B. - Ovviamente, guardandola a distanza di 30 anni rimane  un opera incompleta ma all'epoca, senza internet, penso di aver fatto il massimo.  

JJ - Ultima cosuccia. In che misura il pop e il prog italiano degli anni Settanta hanno cambiato la musica italiana?

 P.B. - Beh! è una domanda che fatta a me ti dà già la ovvia risposta. Ovviamente si anche se molti non la pensano così  

JJ - Quindi ha senso fare prog ancora oggi?  

 P.B. - Certo che si, incoraggio sempre i gruppi giovani a proporre peszi propri e proseguire  a suonare, anche se al momento in Italia,  se non fai cover non ti chiamano a suonare  da nessuna parte . Anche se il new prog  in Italia non ha un grande seguito rispetto ad altri paesi  è un genere di musica che spero non morirà mai. 

(PAOLO BAROTTO, JOHN N. MARTIN 12/2022) 

 POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Cacciatori di Prog. Storia del disco raro in Italia di John "JJ" Martin

Goblin: Il Fantastico Viaggio del "Bagarozzo" Mark (1978)

GOBLIN 1978
  Il 1978 fu un anno-chiave sia per la società che per la musica italiana. Volsero al termine le lotte politico-produttive e iniziarono quelle per il controllo del consenso e la conquista degli spazi urbani.

La Controcultura si era ormai dissolta sotto il peso delle sue diversità, l'Autonomia stentava anch'essa ad arginare personalismi, spontaneismi, e un'ormai cronica confusione ideologica, però si affermavano senza sosta le occupazioni a scopo abitativo o culturale. Spazi liberati e autogestiti nel cuore delle grandi città che, pur se pcontinuamente minacciati dalla cosiddetta eroina di stato "spacciata a quintali per minare una generazione", diceva Finardi, sarebbero diventati le roccaforti del contropotere anni Ottanta
Il cambiamento insomma era nuovamente d'obbligo, e anche le storiche leve del Prog dovettero prenderne atto.

Il Banco ad esempio, lo fece inglobando classica e fusion in un disco magistrale ma molto diverso dal passato, la PFM si appoggiò su Manfredi e Lanzetti per rinverdire un parco idee ormai fermo dal 74, Le Orme regredirono alla musica da camera, mentre gli Area si congedarono da tutto e tutti con un capolavoro di dignità e coerenza
 
E mentre le nuove leve irrompevano devastanti (Faust'O, Chrisma, i neo punk italiani ecc....) e gli autori si affidavano a una comunicatività più diretta (da Sorrenti a Cattaneo, da Finardi alla Nannini), anche i Goblin, gruppo storicamente legato alle colonne sonore, decisero di cimentarsi con un altro lavoro a sé stante.

Nella fattispecie, un concept album interamente cantato in italiano in cui un abitante della terra di Goblin [tale Mark, personificato da uno scarafaggio] riusciva a redimersi da vizi e droghe anche grazie al rock. Titolo: Il Fantastico Viaggio del 'Bagarozzo' Mark.
 
Goblin Bagarozzo Mark
 Trainato dal compianto Massimo Morante, per l'occasione trasformatosi in autore e cantante, la band iniziò a lavorarci su nell'estate 1977 non appena terminata la colonna sonora del film La Via della Droga di Enzo Castellari. Lo registrò poi in autunno nei nuovissimi studi Trafalgar della Cinevox sotto la guida del fonico Giorgio Agazzi, e dopo aver onorato una marea di impegni inclusa la residua promozione di Suspiria, lo concluse finalmente il 5 aprile 1978, data ufficiale del master mixato da Gaetano Ria

  Eppure, malgrado i Goblin fossero entusiasti del loro lavoro al punto di allestire una nuova e costosissima tournée a base di effetti spettacolari e un impianto da mille e una notte, una volta messo in commercio, l'album fece miseramente cilecca: vendette poco, fu snobbato da radio e Tv, e a parte qualche critica benevola come quella di Piergiuseppe Caporale sul Ciao 2001, ottenne un riscontro così deprimente da provocare lo scioglimento della band. 
Ma perché? 
 
Goblin, Discoring 1978
DISCORING con Bagarozzo -  28.5.1978
 Perché malgrado la tecnica sopraffina, il sound prodigioso, e un'energia invidiabile [e chi non ci credesse si ascolti "La Danza" con tanto di ostinato à la Baba O' Ryley, o anche il finale di "...e suono Rock" che sembra condensare il meglio del Rovescio della Medaglia in neppure tre minuti], il “Bagarozzo” conteneva tante di quelle tare da trasformarlo in un monumento alla supponenza.
 
E anche se non tutti se ne accorsero, di sicuro lo fece la stampa specializzata che, per rispetto o per scelta, si comportò addirittura  come se il disco non fosse mai esistito.
 
Ma vediamo nei dettagli cosa accadde, e come influì sulle sorti del gruppo.
 
Promozione. Stando alle parole dello stesso Simonetti, la Cinevox, specializzata esclusivamente in colonne sonore, non si occupò abbastanza della band nella sua dimensione autonoma. E questo condannò il disco all'anonimato.
 
 Immagine. Il pubblico non era abituato a considerare i Goblin come gruppo a sé stante, tantomeno in una dimensione narrativa come quella del concept album. E siccome già Roller non convinse a sufficienza, è chiaro che “Mark” avrebbe avuto bisogno di un maggiore sostegno.
 
 Autarchia. Ma il problema maggiore fu che, pur se oberato di lavoro, il gruppo volle fare tutto da sé. Declinò dapprima l'offerta di collaborazione da parte di Giovanni Tommaso del Perigeo che si offrì di aiutarli negli negli arrangiamenti, e anziché avvalersi di un autore professionista si affidò al solo Morante che, con tutto rispetto, non si dimostrò all'altezza.
 
Goblin -  Bagarozzo Mark
Dialettica
. In sostanza, proprio come fece l'anno prima Battisti con Images, anche i Goblin sottovalutarono l'importanza dei testi, e sciaguratamente lo fecero proprio nel momento in cui la comunicazione verbale era all'apice del suo potere conflittuale. In un periodo cioè, in cui il pubblico soppesava ogni singola parola alla ricerca di un significato o di un messaggio e le banalità o le inadeguatezze venivano severamente punite.
 
Titolo. Allo stesso modo, virgolettare in copertina un termine come 'bagarozzo' nel momento in cui si tentava di reintegrare i termini dialettali nella lingua italiana [vedi Gino Paoli del 1975 con Ciao Salutimme Zena del 1975, RepubblicA di Gianco nel 1976 e il primo Pino Daniele] sembrò uno snobbismo del tutto fuori luogo.
 
Narratio. Curiosamente, i cinque brani che narrano la storia di Mark, non sono né contigui né in ordine narrativo.
Tecnicamente la sequenza corretta avrebbe dovuto essere 1) Mark Il Bagarozzo 2) Terra Di Goblin 3) Notte 4) La Danza e 5) Un Ragazzo D'Argento, mentre fuori contesto c'erano Opera Magnifica, Viridiana ed "...e suono Rock". 
Invece le componenti del concept che gli outsider vennero mischiate tra loro senza alcuna logica, facendo perdere all'album continuità, senso e coerenza stilistica.
Un esempio per tutti; l'estatica "Terra Di Goblin" compressa tra il funky un po' guascone di "Un ragazzo d'Argento" e la pomposa psichedelia di "Viridiana". 
 
Grafica. Colpo di grazia, la trama ci parla di un reietto marginale con problemi di droga (che visti i tempi era quasi sicuramente eroina, sostanza dall'effetto notoriamente devastante), mentre il bagarozzo che lo rappresenta sembra quanto di più sano, simpatico e felice possa esserci al mondo. Era Mark che si era redento? Chissà.
 
I Goblin insomma pretesero di avere una coerenza espressiva che scoprirono di non avere, i già labili rapporti interni si incrinarono ancora di più, come se non bastasse, tra maggio e luglio Morante e Simonetti furono colpiti da due lutti familiari, e dopo un concerto al Teatro Ariston di Sanremo, il Morante se ne andà. sostituito da Carlo Pennisi.

Per chi volesse sapere tutto, ma proprio tutto sui Goblin, vi consiglio i siti:
SETTE NOTE IN ROSSO del mio amico Fabio Capuzzo, 
e il dettagliatissimo TERRA DI GOBLIN.
 
Per coloro che invece volessero leggersi una delle biografie più complete e dettagliate della band romana, scrivete a Fabio goblinsettenoteinrosso@gmail.com e dite che vi manda JJ.

SUPERONDA di Valerio Mattioli (Baldini & Castoldi, 2016)

Superonda. Storia segreta della musica italiana

"Avrei voluto scriverlo io” è di solito il miglior giudizio che uno scrittore da ad un libro altrui. E non solo perché ne ha apprezzato i contenuti, la scorrevolezza, e la proprietà di linguaggio, ma perché i suoi valori sono diventati per lui un nuovo modello a cui riferirsi. “Conflittualità” la chiamiamo noi analisti: ossia quando il valore di un’opera (di un'idea, di una pratica ecc.) supera i limiti di compatibilità di un sistema, e riesce a trasformarlo.


E in questo senso, tra i tanti saggi sulla storia del rock che ho avuto il piacere di leggere, Superonda. Storia segreta della musica italiana di Valerio Mattioli, merita una menzione particolare perché, a parte la solidità narrativa, ne ho invidiato la precisione storica, la competenza analitica ed anche il coraggio.

Perché, prendendo a prestito le parole di Federico Sardo su vice.com, fatta eccezione per "Ribelli con Stile" di Matteo Guarnaccia (350 pagine in corpo 10) neppure io ricordo "negli ultimi decenni, libri di questa portata critica, riassuntiva ed enciclopedica a 360 gradi, in grado di mettere un punto e di storicizzare anche per i posteri un periodo così importante".

.E infatti il libro è tutt'altro che breve. "Sembra un mammut", ha detto qualcuno, conta la bellezza di 660 pagine, è costato all'autore cinque anni di lavoro, e stando alla quarta di copertina, ci parla di 

quelle musiche che tra 1964 e 1976 riuscirono a sviluppare linguaggi originali, in grado per una volta di proiettare la musica italiana all'estero, esercitando una sotterranea influenza sul mondo dell'elettronica, del rock alternativo, e delle musiche sperimentali”. 

Una storia che comincia quindi col rock’n’roll di Celentano, si conclude con il “tranquillo festival pop di paura” del Parco Lambro 1976, e naturalmente ingloba tutta la miglior musica italiana dal Banco a Battisti, dagli Area a Morricone, ma senza mai dimenticare quelle relazioni causa-effetto che hanno avvalorato o meno gli uni o gli altri.Ovvero, la capacità di un artista di relazionarsi alla società in cui vive, di comprenderla e di narrarla, e se parliamo di geni, di mutare il presente e modulare il futuro in base alle proprie idee.

Valerio Mattioli - Superonda
VALERIO MATTIOLI - Foto zero.eu

Ed è così che entrando e uscendo dalla storia, tra aneddoti, rimandi, interviste e citazioni, prende vita appunto quella “superonda” che non è non è semplicemente la storia della musica pop ma della nostra cultura contemporanea

Perché “è impossibile parlare di musica senza relazionarsi alla società che l’ha prodotta”. Questo è un assunto che sia io che Valerio difendiamo a spada tratta e il suo libro non è che una gradevolissima conferma.

Leggendolo partirete con la procace Anita Ekberg che soccorre un giovane Celentano rovinosamente caduto cantando Ready Teddy nella Dolce Vita di Fellini

Poi arriveranno Berio, Morricone, Rota e Schifano che ci introdurranno alla musica per gli occhi parlandoci di cinema, psichedelia e pubblicità, mentre la terza parte, quella più lunga, entrerà finalmente nel vivo della situazione. Da quando cioè i primi Teddy Boys italiani (anno 1959 quindi) dimostrarono incontrovertibilmente che anche i ragazzi italiani avevano un'anima complessa, selvaggia e antiautoritaria, e quando iniziarono i primi grandi conflitti sociali, risposero non solo a suon di rivendicazioni, ma anche di musica. Un dualismo che Valerio racconta con una dinamica colloquiale ma avvincente, mai noiosa, e riuscendo perfettamente nell'impresa di solcare indenne le varie fasi di questo lungo e complesso percorso socio-musicale: i beat, il femminismo, le lotte operaie, la strage di Stato, l’Underground, la lotta armata e la Controcultura.

Perché, dice sempre Valerio a vice.com "sarebbe stato assurdo [parlare di musica] senza tenere conto di quello che fu l'Italia del periodo, no?".

Naturalmente non è un tascabile né un’opera da leggere tutta d’un fiato, ma neppure con l’ansia di prestazione di fronte a mezzo chilo di libro. Anzi, fatevi trasportare dall’onda della storia... no, che dico: dalla superonda della storia e della musica, e lasciatevi intrigare da quel suo tessuto connettivo che è vero, è molto complesso, ma è anche parte integrante del nostro DNA.

Vi lascio con due link dove l'autore parla a ruota libera della sua opera: il primo è un'intervista di Stefano Pifferi su Sentireascoltare, e una sua biografia per dudemag.it.

A tutti, 
Buona Lettura.  

Superonda (Storia segreta della musica italiana) di Valerio Mattioli
2016, Baldini & Castoldi, Milano
Formato 14x19, 660 pagine
Acquista su AMAZON


Scorpyo: Destinazione infinito / Visioni (7" - 1977)

skorpyo destinazione infinitoAprile  2019 - A DISTANZA DI NOVE ANNI DALLA PRIMA PUBBLICAZIONE DI QUESTO POST,  
ELVIO VALENTE DEGLI SCORPYO INTERVIENE NEI COMMENTS
 PER FARE ULTERIORE CHIAREZZA SULLA LORO STORIA.
Grazie Elvio, e grazie JJ.

NEI COMMENTS, INTERVIENE SPIEGANDO ESAUSTIVAMENTE LA STORIA DI QUESTO DISCO BOBO SALMOIRAGHI, EX COMPAGNO DI GRUPPO DEL FUTURO CHITARRISTA DEGLI SCORPYO (ED EX HELLUA XENIUM) PIERO GIAVINI. GRAZIE!


Destinazione Infinito”/”Visioni” è il primo e unico vinile degli Scorpyo pubblicato nel 1977 dall’etichetta Radio Records e catalogato col n° RRS 2075.
Secondo il “Record Collector’s Vault” per portarsi a casa un esemplare neppure Mint, ci vogliono almeno 250 euro, il che lo renderebbe uno dei singoli più rari e ricercati sul mercato nazionale, in buona compagnia con quello dei Lydia e gli Hellua XeniumGuai a voi”/“Invocazione”, edito nel 1973 dalla Rusty Records (cat. n° RR204 distribuzione Eco-Ares, Verona).


Date le scarsissime informazioni su questi due monoliti del collezionismo italiano, non pochi appassionati di Prog vorrebbero saperne di più e per questo tenteremo di ricomporne la storia.


Innanzitutto, è quasi assoldato che le due bands, Lydia e Scorpyo, fossero collegate tra di loro, visto che ebbero in comune gli autori di tutti i loro brani: Fernando "Nando" Lattuada e Rinaldo Prandoni detto “Complex”.
Lattuada musicò il “Mare nel cassetto” a Sanremo ’61 anche se egli stesso definì quell'episodio "incidentale" nella sua carriera. Rinaldo Prandoni era invece un cantautore e chitarrista milanese che nel 1973 fondò insieme ai novaresi Claudio “Klaus” Tiscione (basso) e Walter Commizzoli (batteria) il trio “In tre sulla strada”.

Tiscione aveva trascorso il periodo Beat con I Pipistrelli e I Cuori di Pietra mentre Comizzoli era negli Angel Faces. Entrambi confluirono poi nella Electric Blues Band che oltre ad autoprodursi in studio diverso materiale, si esibì come spalla delle Orme.

Poco dopo, mutato il nome in “In tre sulla strada”, il terzetto venne scritturato nel 1973 dalla Radio Records (distribuzione Ariston) e incise il suo unico album a matrice cantautorale che però non ebbe sufficiente riscontro di vendite. Contrariamente a quanto affermato da alcune fonti, i tre non ebbero alcuna attività dal vivo e non fecero mai da supporter ai New Trolls.

Sciolto il trio, Commizzoli e Tiscione rimasero alla Radio Records come turnisti fissi suonando per diversi artisti quali Marcella Bella (solo Tiscione) e per il cantautore Christian.

Dal canto suo, Prandoni adottò lo pseudonimo di “Complex” e collaborò come autore con svariati musicisti di chiara fama tra cui Nada, Dalida e, cosa più interessante per la nostra storia, con alcune bands sommerse del Pop italiano: gli Juniors di Gianni Pettenati, i misterosi Vocals che facevano covers dei Deep purple e dei Fleetwood Mac e, guarda caso, con Lydia e gli Hellua Xenium.

 
lydia e gli hellua xeniumSu questo ultimo gruppo e i loro due singoli del ’73 e del ’74, girano molte più leggende che verità. Sicuramente però occorre ammettere che il loro sound fosse piuttosto avanti coi tempi sia per impostazione che per impatto sonoro.

Invocazione” (1973) per esempio, è un heavy rock sostenuto da incalzante drumming in stile psichedelico (si immagini “Set the control...” dei Pink Floyd) che si dimezza dopo un grintoso riff di chitarra durante il successivo cantato e ricompare violentemente nella piena orchestra finale.
I testi dal sapore mistico e underground contengono riferimenti millenaristici piuttosto evidenti e probabilmente è per questo che il disco verrà citato nel recente libro “Pop Italiano di ispirazione Cristiana” della Rugginenti Editore.
Nondimeno, il clima dark e pesante richiama decisamente alcune cose degli Antonius Rex (cori gotici e parti d’organo), al punto da far supporre che Lydia potesse essere addirittura Doris Norton.
L’ipotesi potrebbe avere una sua attendibilità in certe assonanze timbriche tra le due interpreti o perchè, come dice qualcuno, Lydia e Doris appartenevano alla stessa discografica. Non a torto però, c’è chi fa notare che nel 1973 gli Antonius Rex non erano ancora in forza alla Radio Records e comunque, provvederà lo stesso Antonio Bartoccetti a smentire categoricamente qualunque forma di collaborazione.

Sta di fatto che dopo lo scioglimento dei Lydia e gli Hellua Xenium nel 1974, il binomio “Lattuada-Complex” riappare nuovamente tre anni dopo nell’unico disco degli ScorpyoDestinazione Infinito” / ”Visioni”: stessi autori, stesso sound, stessa mistica, stesso anonimato.

skorpyo visioniVisioni” è un rock dal sapore decisamente underground in cui una convulsa base ritmica fa da supporto ad un organo in stile Alluminogeni e una non meglio identificata voce sopranile che a questo punto potrebbe essere Lydia, la Norton o chissà chi (VEDI COMMENTS). Un brano tutt’altro che memorabile comunque.

Molto meglio strutturata e decisamente notevole è invece “Destinazione Infinito”: un prog-rock molto pesante caratterizzato da diversi stacchi che dividono alternativamente una strofa dal sapore acido e cadenzato da un’inciso liquido e visionario. Ci sono si riferimenti al Kraut, ma complessivamente il brano vive di vita propria possedendo una sua aprezzabile originalità.
Qui le voci sono due, una maschile e una femminile che finiscono per mescolarsi generando un sound particolare asessuato ed inquietante.

Un brano che insomma, si distacca completamente dal panorama dell’epoca e il cui particolare approccio gotico gli conferisce, al di là delle venditeche furono pressoché inesistenti, un notevole valore aggiunto


Ancora oggi, trovare notizie su questo gruppo è tanto complicato quanto reperirne il disco per cui, se qualcuno sapesse qualcosa in più, si faccia avanti.

Classic Rock ha risolto tanti misteri e chissà mai che non risolva anche questo.

Claudio Lolli: Ho visto anche degli zingari felici (1976)

Ho visto anche degli zingari felici
Nella seconda metà degli anni Settanta , quelli che il milanese Gianfranco Manfredi definìzombi proletari”, erano invece per il cantautore bolognese Claudio Lolli, “zingari felici” Due modi cioè per evocare gli stessi soggetti politici ma con un taglio completamente diverso. Cupo e rassegnato per Manfredi che duramente provato dalla pesante débacle del Parco Lambro, celebrò in Zombie di tutto il mondo unitevi la morte dei Movimenti storici e dei suoi protagonisti; lucido e possibilista per Lolli che in quel cambio della guardia tra vecchie e nuove pratiche alternative vi lesse nuove prospettive rivoluzionarie, condensate appunto nel suo storico Lp Ho visto anche degli zingari felici

E non fu una contraddizione perché, mentre nella città più industrializzata d’Italia la riconversione padronale aveva violentemente azzerato la lotta di classe costringendo il contropotere all’arrocco o alla clandestinità, nella Bologna di metà decennio sbocciava invece un modello associativo del tutto nuovo, il Movimento del ’77: vivace miscuglio di spontaneismo freak, dogmatismo post-operaista e ribellismo sottoproletario con ampie componenti anarco-nichiliste. Un’orda antagonista il cui spirito dissacratorio centrifugava senza troppi complimenti Tristan Tzara, Majakovskij e il Punk, ma pur sempre nella consapevolezza di svilupparsi in una delle città più rosse d’Italia

Con queste premesse, è logico che la produzione culturale della Bologna post-76 fu quantomai articolata e mista: Radio Alice, il rock demenziale degli Skiantos, il Punk puro dei Gaznevada e quello emiliano-romagnolo dei CCCP, i violenti scontri del marzo 77 e gli strali dei Raf Punk contro il concerto gratuito dei Clash in Piazza Maggiore tre anni dopo. Il tutto passando per un’infinita serie di dibattiti, iniziative e disobbedienze diversificate

Recensione Ho visto anche degli zingari felici
FOTO: Angelo Aldo Filippin
Tutto ciò che avvenne però dopo la pubblicazione di Ho visto anche degli zingari felici (titolo mutuato da un film jugoslavo del 67), l'allora ventiseienne Claudio Lolli non poteva saperlo. Al limite poteva solo immaginare che quello strampalato coacervo di gente che si "rotolava per terra, faceva l’amore e si ubriacava di luna", avrebbe comunque prodotto qualcosa di buono
Ne fu anzi convinto, e da quella situazione ricavò il suo capolavoro: registrato ai Sax Studios di Milano, pubblicato dalla EMI italiana il 7 aprile del 1976, e venduto al prezzo politico di 3.500 lire contro le 5.000 standard. 

Accanto a Claudio, quattro membri del Collettivo Autonomo Musicisti Bologna: il chitarrista Roberto Soldati, il fiatista Danilo Tomassetta, il bassista Roberto Costa e l’ex batterista dei Tubi Lungimiranti Adriano Pedini, questi ultimi due futuri Orchestra Njervudarov.

l nuovo album di Lolli arrivava a due anni di distanza da Canzoni di Rabbia, ma a differenza del suo predecessore predilesse una dimensione musicale collettiva e più moderna, tanto che qualcuno vi scorgerà frammenti di jazz e persino di progressive.

In più, si espansero anche le tematiche: prima imperniate su un solo sentimento (la rabbia, appunto), e ora estese consapevolmente ad analisi politiche e alla critica storica: la strage dell’Italicus (Agosto), la necessità dell’opposizione totale all’ipocrisia dei potenti (Piazza bella piazza, La morte della mosca), nonché di una nuova cultura che fosse organizzazione e comunicazione ancor prima che ideologia (Anna di Francia). 

Ho visto anche degli zingari felici
BOLOGNA, MARZO 1977
Ma fu la title track il vero gioiello del disco: undici minuti di versi e musica divisi in due parti (Introduzione e conclusione) che racchiudevano l’intero Lp a mo’ di concept album
Un brano formidabile che non visse solo del suo phatos poetico , ma catapulterà nel futuro almeno trent’anni di antimperialismo

 "É vero che abbiamo bevuto il sangue dei nostri padri e non risciamo a vedere la luce /. È vero che non riusciamo a parlare o parliamo troppo / Ma è anche vero che non vogliamo pagare le colpe di chi non ha colpa e preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia / [Quindi], riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l'abbondanza"

Questo cantava Lolli nella primavera del 1976, madido evidentemente di speranze e fiducia

La storia però andò diversamente, e dopo tre anni in cui, pur se tra problemi di organizzazione e compattamento, Bologna fu l’epicentro della creatività italiana, il 2 agosto 1980 una nuova strage colpì vigliaccamente la sua stazione ferroviaria e l’Italia democratica tutta, spostando nuovamente il conflitto sul piano militare.  
Ma quella volta, le "mosche" che sopravvissero, avrebbero venduto cara la pelle..

NT Atomic System: Tempi dispari (1974)

nt atomic system tempi dispari 1974Se passate per Genova, fate un giretto in Via Canevari, proprio dietro alla stazione Brignole. Andate verso Marassi e portatevi all’altezza del n° 47. Fermatevi un momento e osservate quell’area. 

 Oggi vedrete solo case, uffici e parcheggi ma, fino a pochi anni fa, prima della ristrutturazione urbanistica, là c’era l’Alcione, uno storico cinema–teatro che aprì nel 1948 col nome di Colosseo e che chiuse i battenti come sala a luci rosse oltre mezzo secolo dopo. 

Negli anni ‘60 fu uno dei templi del teatro di rivista e di avanspettacolo, mentre dal 1978 divenne per qualche anno sede della popolarissima Compagnia della Tosse che a Genova è praticamente un istituzione. 

 Negli anni ’70 però, l’Alcione visse la sua stagione più intensa ospitando oltre a eccellenti spettacoli d’avanguardia (“Ubu Re”, “Recitarcantando”, “Opera buffa”), anche i più blasonati gruppi Prog del momento: i Van der Graaf per esempio vi si esibirono il 30 maggio del 1972 alle ore 16 (ingresso: 1.500 lire, gruppo spalla: i ”Latte e Miele”) e i Genesis il 22 agosto dello stesso anno. Nel 1973 fu la volta dei Gentle Giant (2 gennaio), di Peter Hammill (14 dicembre) , nonchè dei New Trolls Atomic System che vi registrarono il loro secondo album “Tempi Dispari”. 

 Come sappiamo, gli NT Atomic System erano uno dei due tronconi generati dalla scissione dei New Trolls che nel 1973, pubblicarono il loro primo 33 giri provocando reazioni discordanti. Di fatto, la prima fatica della formazione di De Scalzi e D’Adamo era apparsa piuttosto dispersiva e a parte quel gioiello che era “Quando l’erba rivestiva la terra”, la band avrebbe dovuto probabilmente dimostrare una maggiore compattezza stilistica. 

Soluzione: il gruppo non solo decise di pubblicare un album dal vivo che li ritraesse all’apice della loro espressività collettiva, ma di inserirvi in perfetto stile Prog, unicamente due lunghe suites graniticamente intitolate ciascuna con i loro rispettivi valori metrici :”Sette quarti” e “Tredici ottavi”. La mossa in se non era del tutto sbagliata in termini di marketing, ma qualcosa non funzionò e al di là del fiasco commerciale, le critiche furono talmente ingenerose da convincere De Scalzi a non tentare una terza chance, sciogliendo definitivamente il gruppo. 

 genesis peter gabrielCosa successe? Il primo fattore che spiazzò il pubblico, fu probabilmente il groove jazz-fusion di cui era permeato tutto l’album.

Infatti, siccome il concerto di “Tempi Dispari” fu registrato durante la tourneè promozionale del primo disco, è plausibile pensare che il pubblico si aspettasse un tipo di scaletta molto più abbordabile. Cosa che invece non accadde. 

In secondo luogo, è ormai risaputo che ciò che si ascolta su disco non fu la vera presa diretta del concerto che risultò tecnicamente inaccettabile, ma la sua replica in studio sulla quale venne sovrapposto l’ambient originale. Il tutto però, senza darne comunicazione alcuna e anzi, mantenendo la scritta “Teatro Alcione” sulla copertina. 

Se a ciò aggiungiamo che sulla front sleeve era riportato il nome New Trolls (cosa che tra l’altro De Scalzi non avrebbe potuto fare), ma che nella realtà si trattava della stessa formazione che incise “NT Atomic System”, il depistaggio poteva dirsi completo. 

 Musicalmente, sin dalle prime misure di “Sette ottavi”, si capisce che la matrice del disco è smaccatamente jazz. Dopo un breve fill ritmico di D’Adamo e un paio di minuti di riscaldamento, il gruppo espone il tema e i rispettivi ruoli dei musicisti cominciano a compenetrarsi e alternare gli assoli secondo il classico schema jazz del “call and answer”. In questo frangente, emergono soprattutto i fiati di Baiocco che costituiranno non solo l’ossatura del pezzo, ma faranno da collante tra i vari ambienti. new trolls atomic system 

Tuttavia, pur non discutendo l’indubbio valore degli strumentisti, una buona parte della critica non solo reputò l’esecuzione fredda e distaccata, ma neppure particolarmente originale

 I più maligni la accostarono al periodo meno risoluto dei Soft Machine di “Six” e “Seven” e gli osservatori più smaliziati reputarono troppo dispersivi i vari solismi nelle parti più fusion

 Migliore venne giudicato il lato B dove nell’introduzione di “Tredici ottavi”, il De Scalzi prima dimostrò tutto il suo genio barocco e poi si permise anche di scherzare sulle note di “Concerto grosso n°1”. 

Il resto, purtroppo, si rivelò anch’esso confusionario, pur suonando molto più genuinamente rock. In sintesi, malgrado l’affezione che legò molti ammiratori a questo lavoro, “Tempi dispari” non si staccò mai dalla pista di decollo e gli NT Atomic System terminarono la loro parentesi. La formazione originale dei New Trolls si sarebbe ricomposta di lì a pochi mesi, nel momento in cui anche gli Ibis di Nico di Palo patirono la stessa indifferenza di pubblico e di critica.

O MÆ VITTÖIO ( = Il mio Vittorio)

Vittorio De Scalzi
Come qualcuno forse gia sa, io ho vissuto molti anni della mia infanzia / adolescenza a Genova, ed proprio per quella curiosa magia che stregò tra gli altri Mary Shelley, Charles Dickens e George Byron, che non ho mai smesso di amarla, né di trovarmi a mio agio ogni volta che ci vado. 

Amo la sua gente, ispida ma generosa, il cibo con particolare adorazione per la focaccia al formaggio, le sue architetture che come diceva Fossati sono ancora più affascinanti se viste da una nave, ma soprattutto per quello splendido clima che si resipra ogni volta che ci si inoltra nella città, o si passeggia in riva al mare. 

E anche se oggi non sono più così tanti come un tempo, considero i miei grandi amici genovesi con cui sono ancora in contatto, come fratelli e sorelle. 

E già molto tempo fa, tra questi c'era la Paola, futura eccellente pianista classica che conobbi ai Bagni Scogliera di Nervi quando ero ancora bambino, suo marito Vittorio, esimio avvocato che invece incrociai anni dopo quando si sposarono, e non ultimo il fratello di Paola, Giulio, in gioventù accanito collezionista di gadget della Coca-Cola.

Ovviamente da ragazzo andavo spessissimo a trovarli, ma anche a soggiornare per settimane nelle loro case sulle alture di Quarto

A volte ci passai addirittura estati intere perché, quando qualcuna rimaneva disabitata, io andavo a fargli volentieri la guardia. Stesso vale per mia madre e mio padre che ovviamente ricambiavano quando Paola chiedeva asilo a Milano. Insomma, una grande amicizia tra due famiglie che dura ancora oggi.

Ma perchè vi parlo di questo? Si chiederà giustamente qualcuno...

  

A me moæ (=mia mamma)

... perché il vicino di casa della Paola e del Giulio, era nientemeno che il Vitöio dei New Trolls, che io non ho mai conosciuto di persona, ma di cui mi parlavano tutti.

 Per cui, non solo venni sempre a sapere notizie esclusive sul gruppo (in particolare sulla salute di Nico ai tempi dell'incidente per esempio), ma ogni tanto mi capitò pure di sentire qualche anteprima esclusiva attraverso le mura del salotto di casa che, guarda un po', confinavano col suo pianoforte. 

John's Classic Rock
Ovviamente cercai sempre di farci una chiaccherata in qualche modo, ma chissà perché non ci fu mai l'occasione. Un pò per pigrizia, forse per timore reverenziale (parliamo veramente di molti anni fa), un po' perché ad un certo punto mi stabilii definitivamente a Milano, o più realisticamente perché lui era davvero imprendibile. 

"Paola, ma è a casa Vittorio?" "Belin no, adesso è in Giappone / in tournéè / in studio / sta provando / sta dormendo / aspetta che lo chiamo / Belin non risponde, eccetera."

Lo conobbe persino mia mamma Lisy quando un giorno, mentre riposava nel giardino di casa, sentì una voce arrivare dall'altra parte della siepe: 

"Scia me scûse sciâ Lisy (= mi scusi, signora Lisy)... ma lei quanto resterebbe ancora qui?" Era ovviamente il Vittorio, che però lei, pur avendolo visto spesso non sapeva esattamente chi fosse, abbozzò qualcosa tipo: "mah guardi, due settimane, poi tornano i ragazzi".

"Ecco appunto" precisò cautamente lui : "perché... siccome io domani andrei in tournée...  non è che gentilmente potrebbe annaffiarmi le piante?. Le lascio le chiavi, poi quando tornano Paola e Giulio ci pensano loro...". Stand-by.

"Ma si figuri sciô Vitöio, vada pure tranquillo", e lui raggiante si produsse in infiniti ringraziamenti seguiti da un presente che non ho mai capito cosa fu (spero non un disco degli Alphataurus perché mia madre sarebbe stata capacissima di regalarlo), e da un'amicizia che li vide protagonisti di tante lunghe telefonate.

"Però... mi scusi Vittorio. Una cosa sola. Lei è un musicista, vero? E cosa suona esattamente?" "Ah un po' di tutto. Comunque faccio parte di questo gruppo che si chiama New Trolls, non so se ne ha mai sentito parlare".

Vittorio De Scalzi
"Ah si? Ma che bello ...   grazie"


E fu per questo che da quel giorno, Lisy e Vittorio continuarono a sentirsi, e tutte le volte che mia madre vedeva i New Trolls (che nemmeno conosceva prima) in televisione, veniva giù mezza casa. "Venite, venite , C'è il
Vitöio che canta!!!!".

E noi, tutti davanti alla televisione a fare il tifo...

 

Faccia di cane.

Autunno 1884. Avevo 21 anni appena compiuti. 

E mentre  tutta Genova e tutta Italia non si erano ancora riprese dallo shock di Creuza de mä, il capolavoro di Fabrizio De Andrè pubblicato due stagioni prima, i poveri New Trolls tentavano caparbiamente di riprendersi dopo due album non proprio memorabili (F.S. e America Ok). E lo fecero proprio coinvolgendo l'amico Fabrizio che ben volentieri scrisse loro i testi di Faccia di Cane, brano poi ammesso alla finale della kermesse sanremese.

Ora, tralasciando che la canzone faceva davvero schifo e si piazzò ventiduesima su ventidue, è buffo pensare che, durante i miei fugaci incontri autunnali con Paola, impegnata al Teatro alla Scala, lei mi parlasse sempre di un motivo che sentiva frequentemente provenire da casa De Scalzi. 

"E com'è, bello?" le chiedevo io. "Belin, non so se è bello o no perché non è ancora completo. Però deve essere importante perché se lo aggiusta quasi tutti i giorni...".  

Era sicuramente "Faccia di Cane" in embrione... e infatti quando gli NT lo portarono a Sanremo, Paola la conosceva già a memoria, e  sapeva pure suonarla perfettamente al piano ancora prima che apparissero in TV.


E questo, dear Sis and Bros, è stato O mæ Vitöio, che vi ho raccontato un po' per entertainment,  e un po' per ricordare una delle figure più generose, competenti ed importanti della nostra musica contemporanea.  Che passò dal beat al progressivo, e dal hard al pop con una dignità straordinaria, propria solo dei grandissimi.

Di quelle figure che se non fossero esistite avremmo dovuto inventarle.

Buon Viaggio caro Vittorio. Da tutti noi.