Gramigna: Gran disordine sotto il cielo (1977)

rock progressivo italiano
Anno eclettico per antonomasia e ricco di contrasti, il 1977 produsse una pluralità di stili musicali a livello europeo raramente riscontrata prima - punk, new wave, dark, disco music, electropop ecc -, peraltro ben supportata da una miriade di nuove label indipendenti

Più o meno, accadde così anche in Italia dove il vuoto lasciato dal rock progressivo venne colmato in parte dalla definitiva affermazione dei cantautori, e, dall’altra, da una pur breve stagione di sperimentalismo volta ad esplorare tutti i nuovi generi possibili: etnico, popolare, sperimentale, elettronica, fusion e via dicendo. 

 In altre parole: là dove il prog faceva coincidere tutto in un solo stile, ora si assiste a una molteplicità di situazioni, ciascuna specializzata nel proprio discorso artistico, sociale, politico. Uno scenario insomma, che sembra coincidere con le linee teoriche della neonata Autonomia, là dove il personale è politico, mentre ironia e provocazione sembrano essere i mezzi espressivi più gettonati. 

Alfieri di questa nuova linea musicale sono: l'inossidabile Cramps di Gianni Sassi, la neonata Ascolto di Caterina Caselli e l’Ultima Spiaggia di Ricky Gianco e Nanni Ricordi.
Quest'ultima in particolare, in due anni di attività ha già sfornato 11 album di cui alcuni decisamente interessanti: il Disco dell’angoscia, il primo splendido album del trasformista Ivan Cattaneo (tra i primi esempi di musica omo), quello dei transnazionali I.P. Son Group, ed altri lavori dal sapore libertario firmati Ninì Carucci, Paola Pitagora che propone un disco radicalmente femminista, Gianfranco Manfredi, Roberto Colombo e, ultimo in ordine di tempo, Francesco Currà

rock progressivo italianoEd è in questo contesto decisamente stimolante, che fa capolino una band di otto elementi che prende il nome da una pianta infestante ma allo stesso tempo curativa, la Gramigna, nella cui formazione, oltre ai classici strumenti della tradizione rock, compaiono anche mandolini, sitar, cetre, salteri (altro tipo di cetra), violini, un fagotto e un oboe. Quest’ultimo suonato da Mario Arcari che di lì a poco diventerà un ricercato session men. Tra l’altro, particolarmente gradito a Ivano Fossati che con lui realizzerà i suoi dischi e i suoi concerti più significativi. 

Capitanato dal chitarrista Maurizio Martelli, il gruppo non avrà molta fortuna, ma ciò nulla toglie al suo unico album, Gran disordine sotto il cielo, edito nella primavera del 1977, che non solo è tecnicamente e artisticamente convincente, ma ben coerente con la società di allora.
Musicalmente, siamo sulla linea del movimento Rock in Opposition, ma con i suoni molto più levigati.  

Gran Disordine è sostanzialmente il racconto di una donna, Alice, che prima analizza la sua e l’altrui condizione di donna per scoprire di essere schiava di ruoli e cliché (amante, ma succube di un uomo; seducente ma ingabbiata nella propria bellezza). Poi, raggiunge la consapevolezza di non voler niente e nessuno al di sopra di sé, né regine, né re, e da quel punto in poi, è tutta un’analisi sulla società e i suoi modelli
La speranza, naturalmente, è che un giorno arrivino dei “nuovi barbari rossi” a far piazza pulita di qualunque ipocrisia. 

rock progressivo italiano
Mario Arcari
Un'opera militante dunque, ed estremamente ben curata sia dagli stessi musicisti che dal fonico Gianluigi Pezzera. Gli ospiti sono prestigiosi: ad es: il batterista Flaviano Cuffari, Nanni Ricordi e Gianfranco Manfredi
I testi del poeta Paolo Farnetti sono criptici quanto basta ma ben scanditi dalla voce di Françoise Goddard e, fondamentalmente, l’intero assetto del lavoro regge su basi più che solide. 

Unico neo, ma di non poco conto, è l’ineluttabile temporalità del disco che, dicevamo, non potrebbe appartenere a nessun altro momento storico se non alla seconda metà degli anni 70. E se da un lato ciò gli conferisce una certa coerenza, dall’altro lo renderà un prodotto museale nel giro di veramente pochissimo tempo. 

Di fatto, terminata l’intensa ma breve esperienza del Movimento del 77, troppi dei suoi protagonisti verranno travolti dal buco nero degli anni ’80 e del suo neoliberismo. I  “nuovi barbari rossi” si ritroveranno, nel migliore dei casi, a prendere “un té con lo spazzino” (cfr: “Ultimo mohicano”, Gianfranco Manfredi) e a rinvangare mestamente i gloriosi giorni della rivoluzione. 

Chissà se torneranno. “Forse quest’altr’anno?”... chissà...

Classic Rock: due milioni di pagine viste!

Rock Progressivo Italiano anni settanta

Il Volo: Il volo (1974)

il volo 1974 IN EDICOLA CON REPUBBLICA il 6 febbraio 2015

Se per caso qualcuno di Voi non avesse mai ascoltato né sentito nominare "Il Volo", potrebbe cominciare leggendo semplicemente i pedigree dei vari componenti. Vi accorgereste in fretta di avere a che fare con l'essenza stessa del rock Italiano.

Alle chitarre troviamo l'ex Formula Tre Alberto Radius, al basso Roberto "Bob/Olov" Callero proveniente dagli Osage Tribe e Duello Madre, alla batteria l'ex- Ribelli Gianni dall'Aglio e alla voce Mario Lavezzi, già Camaleonti e Flora Fauna e Cemento.

Chiudono in bellezza i tastieristi Gabriele Lorenzi, anch'egli dalla Formula Tre, il maestro-compositore Vince Tempera (ex Pleasure Machine) e nientemeno che Mogol per i testi.
E' ovvio che una formazione così non potesse che attirare una certa attenzione presso gli appassionati del genere, e che dovesse necessariamente restituire tale curiosità in forma di prodotto finito.

il volo 02L'album "Il Volo" esce di fatto nel 1974 e ha subito un ottimo riscontro: questo non solo per l'eccellenza dei singoli componenti, ma soprattutto per un sound che, pur annoverato nel Prog, stemperava con classe le asperità sonore dei loro colleghi più "militanti" (Area, Banco, Pfm ecc.).
 Il tutto, senza dimenticare che il 1974 non era stato un anno particolarmente florido per il Pop Italiano per cui, per "Il Volo", diventava facile svettare su lavori più modesti, o semplicemente "di transizione".

Ed è proprio nel contesto di questo passaggio tra le forme più "pure" del progressivo (quelle del 1973) e quelle più intrise di Jazz-Rock che si ascolteranno dal 1975 in poi, che si contestualizza il lavoro del sestetto milanese.
 
il volo 03Sin dall'ascolto del primo brano ("Come una zanzara") si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un "prog" molto più "amichevole" e semplificato rispetto agli standard passati: il tutto senza rinunciare però ai virtuosismi sonori a cui questo genere ci aveva abituato.
L'assetto timbrico del "Volo" è si assesta infatti su dinamiche spesso molto più vicine al jazz-rock del "Perigeo", che non al crudele Progressivo degli "Area", e
allo stesso tempo, si possono riscontrare ampie concessioni alla melodia ed alla forma-canzone ("La mia rivoluzione", la hit "Il calore umano" e "Canto della preistoria", anche nota come "Molecole") laddove si alternano con classe le voci di Radius e Lavezzi

Strumentalmente si fanno notare il costante ed eccellente basso di Callero, le tastiere di Tempera (che, pur se basate sul Piano Rhodes, si concedono a tratti a suoni più duri) e le pregevoli rifiniture di Radius che, nel finale di "I primi respiri", si possono apprezzare in tutta la loro poesia.
Resta un po’ "coperta", ma preziosa, la dinamica batteria di Gianni Dall'Aglio
Lo stesso Radius, ricordiamo, sperimenterà in "Sonno" quella formula compositiva che gli darà molte soddisfazioni nella sua futura luminosa carriera solista.

Chiude l'album una non memorabile "Sinfonia delle scarpe da tennis", ma ci sta anche quella.
Più che dignitoso dal punto di vista strumentale (pregio che, tra l'altro, rendeva eccellente il live-act del gruppo), ben prodotto e commercialmente riuscito, il primo album del "Volo" non è tuttavia esente da qualche osservazione.

Innanzitutto vi è una certa coazione al ripetere una formula timbrica che, pur se bilanciata, risulta alla lunga troppo uniforme.
Poco più che sufficiente poi, l'aspetto compositivo che, quando non si appoggia sui virtuosismi dei singoli strumentisti, si rifugia spesso in melodie piacevoli ma troppo autoindulgemti.

Nel complesso comunque, un album epocale proprio (ed almeno) per essere stato sintomatico di un cambiamento ed averlo fissato anche conflittualmente, nella storia del Rock italiano.

IL VOLO - Discografia:
1974 - IL VOLO
1975: ESSERE O NON ESSERE

Arti e Mestieri: Tilt (1974)

arti e mestieri_01 Come abbiamo già accennato, il 1974 fu un anno di transizione contrassegnato dalla progressiva atomizzazione della galassia Controculturale.

Il profondo mutamento dello scenario Pop che ne seguì, vide da un lato l'inasprimento del sound di certe bands nell'intento di fotografare le tensioni socio-politiche dell'epoca (Area, Dedalus) e dall'altro, l'avvicendamento di quei gruppi che non ressero al cambiamento con formazioni nuove che proponevano sonorità sempre più articolate e distanti dal Progressive originario.

Trai gruppi più rilevanti di questa nuova ondata ci fu sicuramente il sestetto degli "Arti e Mestieri", fondato verso la fine del 1973 a Torino dall'ex batterista dei Trip Furio Chirico insieme a Gigi Venegoni, Giovanni Vigliar e Arturo Vitale che avevano precedentemente militato nel gruppo Prog-Jazz "Il sogno di Archimede". Completavano la formazione il bassista Marco Gallesi e il tastierista Beppe Crovella.

Battezzatisi inizialmente solo "Arti", i sei musicisti intrapresero da subito una notevole attività live trovandosi a suonare con PFM, Gentle Giant e soprattutto con gli Area, coi quali approdarono al Festival del Parco Lambro a Milano nel giugno '74, suscitando l'entusiasmo di critica e pubblico.

Mutato il nome in "Arti+Mestieri", pubblicano poco dopo il loro primo album, "Tilt", prodotto dallo stesso Paolo Tofani degli Area, distribuito su scala nazionale dalla Dischi Ricordi e dotato di una lussuosa veste grafica che, all'interno della leggendaria copertina con l'imbuto tra le nuvole, conteneva anche due gadgets promozionali (un imbuto di cartone e un poster).
arti e mestieri_02L'accoglienza al disco è unanimemente positiva e, cosa ancora più straordinaria, lo è anche da parte delle frange più radicali del movimento, di norma diffidenti e poco benevole verso la Cramps di Gianni sassi, considerato da alcuni troppo "imprenditore" per essere credibile.

Comunque sia, gli "Arti e Mestieri" non solo propongono un prodotto molto ben curato ed eseguito, ma diventano in breve tempo anche una band di culto grazie al loro impegno politico e sociale.

Pur ricordando i Soft Machine di quel periodo - ed evidentemente debitore al Miles Davis di "Bitches brew" - il sound di "Tilt" si presenta come una mescola tra Jazz e Rock sufficientemente personale per distaccarsi dai suoi contemporanei.

Veri e propri marchi di fabbrica sono per esempio, le esecuzioni all'unisono di più strumenti dei temi principali (es:"Gravità"), la passionalità della sezione ritmica che crea essa stessa un secondo livello percettivo e la grande ricchezza di ambienti proposti: lunghe composizioni hard jazz ("Articolazioni"), brevi intermezzi sonori che dinamizzano la sequenza dei brani ("Scacco matto", "Tilt"), e qualche pezzo cantato ("Strips") che, pur non eccellendo in poetica, completa il panorama dell'album.
arti e mestieri_03Numerose anche le parti soliste che si alternano nei vari passaggi con particolare riferimento alla bravura del fiatista Arturo Vitale che in "In cammino" da il meglio di se.
Con lieve autoreferenzialità, il sito degli Arti e Mestieri ci ricorda inoltre che: "oltre alla funzione orchestrale ogni strumentista nella band ha larghe possibilita' di intervento solistico. all'interno comunque di strutture armonico-ritmiche-contrappuntistiche manifestate del resto della band oppure in spazi pseudo acustici o solistici all'interno dei concerti."


In sostanza, potremmo dire che, al di là di ogni ulteriore valutazione musicale, l'importanza di questo lavoro risiedette anche e soprattutto nell'aver ulteriormente consolidato all'interno del movimento giovanile il linguaggio del Jazz che, di lì a poco, avrebbe contaminato il Prog sino a creare linguaggi totalmente inediti.

In più, la sua mistura con l'elettronica e il Rock - già portata avanti dagli Area e dalle estreme provocazioni dei Dedalus -  l'ulteriore conferma di quel cambiamento che già da un anno a quella parte, iniziava ad essere veicolato con un certo riscontro dalle prime edizioni di "Umbria Jazz".
I giovani stavano insomma introitando nuove sonorità, e il Progressive andava loro sempre più stretto.

Trip: Atlantide (1972)

rock progressivo italiano
Siamo nel 1972. Dopo un intrigante prova d'esordio e lo splendido Caronte, i Trip sfruttano il momento propizio per esibirsi un po’ ovunque. Lo stress però si fa sentire, complice l’acuirsi di qualche attrito interno e soprattutto un furto di materiale avvenuto mentre il gruppo si trovava a Civita Castellana. 

Lasciano così la band il sanguigno chitarrista blues-psichedelico Bill Gray che di lì a poco pubblicherà un album solista, e il ventottenne Pino Sinnone che abbandonerà invece del tutto il business musicale. Per inciso, riprenderà a suonare solo trent’anni dopo. 

Mentre però Gray non verrà più rimpiazzato, Sinnone verrà sostituito dal giovane batterista Furio Chirico, già noto nell’ambiente musicale per aver militato nel complesso beat I Ragazzi del Sole, e dotato di un batterismo tanto potente quanto refrattario a qualunque tempo pari
Un rimpasto radicale quindi, che non solo ridurrà i Trip a terzetto, ma sconvolgerà completamente il loro sound orientandolo decisamente verso il rock progressivo
Niente più jam improvvisate o citazioni underground, ma un taglio rigoroso, là dove i ruoli di ogni singolo musicista andranno a comporre un sound molto più definito e puntuale di quanto avvenuto in passato. 

Ed è in questo contesto che nasce Atlantide: terzo album della band, supervisionato dall’ex bassista dei Latinis Cesare De Natale, affidato per la parte tecnica all’esperto fonico Enzo Martella e nobilitato dalla lussuosa grafica tridimensionale dello studio Up & Down diretto da Francesco Logoluso. In tutto, otto brani di media durata che, come nella migliore tradizione prog, seguono un solo tema conduttore. In questo caso, la caducità del potere ben ambasciata dal mito dell’isola di Atlantide, affondata secondo Platone per i la sua insanabile cupidigia. 

atlandide rock anni settanta
Musicalmente dicevamo, prevale la figura di Joe Vescovi a cui vengono affidate tutte le principali parti armoniche e melodiche, ma senza per questo prevaricare i colleghi: Chirico per esempio si prende addirittura un posto da solista in "Distruzione", mentre Arvid Andersen, spesso dissimulato nei lavori precedenti, metterà tutta la sua anima jazz rock nella raffinata "Evoluzione". 

La title-track "Atlantide" poi, è il vero manifesto del disco: suoni differenziati e ben levigati, ritmiche variegate e fluide e ambienti continuamente palleggiati tra evocazione e aggressività. Un vero gioiello di prog italiano che per molti rappresenterà l’apice creativo del gruppo

Certamente, ascoltando le atmosfere palesemente Emersoniane di "Energia", "Ora X" e “Analisi”, viene da chiedersi se i ragazzi stessero veramente cercando la loro via italiana al progressivo o se la riduzione a terzetto li avesse più banalmente spinti a ricalcare le orme dei più celebri colleghi d’oltremanica, visto anche il reiterato utilizzo della lingua inglese

Probabilmente, come sostiene Michele Neri nel Libro del Prog Italiano, la ricerca fu realmente autoctona, considerando che Vescovi non avrebbe avuto alcun problema sia ad allargare nuovamente il gruppo, sia a proporre qualcosa di completamente diverso. 

joe vescovi
Eppure, malgrado il buon successo commerciale dell’album e un ottimo riscontro di pubblico e di critica (disco “maestoso” lo definì allora il Ciao 2001), quel sospetto di esterofilia e di scarsa originalità indusse qualcuno a pensare che la creatività del trio fosse giunta al capolinea. In particolare, i dirigenti della Rca che preferirono depennare i Trip dalla loro scuderia. 

I soldi, quelli veri, servivano per produrre i Baglioni e i Cociante e, in merito a musica alternativa, perché non puntare piuttosto su qualcosa di più nostrano come Il Rovescio della Medaglia, Quella Vecchia Locanda, o meglio ancora il Perigeo

Fortunatamente, ai tre disoccupati sarebbe venuta incontro la Trident Records, dando loro un’altra chance per sperimentare un nuovo giro di boa ma, come noto, questo causò loro più problemi che soddisfazioni.

 Forse, come mi confidò Pino Sinnone, “la loro avventura era già destinata a concludersi dopo la mia dipartita” perché, “d’accordo fare musica d’avanguardia e non cedere mai a compromessi, ma io credo che qualche concessione al mercato ci sarebbe stata". 
E in quel senso, l’inflessibilità di Joe è sempre stata un suo pregio, ma in certi casi, anche un grosso limite.

Perigeo: Azimut (1972)

rock progressivo italiano
Fortemente influenzati da A Silent Way e Bitches Brew di Miles Davis, i cinque componenti del Perigeo, si uniscono nel 1971 per portare avanti - primi in Italia - un discorso jazz rock. Ma non lo fanno da dilettanti o da semplici cultori.

Sin dalla sua nascita, quella che sarà sicuramente una delle migliori band italiane in merito ad affiatamento e preparazione musicale, annovera nelle sue fila musicisti già ampiamente collaudati: il contrabbassista lucchese Giovanni Tommaso, emigrato appena maggiorenne a New York dove, tra gli altri, strinse amicizia con personaggi del calibro di Charles Mingus; il pianista altoatesino Franco D’Andrea che vantava già collaborazioni con stelle di prima grandezza quali Gato Barbieri e il Modern Art Trio; il batterista romano Bruno Biriaco, reduce da una lunga esperienza nel beat; il sassofonista veneziano Claudio Fasoli che aveva suonato a lungo nei circuiti jazz di Bologna, e non ultimo, lo straniero del gruppo Anthony Sidney all’epoca già quotato chitarrista. 

Reclutati nel 1972 dalla RCA di Ennio Melis, imprenditore attentissimo nei confronti dei nuovi talenti e delle sonorità d’avanguardia, incidono presso lo studio D della sede romana la loro prima fatica a 33 giri Azimut, prestigioso biglietto da visita e ventata del tutto nuova nel pur già variegato panorama di casa noatra.

tommaso fasoli d'andrea biriaco sidney
L’album invero non ottiene un  riscontro commerciale immediato, ma la continua circuitazione del gruppo all’interno dei festival pop fa lievitare gradualmente la sua popolarità sino a renderlo un vero e proprio un punto di riferimento.
E anche malgrado il jazz fosse spesso osteggiato dalle frange più intransigenti del movimento, il Perigeo seppe comunque ritagliarsi una sua nicchia a colpi di coesione e qualità. Ciò al punto che, a mio avviso, ascoltare la sua discografia dal 72 al 76, equivale non solo a leggere un libro di storia, ma ripercorrere tutte le diverse tappe che contraddistinsero l'underground e la successiva controcultura

Tornando ad Azimut, il sound che si respira è, dicevo,  fortemente venato di jazz e di rock con ampie concessioni alla fusion, specie grazie al prezioso lavoro di D’Andrea.
Coraggioso, innovativo, a tratti stridente ma curato in ogni sua parte dai tecnici Gianni Oddi e Sergio Patucchi, l'LP si pone insomma come la terza via rispetto alle residue reminescenze tardo beat, e a quel nuovo rock progressivo che in quel 1972 viveva il suo primo anno di gloria. 

Nessuno insomma aveva mai osato tanto e di fatto le polemiche non mancheranno: il gruppo verà accusato di blasfemia dai puristi del jazz (ricordo a tal proposito gli strali di Arrigo Polillo) e persino di tradimento da quelli del rock, ma saranno solo flebili brontolìi. 

progressive italianoGli "elementi di rottura" coniati dal Perigeo non solo entreranno rapidamente a far parte integrante della cultura musicale italiana, ma assurgeranno a veri e propri apertori di una scuola che di lì a poco produrrà risultati ancor più significanti. 

Ascoltando Azimut, sin dal primo brano si percepisce un'infuocata contaminazione tra rigore e improvvisazione, ben restituita da "Posto di non so dove" in cui, nel corso di sei minuti di passione pura, si alternano momenti che sembrano sfiorare il silenzio con altri di apparente anarchia strumentale
Ed è davvero sorprendente come dai suoi solchi traspirino realisticamente tutte le caratteristiche di una generazione in forte mutamento come quella del 72. Lo stesso vocalizzo che caratterizza, appunto,  "Posto di non so dove" sembra quasi un richiamo apolide - ma universale - alla modernità gettato dal profondo di un vicolo urbano. 

Il gioco continua negli stridori di "Grandangolo". Poi tra tensioni e meditazione in "Aspettando il nuovo giorno" e “36° parallelo” e, ancora, nella magistrale “Azimut”, là dove in un affresco impressionista, sembrano sfogarsi tutte le dicotomie di un mondo sospeso tra opposti: jazz o rock, personale o collettivo, meditazione o coinvolgimento? 

Quesiti per il momento ancora senza risposta, ma a cui il Perigeo avrà modo di rispondere nel giro di un anno quando, grazie anche al continuo contatto con il pubblico, licenzierà uno dei suoi lavori più comunicativi, disvelando e reinterpretando, ancora una volta, il corso della storia. 
Più di così non credo si possa pretendere.

Stormy Six: Un biglietto del tram (1975)

un biglietto del tram  1975
Un biglietto del tram” dei milanesi Stormy Six uscì nel 1975, l’anno più “rosso” della storia degli anni settanta: momento in cui i pragmatismi e le grandi utopie riuscivano ancora a convivere, e la speranza di poter disarcionare la Democrazia Cristiana alle elezioni politiche dell’anno successivo era più viva che mai. 

Così, quando in primavera uscì Stalingrado, brano che evocava un episodio-chiave della seconda guerra mondiale, le sue note rieccheggiarono un po’ ovunque: in tutte le nascenti radio democratiche, nei cortei, nelle osterie, nelle sedi politiche e, data la sua progressione armonica relativamente semplice, si rivelò anche alla portata di qualsiasi chitarra. 

In più, il brano di Umberto Fiori e Tommaso Leddi (nuovi arrivati nel gruppo), restituì anche un messaggio ideologico chiaro e incontrovetribile: se i russi hanno respinto e sconfitto i nazifascisti, possiamo e dobbiamo farlo anche noi. Un’allegoria così semplice e diretta da diventare a breve patrimonio di un’intera generazione di militanti. 

La Repubbluca Rock progressivo italiano Stormy SixMa non uscì sola Stalingrado: accanto a lei c’erano le altre otto canzoni di un disco che, per la prima volta in Italia, delinearono in chiave pop uno straordinario affresco di immagini, personaggi e di aneddoti, tutti legati alla guerra e ai suoi orrori: la barbarie umana (“Nuvole a Vinca” e “La sepoltura dei morti”), le prime ribellioni operaie (“La fabbrica”), il sacrificio dei partigiani (“Dante di Nanni” e “Enrico Mattei”) e infine quel sapore dolceamaro che ebbero i giorni della liberazione (“Arrivano gli americani”). 

E a degna chiusura del disco, troviamo quello che a mio avviso fu il punto più alto di tutta la canzone politica italiana, “Un biglietto del tram”, rievocazione in versi e musica della strage di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944, quando i fascisti della RSI trucidarono quindici partigiani come rappresaglia ad un attacco antinazista avvenuto due giorni prima in Viale Abruzzi: un eccidio perpetrato in maniera così agghiacciante, da spingere addirittura Mussolini a sporgere un reclamo ufficiale presso l’ambasciata tedesca. 

Vero capolavoro di sensibilità poetica, civile ed artistica, “Un biglietto del tram” si dipana ironicamente su un tempo di valzer viennese dal quale, poco a poco, riappaiono alcune tra le vittime di allora (Foganolo, Esposito, Poletti...) che sembrano ripercorrere le vie di Milano a caccia di pietà e giustizia. In particolare, quell’Umberto Fogagnolo - all’epoca militante del Partito D’Azione clandestino - che ci fa un curioso regalo: un biglietto del tram. Non sarebbe stato meglio utilizzare quello per tornare in Piazzale Loreto, anziché un gelido blidato verso la morte? 

rock progressivo italiano
Registrato nel marzo del 1975 negli studi Ariston di San Giuliano Milanese, la quarta fatica degli Stormy Six è ben lungi dal ritenersi un disco di rock progressivo, anche malgrado le numerose raffinatezze ritmico-armoniche che vi compaiono. 
Parlerei piuttosto di un hard folk acustico o, ancor meglio, di un’azzeccata quanto inedita complessificazione della canzone politica militante: niente più armonie corali sul modello dei canti partigiani, nessuna ballata di stampo dylaniano o sessantottino (Della Mea, Marini, Pietrangeli ecc.), ma orchestrazioni rigorose ad arredare un ambiente limpido e asciutto, dando così un peso ancora maggiore ad avvenimenti, luoghi, persone sentimenti. 

Prinmo esperimento italiano di autodistribuzione nei concerti e nelle piazze (nei negozi provvide l'Ariston), il disco arrivò a vendere circa 30.000 copie aprendo non poche strade a quelle che di lì a poco sarebbero state le prime discografiche indipendenti.

Va da se che grevità e mestizia accompagnano l’ascoltatore dal primo all’ultimo scolco, ma ciò non fa altro che elevare ulteriormente la coerenza di tutto il lavoro 
Certamente po,i in un’era di incosciente revisionismo come la nostra, quelle note così altere potrebbero sembrare desuete se non addirittura disturbanti o inutili, ma davvero pochi dischi come “Un biglietto del tram” sono stati in grado di rievocare segmenti così importanti della nostra storia. 

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Banco Del Mutuo Soccorso (1972)

banco del mutuo soccorso 1972Siamo alla fine del 1968: unl giovane tastierista di Marino (RM) Vittorio Nocenzi ottiene un'audizione presso la RCA, grazie all'intercessione della popolare cantante Gabriella Ferri con la quale aveva già collaborato in precedenza.

Non vuole presentarsi da solo però, per via della nota ostilità delle discografiche ad accogliere cantanti solisti e fa credere alla major di essere il leader di una grande e consolidata band.
"Bene, presentati col tuo gruppo, allora!", gli viene detto.
Il gruppo però esiste solo nella testa di Nocenzi e per non far saltare il provino, il diciassettene tastierista si vede costretto a raffazzonare una formazione qualsiasi, chiedendo rapidamente aiuto ad amici e parenti.

All'appello si presentano il fratello Gianni,
il bassista Fabrizio Falco, il batterista Mario Achilli - già insieme a Vittorio nei Crash -, e Gianfranco Colletta dei disciolti Chetro & Co.La formazione prende il nome di "Banco del mutuo soccorso" (probabilmente per evocare questa iniziale campagna di solidarietà), il provino va abuon fine e il quintetto comincia a lavorare producendo una cospicua dose di materiale e pubblicando tre brani nella musicassetta "Sound '70".

Dopo diversi assestamenti in cui ruotano intorno al nucleo dei Nocenzi anche anche Claudio Falco (fratello di Fabrizio), Franco Pontecorvi e - si dice - Leonardo Sasso (futuro Locanda delle Fate) il gruppo partecipa al secondo Festival Pop di Caracalla nel 1971 dove infine recluta gli
ex "Esperienze" Francesco Di Giacomo, Renato D'Angelo, Pierluigi Calderoni e il chitarrista dei Fiori di Campo Marcello Todaro, definendo così la sua formazione storica. 
 

banco del mutuo soccorso salvadanaio 1972Risolti i rapporti con la RCA, il gruppo migra a Milano dove comincia a farsi notare "nel giro", calcando tra l'altro i palcoscenici dello storico locale "Carta Vetrata" (Bollate) e del "Nautilus" di Cardano al Campo.

Notati dal produttore Sergio Colombini che li porterà alla Ricordi, il sestetto inizia una nuova avventura discografica che li vedrà esordire nella primavera del '72 con un capolavoro del Prog Italiano: "Banco del mutuo soccorso", album noto anche come "salvadanaio" per via della sofisticatissima copertina fustellata su un disegno di Mimmo Melino.


Musicalmente il disco è straordinario e "In Volo" sembra essere la migliore delle possibili opening tracks: una sorta di breve respiro psichedelico, misto a sottili avvisaglie prog che esploderanno nella loro autorità sin già dal brano successivo. Insomma: "Ciò che si vede, è!".
In "R.i.P." l'impostazione del sound del "BMS" si rivela in tutta la sua maestosità e poesia: superbe galoppate ritmiche supportano una vocalità limpida e decisa, che esalta chiaramente ogni raffinatezza dei testi, incentrati sugli orrori della guerra.

banco del mutuo soccorso 04Ogni strumento prende posto nello spettro sonoro senza alcuna prevalenza e questo, malgrado il potenziale ingombro timbrico delle doppie tastiere. I virtuosismi personali sono relativamente limitati e convferiscono al lavoro un groove solido e omogeneo.

La voce di voce di "Big" Di Giacomo arriva e si ritrae come un'onda alternando momenti di calibrata prepotenza a dinamiche più sottili.
Per esempio, nel brevissimo "Intermezzo", questa sembra affievolirsi in un momentaneo commiato, per dar spazio alle vulcaniche parti strumentali di "Metamorfosi": vero e proprio pezzo di bravura del gruppo.

Largamente impostato su sonorità rock, "Metamorfosi" è una magistrale dimostrazione di equilibrio e abilità in cui il "Banco" attesta sia la sua completa indipendenza da schemi precostituiti di stampo anglosassone, sia la sua capacità di sfruttare al meglio la sua peculiarità di "primo gruppo mediterraneo a due tastiere complementari".
Il resto, è una ritmica selvaggia su cui si appoggiano all'occorrenza i contrappunti e le varie sonorità delle chitarre di Todaro.



francesco di giacomoIn "Metamorfosi" non vi sono tracce di barocchismi esasperati: rock, psichedelia e citazioni classiche si mescolano in un kernel saldo e inamovibile. Solo dopo 8 lunghi minuti torna la voce ad introdurre, in un potente finale, quella che sarà la suite memorabile del disco: la chilometrica "Il giardino del mago" (18 minuti e mezzo).

Nel "Giardino", la band sperimenta tutte le sue potenzialità narrative sviluppando con equilibrio diverse varianti sinfoniche del tema principale. Nel rifiuto di qualsiasi ovvietà melodica, momenti molto tesi e soavi si alternano a movimenti di rock sinfonico alternati con breaks dal vago sapore psichedelico, classico o addirittura spaziale.
Il finale del brano, è un rock progressivo puro che sfocia nel brano conclusivo "Traccia": giusta sintesi di barocco, rock duro e radicale mediterraneità.

Più aggressivo della PFM, il Banco del Mutuo Soccorso offre con questo suo primo lavoro un biglietto da visita difficilmente ignorabile, se non altro per la sua mirabile sintesi strumentale. Acclamato da ogni frangia dell'underground, raggiungerà vette commerciali notevoli e spianerà una luminosa carriera al gruppo.

Dovendo trovarvi dei difetti, si rimane veramente in difficoltà. Forse l'eccessiva tendenza ad esasperare o "dinamizzare" certi passaggi potrebbe essere motivo di critica, esattamente così come l'aulicità dei testi, ma sono quisquilie.
L'album del "salvadanaio" è un esordio perfetto.


BANCO DELMUTUO SOCCORSO - Discografia 1972 - 1978:
1972: BANCO DELMUTUO SOCCORSO
1972: DARWIN
1973: IO SONO NATO LIBERO
1975: BANCO (english)
1976: GAROFANO ROSSO
1976: COME IN UN'ULTIMA CENA
1978: DI TERRA