Banco Del Mutuo Soccorso (1972)

banco del mutuo soccorso 1972Siamo alla fine del 1968: unl giovane tastierista di Marino (RM) Vittorio Nocenzi ottiene un'audizione presso la RCA, grazie all'intercessione della popolare cantante Gabriella Ferri con la quale aveva già collaborato in precedenza.

Non vuole presentarsi da solo però. 

Per via della nota ostilità delle discografiche ad accogliere cantanti solisti, fa credere alla major di essere il leader di una grande e consolidata band.
"Bene, presentati col tuo gruppo, allora!", gli viene detto.
Il gruppo però esiste solo nella testa di Nocenzi e, per non far saltare il provino, il diciassettene tastierista assembla una formazione qualsiasi, con l'aiuto di amici e parenti.

All'appello si presentano il fratello Gianni,
il bassista Fabrizio Falco, il batterista Mario Achilli - già insieme a Vittorio nei Crash -, e Gianfranco Colletta dei disciolti Chetro & Co.La formazione prende il nome di "Banco del mutuo soccorso" (probabilmente per evocare questa iniziale campagna di solidarietà)
Il provino va a buon fine, e il quintetto comincia a lavorare, producendo una cospicua dose di materiale e incidendo tre brani nella musicassetta "Sound '70".

Dopo diversi assestamenti, in cui ruotano intorno al nucleo dei Nocenzi anche anche Claudio Falco (fratello di Fabrizio), Franco Pontecorvi e - si dice - Leonardo Sasso (futuro Locanda delle Fate), il gruppo partecipa al secondo Festival Pop di Caracalla nel 1971, reclutando infine gli
ex "Esperienze" Francesco Di Giacomo, Renato D'Angelo, Pierluigi Calderoni e il chitarrista dei Fiori di Campo Marcello Todaro, e definendo così la sua formazione storica. 
 

banco del mutuo soccorso salvadanaio 1972Risolti i rapporti con la RCA, il gruppo migra a Milano dove comincia a farsi notare "nel giro", calcando tra l'altro i palcoscenici dello storico locale "Carta Vetrata" (Bollate) e del "Nautilus" di Cardano al Campo.

Notati dal produttore Sergio Colombini che li porterà alla Ricordi, il sestetto inizia così una nuova avventura discografica, che inizia nella primavera del '72 con un capolavoro del Prog Italiano: "Banco del mutuo soccorso", album noto anche come "salvadanaio" per via della sofisticatissima copertina fustellata su un disegno di Mimmo Melino.



Musicalmente il disco è straordinario tanto che "In Volo" sembra essere una delle migliori delle possibili opening tracks della storia del progressivo italiano: una sorta di breve respiro psichedelico, misto a sottili avvisaglie prog che troveranno conferma sin già dal brano successivo. Insomma: "Ciò che si vede, è!".
In "R.i.P." poi,  l'impostazione del sound del BMS si rivela in tutta la sua maestosità e poesia: superbe galoppate ritmiche supportano una vocalità limpida e decisa, che esalta chiaramente ogni raffinatezza dei testi, incentrati sugli orrori della guerra.

banco del mutuo soccorso 04Ogni strumento prende posto nello spettro sonoro senza alcuna prevalenza, e questo, malgrado il potenziale ingombro timbrico delle doppie tastiere. 
I virtuosismi personali sono relativamente limitati e conferiscono al lavoro un groove solido e omogeneo.

La voce di voce di "Big" Di Giacomo arriva e si ritrae come un'onda alternando momenti di calibrata prepotenza a dinamiche più sottili.
Per esempio, nel brevissimo "Intermezzo", questa sembra affievolirsi in un momentaneo commiato, ma si fa desiderare nelle vulcaniche parti strumentali di "Metamorfosi": vero e proprio pezzo di bravura del gruppo.

Largamente impostato su sonorità rock, "Metamorfosi" è una magistrale dimostrazione di equilibrio e abilità in cui il "Banco" attesta sia la sua completa indipendenza da schemi precostituiti di stampo anglosassone, sia la sua capacità di sfruttare al meglio la sua peculiarità di "primo gruppo mediterraneo a due tastiere complementari".
Il resto, è una ritmica selvaggia su cui si appoggiano all'occorrenza i contrappunti e le varie sonorità delle chitarre di Todaro.

francesco di giacomoIn "Metamorfosi", si badi bene, non c'è barocchismo esasperato: rock, psichedelia e citazioni classiche si mescolano in un kernel saldo e inamovibile. E solo dopo 8 lunghi minuti torna la voce ad introdurre, in un potente finale, quella che sarà la suite memorabile del disco: la chilometrica "Il giardino del mago" (18 minuti e mezzo).

Nel "Giardino", la band sperimenta tutte le sue potenzialità narrative sviluppando con equilibrio diverse varianti sinfoniche del tema principale. Nel rifiuto di qualsiasi ovvietà melodica, momenti molto tesi e soavi si alternano a movimenti di rock sinfonico alternati con breaks dal vago sapore psichedelico, classico o addirittura spaziale.
Il finale del brano, è un rock progressivo puro che sfocia nel brano conclusivo "Traccia": giusta sintesi di barocco, rock duro e radicale mediterraneità.

Più aggressivo della PFM, il Banco del Mutuo Soccorso offre con questo suo primo lavoro un biglietto da visita difficilmente ignorabile, se non altro per la sua mirabile sintesi di stili precostituiti e inventiva propria
Acclamato da ogni frangia dell'underground, raggiungerà vette commerciali notevoli e spianerà una luminosa carriera al gruppo.

Dovendo trovarvi dei difetti, si rimane veramente in difficoltà. Forse l'eccessiva tendenza ad esasperare o "dinamizzare" certi passaggi potrebbe essere motivo di critica, esattamente così come l'aulicità dei testi, ma sono quisquilie.
L'album del "salvadanaio" è semplicemente perfetto.


BANCO DELMUTUO SOCCORSO - Discografia 1972 - 1978:
1972: BANCO DELMUTUO SOCCORSO
1972: DARWIN
1973: IO SONO NATO LIBERO
1975: BANCO (english)
1976: GAROFANO ROSSO
1976: COME IN UN'ULTIMA CENA
1978: DI TERRA

Procession: Fiaba (1974)

procession fiaba 01INTERVIENE NEI COMMENTS PINO TUCCIMEI, PRODUTTORE DI FIABA. GRAZIE PINO.


Dopo un esordio coraggioso, ma poeticamente debole, i Procession attraversano un periodo di stasi dovuto principalmente al fallimento della loro discografica, la "Help", di cui furono gli ultimi protagonisti a 33 giri.

In più, a causa delle modeste vendite del primo lavoro e i alcuni problemi dovuti alla chiamata di leva, il gruppo subisce anche un rimpasto che lascerà intatti solo i 2/5 della band originale.
Se ne vanno prima il chitarrista Marcello Capra e il bassista Angelo Girardi partiti a militare e poi il batterista Giancarlo Capello per lasciar spazio a Maurizio Gianotti (sax e flauto) e Paolo D'Angelo (basso).
A questi, si aggiungerà infine il batterista Francesco Froggio Francica, ex Raccomandata con Ricevuta di Ritorno, riportando la band all'originale assetto a cinque.

Rimasti fedeli al produttore Pino Tuccimei, i rinnovati Procession approdano alla Fonit-Cetra che li convoca per incidere il loro secondo album negli studi di Via Bertola a Torino.
Dopo quasi due mesi tra prove e registrazioni, esce così nel 1974 "Fiaba": sei brani di altrettanti minuti l'uno composti prevalentemente da Roby Munciguerra che se da un lato ricordano molto le atmosfere di "Frontiera", dall'altro non le ammantano con problematiche superiori alle capacità narrative di Marina Comin, che comunque anche in questo caso rimane autrice di tutti i testi.

E questa volta, c'è da dire che la dimensione fiabesca che avvolge il disco, non solo calza meglio alla sognante poetica dei testi, ma anche al sound del gruppo che risulta molto più morbido e organico.
La stessa copertina non richiama più i duri simboli di un dramma storico (la valigia dell'emigrato in "Frontiera") ma fantasiosi simboli araldici e,nella copertina interna, un pittoresco castello al quale stanno simbolicamente confluendo sia musicisti di estrazione classica, sia giovani musicisti Pop.


procession fiaba 02A suggellare il nuovo corso della loro carriera, i Procession chiamano a se anche tre ospiti di grande prestigio.
L'ex cantante-percussionista dei Circus 2000 Silvana Aliotta e il tastierista dei Delirium Ettore Vigo che apportano il loro contributo al brano "C'era una volta", e il tastierista Franco Fernandez che suona invece in "Un mondo sprecato" e "Fiaba".

Considerato unanimemente il lavoro migliore del gruppo torinese, "Fiaba" si apre con un'intensa galoppata di percussioni sulla quale intervengono gradualmente tutti gli strumenti definendo in poche misure il groove generale del disco: un piacevole Prog molto più acustico che elettrico, con grandi concessioni al Jazz-Fusion, specie nell'uso dei fiati.

La parti più rock sono affidate alla chitarra elettrica di Roby Munciguerra che, specie nel primo brano "Uomini di vento" fornisce un ottimo biglietto da visita delle sue capacità, mentre il lato più morbido è rappresentato dal flauto di Maurizio Gianotti che contrappunta delicatamente il tessuto armonico con tanto di raddoppio sulle note.
Estremamente efficaci anche gli interventi del sax che, specialmente nell'attacco di "C'era una volta", raggiungono un raro livello di efficacia e di bellezza pur pagando un debito forse eccessivo al turnista dei Pink Floyd Dick Parry. Anche in questo caso però, ci pensa il raddoppio sul finale a personalizzare dignitosamente l'assolo.
procession fiaba 03Sempre nello stesso brano, il pur ottimo contributo di Silvana Aliotta che in quello stesso periodo, aveva appena pubblicato il suo primo ottimo singolo "Madre", è davvero troppo accostabile alla Claire Torry di "The great gig in the sky".

Vero e proprio marchio di fabbrica dei Procession è infine la splendida voce di Gianfranco Gaza, il cui registro alto e potente, svetta per esempio in "Notturno" grazie a un bel duetto col mellotron che evidenzia anche l'accurata ricerca di particolari sonorità di cui è intriso tutto il long playing.

Chiudono il tutto "Il volo della paura" (la cui introduzione ricorda la prima "Era di Acquario") e un finale molto morbido che si commiata dall'ascoltatore nella più coerente delle maniere possibili.

In sostanza, davvero un bel lavoro che però, malgrado i grossi sforzi promozionali dal vivo (in cui alla batteria compariva invece Roberto Balocco degli ex-Capsicum Red), non riuscì a decollare commercialmente, provocando lo scioglimento dei Procession che si riformeranno grazie al solo Munciguerra ben 32 anni dopo.

Gianfranco Gaza entrerà negli Arti e Mestieri nel 1975, Marcello Capra collaborerà con Enzo Maolucci e successivamente con Tito Schipa Jr in "Concerto per un Primo Amore" e infine Giannotti si rifarà vivo nel 1979 con l'album "No Speed" dei torinesi "Combo Jazz".
Comunque, a parte quei miglioramenti che avrebbero potuto portare la band a un terzo lavoro, era evidente che le sonorità semiacustiche e il linguaggio aulico di Fiaba non corrispondesse più alle necessità di un mondo giovanile alle porte di una crisi esistenziale.


COLLEZIONISMI: Fiaba è un disco molto raro che è stato proposto a circa 400 euro sino al 2007.
Dopodichè, le sue apparizioni sul mercato si sono diradate sempre di più al punto di riapparire nel 2011 alla cifra di 1.500 euro, prezzo a cui viene tuttora proposto in condizioni Mint sia in rete che nelle conventions.

Metamorfosi: Inferno (1973)

metamorfosi inferno  01"Era inverno", direbbero le Orme.
Nei negozi di tutta Italia usciva il secondo lavoro dei Metamorfosi.

Non so bene cosa si fossero aspettati i fans degli ex "Frammenti" dopo un esordio così imperniato su musiche beat-cattoliche ma di sicuro, non un album come quello che uscì il 30 gennaio1973.


Di fatto, già dalla meravigliosa copertina della "Gamma Film" di Roberto Gavioli (quella di "Mammut, Babbut, e Fliut,", "Cimabue" e il "Vigile Concilia") si intuiva che qualcosa era cambiato: non più figure bibliche ma scenari infernali, non più luminose canzoni impostate sulla gioia di vivere e di credere, ma cupi racconti tratti dall'Inferno di Dante.

Anche la line up della band era cambiata: il chitarrista Luciano Tamburro se n'era andato senza essere più sostituito e, nella sezione ritmica, il batterista Mario Natali aveva lasciato il posto all'inquieto congolese Gianluca Herygers ("Bravo, ma pazzo", mi confidò personalmente Jimmy).
I Metamorfosi si erano dunque assestati a quartetto ma, pur avendo mantenuto inalterati i 3/4 della vecchia formazione, avevano rivoluzionato completamente sia la loro immagine sia, come vedremo, il loro sound.
"Inferno" è di fatto un concept album a totale spessore Prog. Una vulcanica suite di 16 brevi movimenti in cui vengono messi all'indice i protagonisti dei mali della società (spacciatori, avari, razzisti, politici ecc), attualizzando il modello proposto nella Divina Commedia di Dante.

La spiritualità del gruppo passa dalla primigenia magnificazione di una Fede ultraterrena, alla concreta denuncia di quei soggetti che stanno corrodendo il mondo civile, dimostrando così non solo una sopraggiunta maturità artistica e intellettuale, ma anche l'assunzione di una coscienza comunicativa perfettamente al passo coi tempi.
Lo stesso sound del disco, non ha più nulla di "E fu il sesto giorno".metamorfosi 02Pur sempre condito da citazioni mistiche, "Inferno" è un granitico incedere tra diversi scenari tematici, tutti perfettamente coesi da un ordito musicale solido e variegato e supportato da una voce di rara potenza ed incisività.
Ognuno degli episodi che compongono l'album ha una propria personalità ben definita e si aggancia quelli contigui formando una scaletta di straordinaria bellezza.

Le tastiere di Enrico Olivieri (Elka personalizzato, Hammond C3 e Piano) sono l'elemento armonizzante di un groove che alterna sapientemente brani maestosi ("Introduzione", "Caronte") ad atmosfere cupe e gotiche ("Violenti" "Spacciatore di droga") , raggiungendo a tratti picchi di struggente passionalità ("Lussuriosi").

La tensione narrativa non conosce flessioni e, restituisce un Prog Rock, per molti versi allineabile a quello dei più blasonati colleghi d'oltremanica.
La possente voce di Spitaleri raggiunge qui uno dei suoi tanti vertici interpretativi e la sezione ritmica Turbitosi - Herygers da quanto di meglio si potesse chiedere ad un'opera di questa caratura.
Anche se inficiato da un leggero pietismo poetico (che comunque era nella perfetta norma per quei tempi quale eredità dell'Underground), "Inferno " è da considerarsi un monolite del Prog Italiano per classe compositiva, strumentale e tecnica.

metamorfosi 03Capolavoro nel suo genere, ed estremamente ricercato dai collezionisti di tutto il mondo (tanto da essere stato uno degli album più falsificati del pianeta), il disco ebbe anche un discreto riscontro commerciale vendendo, si dice, circa 10.000 copie. Difetti? Si ce ne sono, ma non certamente imputabili alle capacità tecniche del gruppo.
Come capitò a molte formazioni minori che trattavano temi "epici" e "mistici", anche i Metamorfosi furono accusati di prendersi un po' "troppo sul serio" rispetto alla loro visibilità e per questo, apparvero a molti "supponenti" ed "eccessivi".

In questo senso, le numerose apparizioni nei vari Festival Pop, pur se arricchite da trovate sceniche mai banali ed un grande impatto teatrale, non riuscirono a tradurre la qualità del loro operato in termini di sopravvivenza commerciale e questo forse, anche a causa della fortissima concorrenza da cui rimasero inevitabilmente schiacciati.

Scioltisi poco dopo la pubblicazione di Inferno, i Metamorfosi si riformeranno negli anni '90 per dar vita al sequel del loro capolavoro, "Paradiso": ancora con nuove idee e sempre sorprendendo il pubblico con il loro grande cuore Rock.


METAMORFOSI - Discografia 1972 - 1975:
1972: E FU IL SESTO GIORNO
1973: INFERNO
2004: PARADISO

Le Stelle di Mario Schifano: Dedicato a... (1967)

le stelle di mario schifanoIl quartetto "Le Stelle", si forma in Veneto nel 1967 dall'incontro dell'ultimo bassista dei Giacobini e dei New Dada Giandomenico Crescentini con il chitarrista Urbano Orlandi, i quali reclutano a loro volta il tastierista Nello Marini (ex Wretched poi nei Venetian Power) e il batterista alessandrino Sandro Cerra.

Stabilitisi a Roma, i quattro vengono introdotti da un vecchio amico di Orlandi Ettore Rosboch al trentatreenne artista Mario Schifano, all'epoca nella sua più intensa fase lisergica e cinematografica ed interessato a implementare in Italia quel discorso psichedelico-multimediale tipico della Pop Art che già seguiva dal 1962.

La sinergia artistica col maestro funziona e i quattro musicisti vengono scritturati per un primo concerto nel settembre del '67 nel Teatro capitolino di Via Belsiana (gestito da Alberto Moravia e Dacia Maraini) in cui, sotto il nuovo nome di "Le Stelle di Mario Schifano", eseguono brani propri mentre su di loro vengono proiettate immagini dal film "Anna Carini in agosto vista dalle farfalle" dove per intenderci Anna Carini era la ragazza di Schifano, nonchè conduttrice con Giancarlo Guardabassi del noto programma radiofonico "Countdown".

L'impatto di critica è notevole e Schifano programma una seconda data romana al Piper che, come vederemo, si terrà effettivamente il 28 dicembre del 1967.
Nel contempo "Le Stelle" migrano a Torino, sia per tenere una serie di concerti al Club Perla, sia per registrare al "Fono Folk Stereostudio" quello che sarà il loro primo ed unico lavoro su vinile: "Dedicato a…", inciso per la minuscola discografica milanese BDS (costola dell'Ariston) e pubblicato nel Novembre 1967 in circa 500 copie (ma la cifra esatta non è nota), di cui si racconta che le prime 50 fossero in vinile rosso, anche se in realtà oggi sappiamo che furono molte di più.
Terminata l'esperienza torinese, il gruppo torna a Roma per presenziare a quello che sarà il primo grande happening della musica psichedelica Italiana: "Grande angolo, sogni e stelle" (28/12/1967) con musica live, proiezioni miste su quattro schermi panoramici e ospiti di prestigio tra cui l'assistente di Andy Warhol, Gerard Malanga, che di lì a poco avrebbe fondato "Interview".
dedicato a... 1967Purtroppo, la risonanza dello spettacolo non aiutò molto la carriera delle "Stelle", sia per un sopraggiunto disinteresse di Schifano nel proseguire quel filone artistico, sia per irreversibili tensioni interne al gruppo che si scioglierà l'anno successivo dopo un 45 di scarso successo.
Il solo Nello Marini proseguirà la carriera a partire dal collettivo dei Venetian Power.
"Dedicato a…" è oggi uno dei vinili più rari che esistano in Italia.
Praticamente sconosciuto prima di essere stato ristampato (spesso male e con la grafica scorretta o troppo ritoccata) e rivalutato dal fenomeno delle "Conventions ", le sue quotazioni oscillano oggi anche oltre i 3.500 a euro per una copia mint in vinile nero.

Comunque, al di là delle iperquotazioni, la rarità di questo pezzo da museo ha motivazioni certamente plausibili.
Per prima cosa, il prezzo di vendita originale sembra oscillasse dalle 2.500 lire nei negozi a circa 40.000 lire nelle gallerie d'arte (quindi l'edizione contenente le litografie numerate dell'artista romano) , cifra proibitiva per la maggior parte del mercato giovanile (un prodotto "borghese", insomma). La scarsa distribuzione fece poi il resto.
Secondo: fu un irripetuto esempio di psichedelia italiana ante-litteram che, sia per la sontuosa veste grafica concepita da Schifano in persona, sia per l'estrema trasversalità della musica, venne percepito più come un prezioso oggetto d'arte che non come un comune disco in vendita nei normali circuiti commerciali.
Musicalmente, il groove del disco si divide in due parti distinte.
La prima facciata è occupata dalla una lunga improvvisazione surreale "Le ultime parole di Brandimante…" (17' ca.) che ben riflette quelle che dovevano essere le performances del gruppo.
stelle di mario schifanoLa timbrica è aggressiva e molto più vicina all'avanguardia pura che non al rock psichedelico, con un trasporto emotivo che aumenta man mano che ci si avvicina al finale (che viene ironicamente contaminato con la sigla televisiva RAI della "Fine delle trasmissioni").

Tecnicamente altalenante, l'esecuzione è finalizzata a creare un trasporto emotivo piuttosto che musicale ed è sicuramente un esempio più unico che raro nell'Italia degli anni '60.
Meno stridente è invece il secondo lato che presenta momenti di
psichedelìa più strutturata, tra cui l'affascinante "Molto Alto" e la Velvetiana "Susan Song": sicuramente la canzone meglio arrangiata del disco.
Successivamente, si procede senza infamia e senza lode con "
E dopo" e "Intervallo", mentre spicca per fascino l'arabeggiante finale "Molto Lontano (a colori)".

Molto trasgressivo ma all'epoca commercialmente poco recepito, "
Dedicato a…" resta un tassello prezioso e deviato rispetto al resto del Beat.
La sua rivalutazione
ex-post lo ha portato oggi ad essere considerato un album "seminale", anche malgrado un lungo oblìo durato oltre vent'anni.
Dargli un peso eccessivo equivarrebbe ad osare sul terreno del
revisionismo, ma sarebbe un crimine trascurare il suo innegabile valore artistico e testimoniale.
Un capolavoro da aprezzare e assolutamente da non perdere.

PS: "Susan song" non vi ricorda qualcosa delle Orme?

Balletto di Bronzo: Ys (1972)

balletto di bronzo ys 1972CAPOLAVORO DEL PROG ITALIANO.
L'ULTIMO UOMO PRIMA DELL'APOCALISSE.

A distanza di due anni dal disco d'esordio "Sirio 2222", i napoletani Balletto di Bronzo subiscono una vera e propria trasfigurazione fisica e stilistica.

Protagonista: il tastierista Gianni Leone, detto LeoNero proveniente dal primo nucleo dei dissolti Città Frontale.
La trasformazione è radicale, e accanto allo stesso Leone, subentra anche il bassista Vito Manzari (ex "Quelle strane cose che") al posto dei più discreti Michele Cupaiuolo e Marco Cecioni.

Leone ha le idee chiare, la strumentazione adeguata, e un carisma talmente preponderante da traghettare tutto il sound del gruppo dal post-beat psichedelico degli esordi al Prog più radicale.

Persino la primigenia discografica RCA, spaventata dal nuovo corso della band, la cede volentieri alla Polydor che nel frattempo si sta interessando sempre di più al nuovo Pop d'avanguardia (Latte e Miele, Mauro Pelosi, Bill Gray dei Trip) e non lesina nella produzione del quartetto napoletano: copertina sontuosa con tanto di libretto interno, mixaggio molto sofisticato ad opera del noto fonico Gaetano Ria, e collaboratori di prestigio tra cui il M° Mariano Detto del Clan Celentano.


Nota curiosa: tra le quattro coriste di studio, spicca anche una tale Giusy Romeo (poi Giuni Russo) destinata dieci anni più tardi a una brillante carriera solista.

 balletto di bronzo ys 02 
Il nuovo parto del Balletto s'intitola "Ys" e già dal concetto di base si intuisce che si tratta di un lavoro ambizioso e trascendentale.
Il racconto descrive gli incontri dell'ultimo uomo sopravvissuto sulla terra prima dell'apocalisse con tre personaggi: una figura straziata e agonizzante, il Cristo e probabilmente, la stessa figura della Morte.


Ad ispirare il tutto, la mitica città Bretone di Ys sulla baia di Finisterre, sommersa dall'Oceano Atlantico nel 444 a.C. per colpa, si dice, dell'imprudenza della giovane principessa Dahout che ne spalancò inopinatamente le chiuse esponendo la città alla marea devastatrice (una versione "ante litteram" del disastro di Chernobil, se vogliamo).


Al di la della teoria però, ciò che consegnò questo disco alla storia, fu la sua rivoluzionaria architettura musicale che, pur se omogenea e rigorosa in senso classico, presentava un groove talmente destrutturato da rendere tutta l'opera assolutamente esclusiva per l'Italia del 1972 .

L'assenza di melodia è totale. Le voci iniziali, da cupe e funeree, sfociano in complesse polifonie su un tappeto di tastiere dissonanti e preziose cesellature di chitarra che sembrano prese in prestito dal miglior Robert Fripp.
La ritmica è un incessante accavallarsi di sincopi e di tempi dispari.
Persino i cori, che nell'accezione classica dovrebbero armonizzare la melodia, vengono invece utilizzati per confonderla e disarticolarla.

Il disco alterna momenti elettronici ad atmosfere hard jazz in un continuum di evocazioni, allucinazioni armoniche, sequenze multiritmiche, citazioni barocche e narrazioni cantate. In altre parole: rock progressivo allo stato puro.
Ogni singolo movimento, viene frammentato in più passaggi (che si sviluppano anche nell'arco di pochi secondi) che denotano non solo un'impressionante fantasia compositiva, ma anche una straordinaria abilità di assemblaggio.

balletto di bronzo ys 03Le sonorità sono costantemente diversificate dall'artiglieria di tastiere di Gianni Leone.
L'epilogo che descrive l'apocalisse è un incrocio tra Bach e i Quartieri Spagnoli: quasi troppo bello per essere descritto, e forse altrettanto difficile per essere apprezzato. 


Purtroppo, Ys fu "apocalittico" non solo nella sua forma artistica, ma anche per lo stesso Balletto di Bronzo che cessò di esistere poco dopo: sopraffatto da dissidi interni, da una vita sregolata, e soprattutto, deluso dalla sostanziale incomprensione con cui venne accolto il loro capolavoro.

Personalmente non credo che "Ys" abbia influito più di tanto sul panorama Prog Italiano. Pur ammettendo che fu un'opera trasgressiva e unica nel suo genere, infatti, fu anche talmente magniloquente da risultare alfine più edonista che comunicativa.
Del resto,  la sola avanguardia, pur se spinta ai massimi livelli, non basta a restituire un percorso universalmente riconosciuto: ci vuole anche la comunicatività, e Ys, di sicuro, non ne aveva.


BALLETTO DI BRONZO - Discografia 1970 - 1972:
1970 - SIRIO 2222
1972: YS

Cervello: Melos (1973)

cervello melosStrettamente imparentato con gli Osanna per collocazione geografica e per la presenza di Corrado Rustici, fratello di Danilo, il quintetto dei Cervello nasce a Napoli verso la fine del 1972. 
 
Appena costituita, la neonata band si mette subito in evidenza in almeno quattro Festival Pop di una certa rilevanza: Palermo Pop, Nettuno Pop, Mestre e soprattutto al 3° Festival d'Avanguardia e Nuove Tendenze organizzato nella loro città natale. Qui, vengono presentati dagli stessi Osanna ed ottengono un ottimo riscontro di pubblico e critica. 

Anche se il paragone tra i due gruppi "compari" è quasi automatico, il Cervello riesce rapidamente a ritagliarsi una propria dimensione sonora raffinata ed originale che lo porta a firmare un contratto con la Dischi Ricordi.
Il risultato è un solo disco, "Melos", che pur non essendo quantitativamente molto per un gruppo così valido, rimane uno degli albums più sofisticati di tutto il Progressive Italiano (a partire dalla copertina in cui la scatola di pomodori si apre scoprendo la foto plastificata del gruppo).


In "Melos" si fondono in grande armonia e con grande perizia tecnica e compositiva, linee armoniche mediterranee, etniche, classiche, Prog, Rock e Jazz Rock e, malgrado il gran numero di stili a cui il gruppo fa riferimento, il risultato finale è straordinariamente omogeneo ed ognuno dei sette brani non ha cali di tono al punto di restituire un lavoro fluido e scorrevole.
 
Il sound, essenzialmente basato su voce, fiati, chitarre, cori e percussioni, sorprende sia per potenza ed incisività, sia per la sua pienezza timbrica che, detto per inciso, non si avvalse quasi mai dell'uso di tastiere: cosa davvero anomala per un gruppo dei primi anni '70.
E' avvincente dunque pensare che tutta la massa sonora che si ascolta, è il frutto di sole armonizzazioni tra voci e strumenti acustici con il solo ausilio della chitarra elettrica di Rustici: un capolavoro di arrangiamento, quindi.


cervello melos 02I tappeti sono affidati ai soli intrecci tra fiati (tutti e cinque i musicisti suonano il flauto) ed alle complesse alchimie vocali che, a poco a poco, diventano il leit-motiv dell'album.
Musicalmente "Melos" è severo e piuttosto esistenzialista. Non ha quasi traccia di quella giocosità napoletana che a volte emergeva negli Osanna: ogni nota è ponderata fino al dettaglio e perfettamente funzionale alla struttura del brano, la magnifica voce di Gianluigi di Franco (che richiama molto quella di Gianfranco Gaza dei Procession) si innesta con grande equilibrio nella composizione e, ancora più eccellente, è il lavoro di Corrado Rustici,ben palleggiato tra l'elettrico e l'acustico.

La fase dell'ascolto si apre con un autorevole biglietto da visita ("Canto del Capro") in cui il gruppo traccia tutte le linee guida del lavoro. Dopo un'introduzione eterea e sognante, si succedono citazioni vocali mutuate dalla tradizione greca (da cui il titolo dell'album), un complesso corale in tempi dispari e una lunga parentesi acustica che si elettrifica progressivamente sino alla fine del brano.


cervello melos 03L'uso della strumentazione e della ritmica, crescono poco a poco sino a completarsi definendo tutto il resto dell'Ellepì. Non mancano né gli stacchi acustici né i breaks corali ad impreziosire un lavoro già di per se straordinario.
Tra una sorpresa armonica e l'altra, il disco scivola senza incertezze fino al suo brano più completo, "Melos" in cui voce e vibrafono introducono cinque minuti grande intensità musicale.
Davvero difficile non rimanerne colpiti.

Trovare dei difetti in un album simile non è semplice: forse il finale un po' sospeso che non chiude perfettamente il lavoro, forse una certa ripetitività timbrica, forse l'eccessiva acusticità…

 
Sta di fatto che, tirate le somme, "Melos" non ebbe l'impatto conflittuale che avrebbe meritato ed il Cervello subì una durissima battuta d'arresto che ne causò lo scioglimento: Rustici raggiunse il fratello negli Osanna per poi unirsi ai Nova e Di Franco cominciò un lungo sodalizio con Toni Esposito.
Resta ai posteri un disco favoloso, gentile, sofisticato ed a mio parere, imprescindibile per qualunque amante del pop Italiano degli anni '70.

Rovescio Della Medaglia: Io come io (1972)

rovescio della medaglia io come io 1972 Se il primo lavoro "La Bibbia" fu un esordio davvero scioccante e il terzo album "Contaminazione" rivelò il lato più tecnico del gruppo, il secondo disco del Rovescio della medaglia, "Io come io", si colloca esattamente nel mezzo sia come tempistica, sia come percorso di evoluzione musicale.

Pubblicato nel 1972, l'album viene prodottto dalla RCA in maniera faraonica: tre diverse edizioni, copertina forata, inserto centrale con i testi e, limitatamente alle prime copie, un medaglione di bronzo in omaggio, firmato personalmente dall'artista fiorentino Brandimarte.
Il tutto, per neppure 30 minuti di musica: cosa che rende questo Lp uno tra più brevi della storia del Prog .


In tutte le release, la copertina cartonata apribile che contiene testi, note, tracking list e foto, è dominata da toni molto scuri giocati sul nero e sul rosso, lasciando già presagire il suono sanguigno dell'album.

rovescio della medaglia 2Con tutte le liriche ispirate all'opera del filosofo Hegel ed alla "ricerca del sè in un mondo pieno di contraddizioni", "Io come io" si compone di quattro parti principali (di cui quelle pari sono divise in altrettanti movimenti), in cui il quartetto romano da finalmente sfoggio di quella autorevolezza tecnica che nel precedente "La Bibbia" era rimasta un po' ovattata.
Pur non essendo dichiaratamente un concept-album , il disco è chiaramente strutturato con una sua logica lirica e strumentale con le parti più dinamiche collocate in testa e in coda, e quelle più "tecniche" concentrate nei solchi mediani.

Il suono, pur se ruvido, graffiante e avulso da qualsiasi compromesso con il mainstream, risulta straordinariamente limpido e cesellato, esaltando così la dinamica di ciascuno strumento.
L'effettistica è praticamente assente e restituisce un groove compatto e privo di orpelli, al punto di evocare gli straordinari lavori heavy dei primi Black Sabbath.
rovescio della medaglia 3Tuttavia, quanto detto sinora risulterà lampante solo passando alla fase di auditing.
Si comincia con i sei minuti e mezzo di "Io", una micro-suite introdotta da un secco colpo di gong e da un riff portante di chitarra che viene via via ripreso da un basso più asciutto che mai.
Passati due minuti di "call and answer" tra basso e chitarra, fa il suo ingresso la maestosa voce del cantante Pino Ballarini che impone al brano un'ulteriore sferzata timbrica conducendolo nella sua parte più free: breve ma intensissima.

Seguono una ripresa del tema iniziale e il corale della prima parte di "Fenomeno" che, oltre a chiudere "Io", introduce la seconda parte del del lato A.
Si entra così nella magia di "Rappresentazione" il cui svolgimento lascia frastornati per la sua straordinaria varietà di ambienti: c'è tutta la forza dell'hard-rock (questa volta molto più "complessificata" del brano precedente) e nondimeno, numerose parentesi acustiche e vocali che conferiscono al brano un'invidiabile agilità sonora.
rovescio della medaglia 4Questa piacevole diversificazione che sembra anticipare il successivo "Contaminazione", prosegue anche nella seconda facciata con "Non io", che evoca inizialmente toni gotici e "silvestri".
Qui, un delicato arpeggio di chitarra contrappuntato dal flauto, introduce una delle parti vocali più melodiche che Ballarini abbia mai cantato.

La sua violenta chiusura e il ponte successivo ("Io come io / Divenire") però, non lascia dubbi su quello che sarà un potente finale in stile heavy. Aggressivi e violenti, i sei minuti e mezzo di "Io come io / Logica" chiudono il disco in un tripudio strumentale che ci rende spettatori del miglior "Rovescio" che di sia mai sentito sinora e,
a questo punto, ci vuole poco per stabilire che "Io come io" è da collocarsi tra le migliori prove del gruppo.
Certamente "Contaminazione" fu musicalmente più strutturato e "La Bibbia" era molto più spontaneo ma, a mio avviso, in questo album la band raggiunse un perfetto equilibrio tra tecnica e ambizione (o se vogliamo, tra "pathos" e "rigore"), asservendo le proprie potenzialità ad un lavoro processualmente adamantino e perfettamente calzante allo spirito del gruppo.

Ovvio, i detrattori potranno trovarvi di tutto per svilirlo perché in fondo il Rovescio non erano i Led Zeppelin e nemmenogli Atomic Rooster ma, almeno in questo caso, l'onestà non va messa in discussione.

Battiato: Fetus (1972)

battiato fetus 1972Quando Francesco Battiato arrivò da Jonia a Milano nel 1965 con molte idee e pochi soldi, non era il distinto e posato signore che conosciamo oggi, anzi, prorprio tutto il contrario.
Infatti, malgrado le mille difficoltà possedeva una determinazione fuori dal comune che lo portò non solo a sopravvivere nel cinico mondo della musica leggera, ma ad affermarsi come una delle principali realtà dell'avanguardia Italiana.

La prima fase di sostentamento si risolse già nel 1965 con la pubblicazione di due "flexi disc" per la NET (retribuzione: diecimila lire a disco) e nella costituzione del duo "Gli ambulanti" in coppia col pianista e compaesano Gregorio Alicata per cantare canzoni di protesta davanti alle scuole

Lo step successivo fu quando i due vennero notati da Giorgio Gaber che fece fare loro un provino.
La cosa non funzionò e Battiato scelse di proseguire da solo senza Alicata, visto che nel frattempo Gaber gli aveva procurato un contratto con la discografica Jolly.
Arrivano così altri due singoli ("La Torre" e "Triste come me", 1967) e infine il prestigioso passaggio alla Philips con la quale inciderà ben tre 45 giri tra il 1969 e il 1970: tutti di stampo romantico e tutti di un certo successo (si dice fossero quattro, ma l'ultimo non venne pubblicato).
battiato fetus 02Ad un certo punto però, qualcosa non va.
Siamo al principio del 1971 e Battiato capisce che i tempi sono maturi per osare di più. Egli è un grande appassionato di biologia, esoterismo, letteratura tedesca e musica elettronica e la fase romantica comincia a stargli talmente stretta che, più di una volta l'avrebbe rinnegata nel corso della sua carriera.
Stando alle sue stesse parole, Battiato voleva in pratica " trovare una musica che fosse il corrispettivo letterario di ciò che lo interessava".

A questo punto, l'artista si chiude in un mutismo radicale rinunciando a molte serate e alle lusinghe delle majors e inizia a cambiare completamente frequentazioni avvicinandosi sempre di più al fervido ambiente dell'avanguardia milanese.
Si dota di un modernissimo VCS3 e decide che da ora in poi inciderà qualcosa solo se ne avrà il pieno controllo.
Per realizzare i suoi piani, bussa così alle porte della neonata etichetta Bla Bla di Pino Massara che lo accoglie a braccia aperte.
Risultato: il suo primo trentatrè giri "Fetus", concepito
nel 1971, registrato alla sala Regson di Milano (la stessa di Celentano e Mina) e pubblicato nei primi mesi del 1972.battiato fetus 03Che Battiato abbia intenzione di scioccare, lo si capisce sin dalla celebre copertina dell'A.l.s.a di Gianni Sassi raffigurante un feto maschile (presumibilmente morto), dall'esplicita foto "pop" al suo interno e dalla "quarta" che ritrae il nostro in una personalissima tenuta "spaziale".

Concettualmente, il disco guida l'ascoltatore nel processo della genesi umana dal suo concepimento sino alla nascita e musicalmente si rivela una novità assoluta per l'Italia: un misto tra elettronica e Bach, tra Oriente e Occidente, tra cantilene infantili e voci spaziali, tra melodia e rumoristica.
Ingenuità e aggressività si mescolano in un insieme omogeneo ed incalzante in cui Battiato sembra voler mettere a punto tutte le linee della sua filosofia artistica.
battiato fetus 04Nell'incedere dell'ascolto non si trova nulla di scontato ed ogni nuovo movimento è una scoperta musicale e strumentale (con lui suonano sei musicisti) sempre funzionale al racconto.Si parte dalla descrizione del concepimento vista dalla parte del nascituro ("Non ero ancora nato che già sentivo il cuore […] M'incamminavo adagio per il corpo umano. Giù per le vene, verso il mio destino") per arrivare attraverso i vari processi biologici ("Cariocinesi", "Energia" "Mutazione" ecc…) alla luce della vita.

Dove non permeata da formule e citazioni scientifiche ("Fenomenologia"), la poetica di "Fetus" rivela una "pietas" straordinaria e una coscienza artistica che pur se non ancora perfettamente sviluppata, è ormai solidamente iniettata in colui che diventerà uno dei più grandi artisti Italiani.

A dispetto di qualche polemica occasionale (la foto di copertina fu tra i bersagli favoriti della stampa borghese), "Fetus" otterrà un riscontro notevole che venne ulteriormente rafforzato da un 45 promozionale ("Energia" / "Una cellula") e da incessanti apparizioni dal vivo ai principali Festival pop di cui fu sempre graditissimo ospite.

Il suo interesse all'Underground e alla Controcultura verrà favorevolmente ricambiato e, al di là di trascurabili contraddittori, porterà il ragazzo di Jonia ad una considerazione sempre più alta.
In questo senso, Fetus è da considerarsi tra i migliori album dell'avanguardia Italiana.

FRANCO BATTIATO - Discografia 1972 - 1975:
1972: FETUS
1972/73: LA CONVENZIONE - PARANOIA (45 giri)
1973: POLLUTION
1973: SULLE CORDE DI ARIES
1974: CLIC
1975: M.ELLE LE GLADIATOR