Valerio Negrini (1946-2013). Un affettuoso ricordo.

I Pooh
Se un giorno fermassimo una persona qualunque per la strada, e le chiedessimo a bruciapelo il nome del miglior paroliere italiano anni 60-80, io credo che il 90% degli interpellati risponderebbe: “Mogol”. 

Ecco, io invece mi colloco in quel 10% che non lo farebbe: ma non per disistima o per sminure le sue indiscusse capacità, quanto perché non mi sono mai piaciute né la sua poetica da “uomo per tutte le stagioni”, né la sua politica
Di fatto, gli ho sempre preferito altri autori che, pur se spesso vincolati a un inteprete, o anche solo a se stessi, si sono maggiormente avvicinati alla mia idea di comporre e di comunicare: Ivano Fossati una spanna sopra tutti, Guccini, Bennato, Daolio, Battiato, ma anche l'accoppiata Pace e Avogadro per tutto il loro particolarissimo lavoro svolto con Alberto Radius

Colui che però non ha mai cessato di sorprendermi è stato Valerio Negrini: da un lato per non aver (quasi) mai banalizzato neppure le tematiche più semplici e dall’altro, per aver sempre coltivato quella filosofia beat-libertaria pur appartenendo a un gruppo ritenuto da sempre conservatore

Ricordo ad esempio quando nel 78 - anno in cui il movimento femminista fu sottoposto ad attacchi feroci da clero e borghesia a causa della legge sull’aborto - lui se ne uscì con “Quaderno di donna” che, pur senza possedere la forza di “Piccola storia ignobile” di Guccini uscita due anni prima, o la dolcezza della “Fata” di Bennato (1977), prendeva comunque una posizione chiara e netta a favore delle rivendicazioni femminili, tracciando oltretutto un raffinato profilo umano della protagonista. Diciamo pure che si fece perdonare l’inciampo maschilista di “Tanta voglia di lei” (1971), anche se, in quel caso, ci fu un probabile concorso di colpa da parte del playboy Daniele Pace

Valerio Negrini
Altro straordinario affresco psicologico di un incontro tra due ex, poi riconfluito nelle rispettive solitudini, fu “Ci penserò domani”, in cui la donna sembrava quasi la piccola Katy ormai adulta. E’ un brano dalla tensione emotiva enorme, là dove vecchie nostalgie e nuove seduzioni si alternano a ripensamenti e ineluttabilità, scanditi dall’incessante rumore della pioggia. Detto tra noi, lo annovererei tra i più bei "vis a vis" della canzone italiana insieme a “Incontro”. 

Infine, nello stesso album “Boomerang”, spiccò anche “Classe 58”: altra piccola gemma che, in un Italia altamente militarizzata per un motivo o per l’altro (era l’anno di Fausto e Iaio, dei NAR di Acca Larenzia, delle BR e di Aldo Moro), tracciava l’angosciata figura un giovane soldato di leva, allora obbligatoria, che “buttava via un anno di vita, aspettando la guerra appoggiato a un fucile”.

Versi mai aggressivi ma neppure innocui, quelli di Valerio ebbero insomma il pregio di descrivere quarant’anni di storia italiana in modo induttivo e personale. In forma certamente semplice, ma altrettanto unica e consapevole nel suo modo di approcciarsi ai vari mutamenti del costume e della società: trattò a modo suo il fenomeno delle fughe di casa adolescenziali dei tardi anni Sessanta con “Piccola Katy”, lambì le fantasie progressive negli album dal 73 al 76, celebrò pur se di rimbalzo persino il fenomeno Punk in “Tutto adesso” dall’album "Viva" (1979), ritornò allo stile autorale quando era il momento di farlo, e uscì indenne anche da quegli anni Ottanta che, oltre a tanta allegria, produssero anche la musica più lubrica della storia italiana. 

Valerio Negrini (1946-2013)
Personalmente, l’ho conosciuto tardi Valerio, e non abbiamo mai avuto il tempo di incontrarci per approfondire la nostra amicizia, ma quanto basta ritenerlo una persona gentilissima, colta e sempre spiazzante per le sue geniali intuizioni: conversare con lui, era come fare una crociera su Marte

In più, da "analista di sistemi urbani" quale sono, mi ha sempre colpito quella sua maniera di compenetrare luoghi, persone e sensazioni come fossero una sola imprescindibile entità. E in questo senso, una delle canzoni che ho amato di più è “Una donna normale”, storia di un addio come tanti altri, ma talmente intriso di elementi materici e spaziali, da sembrare essi stessi spettatori, se non addirittura complici del commiato: il quartiere, le finestre, le radio, lo strano sole dell’ora legale, i rumori dei ragazzi sulle moto, i "pezzi di prato" delle sommesse periferie metropolitane, e quell’impietoso incedere del tempo che cambia tutto e tutti, e ci costringe volenti o nolenti, a trovare ogni giorno nuove prospettive

Bene: questo è stato il "mio" Valerio Negrini. Ora, ditemi il vostro.
E visto che è un periodo in cui parlate molto dei Pooh, penso abbiate molte cose da raccontare.

Gast(rock)nomia: Un libro a cinque stelle. Ma dietro al villaggio...

i migliori libri musicali del 2014
17 APRILE 2015: ATTENZIONE!: 
Dopo circa quattro giorni dalla pubblicazione di questa mia "autotutela", la relativa recensione su Amazon è stata cancellata. Il che, mi fa pensare che chi lo ha fatto (l'autore, Amazon o non lo so), ritenesse valide le mie ragioni. 
Questo è dove volevo arrivare, pur restando sempre disposto a un confronto diretto.
Per correttezza, anche questo post verrà rimosso a breve.

Di solito non me la prendo mai per un giudizio negativo perché, se motivato, può tradursi in una crescita personale. La saccenza e la malafede invece non le sopporto: nello specifico, quelle di cui è madida una recensione sul mio ultimo libro Gast(rock)nomia, pubblicata il 16 febbraio 2015 su Amazon e recentemente rimossa.
In ogni caso, chiunque la volesse consultare, può farlo cliccando qui.

Il recensore, per inciso, è un tale che una volta si faceva chiamare Antonio Ellebue: un ultrasessantenne sedicente “grande esperto” di musica, e che oggi si firma “Il disco in vinile [Negozio dischi dal 1982]”. Chi poi sia veramente costui, e quale sarebbe il suo negozio, mi piacerebbe saperlo. 

Ora, premesso che non c’è nulla di male nel valutare negativamente un’opera che non piace, affermare invece senza leva che il mio libro è “indegno di chiamarsi tale”, “raffazzonato”, “scritto tanto per fare” e che i soldi per acquistarlo siano mal spesi, penso siano illazioni al limite della querela

Sostenere poi che “l’accostamento musica/cibo sia forse l'argomento più inaccostabile possibile”, non è soltanto un’idiozia, ma significa non aver letto il libro, o averlo appena sfogliato
Altrimenti, come si spiegherebbero le figure di Rossini, Veronelli, Marchesi o Escoffier: tutti personaggi che hanno dedicato le loro vita tanto alla musica quanto alla cucina? E le centinaia di corrispondenze che ho raccolto e documentato tra cuochi e musicisti, tra cui Elvis, Sinatra, Battisti, Zucchero, Wagner, Nellie Melba, Pavarotti, Vissani, Zeffirino e tantissimi altri?

E chissà perchè poi, uno dei primi eventi fuori salone  dell'Expo 2015 - curato nientemeno che dal prestigioso architetto Germano Celant - si chiamerà proprio "Arts & Foods", dedicato, dice il claim del progetto, alla multiforme relazione fra le arti e il cibo.
Questo il mio denigratore non lo sa, oppure farebbe meglio a tacere.

Credo inoltre che, quando si redige una critica letteraria, specie se esiziale, occorrerebbe farlo sia con un linguaggio chiaro (e non con una balbuzie lessicale da terza elementare), sia adducendo motivazioni circostanziate
Titolo e autore quindi, si citano rispettosamente per esteso e in modo corretto: quindi non “J.N. Martyns” e "gastrock...", ma John N. Martin e Gast(rock)nomia: termine peraltro ponderato, approvato da un editore storico qual’è Arcana, e talmente originale che prima della sua pubblicazione non rientrava nemmeno nel database di Google

Gast(rock)nomia Storie di cucina e rock'n'roll
Trovo inoltre inammissibile nonché offensivo, mettere in dubbio la buona fede di quei lettori che su Amazon mi hanno attribuito cinque stelle col pretesto che potrebbero essere “non certificati”. Certificati da cosa? E’ necessario aver comprato un oggetto su Amazon per pubblicare le proprie osservazioni? No, si può anche averlo acquistato altrove. 

Che poi il mio libro possa essere un po’ “tecnico” in alcune sue parti non lo metto in dubbio, visto che c’è sotto un lavoro di ricerca di quasi due anni, ma che mi si accusi di “non aver detto nulla di nuovo”, questo mi sgomenta. Certo, si può essere onniscienti, ma trovo davvero improbabile che in 180 pagine colme di aneddoti e di interviste esclusive, non ci sia neppure un frammento inedito

 Infine, e questo conferma ulteriormente il modestissimo profilo del recensore, mi si contesta “un apparato fotografico inesistente”, come se un libro dovesse necessariamente includere delle immagini. Senza fare paragoni, ma ne hanno forse i romanzi di Flaubert o di Baricco? O forse sarebbe meglio che certe persone si limitassero a leggere Topolino, anziché passare il tempo a svilire me, ed altri miei colleghi ben più illustri quali Matteo Guarnaccia, Giordano Casiraghi, Edmondo Berselli, Dario Salvatori, Francesco Schianchi e Athos Enrile. Quest’ultimo autore di uno splendido saggio di circa 400 pagine sul progressivo italiano, ma colpevole di aver pubblicato un E-Book al posto di un libro cartaceo: “ho dovuto impiegare tre ore per stamparmelo su carta”, lamenta il grande critico alla faccia della modernità, mentre promuove a pieni voti la biografia di Edoardo Vianello, dei Camaleonti, e la Storia del Ballo Romagnolo. E questo è quanto. 

Supertramp Breakfast in America
Musica e cibo per i Supertramp
So per esperienza che queste maschere tragiche della rete si sciolgono come neve al sole quando le guardi in faccia, ma ipocritamente si guardano bene dall’uscire allo scoperto. Trincerano la loro supponenza con nomi di comodo, e a noi resta solo il diritto ad esecitare l’autotutela. 

Scusate quindi lo sfogo, ma l’ho ritenuto necessario: per me, per i miei colleghi scrittori, per la mia editrice, per chi aprezza ormai da molti anni il mio lavoro su Classic Rock, e per tutti quei grandi professionisti che hanno collaborato con me, e che hanno reso Gast(rock)nomia il numero due tra i 20 migliori libri musicali del 2014
John

"Dietro lo scemo c'è sempre un villaggio", diceva De André. Ma è vero anche il contrario:
"dietro un villaggio (globale), c'è sempre uno scemo".

Lydia & gli Hellua Xenium: Diluvio (spartito)

Anche se recentemente ristampato e presente su You Tube, Diluvio dei Lydia & gli Hellua Xenium resta pur sempre un disco rarissimo, come del resto è difficile reperire materiale che lo riguardi.
Ecco perché spero vi sia gradito questo piccolo reperto d'epoca, che consiste nel suo spartito originale che Fernando Lattuada e Rinaldo "Complex" Prandoni depositarono all'epoca in Siae. Numero di reperto: 1103048, datato 4 dicembre 1972.
Chi poi ha dimestichezza con i pentagrammi, potrà anche suonarselo da se :-)

john's classic rock rock progressivo italiano
Per ingrandire l'immagine, aprirla in una nuova finestra.
GRAZIE A ELMO LEWIS E A RINALDO PRANDONI

Free Action Inc.: Plays Eddy Korsche (1970)

Free Action Inc. Plays Eddy KorscheNEI COMMENTS INTERVIENE FABIO FABIANI DEGLI UNDER 2000 (poi Paese Dei Balocchi).



Quando nel 1972 la discografica Help del produttore Gianni dell'Orso - distribuita dalla RCA - produsse gli album d’esordio di Quella Vecchia Locanda e Procession, aveva già due anni di vita, otto trentatrè giri e sedici singoli al suo attivo.

A dire il vero non erano titoli molto famosi, anzi: per nulla. Tant’è che ancora oggi un disco del 1970 quale “In concert” dei “The Sub” continua a calamitare le febbrili attenzioni di musicofili e collezionisti. Attenzione assai motivata, visto che il catalogo Help del biennio ’70-’71 annoverò titoli effettivamente piuttosto oscuri.


Di solito essi consistevano in produzioni underground austro-tedesche eseguite da musicisti italiani e - come per altri prodotti simili dell’epoca quali Braen’s Machine, Blue Phantom, Ping Pong o Fourth Sensation -non si sapeva praticamente nulla dei musicisti coinvolti nelle singole pubblicazioni.


In questo contesto si collocò anche la seconda release a 33 giri della “Help” che vide la luce nel 1970, sotto il fantomatico nome di “Free Action Inc. plays Eddy Korsche – Rock & Blues”, dove i “Free Action Inc.” erano un gruppo di turnisti italiani, mentre Eddy Korsche era un compositore, arrangiatore e produttore austriaco.
Il disco, va da se, è talmente dissimulato che se da un lato viene venduto a cifre ragguardevoli, dall’altro potrebbe sfuggire a chiunque data anche la sua veste grafica assimilabile a centinaia di prodotti in circolazione a quei tempi.


help record labelEddy Korsche comunque, non era un perfetto sconosciuto in casa Help avendo già prodotto nel 1970 i primi tre singoli degli Under 2000 (futuri Paese dei Balocchi). Alché si potrebbe immaginare che tra i famigerati “Free Action Inc.” non si nascondessero magari Fabio Fabiani, Remo Baldasseroni, Sandro Laudadio o Aldo “Folkaldo – Franco Maria Giannini” Parente.Francamente non ho mai indagato su questo punto, ma forse con un po’ di insistenza (Remo e Aldo si sono già fatti sentire su questo blog) si potrebbe pervenire alla soluzione del mistero, anche se certuni danno per scontato che i "Free Action Inc." fossero in realtà i "The Sub" sotto mentite spoglie.

In ogni caso, “Plays Eddy Korsche – Rock & Blues” è un tipico album primi anni ’70 in stile freakbeat composto da 12 brevissimi brani (il più lungo non dura nemmeno quattro minuti), e musicalmente molto più vicino all’esercizio di stile che non a un concept creativo.

Dentro c’è davvero di tutto da far sembrare l’inero lavoro una specie di “opera omnia” delle capacità di Korsche: underground, overground, beat, psych, rock, boogie blues, acid e soul (specie nell'uso dei cori).

 
blues rock festival 1970L'esecuzione e la produzione però, non sono assolutamente dilettantesche, anzi: pur se la maggior parte dei brani terminano con deifade” veramente discutibili, non si può non restare colpiti da un lavoro strumentale decisamente ragguardevole.Le parti di chitarra per esempio, sono straordinariamente variegate e mai fuori luogo, i cori vengono utilizzati con parsimonia ma sempre ben contestualizzati, la tastiera (= organo Hammond) è frizzante e dinamica, e infine la ritmica restituisce una solidità pressoché granitica.
Sorprende soprattutto la varietà dei suoni di volta in volta giocata su un’effettistica scarna ma senza dubbio efficace.


Infine, è curioso notare che anche là dove i brani potrebbero sembrare derivativi, Korsche ci mette sempre quel tanto di suo per non far mai mancare quel necessario tocco di personalità. Intelligente e divertente è per esempio l’intro di “Life Story” che di per se sarebbe una xerox di “Foxy Lady” se non per la sua trascrizione in 11/8.

In sintesi: davvero una produzione notevole considerando l’epoca e che, a nostro avviso, non dovrebbe sfuggire agli amanti del genere.

Jacula: chi era Fiamma, la "vampiressa dal viso d'angelo"? - 2a parte

CONTINUA DALLA PRIMA PARTE 

Fiamma: la vampiressa dal viso d'angelo
Nella stessa pubblicazione che definì “Fiamma, la vampiressa dal viso d’angelo(senza nome e periodizzazione ma sicuramente concomitante con un Festival delle Nevi a Cerro Veronese, in cui Fiamma presentò la canzone "Vestita di fiocchi di neve"), e in una pagina curata da “DONNA BICE(scritta in grande risalto e con il nome della giornalista in maiuscolo), oltre alle solite associazioni tra lei e gli Jacula, troviamo anche una rara intervista alla stessa cantante, oggi come allora, restia a concederne. 

Fiamma Tardo pede in magiam versus “Sono talmente abituata a parlare di scienze oculte” dice Fiamma, “a partecipare a sedute spiritiche, o praticare amici «medium», che nominare diavoli e vanpiri non mi fa più nessun effetto. 

Posso comunque affermare che tutte le nostre canzoni sono realizzate tramite sedute spiritiche per bocca del medium Franz Partenzy che trasmette sul pentagramma la musica e le impressioni. 
Con la mia voce poi, io racconto tutto ciò che è stato captato. 

Tutto il nostro gruppo pratica la magia e siamo molto religiosi. 

Certe cose, certe sensazioni, fanno pensare per forza all'esistenza di un essere superiore, ad una potenza invisibile. In una delle canzoni del nostro primo L.P. è contenuto il grido di dolore contro il fallimentare irrompere dell'era moderna, contro le fabbriche trasformatrici degli uomini in macchine e contro chi nega l'esistenza di Dio

 ln un certo senso siamo dei moderni apostoli che si servono dei dischi per predicare il Vangelo”. [...] 

ll complesso degli Jacula”, chiude l’articolo, “oltre che da Fiamma, è composto da Charles Tiving (!!), inglese organista e pluristrumentista, originario della Cornovaglia, da Franz Partenzy, inglese e dall’italiano Antony Bartoccetti, compositore, poeta, chitarrista e leader del complesso”. 

Infine, per strappare ancora qualche dato alla storia, ci viene incontro un giornale che potrebbe essere La Notte, ma di cui sappiamo solo la data: mercoledì 1° settembre 1976. 

La rubrica si chiama Neon, e il suo estensore che si firma P.A.P., annuncia un concerto di Fiamma il martedì successivo al Parco delle Rose di Milano, accompagnata dalla sua Crazy Cosmo’s Band

Jacula 1972L’articolo s’intitola “Torna Fiamma, cantautrice di streghe e vampiri” ed esordisce presentando la “cantautrice Fiamma, già conosciuta per un singolare LP di qualche anno fa su spiriti, streghe e vampiri scritto sotto dettatura in una seduta medianica”. 

Di lei si dice che “il boom del successo è sempre stato qualcosa di rinviato, [...] nonostante alcuni momenti di felicità professionale [in cui] sono stati usati per lei termini quali sorprendente ed eccezionale. [...]  

Ma poi improvvisamente tornava nell’ombra, per ricomparire, ora in TV, ora con qualche 45 giri (Fiamma ha effettivamente inciso dei singoli per la METROPOL, per la ARP e per la CGO ndr.), ora in teatro dove ha tentato anche la carta del cabaret con i Gatti Folk con lo spettacolo “In matt quei de Milan”, rappresentato nel 74 al Gerolamo con un certo successo”

É questa è la storia di Fiamma: la bionda e misteriosa vampiressa che fece capolino nella nostra musica degli anni Settanta, che - come avete visto - alcuni hanno collegato al grande rock progressivo italiano, e alla quale noi di Classic Rock non potevamo rimanere indifferenti.
Che poi sia proprio lei quella Fiamma dello Spirito che comparve nell'album degli Jacula Tardo pede In magiam versus del 1972... fate voi.

Naturalmente, chiunque abbia qualcosa da dire, contributi da fornire o osservazioni da fare – diretti interessati inclusi – sarà benvenuto nei comments.

Ricky Gianco: Arcimboldo (1978)

ricky gianco  1978
Se dovessi scegliere quattro o cinque Lp che fotografarono in maniera chiara e consapevole il Movimento del 77, non avrei dubbi: Disoccupate le strade dai sogni di Claudio Lolli (1977), lo splendido Ma non è una malattia di Gianfranco Manfredi, Diesel di Eugenio Finardi (1977), Arcimboldo di Ricky Gianco (1978) e, sul versante pop, Burattino senza fili di Edoardo Bennato (1977). 
Al limite, anche anche Mamma dammi la benza del Centro d’Urlo Metropolitano – poi diventati Gaznevada - e Inascoltabile degli Skiantos, anche se questi ultimi rappresentarono solo il lato più anarcoide di un anno ben più sfaccettato.

Personalmente, amai tutti questi dischi in egual misura, eppure uno solo mi rimase impresso al punto da ritenerlo ancora oggi a memoria, ed è Arcimboldo. Ma non perché fosse migliore degli altri, quanto perché, contestualmente alla produzione dell’artista che aveva fatto successo con canzoncine di ben altra rilevanza (dalla Linea Verde degli anni 60 a Braccio di ferro del 75), quell’album brillò inatteso come un diamante nel deserto. 

Preceduto da Alla mia mam... del 76 - altrettanto militante ma fin troppo caustico - restituì infatti con straordinaria nitidezza tutta la complessità di un movimento unico nel suo genere, sospeso tra un passato di lotte ormai concluse, e la speranza di una ricomposizione che non sarebbe mai avvenuta. 

Tecnicamente: nove canzoni prodotte da Claudio Fabi, eseguite dalla PFM post-Pagani in gran completo e con in più, la collaborazione di Roberto Colombo. Registrate presso gli studi milanesi della Ricordi, e mixate alllo Stone Castle di Carimate tra il maggio e il giugno del 1978. 

movimento del 77
Concettualmente: una vera e propria analisi ex-post di tutte quelle problematiche che vennero trattate, dibattute e vivisezionate l’anno precedente ma, ripeto, mai risolte a livello collettivo: la frammentazione e le contraddizioni della sinistra, il silenzio sociale come conseguenza dei processi di modernizzazione, le possibili nuove forme di lotta, l’antimilitarismo, l’ecologia e, a chiudere il tutto, il ruolo della memoria storica sublimata in una curiosa canzone quale A Nervi nel 92, là dove due reduci del movimento si ritrovano quindici anni dopo sulla riviera ligure a raccontarsi le proprie esperienze. Degradati nella scala sociale, ma indomiti nel loro grande amore per la vita e appunto per l'esperienza.

Musicalmente siamo invece di fronte a un insieme di stili differenziati che, come in uso all’epoca, mettono l’appena defunto prog al servizio di una comunicazione più immediata di taglio cantautorale. E in questo, c’è da dirlo, la PFM è davvero perfetta. 

Un lavoro molto sofisticato insomma, a partire dalla splendida copertina dello Studio Dada2 che ritrae una “testa composta” di Gianco nello stile del pittore Giuseppe Arcimboldo (1526-1593). 

arcimboldoAltra caratteristica che legò indubbiamente l’album al suo tempo storico fu poi il linguaggio utilizzato nei testi, tutti firmati da un Gianfranco Manfredi in evidente stato di grazia. Versi speso ermetici - “comprensibili al movimento, ma oscuri al potere” si diceva allora - ma che toccano ogni atomo della coscienza sino a coinvolgerla tutta. 

Così, memorie e sensazioni che sembrano attraversare il disco quasi per caso, in realtà rivestono sempre un ruolo preciso, come quel “cielo che era blu / a volte di un triste blu: blu-polizia” nella splendida Obrigado Obrigadinho che, insieme alla title track, è l'autentico capolavoro dell’album.
Oppure come quel “deserto che è pulito e non fa rumore, ma è vivo e pieno di colore”, che poi sarebbe la metafora di una "Milano del futuro" che il potere vorrebbe sempre scintillante e asettica, ma dove le sacche di disobbedienza continuano ad incontrarsi, a resistere, a riprodursi.

Parole certamente datate in effetti. Sentimenti quasi impossibili da spiegare a trent’anni di distanza, ma che non solo riflessero una rivolta diffusa e temuta dal sistema borghese, ma, se vogliamo, ancora attuali alle soglie dell'Expo 2015.
Del resto, Il fiume Po, è sempre “un fiume chimico, ma senza H2O”, la sinistra è tuttora inquinata da “compagni del caz...”, e l’Ironia è sempre una delle armi più detestate dal potere. 

La sola differenza tra oggi e gli anni Settanta è che, se quarant’anni fa si osava toccare un qualsivoglia diritto civile, scattavano in piazza milioni di persone decise a tutto. Oggi invece, non solo “paghiamo” come Totò, ma sembra ci sia qualcuno che è pure contento di farlo. 

Ecco perché Arcimboldo fu allo stesso tempo un capolavoro e un sasso nell’oceano.
Ma ricordiamoci sempre:  ”è facile morire / ma è più difficile capire".

L'Uovo di Colombo: L'uovo di Colombo (1973)

l'uovo di colombo 1973
Su questo vulcanico quartetto capitolino vale la pena spendere due parole sulla sua line up in quanto almeno i 3/4 della formazione originale, hanno praticamente abbracciato tutta la storia dell'underground romano degli anni '70.

Per cominciare, c'è il bassista Elio Volpini che aveva lasciato i Flea nel 1972, rimpiazzato da Fabio Pignatelli: bassista del gruppo Rivelazioni dove militava anche l'ex Banco del Mutuo Soccorso e Chetro & Co, Gianfranco Coletta, prima che andasse a far parte dei Cherry Five, ricordati soprattutto per essere stati la prima formazione dei Goblin che all'epoca, oltre a Simonetti, Pignatelli e Morante, includeva anche il batterista Carlo Bordini proveniente dal duo Rustichelli e Bordini.

Poi c'è il batterista Ruggero Stefani, che avrebbe successivamente fatto parte sia dei Samadhi, sia degli Alunni del Sole,  il quale proveniva invece dai Fholks, gruppo prodotto inizialmente da Maurizio Vandelli dell'Equipe 84 e comprendente ex membri delle Esperienze (futuri Banco del Mutuo Soccorso) e futuri componenti dei Logan Dwight, Goblin e della Reale Accademia di Musica.
Infine, l'ottimo vocalist Toni "Gionta" Tartarini  che avrebbe raggiunto i Cherry Five avrebbe raggiunto poco dopo lo scioglimento dell'"Uovo.
 
italian progressive rockDetto questo, si intuisce che l'Uovo di Colombo non fosse soltanto una band costituita da abili e ricercati turnisti ma che, viste le singole referenze, avesse anche tutte le carte in regola per sfondare nel mondo del rock.

Infelicemente però, la sorte le remò contro almeno due volte: la prima fu per non aver avuto alcun lancio da parte della pur prestigiosa discografica Emi-Odeon-Columbia alla quale la band era legata da un contratto discografico esclusivo.
La seconda fu quando i musicisti non poterono "per motivi tecnici", tenere uno dei loro rarissimi concerti promozionali al "III° festival d'Avanguardia di Napoli" al quale oltretutto, erano stati invitati.

Al di là di queste avversità, resta comunque il fatto che il quartetto riuscì almeno ad immortalare il proprio operato con un solo album omonimo che, ironia della sorte, è molto più considerato oggi che allora.

l'indecisione Dotato di una raffinata veste grafica e pubblicato con ben due labels diverse (Odeon e Columbia), il disco si apre in maniera avvincente ("L'indecisione"), palesando bene quali fossero i riferimenti artistici della band.
L'esordio è di fatto compatto e hard, richiamando sia i passaggi più nobili degli Emerson Lake e Palmer, sia le grandi galoppate Prog delle migliori Orme e per di più, con una buona dose di personalità propria.

In pratica, un esordio davvero brillante che non lascia dubbi sulle potenzialità tecniche degli strumentisti.
Proseguendo però, anche all'ascoltatore meno attento non sfugge il fatto che la solidita compositiva del primo brano vada gradualmente stemperandosi in una continua ricerca di soluzioni musicali sempre più forzatamente accattivanti.
l'uovo di colomboE' il caso, ad esempio, di "Io"e "Consiglio" in cui la vocalità melodica e il suono d'avanguardia (comunque sempre tecnicamente eccellente) non riescono pienamente ad amalgamarsi, restituendo un sound indistinto se non addirittura spiazzante.

Stesso discorso vale per "Vox Dei", la cui base strumentale, chiaramente ispirata agli Uriah Heep, si scontra violentemente con una melodia troppo canonica per essere utilizzata in quel contesto. In più, i testi di retaggio molto freak basati sulla classica triade "famiglia, amore, spiritualità" non aiutano molto a sollevare l'album da questa impasse.

L'ultimo motivo di perplessità ci è fornito dai barocchismi pianistici dello "Scherzo" finale che, pur nella loro goliardia, disarticolano ulteriormente l'organicità del lavoro.
Cio nonostante, fosse anche per la sola "L'Indecisione", questo disco dovrebbe far parte di tutte le discoteche degli amanti del Prog. Molto meno forse, per la sua complessiva immaturità stilistica che comunque, sarebbe stata certamente superata da una maggior considerazione commerciale e investimenti più fiduciosi.

Jacula: chi era Fiamma, la "vampiressa dal viso d'angelo"? - 1a parte

fiamma rock progressibo italianoSul rock progressivo italiano è stato detto e scritto ormai di tutto. 
Tuttavia, trattandosi di un genere di nicchia e spesso alimentato dal passaparola, non c’è da stupirsi se, ancora oggi, emergano nuove testimonianze ad arricchirne la storia. 

Per esempio, poco si è parlato in questi anni di Vittoria Lo Turco, classe 1937, in arte Fiamma: giovane e bellissima cantante genovese che, nei primi anni Settanta, alcuni giornali annoverarono - a torto o a ragione -  negli Jacula insieme ad Antonio Bartoccetti, Charles Tiring e Franz Parthenzy, e che quindi potrebbe corrispondere a quella Fiamma dello Spirito, che comparve nei credits dell’album Tardo Pede In Magiam Versus pubblicato nel 1972. 

Personalmente, ho sempre associato lo pseudonimo "Fiamma dello Spirito" a Doris Norton, compagna del band-leader Antonio Bartoccetti, ma non solo io: è scritto in qualunque testo di prog italiano (incluso il mio e di Michele Neri), lo hanno affermato colleghi ben più autorevoli di me, ed è una tesi tuttora condivisa. 

Eppure, alcuni documenti d'archivio recentemente rinvenuti (prevalentemente ritagli di giornale tra il 72 e il 76, quindi materiale di dominio pubblico e ancora reperibile nelle relative emeroteche), attribuiscono proprio a Fiamma il ruolo di cantante del gruppo.

Certo, osserverà qualcuno, per fugare ogni dubbio sarebbe sufficiente leggere la recente biografia del gruppo, “Magister Dixit” per la Tsunami Edizioni, ma io non l’ho ancora fatto. Quindi, lascio a voi trarre le conclusioni, e mi limito ad offrirvi l'opportunità di fare un altro tuffo nel passato, e di respirare ancora un po' dell'atmosfera di quegli anni “magici”. Aggettivo che, in questo caso, mi sembra più che azzeccato. 
E ora veniamo al dunque.

jacula 1972
 In un articolo del quotidiano La Notte di sabato 16 dicembre 1972, intitolato “I quattro ragazzi del complesso Jacula scrivono musiche dettate dagli spiriti”, il/la giornalista c.g.z. (si firma solo con le iniziali) presenta il gruppo così: “due ragazzi italiani e due inglesi, Charles Tiring, organista e pluristrumentista, Anthony Bartoccetti, compositore, poeta, chitarrista e cervello del complesso, Franz Partenzy, famoso medium inglese” e, guarda un po’, “la vampiressa Jacula, identificabile nella cantante Fiamma” la quale, nella didascalia della sua foto a destra del testo, viene testualmente definita come: “La vampiressa Jacula, in arte Fiamma, all’anagrafe Vittoria Lo Turco. É genovese, ed è nata musicalmente al Festival del Luna Park di Monza nel 1968. Nonostante l’aspetto sorridente ed innocuo, il suo pane è la magia. Pane che consuma con gli spiriti sul piano dei tavolini a tre gambe”. 

Un secondo trafiletto non denominato né datato (lo stile sembra essere quello del Corriere della Sera), rimanda invece ad un altro articolo del torinese Stampa Sera in cui si collegano Franz Gartenzy (!), l’inglese Charles Tiring, organista e pluristrumentista, originario della Cornovaglia, e l’italiano Anthony Bartoccetti compositore, poeta, chitarrista e “lead” del complesso, ad una “cantante, attrice di cabaret, presentatrice e così via: Fiamma [...] Una graziosa bionda genovese che in questi giorni si sta imponendo nel campo della musica leggera per le sue canzoni. É la cantante del complesso Jacula”. 

Da una pagina del Corriere Mercantile di Genova, anch’essa purtroppo senza dati cronologici, apprendiamo ancora che “Fiamma, una cantante genovese che sta sfondando sulla piazza di Milano, fa parte del complesso Jacula, frutto dell’unione di due italiani e due inglesi”. Si legge poi che “la musica, di origine magica e vampiresca, è arrangiata dal maestro Federico Bergamini, un altro genovese. [...] Clavicembalo, moog, e flauto riproducono i suoni captati dal medium inglese Franz Partenzy durante le sedute spiritiche”.  

Bergamini, per inciso, fu coautore con Bartoccetti di U.F. D.E.M. (Uomo fallito dell'era moderna), brano d'apertura di Tardo Pede. 

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE

Gast(rock)nomia: Intervista a John N. Martin per Il Fatto Quotidiano


VANNA SEDDA INTERVISTA JOHN JJ MARTIN SU Il fatto quotidiano 

musica e cucina
JJ durante la sua ultima presentazione di Gast(rock)nomia. Fonte: Il Giorno 02.03.2015

Lydia e gli Hellua Xenium: Diluvio / Conoscevo un uomo (1974)

Lydia Hellua Xenium Diluvio Conoscevo un uomo
Molto si è detto sui Lydia e Hellua Xenium. Sul loro operato circolano più leggende che realtà e, in particolar modo, sul loro secondo 45 giri “Diluvio / Conoscevo un uomo” che fino a non molto tempo fa, alcuni dubitavano persino della sua esistenza
In realtà esiste davvero: è il più raro singolo in assoluto di un gruppo Prog italiano e in più, annovera due brani davvero particolari per il loro tempo storico. 

Siamo nel 1974, e il 45 giri in oggetto daVA seguito al primo singolo dei L&HX “Invocazione/ Guai a voi” pubblicato l’anno prima, e riconfermava quello stile gotico che aveva caratterizzato il gruppo sin dagli esordi. La discografica era la Radio Records, il suo numero di catalogo RRS 1063, venne edito per un non meglio precisato Dott. Gallazzi, e gli artefici dei brani furono l’autore Rinaldo “Complex” Prandoni e il compositore Fernando Lattuada, entrambi della zona di Busto Arsizio in provincia di Varese. 
Per inciso sul disco la band viene presentata come “Lydia et Hellua Xenium”

Dalle prime ventiquattro misure “Diluvio” (originalmente composta e depositata in Siae nel 1972) non rivela la propria identità. Nelle prime sedici c’è solo un flauto che espone il tema portante e fin qui l’atmosfera è quasi bucolica, rilassata. Nelle otto successive, si intromettono poi le chitarre di Piero Giavini
A quel punto però, e sono passati trenta secondi dall’inizio del brano, qualcosa cattura la mente dell’ascoltatore: il riff iniziale si ferma di colpo e rimane sospeso nel nulla. Qualche secondo di silenzio e succede il finimondo

Lydia e gli Hellua XeniumGli Hellua Xenium prorompono violentemente in un doom rock pesante, massiccio e tempestato da chitarre distorte, organo impazzito, batteria centrifugata e nientemeno che delle folate di vento e dei tuoni sintetizzati dalla violenza inaudita. 
Entra poi la voce di Lydia (o meglio: pensiamo sia la sua, visto che nel disco precedente il cantato era di Giavini) : gotica, imponente, severa che si fa sempre più acuta. I cori in falsetto che rafforzano la fine della strofa sembrano provenire dall’aldilà e l'impatto è davvero straordinario. 

Il brano è breve, tre minuti e venti secondi, e tra le due esposizioni di strofa e ritornello ci sono solo due breaks strumentali di cui il primo è carattere sospensivo e l’altro è invece è un rock progressivo che chiude in dissolvenza la facciata A. 

I testi di Rinaldo “Complex” Prandoni sono apocalittici, probabilmente ispirati al diluvio universale. Traspare si un sentimento religioso, ma non è quello evocato dalle messe beat degli anni 60: è di una spiritualità più polimorfa e sicuramente più adeguata alla complessità di quel 1974 in cui tutti i gruppi d’avanguardia pescavano a piene mani da ogni stile possibile.
 Complex, tra l’altro, non sapeva esattamente come sarebbero stati utilizzati i suoi testi. Pare infatti che Lattuada gli chiedesse semplicemente dei versi da adattare a una musica heavy, confidando sulla sua capacità evocativa e sulla sua esperienza. 
Un sistema certamente originale di comporre, ma che ha fornito linfa vitale a uno dei gruppi Prog più disallineati degli anni 70 e per questo ancora oggi venerato, misterioso e soprattutto ricercatissimo. 

Diversa è invece “Conoscevo un uomo”. Dopo una fulminea citazione alla Fuga in Re minore di Bach, arriva subito il canto melodico e profondo di Lydia che però, pur nella sua consueta fluidità, questa volta è più ammiccante, se così si può dire. 

Non ci sono più tuoni ipermodulati e atmosfere grezze, ma un feeling quasi sereno che conduce l’ascoltatore in atmosfere rassicuranti ma, anche in questo caso, c’è la sorpresa
Un improvviso cambio di metrica da quattro a tre quarti lancia un inciso strano e coinvolgente che pare una valse musette e profuma di bistrot parigini dei primi del secolo: un semplice “la-la-la” ripetuto ossessivamente a mo’ di giostra quasi a voler esorcizzare il senso stesso della vita in poco meno di due minuti e mezzo. Un piccolo gioiello insomma che difficilmente non resta memorizzato nella testa dell’ascoltatore.

 Evidentemente però, in pochi ebbero il privilegio di lasciarsi trasportare da quel tempo di valzer: il disco venne stampato in pochissime copie in edizione juke box, non ebbe distribuzione al punto dirimanere pressoché ignoto e la band originale si sciolse poco dopo. 
Il chitarrista Giavini confluì negli Skorpio e la nostra storia termina qui.

UN GRAZIE DI CUORE AL MAESTRO RINALDO PRANDONI

GUARDA LO SPARTITO ORIGINALE DI DILUVIO