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Formula Tre: Dies Irae (1970)

formula tre dies irae 1970Febbraio 1970: top ten della rivista "Giovani". Tra i vari Morandi, Modugno, Ranieri e Sinatra, fa capolino il 45 giri di un anomalo terzetto di musicisti, già noti per essere stati il gruppo di accompagnamento di Lucio Battisti nel 1969.
Il disco, celebre anche per essere stato il primo 45 giri di un gruppo edito dalla "Numero Uno" (la discografica dello stesso Battisti) ha per titolo "Questo folle sentimento".
Il gruppo si chiama "Formula 3": Alberto Radius, Tony Cicco e Gabriele Lorenzi.


Radius è già un rinomato chitarrista. Nativo di Roma, inizia la sua carriera (settemila lire al mese) con l'orchestra di Mario Perrone per poi unirsi ai napoletani Campanino (successivamente Big Ben). Appena maggiorenne poi, si ritrova a Milano a militare nei Simon and the Pennies. Questi ultimi però, chiudono brutalmente la carriera a Torino quando durante il concerto di capodanno, il cantante Simon declama ubriaco una serie di insulti all'Italia di fronte al questore locale.
Rimasto disoccupato, Radius però non demorde e si ricorda dell'invito del vecchio amico Franz di Cioccio ritrovandosi prima nei Quelli e successivamente nella PFM in sostituzione del coscritto Mussida, venendo sbattuto via malamente al suo ritorno.
Infine, grazie all'impresario Franco Mamone e allo sponsor Amati (proprietario del club L'Altro Mondo di Rimini) che mette a disposizione due mesi di vitto, alloggio e impiantistica, assembla la Formula Tre con l'ex "Samurai" Gabriele Lorenzi che conosceva già ai tempi dei night clubs e il fratello del suo amico napoletano Ciro Cicco: Tony, un giovanissimo e biondissimo batterista prodigio il cui talento lo porta nei primi anni '60 ad esibirsi nelle balere di mezza Europa.
Lorenzi, dal canto suo si distingue invece come ottimo tastierista rock-blues e che all'occorrenza si cimenta anche al basso.
In pochi lo sanno, ma mentre i nostri si godono la loro prima hit e sfornano successivamente un successo dietro l'altro (tra cui "Sole Giallo sole nero", "Io ritorno solo" e la splendida "Se non è amore cos'è"), stanno contemporaneamente realizzando sotto l'egida di Battisti, un Lp destinato a far storia.

Di fatto, dopo pochi mesi dall'ultima affermazione a 45 giri, fa capolino sugli scaffali il loro primo album l'album "Dies Irae" con tanto di splendida copertina in puro stile psichedelico e 37 minuti di musica intensissima.
Otto brani che non solo consolidano il definitivo spartiacque tra "vecchio e nuovo", ma che ribadiscono quanto fosse praticabile l'evoluzione del post-beat in un linguaggio "underground", moderno ed autotoctono.


L'LP si apre con il brano omonimo: sette minuti e mezzo "presi a prestito" da un vecchio 45 dei "Samurai" di Lorenzi ("Dies Irae", appunto), ed è' subito un terremoto timbrico con tanto di chitarre in larsen, percussioni pesantissime, tastiere barocche e cori tenebrosi.
Il tutto a far intendere che, anche se la Formula Tre veniva considerato un gruppo commerciale (per non dire fascista),i tre musicisti dimostravano di avere le idee ben chiare su come si sarebbe evoluto il rock negli anni a venire.
Ad esempio, il finale di "Dies Irae", asciutto, corposo e pesante traccerà anche la strada per quello che sarà il capolavoro prog della Formula, "Sognando e risognando" (1972).

Il resto dell'album, composto principalmente da cover riarrangiate in chiave hard, ci fornisce ulteriori dimostrazioni di capacità creativa (vedi la stralunata versione di "Non è Francesca" di Battisti, l'assolo di batteria in "Sole giallo, Sole Nero" ecc.) mettendo di volta in volta in luce le indiscutibili e poliedriche capacità esecutive dei singoli musicisti che, tra l'altro, ebbero mano libera nella realizzazione degli arrangiamenti.

Realizzato praticamente in presa diretta, "Dies Irae" ha stabilito a suo modo un "punto di non ritorno" della musica Italiana riuscendo a mutuarne perfettamente la tradizione melodica con le nuove pulsioni pop-rock pre-progressive.

Questo, beninteso, perdonando le inevitabili ingenuità dell'epoca e la derivazione non propriamente "movimentista" della produzione Battisti-Mogol.


Mai aderenti alle avanguardie politiche e conseguentemente snobbati dallla parte più trasgressiva dell'audience, ebbero comunque un loro preciso ruolo "a se stante" e seppero portarlo avanti più che dignitosamente fino allo scioglimento (1973).


Un album da suonare "a tutto volume", come caldamente consigliato sulla label del 45 giri "Se non è amore cos'è?".

FORMULA TRE - Discografia 1970 - 1973:
1970 - DIES IRAE
1971 - FORMULA TRE
1972: SOGNANDO E RISOGNANDO
1973: LA GRANDE CASA

Rovescio Della Medaglia: Contaminazione (1973)

rovescio della medaglia contaminazione 01Personalmente sono dell'avviso che un'idea pùò considerarsi relmente innovativa solo nel momento in cui viene realizzata la prima volta.

Le sue rappresentazioni successive, anche se tecnicamente migliori dell'originale, perdono comunque quella "
trasgressività" che è propria del debutto.
 

Riservandomi di spiegare meglio questa premessa, parliamo oggi di quel "monstrum" discografico che fu il terzo album dei romani "Il Rovescio della Medaglia".
 
Dopo due dischi piuttosto asciutti imperniati sull'hard rock ("La Bibbia" e "Io come io") e una frenetica attività live in cui il pubblico venne letteralmente inondato di decibel, il gruppo si espande con l'entrata del tastierista pescarese Franco di Sabbatino (ex "Il paese dei Balocchi") ed entra nel "giro" del composittore Luis Enriquez Bacalov, come sempre in vena di grandi progetti.

Nasce così "Contaminazione", una lunga suite di 40 minuti e 13 movimenti, ispirata al "Clavicembalo ben temperato" di, in cui il rock del Rovescio viene mutuato dall'orchestra classica di Bacalov, complice il chitarrista del Rovescio, Enzo Vita.
Ne esce fuori un disco che più barocco di così non si può, ma neppure particolarmente geniale: l'avevano già fatto i Moody Blues, i Deep Purple e qui in Italia i New Trolls e gli Osanna (sempre con Bacalov). Almeno però il risultato sarà molto superiore, perlomeno in termini tecnici.

rovescio della medaglia contaminazione
I testi, nobilitati dalla penna di Sergio Bardotti, sono ispirati alla leggenda (inventata) di un oscuro musicista scozzese del 700, tale Somerset, oggetto di diversi casi reincarnazione e ossessionato da Bach di cui si credeva il ventunesimo figlio.

L'album, pubblicato dalla RCA nel 1973, si presenta immediatamente come un miracolo di produzione. Di fatto, oltre all'azzeccata veste grafica ad opera dello Studio Impiglia-Mancini, il disco è in effetti un capolavoro di incisione, considerati i mezzi di allora : è sufficiente appoggiare la puntina su qualsiasi solco, per poter apprezzare la maestria del mixaggio di Franco Finetti che restituisce in maniera completa e dinamica, tutto lo spettro sonoro dei numerosi strumenti acustici ed elettrici.
Un lavoro iper-professionale che soltanto una grande discografica poteva realizzare ad un tale livello qualitativo.

Da un punto di vista analitico, sono anch'io (come in molti) dell'idea che non si possa recensire l'opera, se non come un solo blocco sinfonico.
A parte qualche caso isolato infatti (es: "Alzo un muro elettrico"), il disco si presenta strutturalmente omogeneo e, non a caso, non ne verrà estratto alcun 45 giri.

Andando poi per gradi evidenzierei soprattutto questi aspetti:

contaminazione
- Compattezza ed equilibrio laddove i "pieni e i vuoti" creati dall'arrangiatore vengono largamente valorizzati dalla risposta dinamica dell'incisione.
- Grande
disinvoltura nell'esecuzione, cosa che rende il prodotto omogeneo e gradevole.
- Sostanziale
assenza di limitazioni stilistiche che ha come risultante la valorizzazione delle singole doti strumentali dei musicisti.
- Grande
omogeneità tra strumenti acustici ed elettrici che rende il "sound" complessivo unico ed originale per il panorama Italiano.
-
Infine: parti vocali e corali mai invasive ma calate armonicamente nel racconto musicale.

"Contaminazione" vendette molto e sarà decisamente tra i lavori "rock" più acclamati di Bacalov al punto che ne verrà incisa anche una versione in Inglese ("Contamination") nella speranza di esportare il lavoro all'estero.

I fan del RDM resteranno invece a lungo divisi tra il partito dei favorevoli al nuovo disco, e coloro che avrebbero preferito il perseverare della "linea dura" o, al limite, un'esecuzione più spontanea e meno perfezionista.

Purtroppo, non ci sarà tempo per un nuovo lavoro chiarificatore: nel 1973 il gruppo subisce il furto dei suoi preziosissimi strumenti e, dopo qualche mese di agonia si scioglie.
Si riunirà 13 anni dopo, ma senza quella magia che lo ha reso uno dei più importanti gruppi Pop italiani degli anni '70

Buon viaggio al nostro Joe Vescovi !

Non mi piace il termine: "riposa in pace". L'ho sempre associato alla noia.
Specie per quelle persone che in vita non amavano riposare mai,
e il cui costante impegno per l'arte ha dato tanto a tutti noi.
Per questo: "Buon viaggio Joe".
Noi progressivi sappiamo che tu te la saprai sempre cavare.
E grazie. Davvero grazie di tutto.

Delirium: Dolce acqua (1971)

La repubblica rock progressivo italianoCentocinquantamila lire (sue giù 80 euro). Questo fu il costo che, alla fine degli anni '60, il giovane Ivano Fossati dovette sostenere per dotarsi di una chitarra elettrica e di un amplificatore semiprofessionale acquistato da "Ramella" in Via San Luca a Genova. Un negozio che vendeva indistintamente elettrodomestici e strumenti musicali.

E fu probabilmente con quella attrezzatura che si presentò al "Christie's" di Genova - un locale molto in voga nei primi anni Settanta - e si unì alla band dei "Sagittari" dopo una breve esperienza con i Garybaldi.

I "Sagittari" però, erano un gruppo anomalo: con il loro nome originale giravano le balere di tutta Italia, mentre con quello di "Delirium" portavano avanti un discorso rock. Alla fine, per fortuna, prevalse il secondo che si concretizzò  nel 1971 sia con un contratto per la Fonit-Cetra, sia con un 45 giri di successo ("Canto di Osanna", scritto dallo stesso Fossati).

Poi, di lì a poco, arrivò anche il primo album "Dolce Acqua".

ivano fossatiCome per tutti i lavori dell'epoca, anche quello dei Delirium era cervellotico e complesso: "tutto ciò che poteva essere semplice veniva complicato sulla falsariga dei King Crimson" (cit. Fossati). Vero. verissimo.
Ma in ogni caso, il quintetto genovese, formato in maggioranza da grandi appassionati di Jazz, riuscì magicamente a tradurre la propria ingenuità giovanile in un lavoro straordinariamente organico e comunicativo sospeso tra rock, jazz e altri espedienti sonori.

Di fatto, "Dolce Acqua" si presentò come la risultante musicale di un gruppo solidissimo e coeso: ogni carenza strumentale veniva perfettamente bilanciata dall'entusiasmo collettivo. Ogni singola intuizione, pare venisse discussa e sviluppata collegialmente col risultato di vedere premiate tutte le singole personalità.

In più, qualunque trucco utilizzato (dal "Leslie" autocostruito con le scatole delle lavatrici agli anellini di metallo montati sulle corde della chitarra in modo da ottenere il suono del Sitar) veniva esaminato in comune e inserito nelle composizioni nella più efficace delle maniere possibili..
Risultato? Un album eccellente per sonorità, conflittualità ed in parte per innovazione.

Dolce Acqua 1971Su quest'ultimo punto occore però precisare che, anche lo stesso Fossati nel suo libro "Di acqua e di respiro" (Arcana Editrice, 2005), ammise una qualche somiglianza con "John Barleycorne" dei Traffic, ma poco importò allora perché, nell'Italia del 1971, un sound del genere non si era mai sentito.
E, a questo proposito, si passino anche le analogie tra "La tua prima luna" di Rocchi e "Johnny Sayre". Cose che capitano.

L'incisione del disco è pressocchè perfetta: gli strumenti sono tutti chiari e bilanciati, ottima la dinamica e tutte le frequenze sono proporzionate ben distinte.

La trama musicale fa risaltare tutte le qualità della band: dall'onnipresente flauto di Fossati (con una voce impostata ma ancora pastosamente di gola) alla vulcanica batteria di Peppino Di Santo. In più, emergono gli ampi ed importanti interventi della chitarra di Mimmo Di Martino.
Fluido ma più discreto il basso di Marcello Reale. Dissimulate ma essenziali le tastiere di Ettore Vigo, quasi a voler sottolineare l'aristocrazia dell'intero sound.

jesahelAll'ascolto insomma, l'album appare talmente omogeneo da non penalizzare nessuno dei brani in scaletta. 
Per inciso, per il 45 giri promozionale, vennero scelti la soave ballata "Dolce Acqua" e l'orecchiabile "Favola o storia del lago di Kriss" in cui si narra di un lago che voleva rompere i suoi argini per conoscere il mondo circostante.

Un anno dopo Dolce Acqua, sarà poi la volta del "boom" planetario di "Jesahel" (1972), successo che tuttavia, minò la coesione della band piuttosto che rafforzarla. Fossati abbandonò i Delirium - a suo avviso troppo smaniosi di produrre ulteriori successi - e li lasciò maturare un nuovo sound per conto proprio.
Ebbe certamente ragione, ma anche i superstiti non mancarono di regalarci ancora bellissime sorprese.

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Pfm: Per un amico (1972)

premiata forneria marconi per un amico 1972A distanza di tanti anni, continuo a pensare che non sia stata una buona idea di far uscire due album di uno stesso gruppo a distanza di pochi mesi, anche se occorre ammettere che, quando voleva, il marketing della Numero Uno di Battisti non sbagliava un colpo.
 

Nel caso della Premiata, non credo però occorresse saturare il mercato in virtù di un'insufficiente vendita dell'album di esordio.
Anzi: credo semplicemente si volle sfruttare il momento propizio per proporre tutte le varie sfaccettature del gruppo.
Del resto,accadde così anche a Battiato e al Banco del Mutuo Soccorso.

Comunque, a parte le motivazioni discografiche e la doppia spesa che dovettero accollarsi gli ascoltatori, il parto plurimo della PFM finì soltanto col creare un dualismo imprescindibile tra il primo LP, "Storia di un minuto" e quello che sarà per sempre additato come il suo fratello minore: "Per un amico".

In effetti, senza aver messo mano al giradischi le differenze non sono poi tante: copertina in stile naive dello stesso grafico, durata quasi identica, stessa discografica, stessi produttori.
L'unica cosa che salta all'occhio è l'entrata di Flavio Premoli tra gli autori dei brani, in aggiunta alla coppia Mussida-Pagani: il che farebbe presumere a degli arrangiamenti più complessi e strutturati.
E così fu.

Il disco si apre con "Appena un pò’", cesellato per i primi due minuti da atmosfere Vivaldiane che vanno via via strutturandosi per lasciare aria ad un dolce canto che introduce una splendida sequenza di stampo sinfonico.

"Generale", introdotta da un complesso fill-in dello scatenato Di Cioccio, è una strana complessificazione di una danza popolare sviluppata in numerosi movimenti (con molte autocitazioni di Mussida dalla sua stessa "E' festa") che però, contestualmente alla brevità del brano (4 minuti e tredici), sono davvero troppi.

Il livello sale esponenzialmente con la successiva title-track "Per un amico" che si pone invece come il momento più alto dell'album, se non altro in termini di strutturazione ed arrangiamenti. Un brano straordinariamente prog che, fino all'ultimo secondo, non cessa di riservare sorprese.

Lascia un po’ a desiderare la voce di Pagani al limite della tenuità ed in chiaro contrasto con la potenza strumentale della band, ma sono tante e tali le meraviglie strumentali a cui si assiste in questo brano che una "debolezza" del genere sembra quasi fatta apposta.

premiata forneria marconi per un amicoLa celeberrima "Il banchetto" riporta il disco in un ambito più colloquiale e narrativo. Di fatto, inizialmente, sembra quasi un momento di relax dopo tutto il ben di Dio della title-track.

Nella reltà poi, il brano è maledettamente complesso: un delizioso racconto in tre movimenti (come "La carrozza di Hans", quindi) in cui la lunga e cervellotica parte centrale di stampo free spezza il lungo crescendo iniziale per mutare improvvisamente nello storico finale:
"Piagnucola… non gli va mai bene niente. Chissà perché? Chissà perché."

Chiude il disco "Geranio": uno strampalato rock'n'roll progressivo che richiama istintivamente "Grazie davvero" e dove per troppe volte, i barocchismi si sprecano a non finire nel loro compito di alternarsi al tema principale.

In sostanza si ha l'impressione che, pur essendo un ottimo Lp, "Per un amico" pecchi di supponenza, facendolo sembrare sì più "progressivo" del precedente, ma anche eccessivamente dilatato e a tratti, eccessivo.

Forse un minimo di sintesi in più non sarebbe guastata.

Dall'altro lato, occorre sottolineare però il perfetto inserimento di Premoli da compositore, che notabilmente fornisce alla coppia Pagani-Mussida una marcia in più.
Non memorabile, ma nemmeno trascurabile, il secondo lavoro della Premiata è il segno che il gruppo sta crescendo. E molto velocemente.


PREMIATA FORNERIA MARCONI - Discografia 1972 - 1978:
1972: STORIA DI UN MINUTO
1972: PER UN AMICO
1973: PHOTOS OF GHOSTS
1974: L'ISOLA DI NIENTE
1974: THE WORLD BECAME THE WORLD
1974: COOK - LIVE IN USA
1975: CHOCOLATE KINGS
1977: JET LAG
1978: PASSPARTU'

Claudio Rocchi: Volo magico n°1 (1971)

volo magico n°1 1971NEI COMMENTS, CI HA SCRITTO CLAUDIO ROCCHI IN PERSONA IL 6 DICEMBRE 2011
 
Terminata l'esperienza come bassista degli Stormy Six a causa di un sostanziale disinteresse alla progressiva politicizzazione della band, Claudio Rocchi intraprende la via solista verso la fine del 1969: una scelta che lo porterà inizialmente ad essere paragonato addirittura a Dylan per i suoi testi schietti e comunicativi, ma le cui successive scelte di vita provocheranno gradualmente la diffidenza di buona parte del movimento antagonista.

La carriera del cantautore milanese si dimostra subito vivace e proficua: ad un primo singolo ("La televisione accesa / Indiscutibilmente", 1970), segue una lunga attività live (tra cui Palermo Pop e Ballabio dove "La tua prima luna" diventò l'inno del Festival) e infine il successo del 33 giri, "Viaggio", in cui si avvale della collaborazione al flauto di Mauro Pagani, all'epoca in odore di PFM.

 Il disco, semplice ma efficace, ottiene premi e passaggi radiofonici grazie all'interessamento di Renzo Arbore e Carlo Massarini e l''anno dopo Rocchi è nuovamente in studio per incidere il suo secondo album "Volo Magico n° 1", ritenuto dalla critica il suo lavoro migliore. 

Questa volta, si fa supportare da una backing-band di tutto rispetto in cui compaiono tra gli altri Alberto Camerini, Ricky Belloni e Donatella Bardi.la repubbblica rock progressivo italianoSi noti che questa abitudine di scegliersi musicisti di prestigio del giro del Pop, non abbandonerà mai Rocchi che negli anni successivi suonerà anche con Elio D'Anna (Osanna), Mino di Martino (Giganti, AIS), Walter Maioli (Aktuala) e Lucio Fabbri (PFM). 

Pubblicato nel 1971 su etichetta Ariston, "Volo Magico n°1" si presenta con una front-cover apribile centralmente e raffigurante solo un muro con il titolo e il nome dell'artista, una busta interna con le varie line-up divise per brani e, sul retro, una foto a colori del cantante ma senza indicazione alcuna.
Siccome il disco veniva spesso esposto dal lato della più accattivante foto anonima confondendo gli acquirenti, la discografica decise saggiamente (e in tutta fretta) di aggiungere anche le referenze sul retro copertina.


 Musicalmente l'ellepì si compone di soli quattro pezzi di cui il la title track occupa tutti i diciotto minuti e mezzo della prima facciata, mentre il lato cadetto ospita gli altri tre. 36 minuti in tutto.Una volta ascoltato il lato A, diciamo pure che non sorprende come il brano-guida sia diventato un piccolo caso discografico e ricordato come una delle cose migliori del folk psichedelico italiano: la musica è un sontuoso crescendo acustico scandito dalle orientaleggianti chitarre di Camerini che si evolve dapprima in un cantato dal sapore freak e circa a metà brano, in una piena orchestra a metà tra psichedelìa ed un mantra tibetano. La chiusura infine è un rush molto tirato dal sapore decisamente rock.

claudio rocchiA parte certe affinità con il futuro album Aria di Alan Sorrenti (1972), mai in Italia si era sentito qualcosa di simile e fu proprio per questo che la proposta di Rocchi attrasse subito l'attenzione della critica.
Se a ciò aggiungiamo i testi perfettamente coerenti col sogno generazionale dell'Underground ("puoi andare dove vuoi, far l'amore, puoi stare con chi vuoi, prendere o lasciare, gridare"), incisione arrangiamenti ed esecuzione perfetti, e soprattutto un groove certamente trasgressivo ma mai ostico come lo furono invece molti succesivi lavori Prog, il quadro conflittuale è attraente.


Nel lato B spicca invece "La realtà non esiste": vero e proprio affresco del pensiero di Claudio Rocchi, i cui testi anticipano di almeno un anno la sua definitiva svolta mistica che lo accompagnerà sia nella sua carriera artistica, sia nel personale.
Meno interessanti sono la prolissa "Giusto amore" e "Tutto quello che ho da dirti", ritenuta da molti troppo introspettiva.


claudio rocchiIl successo discografico e le successive scelte spirituali di Rocchi (controverso viaggio in India, ingresso nella comune Terrasini, ritenuta dai compagni "reazionaria e borghese" e affiliazione agli Hare Krishna), lo portarono però alla rottura con buona parte del movimento Controculturale che non accettò né la sua attitudine freak, considerata ormai obsoleta, né tantomeno i suoi continui cambi di esperienze "da Dylan a San Babila, dall'India al suono rosso". 

Personalmente non covo una tale ostilità nei confronti di questo artista e continuo a reputare il brano "Volo Magico n° 1" come una delle musiche più affascinanti e conflittuali del panorama Italiano dei primi anni '70: datata quanto si vuole ma realmente rappresentativa del sogno di una generazione.
Certo è che il sogno finì in fretta e  molti artisti non riuscirono mai più a rievocarlo ma, per fortuna, anche grazie a Claudio, fu un sogno di grande spessore.

Pink Floyd: The Endless River (2014)

the endless river
Lo spacciano come il “nuovo album” dei Pink Floyd, ma in realtà, nei 18 brani di The Endless River di nuovo non c’è nulla. 
Anzi, per almeno venti minuti sembra di ascoltare dei take inediti di Wish You Were Here. Identiche le atmosfere, e c'è persino un'imbarazzante somiglianza in certe sequenze armoniche. 

 Dicono poi che sia il canto del cigno della band e, a questo punto, sarebbe veramente meglio che lo fosse. 
Naturalmente non per l’immensa professionalità di Gilmour e Mason o la grafica mozzfiato dello studio Hipgnosis e del diciottenne egiziano Ahmed Eldin. Non certamente per l'impeccabile produzione che vede complice anche l’ex Roxy Music Phil Manzanera, e nemmeno per la magnificenza dei suoni, addirittura in dolby 5.1 nel blu ray dell’edizione de luxe

Ciò che realmente fastidia, è il voler ad ogni costo considerare proponibile all'infinito un modello vecchio ormai vent’anni: resuscitando in questo caso addirittura vecchie incisioni dei primi anni novanta. 
Certo, l’espediente dell’omaggio ai compagni scomparsi ha funzionato eccome!, e una valanga di prenotazioni lo ha confermato. Dopo The Division Bell Syd Barrett ci ha lasciato nel 2006, Richard Wright nel 2008, e cinque anni dopo è stata la volta di Storm Thorgesron, ma basta tutto questo per giustificare quattro facciate di apatia? O per spacciare a nome Pink Floyduna copia di mille riassunti” avrebbe detto il poeta? 

the pink floyd
 La risposta è “no”, naturalmente, ma solo se si omette un particolare, e non di poco conto: questo è il disco di Rick Wright. É lui il protagonista, la stella assoluta, il nostro angelo nel firmamento del rock. 
La metà dei brani di Endless River lo vede coautore e tre sono solo suoi, tra cui quella Autumn 68 che sembra scandire l’incedere delle stagioni a distanza di quarant’anni da quella Summer 68 contenuta in Atom Heart Mother

Qui, più che mai percepibili, risuonano e vengono valorizzate dalla tecnologia - e dal rimpianto dei superstiti - quelle preziose architetture sonore che sono state non solo il marchio di fabbrica della band ancor prima di The Piper, ma capaci di sostenerne il sound anche quando i suoi protagonisti erano ai ferri corti. 

Bello, signorile, sempre dissimulato ma essenziale, Rick non avrebbe mai potuto essere sostituito da nessuno, nemmeno da un Tony Banks perché aveva sicuramente un plusvalore umano inestimabile, oltre naturalmente alla tecnica e all'inventiva che tutti conosciamo.

rick wright pink floyd
Ed è infatti sopravvissuto alla dipartita di compagni che si pensavano fondamentali come Barrett e Waters, ed anche agli stessi Pink Floyd riciclandosi nella band di Gilmour. Inciampò solo su se stesso quando la cocaina prese il sopravvento ai tempi di The Wall, ma fu solo un incidente momentaneo. E difatti si rialzò alla grande.

 Ed è con questo presupposto - pensando a lui, appunto - che The Endless River acquisisce improvvisamente un senso, si illumina di magico, sfalda ogni malignità che lo vorrebbe una mera operazione commerciale e suona davvero magnificamente. 
Perchè, è vero che, come dice Polly Samson, moglie di Gilmour in “Louder than words” , “la somma delle nostre parti, il battito dei nostri cuori sono stati superiori a qualunque parola”.
Per il resto però, citando un altro poeta: "l'infinito... finisce qui".

 Personalmente - ma questo lo avrete già capito - per me la band si è fermata a The Final Cut, se non addirittura ad Animals, ma ciò non toglie che sin dal 7.11.14, primo giorno di pubblicazione, avevo già in casa The Endless River in edizione de luxe, che mi sono ascoltato persino con grande piacere nella versione dolby 5.1. 
Perché... chi ci ha dato tanto / si merita tanto
Sempre.

Ora tocca a voi.

Osanna: Palepoli (1973)

rock progressivo italianopalepoliCorreva il 1973 e all'estero sono come al solito avanti anni luce: i Genesis pubblicano "Selling England by the pound", i King Crimson "Lark's tongue in aspic", gli Yes "Yessongs", i Pink Floyd "Dark side of the moon" e gli ELP "Brain salad surgery".


In Italia, la lacerante frattura tra "underground" e "movimentismo" innesca uno dei periodi più intensi e sofferti della nostra nazione: il "personale" diventa "politico" e tutto deve essere vagliato nell'ottica dell'anticapitalismo.
Le avanguardie iniziano a sperimentare quel contropotere rivoluzionario che gli spetta di diritto
e i centri urbani di tutte le città, diventano i luoghi privilegiati di ostentazione delle merci, quindi, terreni di lotta, di espropriazione e di scontro.

Con il loro nuovo album, "Palepoli", gli "Osanna" si inseriscono con perfetta puntualità in questo angoscioso momento storico traducendo in arte la riscoperta dei valori popolari, da contrapporre all'urbanesimo, alla corruzione e alla freddezza della città moderna.
Il nuovo lavoro è disposto su due piani distinti: il primo è una rappresentazione teatrale scritta in collaborazione con Tony Newiller, sull'evoluzione della cultura popolare napoletana nel tempo, spettacolo che poi supporterà la tournèe di presentazione dell'LP.

osanna palepoli Il secondo è un per l'appunto un disco altrettanto complesso ed intenso dove nulla appare casuale o fuori luogo.

"Palepoli" è nelle intenzioni del gruppo un invito a rifiutare le ipocrisie della città moderna ("Neapolis"), per riscoprire i valori più autenticamente popolari dei borghi antichi ("Palepolis"). Dura 40 minuti che, anche col passare degli anni, si riveleranno indimenticabili.

In tre sole suite, il quintetto Napoletano da prova non solo di essere uno dei gruppi più validi e affiatati d'Italia, ma di potersi tranquillamente misurare per tecnica e consapevolezza sociale con la maggioranza dei suoi contemporanei.

"Oro caldo" apre l'album con una citazione "etnica" (voci di un mercato, una taranta...) per entrare immediatamente in una ballata piena di contrappunti di fiati, ampie aperture "crimsoniane" ed un finale mozzafiato hard blues. 


osanna palepoli"Stanza Città" dall'ouverture maestosa, si collega al movimento precedente aggiungendovi un break classicheggiante che sfocia in almeno 5 minuti prog puro.
Nella seconda facciata, "Animale senza respiro" è la naturale evoluzione delle due suite precedenti in cui ogni variazione ritmica e melodica risulta perfettamente funzionale al concetto del disco:
fuga, mutazione, riappropriazione.
Ad un'azzeccatissima veste grafica fa eco una produzione altrettanto riuscita.

Resta il rimpianto nel constatare che questo accorato appello alla pulizia morale ed urbana rimane lettera morta anche a oltre 40 anni dalla sua pubblicazione, come amaramente sottolineò anche lo stesso Vairetti in una recente intervista.
Ma dei nostri rifiuti, gli Osanna, non hanno colpa.

OSANNA - Discografia 1971 - 1978:
1971: L'UOMO
1972: PRELUDIO, TEMA, VARIAZIONI E CANZONA
1973: PALEPOLI
1974: LANDSCAPE OF LIFE
1978: SUDDANCE

La Repubblica: il Rock Progressivo Italiano arriva in edicola

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Area: Arbeit macht frei (1973)

area arbeit macht freiLa prima formazione degli Area (Stratos, Capiozzo, Djivas, Lambizi, Gaetano e Busnello) nacque intorno al 1970 lasciando presagire qualcosa di straordinario e inedito nel mondo discografico Italiano.

Eustratios Demetriou (Eustratios di nome e Demetriou di cognome) era nato da genitori greci ad Alessandria d'Egitto dove aveva studiato pianoforte al prestigioso conservatorio locale. Dopo un periodo trascorso a Cipro, si trasferì a Milano per seguire gli studi di Architettura che però lasciò per entrare nel circuito musicale: prima con i Ribelli e poi da solo (il suo primo 45 giry "Daddy's Dream" del 1972 fu per la Numero Uno di Lucio Battisti) .

Giulio Capiozzo
studiò anch'egli al Cairo dove imparò le poliritmie: emiliano di lontane origini Turche passò anche molto tempo a Parigi dove conobbe Kenny Clarke e il Be Bop. Tornato a Milano nel 1969, conobbe Stratos.

 

L'eccellente fiatista Victor Edouard Busnello era invece un giramondo che si dice abbia conosciuto Miles Davis a Parigi e che sempre nella ville lumière incontrò Capiozzo mentre militava nell'orchestra dello stesso Kenny Clarke. 

Il bassista francese Yan Patrick Erard Djvas arrivò in Italia con il gruppo di Rocky Roberts e suonò per breve tempo nella band di Lucio Dalla insieme al tastierista Leandro Gaetano.
 
Johnny Lambizi era  un chitarrista ungherese su cui non si hanno molte notizie, ma che fece parte anche lui dei primissimi Area, dando un notevole contributo a tracciare gli abbozzi dei 

primi brani originali della band. 

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Contattato dal manager Franco Mamone, il neonato gruppo "Area" iniziò una serie di concerti a stampo prevalentemente "free jazz": non molto riusciti da un punto di vista spettacolare, ma che diedero modo al quintetto di affiatarsi e di suonare sia "live" a fianco di stelle di prima grandezza quali Nucleus e Gentle Giant, sia in studio a fianco di Aberto Radius nel suo primo album solista.  

Nel 1972, Gaetano e Lambizzi abbandonano la formazione per problemi di compatibilità ed entrano il tastierista jazz Patrizio Fariselli (già sodale di Capiozzo) e il chitarrista Paolo Tofani che dopo un'intensissima esperienza inglese, conosce gli Area tramite Mamone e Gianni Sassi. 
Così definitivamente stabilizzato, il sestetto comincia a provare insieme, organizzando collettivamente del materiale già pronto, ma ancora frammentario.
 
La presentazione ufficiale di alcuni brani avviene nell'estate del 1973 durante una jam-session all'Altro Mondo di Rimini lasciando allibiti stampa e colleghi. Scritturati dalla Cramps di Gianni Sassi entrarono immediatamente in studio per esordire nel settembre del 1973 con il loro primo album: "Arbeit macht frei": un disco destinato a rivoluzionare la storia della musica Italiana.

Sin dal controverso titolo (riportante la celebre frase di Diefenbach mostrata all'ingresso di molti lager nazisti), dalla copertina raffigurante un'angosciante scultura di Edoardo Sivelli e dalla famosa pistola di cartone all'interno (che non è affatto una P38 come vorrebbe qualche critico), il long playing si rivela stridente e provocatorio e di fatto, l'ascolto è un vero shock.
 


Una voce femminile che recita una poesia pacifista e d'amore in dialetto egiziano ("abbandona le armi amore mio e vieni a vivere con me in pace") viene bilanciata improvvisamente dalla voce di Demetrio e dal VCS3 di Fariselli che attaccano uno dei più bei riffs della storia della musica Italiana: si tratta di "Luglio, Agosto, Settembre (nero)", sintesi suprema di tutta la loro filosofia 

area arbeit 03Qui viene denunciata la guerra, l'attacco contro il vissuto e la conoscenza popolare, contro l'azzeramento dell'esperienza sensoriale che spinge gli individui verso l'omologazione, contro la soppressione della dialettica e del confronto umano.
 
Un vero e proprio schiaffo in faccia all'ipocrisia borghese che caratterizzerà tutto il resto dell'album attraverso episodi violenti e soluzioni musicali nuove e straordinariamente trasgressive. Esempio pratico: la title track in cui l'evocazione dell'antisemitismo viene contrapposta alle stragi che gli stessi Ebrei stavano commettendo a danno dei Palestinesi.


 Il sound è violento e inusuale, sintesi di Jazz Rock, John Cage, Nucleus e Soft Machine miscelata al jazz di Derek Bayley, Cecil Taylor e Art ensemble of Chicago.
L'innesto anche simultaneo di poliritmie arabe e balcaniche, supportano con straordinaria compattezza un estroso e sperimentale uso della voce di Demetrio Stratos, cosa che valse al cantante ben più di un riconoscimento artistico, misto a notevoli attenzioni scientifiche (è comprovato che riuscì a emettere suoni prossimi ai 7.000 Hertz, nonché diplo e tetrafonie).
 
  
rock progressivo italianoMa non solo: dove presenti, i testi sono curati con una meticolosità e una attenzione sociologica al limite della militanza: diretti o allegorici che fossero, non furono mai banali e rasentarono spesso elevati livelli evocativi e di poetica. 
 
Onnipresenti a tutti i maggiori festival Pop gli Area svilupparono una conflittualità musicale e visiva che non solo li cementò all'allora nascente movimento della Controcultura, ma li portò rapidamente ad un enorme livello di popolarità.

Ora, non voglio dilungarmi in questa sede su argomenti già ampiamente trattati. Semmai, per i più curiosi consiglio "Il Libro sugli Area" di Domenico Coduto (Auditorium Edizioni, Milano, 2005).

 
So che su "Arbeit" si potrebbero scrivere ancora moltissime pagine, ma per il momento credo che il miglior modo di prendere coscienza di questo album sia di ascoltarlo e parlarne.


AREA - Discografia 1973 - 1978:
1973: ARBEIT MACHT FREI
1974: CAUTION
1975: CRAC
1975: ARE(A)ZIONE
1976: MALEDETTI
1978: GLI DEI SE NE VANNO, GLI ARRABBIATI RESTANO