Happening one year ago...

Dearest Sisters and Brothers,
dimentichiamo per un attimo le difficoltà e le cose tristi della vita,
per dedicare un pensiero e (magari) un augurio a una persona alla quale (spero) vogliate molto bene,
e che esattamente il 5 luglio di un anno fa, coronava una lunga (e progressiva) storia d'amore.

Foto: Annarella Caruso
Naturalmente, non vi rivelerò ne chi è la "persona" in questione, ne l'identità della sposa.
Ma almeno un sorriso, spero di avervelo strappato.
Abraxas,
JJ

Sondaggio: il miglior bassista del prog italiano

john's classic rock

Dearest Sisters and Brothers ci siamo!

Da oggi Sabato 13 Giugno parte finalmente il sondaggio che decreterà il 

miglior bassista del 
rock progressivo italiano 
anni Settanta.

Come sempre sarete voi a deciderlo per cui...
 fate mente locale e pensateci bene. 
Avete tempo sino a VENERDI' 10 LUGLIO.

Come votare? 
 Molto semplice: inviate un comment (possibilmente uno solo a persona e non anonimo altrimenti non si capisce più nulla) con la classifica dei vostri migliori cinque bassisti del prog italiano. TUTTO LI'.

Come sempre BUON SONDAGGIO A TUTTI  !!!
e chi ha voglia di rifrescarsi la memoria con quelli passati faccia pure.
Vi aspetto numerosi, vostro
JJ John

Capsicum Red: foto d'epoca

pooh red canzian
ROBERTO BALOCCO, BRUNO "RED" CANZIAN, PAOLO STEFFAN, MAURO BOLZAN (circa 1972)

Balletto di Bronzo: Ys (1972)

balletto di bronzo ys 1972A distanza di due anni dal disco d'esordio "Sirio 2222", i napoletani Balletto di Bronzo subiscono una vera e propria trasfigurazione fisica e stilistica.

Protagonista: il tastierista Gianni Leone, detto LeoNero proveniente dal primo nucleo dei dissolti Città Frontale.
La trasformazione è radicale, e accanto allo stesso Leone, subentra anche il bassista Vito Manzari (ex "Quelle strane cose che") al posto dei più discreti Michele Cupaiuolo e Marco Cecioni.

Leone ha le idee chiare, la strumentazione adeguata, e un carisma talmente preponderante da traghettare tutto il sound del gruppo dal post-beat psichedelico degli esordi al Prog più radicale.

Persino la primigenia discografica RCA, spaventata dal nuovo corso della band, la cede volentieri alla Polydor che nel frattempo si sta interessando sempre di più al nuovo Pop d'avanguardia (Latte e Miele, Mauro Pelosi, Bill Gray dei Trip) e non lesina nella produzione del quartetto napoletano: copertina sontuosa con tanto di libretto interno, mixaggio molto sofisticato ad opera del noto fonico Gaetano Ria, e collaboratori di prestigio tra cui il M° Mariano Detto del Clan Celentano.


Nota curiosa: tra le quattro coriste di studio, spicca anche una tale Giusy Romeo (poi Giuni Russo) destinata dieci anni più tardi a una brillante carriera solista.

 balletto di bronzo ys 02 
Il nuovo parto del Balletto s'intitola "Ys" e già dal concetto di base si intuisce che si tratta di un lavoro ambizioso e trascendentale.
Il racconto descrive gli incontri dell'ultimo uomo sopravvissuto sulla terra prima dell'apocalisse con tre personaggi: una figura straziata e agonizzante, il Cristo e probabilmente, la stessa figura della Morte.


Ad ispirare il tutto, la mitica città Bretone di Ys sulla baia di Finisterre, sommersa dall'Oceano Atlantico nel 444 a.C. per colpa, si dice, dell'imprudenza della giovane principessa Dahout che ne spalancò inopinatamente le chiuse esponendo la città alla marea devastatrice (una versione "ante litteram" del disastro di Chernobil, se vogliamo).


Al di la della teoria però, ciò che consegnò questo disco alla storia, fu la sua rivoluzionaria architettura musicale che, pur se omogenea e rigorosa in senso classico, presentava un groove talmente destrutturato da rendere tutta l'opera assolutamente esclusiva per l'Italia del 1972 .

L'assenza di melodia è totale. Le voci iniziali, da cupe e funeree, sfociano in complesse polifonie su un tappeto di tastiere dissonanti e preziose cesellature di chitarra che sembrano prese in prestito dal miglior Robert Fripp.
La ritmica è un incessante accavallarsi di sincopi e di tempi dispari.
Persino i cori, che nell'accezione classica dovrebbero armonizzare la melodia, vengono invece utilizzati per confonderla e disarticolarla.

Il disco alterna momenti elettronici ad atmosfere hard jazz in un continuum di evocazioni, allucinazioni armoniche, sequenze multiritmiche, citazioni barocche e narrazioni cantate. In altre parole: rock progressivo allo stato puro.
Ogni singolo movimento, viene frammentato in più passaggi (che si sviluppano anche nell'arco di pochi secondi) che denotano non solo un'impressionante fantasia compositiva, ma anche una straordinaria abilità di assemblaggio.

balletto di bronzo ys 03Le sonorità sono costantemente diversificate dall'artiglieria di tastiere di Gianni Leone.
L'epilogo che descrive l'apocalisse è un incrocio tra Bach e i Quartieri Spagnoli: quasi troppo bello per essere descritto, e forse altrettanto difficile per essere apprezzato. 


Purtroppo, Ys fu "apocalittico" non solo nella sua forma artistica, ma anche per lo stesso Balletto di Bronzo che cessò di esistere poco dopo: sopraffatto da dissidi interni, da una vita sregolata, e soprattutto, deluso dalla sostanziale incomprensione con cui venne accolto il loro capolavoro.

Personalmente non credo che "Ys" abbia influito più di tanto sul panorama Prog Italiano. Pur ammettendo che fu un'opera trasgressiva e unica nel suo genere, infatti, fu anche talmente magniloquente da risultare alfine più edonista che comunicativa.
Del resto,  la sola avanguardia, pur se spinta ai massimi livelli, non basta a restituire un percorso universalmente riconosciuto: ci vuole anche la comunicatività, e Ys, di sicuro, non ne aveva.


BALLETTO DI BRONZO - Discografia 1970 - 1972:
1970 - SIRIO 2222
1972: YS

Mauro Pelosi: Mauro Pelosi (1977)

pop italiano anni settanta
Mauro Pelosi è stato un cantautore romano che, pur senza avere particolari velleità progressive, visse in pieno tutta la stagione aurea del pop italiano: cioè da quel 1971 in cui firmò il suo primo contratto per la Belldisc di Antonio Casetta (senza però incidere nulla), sino al 1979, anno del suo ultimo Lp “Il signore dei gatti” pubblicato per la Polydor. 

Tuttavia, pur se latore di un intimismo ben aderente al il suo tempo storico, egli rimase sempre un artista “trasversale”: attivo sì nell’ambito dei festival pop, ma estraneo alla politica. Prodotto da una multinazionale, ma cronicamente avulso ai cosiddetti “circuiti che contano”. 

Da esordiente per esempio, non frequentò quasi mai il Folkstudio - cosa che avrebbe sicuramente giovato alla sua carriera – e proprio quando tra il 72 e il 73 ottenne un certo riscontro con i singoli “Vent’anni di galera” e “Al mercato degli uomini piccoli”, sparì improvvisamente dalle scene per ricomparire solo quattro anni dopo.

Discograficamente, Pelosi esordì nel 1972 con “La stagione per morire”: album arrangiato dal M° Detto Mariano, realizzato con la collaborazione di emeriti musicisti prog tra cui Gianchi Stinga e Gianni Leone del Balletto di Bronzo, ben accolto sia dalla critica che dal pubblico, ma plumbeo sino a rasentare la depressione. Si ascoltino in questo senso “Cosa aspetti ad andar via” e “Suicidio” per farsi un’idea di ciò che sto dicendo. 

John's Classic Rock
L’anno successivo è invece la volta dell’Lp “Il mercato degli uomini piccoli”, arrangiato da Giuseppe Pirazzoli, pubblicato anche in Corea e in Giappone, ma greve almeno quanto il primo. 
Tra i suoi solchi però, svettò una delle title-track più radicalmente esistenzialiste che si ricordino nella canzone italiana: profondamente nostalgica, e talmente paranoica da conquistare persino l’animo dei rockers più “sabbatici”. Non a caso, fu proprio con "Al mercato degli uomini piccoli" che Pelosi aprì diversi concerti per il Rovescio della Medaglia

Eppure, proprio in quel momento propizio in cui tutto sembrava volgere per il verso giusto, (tanto che persino “Vent’anni di galera” venne ripubblicata su 45 giri, e i Gatti Rossi - storica backing band di Gino Paoli – reincisero la sua “E dire che a maggio”), Mauro si eclissò, e non tornò più per ben quattro anni. Cosa spinse l’artista a questo isolamento non so dirvelo. Chissà che non si faccia vivo lui in persona. 

Sta di fatto che nel 1977 - anno chiave sospeso tra la fine dell’autonomia e l’avvento dei nuovi nichilismi - Pelosi riapparve con un disco più consapevole che mai. Sempre cinereo sia chiaro, ma quella cronica angoscia che prima sapeva di depressione, ora suonava perfettamente attuale. Il movimento si era sgretolato, il Punk era alle porte e la demitizzante “Ho fatto la cacca” fu sostanzialmente la perfetta fotografia di quello scenario 

Mauro Pelosi
In più, proprio nel momento in cui il sistema catto-imperialista stava disperatamente tentando di salvare i suoi dogmi, “L’investimento” fece a pezzi i miti della famiglia e del matrimonio. “Claudio e Francesco” celebrava senza peli sulla lingua il rapporto gay e “Una casa piena di stracci” fu infine il più accorato degli esorcismi dell’autore romano: vero e proprio “j’accuse” contro quell’educazione machista e borghese che spesso condanna chi la subisce (e che magari non ha mai avuto la forza o la possibilità di emanciparsi) a un malessere intimo e tremendo che lo avvolgerà per tutta la vita.
 “Finirò col lavorare in banca perché mia madre aveva ragione”. Avendo lei avuto “più esperienza di me, e vissuto più a lungo”. 

 “Mauro Pelosi(ospiti Edoardo Bennato all’armonica e Ricky Belloni alle chitarre) è insomma un disco lacerante in un periodo di lacerazioni, dissacrante in un momento dissacratorio, ma senza nessuna di quelle volgarizzazioni a base di Kinotto, Gelati e Fagioli che afflisse il Movimento del 77. 
Si tocca con mano il declino della civiltà occidentale e c’è poco altro da aggiungere. 

E di fatto, dopo quell’ennesimo urlo di dolore, Mauro scomparirà ancora per altri due anni. Tornerà nel 79 per il suo canto del cigno, e mentre i Bee Gees miagolavano “Too much heaven”, lui scandiva preciso il countdown verso il nuovo inquietante decennio: 

Muore in discoteca la mia generazione / con una canna in mano di libanese scadente. 
La rivoluzione non l'abbiamo fatta / Ma almeno dateci del buon nero. 
E gli anni passano

No Strange: Universi e trasparenze (2015)

Universi e trasparenze  2015
 UN POST SPECIALISSIMO PER I TRENT'ANNI DI ATTIVITA' 
DISCOGRAFICA DEI MIEI (NOSTRI) AMICI NO STRANGE

Spesso, dopo trent’anni di carriera, molti artisti appaiono completamente diversi da com’erano agli esordi: per aver ceduto alle mode, per essere scesi a troppi compromessi, per aver lasciato che la tecnologia stravolgesse il loro sound, o più banalmente, perché diventando adulti hanno cambiato il loro modo di comunicare

Eppure c’è anche chi, pur avendo sperimentato molto, ha saputo mantenere inalterati codici e valori primari. Per sottolineare la consapevolezza del proprio percorso artistico, ma anche per dimostrare quanto uno stile possa essere sia connotativo, che soprattutto universale

Ed è questo il caso dei torinesi NoStrange, acclamati ambasciatori della nostra neopsichedelia, che a fine maggio hanno celebrato con il nuovo lavoro “Universi e Trasparenze”, il loro 30° anno di attività discografica

E di fatto, fu proprio nel 1985 che Salvatore D'Urso e Alberto Ezzu - già attivi come “Ra Gebel” (1972-1979) , e “No Strani” (1980-1981) - pubblicarono il loro primo album eponimo per l’etichetta Toast, con tanto di vinile trasparente e copertina serigrafata a mano
Poi, dopo quattordici anni di musica, due demotapes e ben quattro vinili, il gruppo si prese una pausa discografica tra il 1999 e il 2007, per riformarsi definitivamente nella primavera del 2008, e proseguire la sua avventura interstellare sino ai giorni nostri: sempre indomito, e sempre fedele a quella linea che lo ha reso nel tempo una band di culto a livello europeo

Alberto Ezzu  Salvatore d'Urso
Foto: Mauro Maffei
Come dicevo però, lo spirito primigenio di Ursus e Alberto non è cambiato, anzi: è rimasto quello fresco e curioso di due ragazzi di vent’anni, le cui rispettive esperienze personali non hanno fatto altro che rafforzare la loro integrità. E questo al punto che, per festeggiare il loro anniversario, non si sono fatti alcuno scrupolo nel pubblicare un album che abbraccia allo stesso tempo passato, presente e futuro

Universi e Trasparenze” infatti, non è solo un mini Lp in vinile multicolor che richiama il migliore immaginario della musica rock, ma uno scrigno prezioso che restituisce in mezz’ora di musica ben cinque monoliti del minimalismo lisergico: selezionati accuratamente dalla band che per la prima volta si cimenta in un album di cover, e riarrangiati in maniera talmente verosimile da non perdere neppure un frammento del loro sincretico magnetismo. Neppure se dimezzati in durata, come nel caso della splendida versione di “Embroidery” (1983) di Terry Riley che anzi, viene arricchita e rivitalizzata da un’incipit ancora più ipnotico dell’originale. 

Universi e trasparenze  2015
Con “Selig Sind Die Sanftmütigen”, rivive poi il meraviglioso spirito di Florian Fricke e dei suoi Popol Vuh, qui evocati con rispetto quasi religioso: non intervenendo troppo sullo spartito del 72, e lasciando così il mantra puro e incontaminato. Proprio come quello che all’epoca di Selingpreisung ci traghettò dalla Terra a Dio, col solo ausilio di un Moog, di un cantico, e di qualche percussione.

Dawn” dall’album di esordio dei Nice e “Susan Song” delle Stelle di Mario Schifano, entrambe del 1967, sono invece molto più personalizzate. Di loro resta sicuramente il groove originale, ma partiture e sonorità vegono deframmentate e riformattate ad uso di una comunicazione più moderna e diretta in classico stile No Strange: un pizzico di autocelebrazione che potrà far discutere, ma senza la quale un disco del genere sarebbe stato incompleto. 

E a degna chiusura del tutto, quello che a mio avviso è il capolavoro assoluto dell’album: “The Tortoise, His Dreams and Journeys” (1964) del padre del minimalismo americano La Monte Young. Un brano dalla fludità straordinaria che viene qui preservata nella più pura delle sue accezioni, proiettando cioè l’ascoltatore in un cosmo di mondi possibili. Al ché, quando la puntina entra nel trail off, sembra quasi che quel silenzio voglia ancora invitarci verso altre dimensioni. Di quelle che certamente danno pace interiore, ma che allo stesso tempo ci trascinano verso nuove ed entusiasmanti esperienze. 

I No Strange, presenteranno “Universi e Trasparenze” il 26 giugno 2015 al Blah Blah di Via Po, 21 a Torino e, da quanto ho capito, sarà davvero un evento memorabile. 
Ci vediamo lì.

CHI VOLESSE PRENOTARE / ORDINARE / ACQUISTARE IL DISCO PUO' FARLO QUI

Free Love. La notte in cui morì un sogno.

free love IN RICORDO DI MIMI', UCCISA VENT'ANNI FA DALL'IMBECILLITA' UMANA,  E DI GIANNI E STEVE, PARTITI TROPPO PRESTO


IN ESCLUSIVA PER CLASSIC ROCK, LA STORIA DEI FREE LOVE RICOSTRUITA DA JJ JOHN CON LA COLLABORAZIONE DEL LORO ULTIMO TASTIERISTA FABIO CAMMAROTA E DELLA SIG.RA LAUREN TAINES, VEDOVA DI CARL STOGEL.

Siamo in Svizzera alla fine degli anni '60 e precisamente all'American College of Switzerland dove il cantante Antonio "Tony" Gizzarelli e il bassista Carl Stogel suonano in un gruppo studentesco sotto l'egida dell'impresario Winthrop Rockefeller.

Terminata l'università, ila coppia si trasferisce a Roma dove vive il fratello di Carl (Steve Sogel) e il il padre dei due che riveste l'incarico di dirigente per la Columbia Pictures.
Caso vuole che Steve stia promettendo bene con la chitarra, alchè Carl e Tony pensano bene di coinvolgerlo in un nuovo progetto musicale. E già che ci sono, chiamano a se anche l'amico batterista Gianni Caia. Nasce così la prima formazione dei Free Love.

Le cose si mettono subito bene al punto che la band che non solo viene invitata a partecipare al primo Festival pop di Caracalla nell'ottobre del 1970, ma diventa il resident group del Piper di Via Tagliamento e trova immediatamente un contratto per la discografica Vedette che pubblica il loro primo 45 giri ("Sandy", "Il tempo di pietra", 1970).
Pur essendo vagamente debitore allo stile dei primi New Trolls, il singolo ha un riscontro e una stamina talmente interessanti da catturare l'attenzione del M° Piero Umiliani che recluta il gruppo per eseguire il tema del suo film "Roy Colt & Winchester Jack", che sarà anch’esso immortalato su 45 giri per la Cinevox ("Roy Colt" / Dove", 1970).

Tra il 7 e l’8 maggio del 1971, una seconda apparizione a Caracalla accanto a bands quali New Trolls, Osanna, Delirium e Trip, consacra i "Free Love" come una delle più promettenti realtà italiane e da quel momento, i Free Love incroceranno la sua storia con quella dell’allora debuttante Domenica Bertè, al secolo Mia Martini e soprannominata la "Julie Driscoll italiana”.

Mimì all’epoca sta suonando in giro per l’Italia accompagnata dal suo gruppo “La Macchina”, composto dagli ex “I PosteriRiccardo Caruso (voce e tastiere), Giorgio Dolce (chitarra), Giovanni Baldini (basso) e Daniele Cannone (batteria), con i quali inciderà anche una manciata di covers.
Intorno al maggio ’71, viene notata dal discografico Alberigo Crocetta che le propone un contratto con la RCA a patto però di sbarazzarsi dei suoi musicisti il cui sound è ritenuto troppo duro.
free love 1972Al momento, Mia probabilmente non se la sente di abbandonare i compagni ma per venire incontro alla discografica, accetta di registrare il suo primo singolo “Padre davvero(RCA n° cat. PM 3589 ) con un’altra line up (chiamata anch'essa "La macchina") di cui fecero parte proprio alcuni componenti dei Free Love più il tastierista Stefano Sabatini che da allora cominciò a gravitare nel gruppo..Al Festival Nuove Tendenze di Viareggio (27 maggio – 2 giugno 1971) Mimì però ci va con i vecchi compagni e vince malgrado le roventi polemiche inscenate dal suo compagno di allora Joe Vescovi dei Trip. Quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbe esibita con gli ex “I Posteri” (ovvero, la prima formazione della Macchina) che si congedano da lei lasciandola sola alla vigilia del Festivalbar dell’8 agosto 1971.

Sullo scioglimento della prima "Macchina" c’è anche chi sostiene che alcuni membri della band abbandonarono la cantante in quanto non se la sentirono di affrontare una tournèe nazionale. Tuttavia, è plausibile pensare che il veto della RCA avesse influito non poco sullo scisma.

Comunque sia, a partire dall’agosto ’71 Mia Martini si mette a caccia di nuovi musicisti per dar vita a una seconda formazione della Macchina e il primo ad arrivare fu ancora Stefano Sabadini che abbandonò definitivamente i Free Love, sostituito da John Picard al violino elettrico e dall’organista Fabio Cammarota.

Dopo qualche mese di attività con il nuovo assetto (Caia, gli Stogel, Cammarota e Picard) però anche i Free Love devono separarsi temporaneamente per impegni privati: John e Fabio per sostenere gli esami di diploma di violino e Carl (che nel frattempo aveva cominciato anch’egli a collaborare con la nuova Macchina) per un viaggio in America.
free love dal vivo 


A quel punto, e siamo circa nei primi mesi del 1972, Gianni Caia e Steve Stogel rimasti discoccupati, raggiungono Sabadini nella nuova Macchina che finalmente acquisisce un’identità stabile (Caia, gli Stogel, Sabadini e Montaldo) e parte in tournèe con Mia Martini.
Nel mese di febbraio però, un destino crudele spezzerà la loro carriera.
Ricorda così, il chitarrista dei Libra Nicola di Staso in un'intervista ad Augusto Croce del 2008:
"Ero amico di Gianni Caia, lavorava in un negozio di dischi a via Galli[...]
Quando successe la disgrazia stavano suonando con Mia Martini. […] Tornando la notte stessa da una serata nel Sud Italia per poter assistere ad un concerto di un gruppo inglese a Roma - me lo ha raccontato il loro autista del furgone che conoscevo -, un colpo di sonno e.... morirono Gianni e Steve […]. Una vera tragedia."

In sintesi, la cronaca dell'epoca riportò invece così l’incidente:
Gianni Caia, 20 anni e Steve Stogel 23, sono morti sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria nello scontro tra il loro pullmino e un autocarro. Gli altri due, Stefano Sabatini (18 anni) e Mauro Montaldo (20) sono ricoverati in gravi condizioni all’ospedale di Salerno. I quattro giovani provenivano da Siracusa dove sul loro Ford Transit erano diretti a Milano e a Torino dove erano stati ingaggiati per alcune serate. Nelle vicinanze di Salerno verso le 23, il Transit ha tamponato violentemente l’autocarro che lo precedeva".

fabio cammarota free loveGianni e Steve morirono sul colpo mentre Mauro e Stefano vennero soccorsi dall’autista dell’autocarro Emilio Panfili e portati all’ospedale di Salerno grazie a auto di passaggio. Per Stefano i medici si riservarono la prognosi e al momento il solo Mauro venne dichiarato guaribile in 40 giorni.

Questo è quanto ci è dato di sapere su quel terribile evento.

Non molto tempo dopo, venne organizzato un concerto al Piper per ricordare gli amici scomparsi ed aiutare economicamente le loro famiglie: in particolare la mamma di Gianni, all'epoca in stato di grave difficoltà econimica.

E chiaro che ricomporsi in un momento del genere non fu una cosa facile, ma con grande forza d'animo Sabatini e Carl Stogel ricostruirono un gruppo per partecipare al concerto di Caracalla nell'autunno del 1972 con il batterista Giovanni Liberti e il sassofonista Stefano Cesaroni: fu l'ultima volta dei "Free Love"
I soli Liberti e Sabatini avrebbero formato i Kaleidon l'anno successivo.

L'incidente ebbe gravi ripercussioni anche su Mia Martini che da quel momento in poi, acquisì la tristemente nota patente di iettatrice. Mimì raggiungerà Gianni e Steve il 12 maggio del 1995 seguita da Carl Stogel che ci ha lasciato nell'autunno del 2004.

GRAZIE ALL'AMICO FABIO CAMMAROTA, TASTIERISTA DEI FREE LOVE, PER LE FOTO INEDITE.GRAZIE A LAUREN PER L'AMICIZIA E PER I SUOI RICORDI.
GRAZIE A LORENZO COSTANTINI DEI G-MEN PER IL COMMENT

Area: un gruppo dal valore aggiunto.

rock progressivo italiano
Che gli Area siano stati un gruppo fondamentale per lo sviluppo del rock italiano è cosa nota: c’è una vasta bibliografia in merito tra cui ricordo lo splendido “Libro degli Area” di Domenico Coduto, c'è un passaparola che rivitalizza incessantemente le loro gesta e la loro arte, nonché un periodico fiorire di iniziative, concerti e tributi che dimostrano come la musica e il messaggio di Demetrio e compagni abbiano ancora oggi ancora un valore inestimabile. 
Già. Ma quale valore? 

Innanzitutto la conflittualità: ambasciata dai loro cinque album in studio che, tra il 73 e il 78, traghettarono il rock progressivo da espressione stilistica a strumento di comunicazione antagonista, riflettendo così sogni e rivendicazioni di un’intera generazione di militanti.  

Poi, parlerei anche di una forza comunicativa ben al di sopra della media: certamente debitrice a quella straordinaria macchina da marketing che fu Gianni Sassi, ma anche autoctona nella capacità di inventarsi sempre nuove strategie per dialogare col pubblico. Dal famoso “offertorio delle mele” alla geniale trovata del cavo elettrico tirato in mezzo al pubblico che modulava il sequencer di Paolo Tofani

stratos fariselli tofani capiozzo tavolazzi
Foto: Roberto Masotti
Infine, lo stakanovismo quasi eroico nell’esibirsi sempre, comunque e dovunque, gratis o no: per non perdere di vista neppure un ascoltatore e diffondere quel messaggio rivoluzionario del quale erano convinti tutti e cinque senza esenzione alcuna. Un costante lavoro di sperimentazioni e di contaminazioni, che Demetrio portò anche avanti per conto suo, esplorando a suo rischio e pericolo le possibilità più estreme della voce umana.

Difficilmente, credo, queste istanze furono proprie di altri gruppi degli anni Settanta, ma neppure di quelli successivi se escludiamo alcune formazioni ultraradicali dell’hardcore anni 80 o dei Centri Sociali che però, a parità di impatto, non godettero mai nè della stessa popolarità, né riuscirono (salvo rarissime eccezioni) ad uscire dalle maglie dell'underground. E questo  sia perché, nel frattempo la forza repressiva del sistema era aumentata , sia perché, in effetti, gli Area ebbero alla base una strategia operativa molto più efficace.

Di fatto, essi difesero la loro unicità intellettuale con un comportamento tanto aperto nei confronti delle masse quanto critico al limite dell’accidia nei confronti di certi loro colleghi: primi tra tutti, la Premiata Forneria Marconi. Ma in fondo, non fu una scelta sbagliata. 
Del resto, in un mondo ipercompetitivo e pericolosamente instabile come quello dei movimenti, arroccare la propria ideologia dietro un’immagine forte e impermeabile ai contraddittori, era forse l’unica soluzione possibile per mantenerla intatta. 

rock progressivo italianoE se molti dei loro proclami sembravano calati dall’alto - per non dire supponenti - è anche vero che nessuna delle loro provocazioni passò mai inosservata: perché innovativa, perché attendibile, ma soprattutto perchè frutto di basi e progettualità solidissime, nate dalla perfetta armonizzazione tra la band e i suoi collaboratori. 

In più, a differenza di molti colleghi che si contraddissero corteggiando il mercato americano, gli Area non commisero mai quell'errore, preferendo piuttosto concentrare la loro attività in Italia, o, al limite, sperimentare le loro potenzialità in nazioni più libertarie: Francia e in quel Portogallo appena fresco di democrazia. Sicuramente perdendoci commercialmente, ma mantenendo illibata la loro coerenza

Anzi, è davvero straordinario appurare come, proprio oltralpe, il loro percorso artistico e politico venne recepito addirittura meglio che da noi, dove spesso era oggetto di attacchi e fraintendimenti. Lo dimostrò ad esempio, la lunga introduzione della presentatrice portoghese al loro live set di Lisbona, la quale tracciò un profilo straordinariamente lucido non solo dei musicisti, ma dell’intera situazione italiana: privilegio che, all'epoca e a livello nostrano, apparteneva solo a pochissime avanguardie intellettuali

Dopo la morte di Demetrio nel giugno del 79, e la successiva agonia del gruppo, nessuno come loro si sarebbe mai più ripresentato sulla scena italiana: da un lato perché si chiuse l’era dei movimenti e mutarono le condizioni politiche, ma soprattutto, poiché venne meno uno dei più solidi collettivi musicali della storia musicale italiana, là dove ogni singola personalità era imprescindibile per la sua esistenza. Ancora oggi un esempio, direi, per chiunque voglia fare della propria musica, una professione.

Lydia & gli Hellua Xenium: Diluvio (spartito)

Anche se recentemente ristampato e presente su You Tube, Diluvio dei Lydia & gli Hellua Xenium resta pur sempre un disco rarissimo, come del resto è difficile reperire materiale che lo riguardi.
Ecco perché spero vi sia gradito questo piccolo reperto d'epoca, che consiste nel suo spartito originale che Fernando Lattuada e Rinaldo "Complex" Prandoni depositarono all'epoca in Siae. Numero di reperto: 1103048, datato 4 dicembre 1972.
Chi poi ha dimestichezza con i pentagrammi, potrà anche suonarselo da se :-)

john's classic rock rock progressivo italiano
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GRAZIE A ELMO LEWIS E A RINALDO PRANDONI