Errata Corrige: Mappamondo (1975/77, pubb. 1991)

rock progressivo italiano
Uno degli aspetti più curiosi di certe (ri)stampe di prog italiano "ex post" è quello di accorpare in un solo supporto periodi storici e culturali totalmente differenti. E questo accade normalmente quando qualcuno ritrova del materiale inedito, o magari per una fortunata contingenza commerciale.  E fin qui, nulla da obiettare. 

Peccato che non sempre tali pubblicazioni evidenzino queste diversità che, si badi bene, non sono solo artistiche, tecniche o percettive, ma soprattutto culturali, in quanto prodotto di più momenti storici, sociali e politici

Prendiamo come parametro il CD degli Errata Corrige Mappamondo: nove brani pubblicati nel 1991 - di cui i primi cinque composti nel 1975, ma arrangiati e incisi nel 1990 al Dynamo Studio -  e quattro interamente registrati allo studio G7 di Torino nel 1977. Un arco di quattordici anni.

 In più, ci si metta pure una line up diversa da quella originale del 1975-76 con Paolo Franchini (basso) e Giorgio Diaferia (batteria) ad affiancare i veterani Cimino e Abate, rispettivamente al posto di Gianni Cremona (basso) e Guido Giovine (batteria) e la cosa si complica ulteriormente. 

In sostanza: due dischi in uno, due atmosfere nettamente distinte, due approcci diversi e ben tre ere geologiche musicali che si sovrappongono: metà anni Settanta, seconda metà degli anni Settanta e primi anni Novanta
Piuttosto che essere organico quindi, Mappamondo, ha più le sembianze di un documentario
Ma procediamo con ordine. 

marco cimino mike abate
La cosiddetta “parte A” comprende nove brani concepiti all’epoca di Sigfried il drago e altre storie (1975/76)e che quindi, avrebbero potuto  farne parte, anche se così non fu. “Degli scarti” potrebbero dire i maligni. 

L’incisione è però del 91: un annata in cui la tecnologia stava imponendosi definitivamente negli studi di registrazione, influenzando pesantemente il modo di concepire la musica, e in questo caso, si sente davvero. 
 Mai e poi mai gli Errata Corrige originali avrebbero potuto aspirare ad un sound così pieno e levigato. La batteria in particolare fa impressione per grinta ed autorevolezza, e ancor più il fatto che le eteree sonorità del 75 vengano rilette in modo così determinato e potenzialmente avulso dallo spirito di Sigfried.
Per fortuna, nella prima parte di Mappamondo prevale la classe e la sensibilità di esperti musicisti che “usano” la tecnologia piuttosto che diventarne schiavi e, in questo senso, Patagonia Suite è un mirabile esempio di equilibrio tra passato e presente.

Certo, la magia del il sole che sorge nella contea di Xanten, la brezza della foresta di Lucanor e il dolce rollìo della nave Adventure sono molto lontani, ma almeno ce n’è ancora qualche traccia: per esempio nelle splendide Kubla Khan e Dentro La Grande Mastaba dove lo spirito del Prog viene rievocato, rivestito con classe e riconsegnato  a nuova vita senza troppi artifici. 

holy grail italian progressive
Dopo tanta grazia però, Sogno americano ci scaraventa bruscamente in un groove che nessun fan del prog avrebbe mai voluto sentire
D’accordo, siamo nel 1977, quando l’Italia partorì la sua musica pop più lubrica per far da contrappeso al Punk e alla Disco music, ma personalmente, non avrei mai immaginato che anche i miei adorati gli Errata Corrige ci sarebbero cascati. 

La classe dei musicisti si sente, questo non c’è dubbio, ma è evidente che Zombie e Viaggiatore senza età, facessero anch’esse parte di quel graduale ma inesorabile disfacimento musicale che coinvolse tra l’altro anche altri importanti nomi del Prog: Orme, Latte e Miele, Pfm, Locanda delle Fate, Osanna, Alan Sorrenti e, più tardi, anche il Banco.

Certe pubblicazioni però, sono fatte così: mischiano il giorno e la notte senza tanti complimenti, e sta a noi valutarle con attenzione, anche perché spesso le note di copertina sono assenti o quasi. 
 Ovvio, nel rispetto di un gruppo come gli Errata Corrige, avrei perferito che il Cd finisse con Mastaba, e a quel punto avrei perdonato anche tutte quelle artificiosità che solitamente si nascondono dietro un ripescaggio. Ma per fortuna o purtroppo non è andata così.

Tanto peggio per i sognatori come me, e tanto meglio per gli ascoltatori più scientisti.
In fondo siamo pronipoti di sua maestà il denaro, e dal 77 in poi, l’avrebbero capito proprio tutti: anche i più puri di cuore.

Zauber: Il sogno (1978)

Zauber
1978. La stagione del progressivo italiano è finita due anni e anche quel movimento controculturale che le aveva fatto da humus è ormai talmente superato da essersi ricilato già almeno tre volte: nel proletariato giovanile, nel movimento 77 e nel punk

I cantautori hanno ormai il pieno controllo della situazione: Branduardi per esempio ha già inanellato almeno due album di enorme successo, mentre Francesco Guccini, il “politico” per antonomasia, canta ora la nostalgia sessantottina e sogna terre lontane

I famigerati anni Settanta - quelli che si sono spenti anzitempo nel 76 – vengono insomma rimossi, trascinando nel dimenticatoio un’intera generazione di disobbedienti e un gigantesco bagaglio di sogni libertari rimasti per la maggior parte incompiuti. Prova ne è che tutti i gruppi del primo post-progressivo, dalla Locanda Delle Fate agli Antares, dagli Skorpyo ai Cocai, sembrano migrare verso altre forme espressive: certamente debitrici alla cultura precedente ma molto meno innovative

Ed è in questo contesto sospeso tra gli ultimi fuochi delle Brigate Rosse, l’assassinio di Peppino Impastato e una repressione poliziesca senza precedenti, che a Torino nascono e pubblicano il loro primo album gli Zauber: Mauro Cavagliato (basso, chitarra), Anna Galliano (tastiere, flauto), Liliana Bodini (voce), Paolo Clari (tastiere, chitarra), e Claudio Bianco (batteria). 

rock prograssivo italiano
Registrato presso i Dynamo Studio di Torino e stampato in sole 500 copie per l’etichetta Mu, il disco si chiamerà “Sogno”: non sappiamo se riferito alle chimere pregresse o proteso verso nuove immaginazioni e comunque, nelle sue sue sette tracce, difficilmente troveremo una risposta. 

C’è sicuramente un distacco dal progressivo doc, tanto nell’assenza di una linea d’opposizione quanto nel recupero del primo underground: atmosfere acustiche, brani brevi, testi molto candidi considerata la data di pubblicazione (“questa realtà non è fatta per chi come te vede nel mondo qualcosa di più di una vita borghese”) e un sostanziale ricalco alle nuove atmosfere neo rinascimentali. Branduardi dicevamo. 

C’è però anche la volontà di persistere in un territorio alternativo: quello autoprodotto, disallineato e fiero della propria marginalità. 

 Il problema è che nessun brano dell’album varcherà mai i confini della sua stessa esistenza. E anche se gli Zauber sopravviveranno ancora molti anni, “Il sogno” sembra più un brillante nel deserto che non un’opera storicamente propositiva. Diciamo pure un piccolo frammento partorito amicalmente in una cantina da pochi ma onesti musicisti. 

Certi suoi passaggi, è indubbio, sono pregevoli ("Dietro la collina") ed effettivamente ricordano i fasti del prog. L’accademia però impera sovrana cancellando anche quel minimo di consapevolezza che affiora dai testi. 
Molto “vetero feminista” la voce della Bodini che rimanda un po’ a quella di Lilli Ladeluca dell’AMT, ma senza possederne la stessa forza reazionaria: per esempio quella di “Marilyn” firmata Alloisio.

progressive rock
Come sempre qualcuno dirà che ho buttato tutto in politica, ma non credo si possa fare a meno di rimarcare quanto questo lavoro fosse distante dalla realtà che lo circondava. Persino gli Errata Corrige (sempre di Torino) furono più attendibili nello staccarsi da una realtà, quella del 1976, in cui non si riusciva bene a comprendere cosa stesse succedendo all’interno del movimento. 

Nel 78, dopo ere geologiche dal Parco Lambro e dopo che tutto era stato chiarito, perseverare ancora con tematiche undergound era quantomeno sinonimo di un certo candore
Come tanti dischi dell'epoca insomma, anche questo confermò la fine di un'era.

Bambi Fossati (1949 - 2014)

è morto bambi fossati
07.06.14
Non ce l'ha fatta Bambi Fossati a vincere la malattia che lo affliggeva da tempo.
Lo storico chitarrista di Gleemen, Garybaldi e Bambibanda e melodie, è mancato oggi ad appena 65 anni.
A lui va il nostro più sincero augurio di buon viaggio e, a tutti suoi cari, il nostro più vivo cordoglio. I funerali si svolgeranno Lunedì nella sua amata Genova.
La sua chitarra però non tacerà mai. Sarà patrimonio dei nostri cuori per consolarci, e per ricordarci che la grande musica non se ne va con le persone. Lei resta, per spingerci sempre verso un futuro migliore. Grazie Bambi.

Fabio Zuffanti: La quarta vittima (2014)

La quarta vittima
 Chi mi segue da tempo sa che faccio spesso fatica a parlare di Neo-prog. Ma questo non per disinteresse o per scarsa ammirazione nei confronti di chi lo fa, quanto perchè, dalla fine del Progressivo storico, sono mutati molti parametri analitici. Primo tra tutti, il raffronto arte-società-politica che oggi alcuni ritengono persino superfluo, ma che 40 anni fa era ineludibile. 

Martin, basta con ‘sta politica! Parliamo solo di musica!”, mi sento dire spesso. 
La musica però è arte, e l’arte non può essere scissa dal suo tempo storico. Per questo, ad ogni ascolto di un nuovo lavoro come quello inviatomi dall'amico Fabio Zuffanti, (appena uscito dalla Maschera di cera) mi sento in dovere di fare alcune puntualizzazioni. 

Innanzitutto occorre premettere che, a detta dello stesso Fabio, il suo “La quarta vittima” è un disco volutamente progressive e quindi è con questo metro che va ascoltato e valutato. E fin qui direi che, almeno in questi ultimi anni, raramente questo stile ha raggiunto tanta coerenza tecnica, formale e compositiva. 

Zuffanti conosce bene la materia e si sente. In circa un’ora di musica c’è davvero di tutto: hard, rock, pop, prog, lounge, jazz, ma non solo. Ci sono anche richiami a tutti i più nobili protagonisti del genere: dai Pink Floyd (con tanto di centrale di Battersea all’interno della copertina) ai Genesis del migliore Steve Hackett; da qualche traccia di Canterbury al pop sinfonico più spinto; dai Museo Rosenbach alle atmosfere doom degli Jacula

Fabio ZuffantiIl gruppo di musicisti che lavora in questo disco è formalmente “aperto” come nella migliore tradizione prog, al punto che il compositore suona poco o nulla. 
La narratio e l’alternanza di ambienti sonori sono ineccepibili e restituite da sonorità talmente limpide ed equilibrate che c’è davvero da fare i complimenti al fonico Rossano “Rox” Villa

In più, non mancano i consueti riferimenti intellettuali nella citazione iniziale dalla Montagna Sacra di Jodorowsky  e nel grande spirito di Michael Ende che pervade tutto l’album. 
Insomma: un'opera sostanzialmente imperdibile per gli amanti del Prog di qualunque età in cui è davvero difficile trovare nei o punti deboli: forse la sola lunghezza di 55 minuti estranea agli anni settanta, ma sono minuzie. 

Ciò che invece resta aperta e la questione di cui parlavo prima: “cui prodest?” 
 Il vantaggio, è chiaro: va tutto a chi “sa e vuole ascoltare” perchè il dualismo arte-società non esiste più. Nel senso che i valori che evoca Zuffanti (l’alienazione, il perpetuarsi del tempo, l’ubiquità spirituale, l’immanenza), oltre a non essere del tutto nuovi, sono stati già consumati di un intero movimento: difficilmente attinenti dunque, a un quotidiano come quello odierno che divora letteralmente le sensazioni ancor prima di concepirle. 
E anche la musica è di per sé e qualcosa di già sentito: non nuova e certamente ancor meno trasgressiva

rock progressivo italiano
E allora: dove starebbe il valore del new progressive e in particolare della “Quarta vittima”? 
Nel fatto che, non potendo insistere su istanze rivoluzionarie come si faceva un tempo, Fabio ha focalizzato con estrema cura l’aspetto percettivo del suo lavoro trasformando in “significato” il lato “significante” della sua musica, e affidandone la compiutezza e la comunicatività al solo muro sonoro.

Certamente una scelta spiazzante per chi, come me, è rimasto fedele al settennio 70-76 ma anche obbligata dalla contingenza storica. Che poi questo sia un bene o un male, lascio la riflessione aperta. 

Sta di fatto che, se al momento il Prog deve affidarsi alla sola percezione come accadde nel periodo Underground, ben vengano risultati come questo. Quindi: complimenti a Fabio che se li merita tutti e anche di più. 
Io resto sornione ad aspettare “il grande balzo in avanti”. Chissà che tra qualche anno il new prog non assuma un valore nuovamente rivendicativo e, magari, prenda il posto dei vari rapper della porta accanto di cui, francamente, non se ne può più.

Lisy Kolloeffel Martin (1931 - 2014)

14.05.2014
E' mancata oggi Lisy Kolloeffel-Martin, mia mamma.
Al di là dell'immenso dolore, posso solo consolarmi pensando
che si è spenta tra le mie braccia e senza soffrire.
Grazie a tutti coloro che vorranno pregare per lei.
Un abbraccio,
JJ

Bill Gray: Feeling Gray? (1972)

Feeling Gray? 1972
Siamo nel 1972. Il prog è una realtà da un paio d’anni ma la controcultura bussa già alle porte con il suo sound duro e consapevole
Intanto, gli epigoni del post beat e della psichedelia si giocano le ultime carte di attendibilità perchè dall’anno successivo in poi, quel tipo di proposta verrà sempre meno accettata da un pubblico sempre più militante e meno compassionevole. 
E’ dunque in tempo William Gray, detto Bill, meglio conosciuto come chitarrista dei Trip a piazzare per la Polydor il suo primo album di rock bluesFeeling Gray” che però, malgrado l’indubbia qualità del prodotto, non gli darà molte soddisfazioni. 

Bill nasce a Kilmarnock in Scozia nel 1947 e a neppure 20 anni ha già in curriculum un 45 di successo inciso per la Philips come chitarrista degli Anteeks: “I don’t want you” / “Ball and Chain”, oggi quotato circa 290 sterline. 

Stabilitosi a Londra nella primavera del 66, entra nei The Buzz di David Bowie in sotituzione del chitarrista John Hutchison, e con loro incide una demo del singolo “I dig everything” scritta dallo stesso Bowie. Nella versione dei Buzz però, il brano però non vide mai la luce avendo lasciato insoddisfatto l’allora produttore Tony Hatch che per la pubblicazione ripiegò su musicisti di studio. 

ricky maiocchi
I Buzz continuarono comunque ad accompagnare Bowie dal vivo per 4 mesi ancora prima di scogliersi, ma a settembre dovettero rinunciare proprio a Bill Gray, attirato da un’allettante offerta del nostro Ricky Maiocchi, allora in soggiorno a Londra in cerca di musicisti.

Maiocchi tra l’altro aveva già reclutato al basso un tale Arvid Andersen, stravagante beatnik di origini scandinave e un giovane chitarrista di belle speranze di nome Ritchie Blackmore, amico di vecchia data di Arvid ai tempi in cui facevano parte prima dei Crusaders di Neil Christian, poi degli Screamin Lord Sutch & The Savages e infine dei Three Musketeers.

 Mancavano dunque un batterista, trovato poi nella figura di Ian Broad (ex militante nei Rory Storm & The Hurricanes con cui suonò anche Ringo Starr) e un altro chitarrista che fu proprio William Gray. E così, ecco che Maiocchi e i Trip iniziarono la loro avventura italiana. 

Maiocchi però è molto accentratore, e Blackmore che spesso gli ruba la scena non gradisce i continui inviti alla calma dell’ex Camaleonte. Ian Broad poi, si rivela maledettamente indisciplinato e scurrile.
Morale: dopo appena tre settimane Blackmore e Broad se ne vanno, i Trip abbandonano Maiocchi, reclutano Sinnone e Vescovi e procedono per la loro strada

feeling gray 1972Bill Gray, dal canto suo rimarrà con loro per due album, The Trip e Caronte e poi mollerà il colpo anche lui per supposte divergenze con Vescovi che, qualcuno dice, pare non fosse proprio un modello di democrazia

Altri mormorano invece che a Vescovi e ad Andersen non fosse andata giù l’idea che Gray stesse elaborando del materiale solista, ma questo fa parte del gossip

Sta di fatto che Billy se ne va, un anno dopo incontra l’ex Rokes Shel Shapiro, e nel giro di pochissimo è ai Regson Studios di Milano ad incidere con altri 4 musicisti (tra cui Gian Luigi Pezzera e lo stesso Shapiro) il suo “Feeling Gray?” nove brani, mezz’ora abbondante.

 Musicalmente non c’è molto da dire a riguardo: nulla di prog, nulla di innovativo, per cui realmente nulla di sconvolgente, ma in compenso un disco piacevolissimo, molto ben suonato, rifinito e mai banale malgrado si tratti evidentemente di rock blues anglofono
Tra i solchi traspare l’esperienza dei musicisti e anche se volessimo erroneamente considerarlo un filler o peggio un esercizio di stile vale davvero la pena di ascoltarlo. 
Così, anche e solo per il puro piacere della musica. E anche per evocare ancora una volta il grande spirito di William, partito davvero troppo presto.

Mandillo: Mandillo (1976)

rock progressivo italiano
Sin dalle prime note questo lavoro dei Mandillo, anno 1976, lascia sorpresi per compattezza sonora e qualità esecutiva e pur se chiaramente ispirato al rock classico, restituisce un sound originale e riconoscibile

Appena messa la puntina sul disco, emerge traccia dopo traccia quasi tutta la musica degli anni 60-70: evidenti i Beatles di Sergente Pepper’s in “Dora Dollar”, mentre in “Mamma Rosa” riaffiora lo spirito di “While my guitar gently weeps”. 
Poi, c'è molto vaudeville, tracce progressive e west-coast, un riferimento agli Ibis di “Signora Carolina” in “Il meglio che ci resta” e tutto questo senza mai cali né di tono né di gusto

Tanta carne al fuoco però, sembrerebbe non avere alcun appiglio esterno alla sala di registrazione: tutto candido e immacolato, niente riferimenti politici, testi al limite del buonismo, nessun interrogativo sulle trasformazioni in corso, insomma, una sostanziale estraneità al proprio tempo storico
Al ché, una volta arrivati a girare il vinile, qualcuno potrebbe davvero chiedersi che senso abbia un lavoro del genere o comunque, cosa avrebbe voluto comunicare in un importante anno di frontiera come il 1976
La risposta l’hanno già data molti miei amici tra cui Michele Neri e Augusto Croce: Mandillo equivarrebbe sostanzialmente a un album nato tra amici per divertirsi e per sfogare le proprie fregole estemporanee.

progressive rock
Una jam tra musicisti che hanno felicemente bisbocciato tra di loro suonando quel che più gli pareva, ma incuranti di tutto e di tutti. Anzi: talmente autocentrati da non sembrare nemmeno appartenere alla loro società. Un populismo che in “Nel parco” e “Fuori città” raggiunge vertici veramente imbarazzanti.

 "Ne parco questo c'è [...] Una bambina con la calza giù che ha paura di guardare su.
Dei dimostranti che fanno colazione per poco tempo. Non pensano al padrone.
Una bandiera tesa che farà da tovaglia per noi e per quelli là" (Nel parco)

"La strada rifarò [...] e seduto sulla mia Land Rover torno al mio Ranch
Seduto a un pianoforte, con gli amici agli altri strumenti sto facendo Rock'n'roll
mentre il sole sta tramontando e il cielo sta scolorendo". (Fuori città)

Segno evidente insomma, che nel biennio 75 – 76 non tutti gli artisti prog erano consapevoli dei mutamenti in atto e soprattutto del fatto che, di lì a breve, anche esperimenti come questo, avrebbero avuto sempre meno riscontro o possibilità di essere prodotti. 

1976 italian progressive
Per molti versi sensore dell’imminente disimpegno del rock italiano, Mandillo  suona dunque come un prodotto a se stante ed è un peccato che  tutto l'enorme bagaglio di artisti come Maurizio Cassinelli e Bambi Fossati (Garybaldi, Bambibanda e melodie), di Aldo de Scalzi dei Picchio dal pozzo e di suo fratello Vittorio dei New Trolls non sia stato utilizzato per osare di più: magari dotando l'ottima tessitura strumentale di un miglior corredo letterario
Ma è evidente che questo aspetto, non venne nemmeno preso in considerazione. 

Difficile dunque giudicare un album indifferente alla storia e a questo punto, è forse meglio non farlo nnnemmeno. 
Ci si goda la sua quarantina di minuti di ottima tecnica strumentale, si faccia finta che i testi siano in un lingua sconosciuta, e i benefici saranno assicurati sino a che la puntina entrerà nel trailoff
Dopodiché però, di Mandillo non rimarrà nulla.

Francesco "Big" Di Giacomo

Banco del mutuo soccorso

E' molto difficile per me scrivere in questo momento, ma una cosa volevo dirvi.

Francesco non ha vissuto una volta sola, ma tante: cantante, attore, compagno, antidivo, comunicatore, ricercatore e persino gastronomo.

Lui, come tutto il Banco, ha innovato la musica italiana, ha raccontato l'Italia, noi stessi.
Ci ha regalato sogni, ci ha fatto conoscere altri mondi, altre possibilità.

Dunque, al di là del dolore per la sua dipartita, ricordiamoci sempre che non è stato solo un artista, ma anche un modello di sobrietà, di generosità, di consapevolezza.

Tutti valori che, noi che restiamo, dovremo perpetuare e diffondere ad oltranza in modo che nulla di lui resti mai dimenticato. Anzi: che possano sempre spronarci verso la vita, giacché abbiamo il privilegio di possederla.

Osanna: Tempo (2013, doppio DVD)

lino vairetti
Guardando alcune selezionate produzioni contemporanee, è evidente che esista qualcosa che non solo tiene alta l’attenzione sul Prog italiano, anche al di là delle celebrazioni per i suoi 40 anni, ma che alimenta costantemente il suo futuro. E’ un pregio che si chiama qualità e sta certamente crescendo rispetto a quella a cui eravamo abituati anni or sono. 

Sembra di fatto conclusa l’era delle ristampe assemblate in un certo modo per cavalcare la prima ondata d’interesse, della documentazione precaria e del giornalismo poco attendibile, anzi: dai segnali che arrivano da tutto il mondo, percepisco sia una rinnovata voglia di investimenti sul Progressivo nostrano, sia una fattiva volontà di trattarlo per quello che realmente fu: un fenomeno socioculturale esclusivo a livello europeo, nonché uno dei più raffinati stili musicali che l’Italia abbia mai prodotto dalla ricostruzione ad oggi.

 Una convinzione credo suffragata tanto dalla completezza delle analisi sviluppate negli ultimi anni (tra le quali ci metto immodestamente anche la mia), quanto dallo sforzo costante e congiunto di alcuni eccellenti documentaristi che oggi sono arrivati a licenziare produzioni di altissimo profilo: da Franco Brizi a Matthias Scheller, da Augusto Croce ad Alessio Marino, da Claudio Pescetelli a Michele Neri, passando naturalmente per tutti padri storici della letteratura Prog italiana quali l’amico Paolo Barotto, nuovi imprenditori come Selena e Andrea di Selena dischi e raffinati osservatori del calibro di Odoardo Sermellini, Riccardo Storti, Gianluca Casiraghi, Francesco Mirenzi e e tutti gli altri Autori e Artisti con la “A” maiuscola che non menziono ora per motivi di spazio, ma che sanno perfettamente quanto li stimi. 

trianon napoli
E ho volutamente lasciato da parte un motore progressivo per eccellenza, la Black Widow Records di Genova, per parlarvi oggi di una loro eccellente release che a mio avviso dovrebbe presenziare in tutte le videoteche che si rispettino. 

Si tratta del doppio DVDTempo” che illustra e ripercorre in circa tre ore di musica, testimonianze, filmati originali ed emozioni assortite , la storia di uno dei più autorevoli gruppi Prog che l’Italia abbia mai avuto: gli Osanna

Solo a guardarlo, soppesarlo e senza nemmeno avergli tolto il cellophane, l’oggetto sembra già prezioso di per se: grafica signorile, custodia solida, un bello spessore e un certo peso: due etti e mezzo, per la precisione. Che non è poco. 

Scartato poi, c’è la sorpresa. Non ci sono solo solo i due supporti digitali ben racchiusi nella confezione, ma un libro di venti pagine con fotografie inedite a colori, una storia completa del gruppo a cura di Franco Vasio, testi, credits e una playlist da farsi venire l’acquolina in bocca. 

Sul primo DVD, il concerto completo dei “nuovi” Osanna registrato al Trianon di Napoli il 24 ottobre 2012 con sorprese e ospiti speciali (Gianni Leone e David Jackson su tutti) e nel secondo, tutti e ripeto tutti i videoclip che gli “storiciOsanna registrarono per la Rai e Tele Capodistria tra il 1971 e il 1978.  
E ancora: altri nove sconfinamenti video dal 2000 al 2009. Difficilmente un fan del progressivo potrebbe chiedere di più. 

tempo
La produzione congiunta Black Widow, Afrakà, TV Koper e Rai-Eri è garanzia di assoluta qualità audio, video e storiografica, nel senso che nulla è lasciato al caso ma frutto di una ricerca e di un rigore davvero ineccepibili sotto ogni punto di vista. 

Un viaggio nel Tempo insomma, che ripercorre con dovizia le gesta di un gruppo fondamentale per il nostro Prog, e restitusce  anche il suo momento storico: dalle prime clip in bianco e nero, incluso uno straordinario spezzone al Be-in del 1973, sino alle più sofisticate immagini a colori. Il tutto, supportato da una regia e da audio davvero superbi

Tempo è dunque un oggetto non solo bello da possedere e da guardare, ma emozionante, utile, unico. E c’è davvero da augurarsi che altre produzioni simili gli facciano seguito e gli enormi archivi Rai si aprano definitivamente per sbloccare tutte le loro meraviglie. 
Ma non tra cent’anni: ORA! Che ci sono la voglia e l’interesse di recepirle e che abbiamo ormai raggiunto la consapevolezza necessaria per codificarle e riproporle
Come appunto, nel caso di questo doppio DVD.