Jacula: chi era Fiamma, la "vampiressa dal viso d'angelo"? - 2a parte

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Fiamma: la vampiressa dal viso d'angelo
Nella stessa pubblicazione che definì “Fiamma, la vampiressa dal viso d’angelo(senza nome e periodizzazione ma sicuramente concomitante con un Festival delle Nevi a Cerro Veronese, in cui Fiamma presentò la canzone "Vestita di fiocchi di neve"), e in una pagina curata da “DONNA BICE(scritta in grande risalto e con il nome della giornalista in maiuscolo), oltre alle solite associazioni tra lei e gli Jacula, troviamo anche una rara intervista alla stessa cantante, oggi come allora, restia a concederne. 

Fiamma Tardo pede in magiam versus “Sono talmente abituata a parlare di scienze oculte” dice Fiamma, “a partecipare a sedute spiritiche, o praticare amici «medium», che nominare diavoli e vanpiri non mi fa più nessun effetto. 

Posso comunque affermare che tutte le nostre canzoni sono realizzate tramite sedute spiritiche per bocca del medium Franz Partenzy che trasmette sul pentagramma la musica e le impressioni. 
Con la mia voce poi, io racconto tutto ciò che è stato captato. 

Tutto il nostro gruppo pratica la magia e siamo molto religiosi. 

Certe cose, certe sensazioni, fanno pensare per forza all'esistenza di un essere superiore, ad una potenza invisibile. In una delle canzoni del nostro primo L.P. è contenuto il grido di dolore contro il fallimentare irrompere dell'era moderna, contro le fabbriche trasformatrici degli uomini in macchine e contro chi nega l'esistenza di Dio

 ln un certo senso siamo dei moderni apostoli che si servono dei dischi per predicare il Vangelo”. [...] 

ll complesso degli Jacula”, chiude l’articolo, “oltre che da Fiamma, è composto da Charles Tiving (!!), inglese organista e pluristrumentista, originario della Cornovaglia, da Franz Partenzy, inglese e dall’italiano Antony Bartoccetti, compositore, poeta, chitarrista e leader del complesso”. 

Infine, per strappare ancora qualche dato alla storia, ci viene incontro un giornale che potrebbe essere La Notte, ma di cui sappiamo solo la data: mercoledì 1° settembre 1976. 

La rubrica si chiama Neon, e il suo estensore che si firma P.A.P., annuncia un concerto di Fiamma il martedì successivo al Parco delle Rose di Milano, accompagnata dalla sua Crazy Cosmo’s Band

Jacula 1972L’articolo s’intitola “Torna Fiamma, cantautrice di streghe e vampiri” ed esordisce presentando la “cantautrice Fiamma, già conosciuta per un singolare LP di qualche anno fa su spiriti, streghe e vampiri scritto sotto dettatura in una seduta medianica”. 

Di lei si dice che “il boom del successo è sempre stato qualcosa di rinviato, [...] nonostante alcuni momenti di felicità professionale [in cui] sono stati usati per lei termini quali sorprendente ed eccezionale. [...]  

Ma poi improvvisamente tornava nell’ombra, per ricomparire, ora in TV, ora con qualche 45 giri (Fiamma ha effettivamente inciso dei singoli per la METROPOL, per la ARP e per la CGO ndr.), ora in teatro dove ha tentato anche la carta del cabaret con i Gatti Folk con lo spettacolo “In matt quei de Milan”, rappresentato nel 74 al Gerolamo con un certo successo”

É questa è la storia di Fiamma: la bionda e misteriosa vampiressa che fece capolino nella nostra musica degli anni Settanta, che - come avete visto - alcuni hanno collegato al grande rock progressivo italiano, e alla quale noi di Classic Rock non potevamo rimanere indifferenti.
Che poi sia proprio lei quella Fiamma dello Spirito che comparve nell'album degli Jacula Tardo pede In magiam versus del 1972... fate voi.

Naturalmente, chiunque abbia qualcosa da dire, contributi da fornire o osservazioni da fare – diretti interessati inclusi – sarà benvenuto nei comments.

Lydia e gli Hellua Xenium: Diluvio / Conoscevo un uomo (1974)

Lydia Hellua Xenium Diluvio Conoscevo un uomo
Molto si è detto sui Lydia e Hellua Xenium. Sul loro operato circolano più leggende che realtà e, in particolar modo, sul loro secondo 45 giri “Diluvio / Conoscevo un uomo” che fino a non molto tempo fa, alcuni dubitavano persino della sua esistenza
In realtà esiste davvero: è il più raro singolo in assoluto di un gruppo Prog italiano e in più, annovera due brani davvero particolari per il loro tempo storico. 

Siamo nel 1974 e il 45 giri in oggetto dava seguito al primo singolo dei L&HX “Invocazione/ Guai a voi” pubblicato l’anno prima, e riconfermava quello stile gotico che aveva caratterizzato il gruppo sin dagli esordi. La discografica era la Radio Records, il suo numero di catalogo RRS 1063, venne edito per un non meglio precisato Dott. Gallazzi e gli artefici dei brani furono l’autore Rinaldo “Complex” Prandoni e il compositore Fernando Lattuada, entrambi della zona di Busto Arsizio in provincia di Varese. 
Per inciso sul disco la band viene presentata come “Lydia et Hellua Xenium”

Dalle prime ventiquattro misure “Diluvio” non rivela la propria identità. Nelle prime sedici c’è solo un flauto che espone il tema portante e fin qui l’atmosfera è quasi bucolica, rilassata. Nelle otto successive si intromettono poi le chitarre di Piero Giavini
A quel punto però, e sono passati trenta secondi dall’inizio del brano, qualcosa cattura la mente dell’ascoltatore: il riff iniziale si ferma di colpo e rimane sospeso nel nulla. Qualche secondo di silenzio e succede il finimondo

Lydia e gli Hellua XeniumGli Hellua Xenium prorompono violentemente in un doom rock pesante, massiccio e tempestato da chitarre distorte, organo impazzito, batteria centrifugata e nientemeno che delle folate di vento e dei tuoni sintetizzati dalla violenza inaudita. 
Entra poi la voce di Lydia (o meglio: pensiamo sia la sua, visto che nel disco precedente il cantato era di Giavini) : gotica, imponente, severa che si fa sempre più acuta. I cori in falsetto che rafforzano la fine della strofa sembrano provenire dall’aldilà e l'impatto è davvero straordinario. 

Il brano è breve, tre minuti e venti secondi, e tra le due esposizioni di strofa e ritornello ci sono solo due breaks strumentali di cui il primo è carattere sospensivo e l’altro è invece è un rock progressivo che chiude in dissolvenza la facciata A. 

I testi di Rinaldo “Complex” Prandoni sono apocalittici, probabilmente ispirati al diluvio universale. Traspare si un sentimento religioso, ma non è quello evocato dalle messe beat degli anni 60: è di una spiritualità più polimorfa e sicuramente più adeguata alla complessità di quel 1974 in cui tutti i gruppi d’avanguardia pescavano a piene mani da ogni stile possibile. 
 Complex, tra l’altro, non sapeva esattamente come sarebbero stati utilizzati i suoi testi. Pare infatti che Lattuada gli chiedesse semplicemente dei versi da adattare a una musica heavy, confidando sulla sua capacità evocativa e sulla sua esperienza. 
Un sistema certamente originale di comporre, ma che ha fornito linfa vitale a uno dei gruppi Prog più disallineati degli anni 70 e per questo ancora oggi venerato, misterioso e soprattutto ricercatissimo. 

Diversa è invece “Conoscevo un uomo”. Dopo una fulminea citazione alla Fuga in Re minore di Bach, arriva subito il canto melodico e profondo di Lydia che però, pur nella sua consueta fluidità, questa volta è più ammiccante, se così si può dire. 

Non ci sono più tuoni ipermodulati e atmosfere grezze, ma un feeling quasi sereno che conduce l’ascoltatore in atmosfere rassicuranti ma, anche in questo caso, c’è la sorpresa
Un improvviso cambio di metrica da quattro a tre quarti lancia un inciso strano e coinvolgente che pare una valse musette e profuma di bistrot parigini dei primi del secolo: un semplice “la-la-la” ripetuto ossessivamente a mo’ di giostra quasi a voler esorcizzare il senso stesso della vita in poco meno di due minuti e mezzo. Un piccolo gioiello insomma che difficilmente non resta memorizzato nella testa dell’ascoltatore.

 Evidentemente però, in pochi ebbero il privilegio di lasciarsi trasportare da quel tempo di valzer: il disco venne stampato in pochissime copie in edizione juke box, non ebbe distribuzione al punto dirimanere pressoché ignoto e la band originale si sciolse poco dopo. 
Il chitarrista Giavini confluì negli Skorpio e la nostra storia termina qui. 

Per chi volesse approfondire la storia della band segnaliamo che lo studioso Alessio Marino ne ha parlato abbondantemente nel n°7 della sua rivista “Beati Voi”. 

UN GRAZIE DI CUORE AL MAESTRO RINALDO PRANDONI

Ricky Gianco: Arcimboldo (1978)

ricky gianco  1978
Se dovessi scegliere quattro o cinque Lp che fotografarono in maniera chiara e consapevole il Movimento del 77, non avrei dubbi: Disoccupate le strade dai sogni di Claudio Lolli (1977), lo splendido Ma non è una malattia di Gianfranco Manfredi, Diesel di Eugenio Finardi (1977), Arcimboldo di Ricky Gianco (1978) e, sul versante pop, Burattino senza fili di Edoardo Bennato (1977). 
Al limite, anche anche Mamma dammi la benza del Centro d’Urlo Metropolitano – poi diventati Gaznevada - e Inascoltabile degli Skiantos, anche se questi ultimi rappresentarono solo il lato più anarcoide di un anno ben più sfaccettato.

Personalmente, amai tutti questi dischi in egual misura, eppure uno solo mi rimase impresso al punto da ritenerlo ancora oggi a memoria, ed è Arcimboldo. Ma non perché fosse migliore degli altri, quanto perché, contestualmente alla produzione dell’artista che aveva fatto successo con canzoncine di ben altra rilevanza (dalla Linea Verde degli anni 60 a Braccio di ferro del 75), quell’album brillò inatteso come un diamante nel deserto. 

Preceduto da Alla mia mam... del 76 - altrettanto militante ma fin troppo caustico - restituì infatti con straordinaria nitidezza tutta la complessità di un movimento unico nel suo genere, sospeso tra un passato di lotte ormai concluse, e la speranza di una ricomposizione che non sarebbe mai avvenuta. 

Tecnicamente: nove canzoni prodotte da Claudio Fabi, eseguite dalla PFM post-Pagani in gran completo e con in più, la collaborazione di Roberto Colombo. Registrate presso gli studi milanesi della Ricordi, e mixate alllo Stone Castle di Carimate tra il maggio e il giugno del 1978. 

movimento del 77
Concettualmente: una vera e propria analisi ex-post di tutte quelle problematiche che vennero trattate, dibattute e vivisezionate l’anno precedente ma, ripeto, mai risolte a livello collettivo: la frammentazione e le contraddizioni della sinistra, il silenzio sociale come conseguenza dei processi di modernizzazione, le possibili nuove forme di lotta, l’antimilitarismo, l’ecologia e, a chiudere il tutto, il ruolo della memoria storica sublimata in una curiosa canzone quale A Nervi nel 92, là dove due reduci del movimento si ritrovano quindici anni dopo sulla riviera ligure a raccontarsi le proprie esperienze. Degradati nella scala sociale, ma indomiti nel loro grande amore per la vita e appunto per l'esperienza.

Musicalmente siamo invece di fronte a un insieme di stili differenziati che, come in uso all’epoca, mettono l’appena defunto prog al servizio di una comunicazione più immediata di taglio cantautorale. E in questo, c’è da dirlo, la PFM è davvero perfetta. 

Un lavoro molto sofisticato insomma, a partire dalla splendida copertina dello Studio Dada2 che ritrae una “testa composta” di Gianco nello stile del pittore Giuseppe Arcimboldo (1526-1593). 

arcimboldoAltra caratteristica che legò indubbiamente l’album al suo tempo storico fu poi il linguaggio utilizzato nei testi, tutti firmati da un Gianfranco Manfredi in evidente stato di grazia. Versi speso ermetici - “comprensibili al movimento, ma oscuri al potere” si diceva allora - ma che toccano ogni atomo della coscienza sino a coinvolgerla tutta. 

Così, memorie e sensazioni che sembrano attraversare il disco quasi per caso, in realtà rivestono sempre un ruolo preciso, come quel “cielo che era blu / a volte di un triste blu: blu-polizia” nella splendida Obrigado Obrigadinho che, insieme alla title track, è l'autentico capolavoro dell’album.
Oppure come quel “deserto che è pulito e non fa rumore, ma è vivo e pieno di colore”, che poi sarebbe la metafora di una "Milano del futuro" che il potere vorrebbe sempre scintillante e asettica, ma dove le sacche di disobbedienza continuano ad incontrarsi, a resistere, a riprodursi.

Parole certamente datate in effetti. Sentimenti quasi impossibili da spiegare a trent’anni di distanza, ma che non solo riflessero una rivolta diffusa e temuta dal sistema borghese, ma, se vogliamo, ancora attuali alle soglie dell'Expo 2015.
Del resto, Il fiume Po, è sempre “un fiume chimico, ma senza H2O”, la sinistra è tuttora inquinata da “compagni del caz...”, e l’Ironia è sempre una delle armi più detestate dal potere. 

La sola differenza tra oggi e gli anni Settanta è che, se quarant’anni fa si osava toccare un qualsivoglia diritto civile, scattavano in piazza milioni di persone decise a tutto. Oggi invece, non solo “paghiamo” come Totò, ma sembra ci sia qualcuno che è pure contento di farlo. 

Ecco perché Arcimboldo fu allo stesso tempo un capolavoro e un sasso nell’oceano.
Ma ricordiamoci sempre:  ”è facile morire / ma è più difficile capire".

Jacula: chi era Fiamma, la "vampiressa dal viso d'angelo"? - 1a parte

fiamma rock progressibo italianoSul rock progressivo italiano è stato detto e scritto ormai di tutto. 
Tuttavia, trattandosi di un genere di nicchia e spesso alimentato dal passaparola, non c’è da stupirsi se, ancora oggi, emergano nuove testimonianze ad arricchirne la storia. 

Per esempio, poco si è parlato in questi anni di Vittoria Lo Turco, classe 1937, in arte Fiamma: giovane e bellissima cantante genovese che, nei primi anni Settanta, alcuni giornali annoverarono - a torto o a ragione -  negli Jacula insieme ad Antonio Bartoccetti, Charles Tiring e Franz Parthenzy, e che quindi potrebbe corrispondere a quella Fiamma dello Spirito, che comparve nei credits dell’album Tardo Pede In Magiam Versus pubblicato nel 1972. 

Personalmente, ho sempre associato lo pseudonimo "Fiamma dello Spirito" a Doris Norton, compagna del band-leader Antonio Bartoccetti, ma non solo io: è scritto in qualunque testo di prog italiano (incluso il mio e di Michele Neri), lo hanno affermato colleghi ben più autorevoli di me, ed è una tesi tuttora condivisa. 

Eppure, alcuni documenti d'archivio recentemente rinvenuti (prevalentemente ritagli di giornale tra il 72 e il 76, quindi materiale di dominio pubblico e ancora reperibile nelle relative emeroteche), attribuiscono proprio a Fiamma il ruolo di cantante del gruppo.

Certo, osserverà qualcuno, per fugare ogni dubbio sarebbe sufficiente leggere la recente biografia del gruppo, “Magister Dixit” per la Tsunami Edizioni, ma io non l’ho ancora fatto. Quindi, lascio a voi trarre le conclusioni, e mi limito ad offrirvi l'opportunità di fare un altro tuffo nel passato, e di respirare ancora un po' dell'atmosfera di quegli anni “magici”. Aggettivo che, in questo caso, mi sembra più che azzeccato. 
E ora veniamo al dunque.

jacula 1972
 In un articolo del quotidiano La Notte di sabato 16 dicembre 1972, intitolato “I quattro ragazzi del complesso Jacula scrivono musiche dettate dagli spiriti”, il/la giornalista c.g.z. (si firma solo con le iniziali) presenta il gruppo così: “due ragazzi italiani e due inglesi, Charles Tiring, organista e pluristrumentista, Anthony Bartoccetti, compositore, poeta, chitarrista e cervello del complesso, Franz Partenzy, famoso medium inglese” e, guarda un po’, “la vampiressa Jacula, identificabile nella cantante Fiamma” la quale, nella didascalia della sua foto a destra del testo, viene testualmente definita come: “La vampiressa Jacula, in arte Fiamma, all’anagrafe Vittoria Lo Turco. É genovese, ed è nata musicalmente al Festival del Luna Park di Monza nel 1968. Nonostante l’aspetto sorridente ed innocuo, il suo pane è la magia. Pane che consuma con gli spiriti sul piano dei tavolini a tre gambe”. 

Un secondo trafiletto non denominato né datato (lo stile sembra essere quello del Corriere della Sera), rimanda invece ad un altro articolo del torinese Stampa Sera in cui si collegano Franz Gartenzy (!), l’inglese Charles Tiring, organista e pluristrumentista, originario della Cornovaglia, e l’italiano Anthony Bartoccetti compositore, poeta, chitarrista e “lead” del complesso, ad una “cantante, attrice di cabaret, presentatrice e così via: Fiamma [...] Una graziosa bionda genovese che in questi giorni si sta imponendo nel campo della musica leggera per le sue canzoni. É la cantante del complesso Jacula”. 

Da una pagina del Corriere Mercantile di Genova, anch’essa purtroppo senza dati cronologici, apprendiamo ancora che “Fiamma, una cantante genovese che sta sfondando sulla piazza di Milano, fa parte del complesso Jacula, frutto dell’unione di due italiani e due inglesi”. Si legge poi che “la musica, di origine magica e vampiresca, è arrangiata dal maestro Federico Bergamini, un altro genovese. [...] Clavicembalo, moog, e flauto riproducono i suoni captati dal medium inglese Franz Partenzy durante le sedute spiritiche”.  

Bergamini, per inciso, fu coautore con Bartoccetti di U.F. D.E.M. (Uomo fallito dell'era moderna), brano d'apertura di Tardo Pede. 

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE

Gast(rock)nomia: Intervista a John N. Martin per Il Fatto Quotidiano


VANNA SEDDA INTERVISTA JOHN JJ MARTIN SU Il fatto quotidiano 

musica e cucina
JJ durante la sua ultima presentazione di Gast(rock)nomia. Fonte: Il Giorno 02.03.2015

Gramigna: Gran disordine sotto il cielo (1977)

rock progressivo italiano
Anno eclettico per antonomasia e ricco di contrasti, il 1977 produsse una pluralità di stili musicali a livello europeo raramente riscontrata prima - punk, new wave, dark, disco music, electropop ecc -, peraltro ben supportata da una miriade di nuove label indipendenti

Più o meno, accadde così anche in Italia dove il vuoto lasciato dal rock progressivo venne colmato in parte dalla definitiva affermazione dei cantautori, e, dall’altra, da una pur breve stagione di sperimentalismo volta ad esplorare tutti i nuovi generi possibili: etnico, popolare, sperimentale, elettronica, fusion e via dicendo. 

 In altre parole: là dove il prog faceva coincidere tutto in un solo stile, ora si assiste a una molteplicità di situazioni, ciascuna specializzata nel proprio discorso artistico, sociale, politico. Uno scenario insomma, che sembra coincidere con le linee teoriche della neonata Autonomia, là dove il personale è politico, mentre ironia e provocazione sembrano essere i mezzi espressivi più gettonati. 

Alfieri di questa nuova linea musicale sono: l'inossidabile Cramps di Gianni Sassi, la neonata Ascolto di Caterina Caselli e l’Ultima Spiaggia di Ricky Gianco e Nanni Ricordi.
Quest'ultima in particolare, in due anni di attività ha già sfornato 11 album di cui alcuni decisamente interessanti: il Disco dell’angoscia, il primo splendido album del trasformista Ivan Cattaneo (tra i primi esempi di musica omo), quello dei transnazionali I.P. Son Group, ed altri lavori dal sapore libertario firmati Ninì Carucci, Paola Pitagora che propone un disco radicalmente femminista, Gianfranco Manfredi, Roberto Colombo e, ultimo in ordine di tempo, Francesco Currà

rock progressivo italianoEd è in questo contesto decisamente stimolante, che fa capolino una band di otto elementi che prende il nome da una pianta infestante ma allo stesso tempo curativa, la Gramigna, nella cui formazione, oltre ai classici strumenti della tradizione rock, compaiono anche mandolini, sitar, cetre, salteri (altro tipo di cetra), violini, un fagotto e un oboe. Quest’ultimo suonato da Mario Arcari che di lì a poco diventerà un ricercato session men. Tra l’altro, particolarmente gradito a Ivano Fossati che con lui realizzerà i suoi dischi e i suoi concerti più significativi. 

Capitanato dal chitarrista Maurizio Martelli, il gruppo non avrà molta fortuna, ma ciò nulla toglie al suo unico album, Gran disordine sotto il cielo, edito nella primavera del 1977, che non solo è tecnicamente e artisticamente convincente, ma ben coerente con la società di allora.
Musicalmente, siamo sulla linea del movimento Rock in Opposition, ma con i suoni molto più levigati.  

Gran Disordine è sostanzialmente il racconto di una donna, Alice, che prima analizza la sua e l’altrui condizione di donna per scoprire di essere schiava di ruoli e cliché (amante, ma succube di un uomo; seducente ma ingabbiata nella propria bellezza). Poi, raggiunge la consapevolezza di non voler niente e nessuno al di sopra di sé, né regine, né re, e da quel punto in poi, è tutta un’analisi sulla società e i suoi modelli
La speranza, naturalmente, è che un giorno arrivino dei “nuovi barbari rossi” a far piazza pulita di qualunque ipocrisia. 

rock progressivo italiano
Mario Arcari
Un'opera militante dunque, ed estremamente ben curata sia dagli stessi musicisti che dal fonico Gianluigi Pezzera. Gli ospiti sono prestigiosi: ad es: il batterista Flaviano Cuffari, Nanni Ricordi e Gianfranco Manfredi
I testi del poeta Paolo Farnetti sono criptici quanto basta ma ben scanditi dalla voce di Françoise Goddard e, fondamentalmente, l’intero assetto del lavoro regge su basi più che solide. 

Unico neo, ma di non poco conto, è l’ineluttabile temporalità del disco che, dicevamo, non potrebbe appartenere a nessun altro momento storico se non alla seconda metà degli anni 70. E se da un lato ciò gli conferisce una certa coerenza, dall’altro lo renderà un prodotto museale nel giro di veramente pochissimo tempo. 

Di fatto, terminata l’intensa ma breve esperienza del Movimento del 77, troppi dei suoi protagonisti verranno travolti dal buco nero degli anni ’80 e del suo neoliberismo. I  “nuovi barbari rossi” si ritroveranno, nel migliore dei casi, a prendere “un té con lo spazzino” (cfr: “Ultimo mohicano”, Gianfranco Manfredi) e a rinvangare mestamente i gloriosi giorni della rivoluzione. 

Chissà se torneranno. “Forse quest’altr’anno?”... chissà...

Classic Rock: due milioni di pagine viste!

Rock Progressivo Italiano anni 70

Il Volo: Il volo (1974)

il volo 1974 Se per caso qualcuno di Voi non avesse mai ascoltato né sentito nominare "Il Volo", potrebbe cominciare leggendo semplicemente i pedigree dei vari componenti. Vi accorgereste in fretta di avere a che fare con l'essenza stessa del rock Italiano.

Alle chitarre troviamo l'ex Formula Tre Alberto Radius, al basso Roberto "Bob/Olov" Callero proveniente dagli Osage Tribe e Duello Madre, alla batteria l'ex- Ribelli Gianni dall'Aglio e alla voce Mario Lavezzi, già Camaleonti e Flora Fauna e Cemento.

Chiudono in bellezza i tastieristi Gabriele Lorenzi, anch'egli dalla Formula Tre, il maestro-compositore Vince Tempera (ex Pleasure Machine) e nientemeno che Mogol per i testi.
E' ovvio che una formazione così non potesse che attirare una certa attenzione presso gli appassionati del genere, e che dovesse necessariamente restituire tale curiosità in forma di prodotto finito.

il volo 02L'album "Il Volo" esce di fatto nel 1974 e ha subito un ottimo riscontro: questo non solo per l'eccellenza dei singoli componenti, ma soprattutto per un sound che, pur annoverato nel Prog, stemperava con classe le asperità sonore dei loro colleghi più "militanti" (Area, Banco, Pfm ecc.).
 Il tutto, senza dimenticare che il 1974 non era stato un anno particolarmente florido per il Pop Italiano per cui, per "Il Volo", diventava facile svettare su lavori più modesti, o semplicemente "di transizione".

Ed è proprio nel contesto di questo passaggio tra le forme più "pure" del progressivo (quelle del 1973) e quelle più intrise di Jazz-Rock che si ascolteranno dal 1975 in poi, che si contestualizza il lavoro del sestetto milanese.
 
il volo 03Sin dall'ascolto del primo brano ("Come una zanzara") si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un "prog" molto più "amichevole" e semplificato rispetto agli standard passati: il tutto senza rinunciare però ai virtuosismi sonori a cui questo genere ci aveva abituato.
L'assetto timbrico del "Volo" è si assesta infatti su dinamiche spesso molto più vicine al jazz-rock del "Perigeo", che non al crudele Progressivo degli "Area", e
allo stesso tempo, si possono riscontrare ampie concessioni alla melodia ed alla forma-canzone ("La mia rivoluzione", la hit "Il calore umano" e "Canto della preistoria", anche nota come "Molecole") laddove si alternano con classe le voci di Radius e Lavezzi

Strumentalmente si fanno notare il costante ed eccellente basso di Callero, le tastiere di Tempera (che, pur se basate sul Piano Rhodes, si concedono a tratti a suoni più duri) e le pregevoli rifiniture di Radius che, nel finale di "I primi respiri", si possono apprezzare in tutta la loro poesia.
Resta un po’ "coperta", ma preziosa, la dinamica batteria di Gianni Dall'Aglio
Lo stesso Radius, ricordiamo, sperimenterà in "Sonno" quella formula compositiva che gli darà molte soddisfazioni nella sua futura luminosa carriera solista.

Chiude l'album una non memorabile "Sinfonia delle scarpe da tennis", ma ci sta anche quella.
Più che dignitoso dal punto di vista strumentale (pregio che, tra l'altro, rendeva eccellente il live-act del gruppo), ben prodotto e commercialmente riuscito, il primo album del "Volo" non è tuttavia esente da qualche osservazione.

Innanzitutto vi è una certa coazione al ripetere una formula timbrica che, pur se bilanciata, risulta alla lunga troppo uniforme.
Poco più che sufficiente poi, l'aspetto compositivo che, quando non si appoggia sui virtuosismi dei singoli strumentisti, si rifugia spesso in melodie piacevoli ma troppo autoindulgemti.

Nel complesso comunque, un album epocale proprio (ed almeno) per essere stato sintomatico di un cambiamento ed averlo fissato anche conflittualmente, nella storia del Rock italiano.

IL VOLO - Discografia:
1974 - IL VOLO
1975: ESSERE O NON ESSERE

Arti e Mestieri: Tilt (1974)

arti e mestieri_01 Come abbiamo già accennato, il 1974 fu un anno di transizione contrassegnato dalla progressiva atomizzazione della galassia Controculturale.

Il profondo mutamento dello scenario Pop che ne seguì, vide da un lato l'inasprimento del sound di certe bands nell'intento di fotografare le tensioni socio-politiche dell'epoca (Area, Dedalus) e dall'altro, l'avvicendamento di quei gruppi che non ressero al cambiamento con formazioni nuove che proponevano sonorità sempre più articolate e distanti dal Progressive originario.

Trai gruppi più rilevanti di questa nuova ondata ci fu sicuramente il sestetto degli "Arti e Mestieri", fondato verso la fine del 1973 a Torino dall'ex batterista dei Trip Furio Chirico insieme a Gigi Venegoni, Giovanni Vigliar e Arturo Vitale che avevano precedentemente militato nel gruppo Prog-Jazz "Il sogno di Archimede". Completavano la formazione il bassista Marco Gallesi e il tastierista Beppe Crovella.

Battezzatisi inizialmente solo "Arti", i sei musicisti intrapresero da subito una notevole attività live trovandosi a suonare con PFM, Gentle Giant e soprattutto con gli Area, coi quali approdarono al Festival del Parco Lambro a Milano nel giugno '74, suscitando l'entusiasmo di critica e pubblico.

Mutato il nome in "Arti+Mestieri", pubblicano poco dopo il loro primo album, "Tilt", prodotto dallo stesso Paolo Tofani degli Area, distribuito su scala nazionale dalla Dischi Ricordi e dotato di una lussuosa veste grafica che, all'interno della leggendaria copertina con l'imbuto tra le nuvole, conteneva anche due gadgets promozionali (un imbuto di cartone e un poster).
arti e mestieri_02L'accoglienza al disco è unanimemente positiva e, cosa ancora più straordinaria, lo è anche da parte delle frange più radicali del movimento, di norma diffidenti e poco benevole verso la Cramps di Gianni sassi, considerato da alcuni troppo "imprenditore" per essere credibile.

Comunque sia, gli "Arti e Mestieri" non solo propongono un prodotto molto ben curato ed eseguito, ma diventano in breve tempo anche una band di culto grazie al loro impegno politico e sociale.

Pur ricordando i Soft Machine di quel periodo - ed evidentemente debitore al Miles Davis di "Bitches brew" - il sound di "Tilt" si presenta come una mescola tra Jazz e Rock sufficientemente personale per distaccarsi dai suoi contemporanei.

Veri e propri marchi di fabbrica sono per esempio, le esecuzioni all'unisono di più strumenti dei temi principali (es:"Gravità"), la passionalità della sezione ritmica che crea essa stessa un secondo livello percettivo e la grande ricchezza di ambienti proposti: lunghe composizioni hard jazz ("Articolazioni"), brevi intermezzi sonori che dinamizzano la sequenza dei brani ("Scacco matto", "Tilt"), e qualche pezzo cantato ("Strips") che, pur non eccellendo in poetica, completa il panorama dell'album.
arti e mestieri_03Numerose anche le parti soliste che si alternano nei vari passaggi con particolare riferimento alla bravura del fiatista Arturo Vitale che in "In cammino" da il meglio di se.
Con lieve autoreferenzialità, il sito degli Arti e Mestieri ci ricorda inoltre che: "oltre alla funzione orchestrale ogni strumentista nella band ha larghe possibilita' di intervento solistico. all'interno comunque di strutture armonico-ritmiche-contrappuntistiche manifestate del resto della band oppure in spazi pseudo acustici o solistici all'interno dei concerti."


In sostanza, potremmo dire che, al di là di ogni ulteriore valutazione musicale, l'importanza di questo lavoro risiedette anche e soprattutto nell'aver ulteriormente consolidato all'interno del movimento giovanile il linguaggio del Jazz che, di lì a poco, avrebbe contaminato il Prog sino a creare linguaggi totalmente inediti.

In più, la sua mistura con l'elettronica e il Rock - già portata avanti dagli Area e dalle estreme provocazioni dei Dedalus -  l'ulteriore conferma di quel cambiamento che già da un anno a quella parte, iniziava ad essere veicolato con un certo riscontro dalle prime edizioni di "Umbria Jazz".
I giovani stavano insomma introitando nuove sonorità, e il Progressive andava loro sempre più stretto.

Trip: Atlantide (1972)

rock progressivo italiano
Siamo nel 1972. Dopo un intrigante prova d'esordio e lo splendido Caronte, i Trip sfruttano il momento propizio per esibirsi un po’ ovunque. Lo stress però si fa sentire, complice l’acuirsi di qualche attrito interno e soprattutto un furto di materiale avvenuto mentre il gruppo si trovava a Civita Castellana. 

Lasciano così la band il sanguigno chitarrista blues-psichedelico Bill Gray che di lì a poco pubblicherà un album solista, e il ventottenne Pino Sinnone che abbandonerà invece del tutto il business musicale. Per inciso, riprenderà a suonare solo trent’anni dopo. 

Mentre però Gray non verrà più rimpiazzato, Sinnone verrà sostituito dal giovane batterista Furio Chirico, già noto nell’ambiente musicale per aver militato nel complesso beat I Ragazzi del Sole, e dotato di un batterismo tanto potente quanto refrattario a qualunque tempo pari
Un rimpasto radicale quindi, che non solo ridurrà i Trip a terzetto, ma sconvolgerà completamente il loro sound orientandolo decisamente verso il rock progressivo
Niente più jam improvvisate o citazioni underground, ma un taglio rigoroso, là dove i ruoli di ogni singolo musicista andranno a comporre un sound molto più definito e puntuale di quanto avvenuto in passato. 

Ed è in questo contesto che nasce Atlantide: terzo album della band, supervisionato dall’ex bassista dei Latinis Cesare De Natale, affidato per la parte tecnica all’esperto fonico Enzo Martella e nobilitato dalla lussuosa grafica tridimensionale dello studio Up & Down diretto da Francesco Logoluso. In tutto, otto brani di media durata che, come nella migliore tradizione prog, seguono un solo tema conduttore. In questo caso, la caducità del potere ben ambasciata dal mito dell’isola di Atlantide, affondata secondo Platone per i la sua insanabile cupidigia. 

atlandide rock anni settanta
Musicalmente dicevamo, prevale la figura di Joe Vescovi a cui vengono affidate tutte le principali parti armoniche e melodiche, ma senza per questo prevaricare i colleghi: Chirico per esempio si prende addirittura un posto da solista in "Distruzione", mentre Arvid Andersen, spesso dissimulato nei lavori precedenti, metterà tutta la sua anima jazz rock nella raffinata "Evoluzione". 

La title-track "Atlantide" poi, è il vero manifesto del disco: suoni differenziati e ben levigati, ritmiche variegate e fluide e ambienti continuamente palleggiati tra evocazione e aggressività. Un vero gioiello di prog italiano che per molti rappresenterà l’apice creativo del gruppo

Certamente, ascoltando le atmosfere palesemente Emersoniane di "Energia", "Ora X" e “Analisi”, viene da chiedersi se i ragazzi stessero veramente cercando la loro via italiana al progressivo o se la riduzione a terzetto li avesse più banalmente spinti a ricalcare le orme dei più celebri colleghi d’oltremanica, visto anche il reiterato utilizzo della lingua inglese

Probabilmente, come sostiene Michele Neri nel Libro del Prog Italiano, la ricerca fu realmente autoctona, considerando che Vescovi non avrebbe avuto alcun problema sia ad allargare nuovamente il gruppo, sia a proporre qualcosa di completamente diverso. 

joe vescovi
Eppure, malgrado il buon successo commerciale dell’album e un ottimo riscontro di pubblico e di critica (disco “maestoso” lo definì allora il Ciao 2001), quel sospetto di esterofilia e di scarsa originalità indusse qualcuno a pensare che la creatività del trio fosse giunta al capolinea. In particolare, i dirigenti della Rca che preferirono depennare i Trip dalla loro scuderia. 

I soldi, quelli veri, servivano per produrre i Baglioni e i Cociante e, in merito a musica alternativa, perché non puntare piuttosto su qualcosa di più nostrano come Il Rovescio della Medaglia, Quella Vecchia Locanda, o meglio ancora il Perigeo

Fortunatamente, ai tre disoccupati sarebbe venuta incontro la Trident Records, dando loro un’altra chance per sperimentare un nuovo giro di boa ma, come noto, questo causò loro più problemi che soddisfazioni.

 Forse, come mi confidò Pino Sinnone, “la loro avventura era già destinata a concludersi dopo la mia dipartita” perché, “d’accordo fare musica d’avanguardia e non cedere mai a compromessi, ma io credo che qualche concessione al mercato ci sarebbe stata". 
E in quel senso, l’inflessibilità di Joe è sempre stata un suo pregio, ma in certi casi, anche un grosso limite.