Ci vediamo a Settembre...

Dear Sisters and Brothers,
anche quest'anno è arrivato il momento delle ferie estive,
e io non mi sottraggo a questo piacevole rituale.
Non vado lontano, ma quanto basta per attaccare il computer a un chiodo.

Per cui, siccome "il gatto non c'è",
sfogatevi pure parlando di Pooh, della Bottega dell'Arte
e di tutta quell'altra ratatuja che vi piace tanto ...

Noi ci rivediamo a Settembre più progressivi che mai
per una nuova stagione di Classic Rock...
... e ricordatevi ogni tanto di brindare al vostro JJ che farà altrettanto alla vostra salute.

Abraxas,

JJ John
"Martin Rosso"



Chissà perché...

"Nel 76, è vero, il sogno è finito.

Ma io ho sempre creduto che questo sia successo
per una qualche influenza esterna.

Non so come spiegare,
ma di colpo sono arrivate le pistole
è arrivata l'eroina,

ed è finita la musica."

(Eugenio Finardi)

Affinità e divergenze tra gli anni 70 e noi...

Da un'intervista a Don Brewer, batterista dei Grand Funk Railroad 

Q How successful do you think the Grand Funk of 1970 would be in today's world? 

DON - I don't see any groups making it the way bands of the past made it.
I don't see the big careers being created.
I don't see huge followings behind a particular artist. Not for very long. It comes and goes pretty quick.
It's like a piece of candy.
The public consumes the piece of candy and then they're ready to move on.

It's not like when we grew up. We grew up in the era when you followed bands.
You looked at all the liner notes. You read who the engineer was and where it was recorded. 

Nobody does that anymore. I've never seen my daughter look at a CD cover and go through it and find out who played that. Nobody cares.
I don't see careers being created with bands.
Once again, it's just a consumer product. It's consumed and they're ready to move on.

Sondaggio: il miglior bassista del prog italiano

John's Classic RockIl miglior bassista di
rock progressivo italiano 
anni Settanta è
ARES TAVOLAZZI.

Tutto previsto, tutto scontato?
No, perchè?

E' vero che il ferrarese Ares Tavolazzi, classe 1948, era il favorito della competizione, ma la sua ampia vittoria ha dimostrato come spesso, per conquistare il pubblico, non basta solo la tecnica, quanto quello straordinario mix di comunicatività, coerenza e simpatia che lui ha sempre dimostrato di possedere.
Forse, dico io, anche un pochino più degli altri colleghi.

Sempre fedelissimo ai suoi datori di lavoro, inizia la carriera con Carmen Villani e la accompagna in tutti i suoi lavori. Poi milita tre anni nei Pleasure Machine, e infine approda alle sale d'incisione: come stimatissimo session man per Radius, i Giganti, Mina e, nel 1974 anche con Battisti. Con buona pace del suo compaesano e collega nella backing band di Guccini, Ellade Bandini, che proprio Lucio non lo poteva sopportare.
Tra i suoi più famosi clienti ci sarà anche Goldrake, ma quella è un'altra storia.

Chi però forgerà maggiormente la sua figura di musicista, uomo e compagno, saranno gli Area, ai quali viene in soccorso dopo il tradimento di Patrick Djivas, e dai quali non si separerà più persino dopo la morte di Demetrio.

A chi non lo conoscesse, consiglierei come aperitivo "Danza ad anello" degli Area e soprattutto "Scirocco" di Guccini. Poi... tutto il resto.
john's classic rock

Seconda posizione per il francese Yan Patrick Erard Djivas che, transfuga dagli Area, legherà tutta la sua carriera alla PFM
Probabilmente più potente ed estroso del vincitore, non ha convinto però i lettori in quanto a consapevolezza
E nel prog, conta anche quello. 

Terzo posto per Giovanni Tommaso da Lucca, classe 41: mente e ritmica del Perigeo. Musicista sopraffino, indomito militante che, fosse per me, avrei messo a pari merito con Ares, se non proprio da solo al primo posto. Per comunicatività, per abnegazione e per classe: assolutamente un vero compagno,  un "gran bel fioeu", come han detto certe lettrici, e un vero gentiluomo del prog. 
Ma le classifiche non le faccio io.

E poi, lontano in percentuale dalla top, c'è Bob "Olov" Callero: probabilmente il più elastico di tutti in merito a contaminazioni e, per questo, perfetto nel suo piazzamento.

Il resto della classifica valutatelo voi, ma volevo approfittare dell'occasione giusto per ricordare due personaggi che mi stanno davvero a cuore: il compianto Marco Ratti che, oltre ad aver importato il Rock'n'Roll in Italia con Celentano, Gaber e Jannacci, collaborò con Jacula e Claudio Rocchi Nonché, il mio "idolo" Tonio Napolitano del Baricentro. Il suo lavoro in Sconcerto è uno di quelli che, ancora oggi, riesce a farmi amare il pop italiano più di ogni altra cosa al mondo.

Grazie a tutti per aver votato...
ed eccovi il verdetto finale.


Artista / gruppo percentuale
1 Ares Tavolazzi (Area) 24,84 %
2 Patrick Djvas (Area / Pfm) 17,26 %
3 Giovanni Tommaso (Perigeo) 14,84 %
4 Bob Callero (Osage / Duello / Volo) 6,13 %
5 Fabio Pignatelli (Goblin) 4,03 %
6 Stefano Cerri (Crisalide / 2a Generazione) 3,55 %
7 Elio Volpini (Flea) 3,39 %
8 Furio di Castri (Dedalus) 2,90 %
9 Lello Brandi (Osanna) 2,90 %
9 Red Canzian (Pooh) 2,26 %
11 Stefano D'Urso (RDM) 2,26 %
11 Aldo Tagliapietra (Orme) 1,94 %
13 Vito Manzari (Balletto 71-73) 1,77 %
14 Giorgio D'Adamo (New Trolls) 1,61 %
15 Massimo Villa (Stormy Six) 1,29 %
16 Aldo Bellanova (Samadhi) 1,13 %
17 Fausto Branchini (Biglietto per l'inferno) 0,97 %
18 Mario Garbarino (Murple) 0,97 %
18 Dino D'Autorio 0,65 %
19 Franz Dondi (Acqua Fragile) 0,65 %
19 Gianni Colajacomo (BMS 78-84) 0,65 %
19 Michele Cupaiuolo (Balletto 69-70) 0,65 %
19 Tonio Napoletano (Baricentro) 0,65 %
19 Aldo Stellita (Jet) 0,48 %
25 Gianni Bianco (Circus 2000) 0,32 %
26 Giorgio Piazza (PFM) 0,32 %
26 Luciano Boero (Locanda delle Fate) 0,32 %
26 Renato d'Angelo (BMS 71-78) 0,32 %
26 Marco Gallesi (Arti e mestieri) 0,16 %
30 Lorigiola (De DeLind) 0,16 %
30 Frank Laugelli (Ibis) 0,16 %
30 Romualdo Coletta (QVL) 0,16 %
30 Marcello Giancarlo Dellacasa (L&M) 0,16 %
30 Marco Ratti (Jacula / Antonius Rex) 0,16 %

 
Poi, se avete voglia di spulciare e commentare i risultati degli
altri sondaggi realizzati sinora da Classic Rock, guardate qua... e dite la vostra...

Semiramis: Dedicato a frazz (1973)

semiramis dedicato a frazz NEI COMMENTS CI SCRIVE NUOVAMENTE MAURIZIO "MACOS" MACIOCE - PRIMO CHITARRISTA DEI SEMIRAMIS - che spiega dettagliatamente il suo rapporto con i fratelli ZARRILLO, e come finì il gruppo. 
Grazie Maurizio.

Siamo a Roma nel 1970 quando quattro amici d'infanzia del quartiere di Centocelle decidono di formare un complesso: si chiamano Maurizio Zarrillo, i cugini Memmo Pulvano e Marcello Reddavidde e il cantante Maurizio "Macos" Macioce.

Dopo due anni Macos si ritira e lascia il posto al dotatissimo chitarrista Michele Zarrillo, fratello di Maurizio e proveniente dal gruppo beat i "Piccoli Lord".

(RIGUARDO A QUESTO PUNTO, LEGGERE NEI COMMENTS L'INTERVENTO DI MAURIZIO MACOS MACIOCE)

Autobattezzatasi Semiramis da un'idea di Reddavide, la band inizia nel 1972 un'intensa attività live proponendo sia brani scritti da Michele Zarrillo, sia covers dei Rolling Stones, Creedence, Sabbath, Led Zeppelin e qualcosa di Prog italiano (Orme e Formula Tre in particolare).

A dispetto di una certa inesperienza e della giovane età dei componenti (nessuno di loro era maggiorenne!), il quartetto entra rapidamente nell'olimpo delle migliori band alternative del momento e a maggio viene invitato allo storico Festival Pop di Villa Pamphili dove non solo impressiona favorevolmente pubblico e addetti ai lavori, ma cattura l'attenzione della Trident Records di Milano che propone loro un contratto discografico.


Purtroppo, proprio prima di entrare in sala d'incisione Pulvano deve abbandonare a malincuore i colleghi per motivi di lavoro, lasciando però il posto a due suoi ottimi amici: il batterista Paolo Faenza e il tastierista Giampiero Artegiani che porta con se il suo prezioso Synth Eminent.

Nasce così "Dedicato a Frazz" (dove "F.r.a.z.z." è l'acronimo dei cognomi dei musicisti), primo e unico lavoro dei Semiramis, da molti giudicato come uno dei migliori albums di Progressive Italiano.Dotato di una conturbante copertina apribile disegnata dall'artista inglese Gordon Faggetter, ex batterista di Patti Pravo e grafico per la RCA, l'album contiene sette pezzi della durata media di cinque minuti l'uno che non mancano di stupire per energia ed eterogeneità.
Il groove generale è 100% progressive con qualche riferimento ai Genesis e a Oldfield, ma restituito con quel tanto di originalità che basta per differenziarlo da molti gruppi contemporanei.

 

semiramis dedicato a frazzDi ciò si accorse anche il critico Enzo Caffarelli di Ciao 2001 che disse di loro:
"Malgrado la tipica difficoltà Italiana di combinare liriche, voce e musiche […], i testi sono buoni, le carenze di ritmica e di fusione quasi assenti, e semmai mascherate dalla ricchezza di corde e tastiere, legate e sovrapposte con molto gusto e padronanza di mezzi. Una ricchezza espressiva […] sottolineata dal vibrafono, dalle campane e dalla presenza di un altro ragazzo, Giampiero Artegiani, che affiancano il leader alla chitarra acustica, alle dodici corde o al sinth."

In effetti, non ci vuole molto per lasciarsi trasportare dal sound dei Semiramis. Sin dal primo brano "La bottega del rigattiere" ci si accorge che il ventaglio di sonorità e di ritmiche è vastissimo, ben strutturato e soprattutto, proposto con una padronanza strumentale davvero impressionante, considerata l'età dei componenti.


I vari ambienti sono molto ben definiti e le diverse cesellature che fanno da contrappunto ai temi principali sono sempre azzeccate e mai invadenti.
Stupisce per destrezza soprattutto il chitarrismo di Michele Zarrillo che inanella in scioltezza scale su scale senza mai essere autorale o monocorde.
semiramis 4 
Dal canto loro, i brani passano con flessuosità da tumultuosi passaggi hard prog a momenti più intimisti ("Luna Park", "Clown"); dagli scherzi classicheggianti di "Uno zoo di vetro" all'heavy rock di matrice Sabbathiana senza omettere riferimenti ai New Trolls, PFM ("Dietro una porta di carta"), Balletto e Rovescio della Medaglia ("Frazz").
 

Il tutto però, senza mai perdere in coerenza o continuità.Lascia forse a desiderare l'uso della voce, ancora acerba ed evidentemente debitrice a Nico di Palo e a Pino Ballarini (che non a caso, Michele sostituì in una delle ultime formazioni del RDM), ma comunque coerente all'impatto generale del sound.
In sintesi, diciamo che definire un "capolavoro" Dedicato a Frazz è forse eccessivo, ma sicuramente non è un disco che non avrebbe dovuto passare inosservato come invece accadde.


Fortunatamente, dopo lo scioglimento della band nel 1974 (celebrato da un ultimo concerto sempre a Villa Pamphili) a causa della mancata pubblicazione del loro secondo album, sia Michele Zarrillo che Artegiani proseguirono le loro rispettive carriere con grandi soddisfazioni.
A mio avviso, più che ampiamente meritate.

Happening one year ago...

Dearest Sisters and Brothers,
dimentichiamo per un attimo le difficoltà e le cose tristi della vita,
per dedicare un pensiero e (magari) un augurio a una persona alla quale (spero) vogliate molto bene,
e che esattamente il 5 luglio di un anno fa, coronava una lunga (e progressiva) storia d'amore.

Foto: Annarella Caruso
Naturalmente, non vi rivelerò ne chi è la "persona" in questione, ne l'identità della sposa.
Ma almeno un sorriso, spero di avervelo strappato.
Abraxas,
JJ

Capsicum Red: foto d'epoca

pooh red canzian
MAURO BOLZAN, BRUNO "RED" CANZIAN, PAOLO STEFFAN, ROBERTO BALOCCO (circa 1972)

Balletto di Bronzo: Ys (1972)

balletto di bronzo ys 1972A distanza di due anni dal disco d'esordio "Sirio 2222", i napoletani Balletto di Bronzo subiscono una vera e propria trasfigurazione fisica e stilistica.

Protagonista: il tastierista Gianni Leone, detto LeoNero proveniente dal primo nucleo dei dissolti Città Frontale.
La trasformazione è radicale, e accanto allo stesso Leone, subentra anche il bassista Vito Manzari (ex "Quelle strane cose che") al posto dei più discreti Michele Cupaiuolo e Marco Cecioni.

Leone ha le idee chiare, la strumentazione adeguata, e un carisma talmente preponderante da traghettare tutto il sound del gruppo dal post-beat psichedelico degli esordi al Prog più radicale.

Persino la primigenia discografica RCA, spaventata dal nuovo corso della band, la cede volentieri alla Polydor che nel frattempo si sta interessando sempre di più al nuovo Pop d'avanguardia (Latte e Miele, Mauro Pelosi, Bill Gray dei Trip) e non lesina nella produzione del quartetto napoletano: copertina sontuosa con tanto di libretto interno, mixaggio molto sofisticato ad opera del noto fonico Gaetano Ria, e collaboratori di prestigio tra cui il M° Mariano Detto del Clan Celentano.


Nota curiosa: tra le quattro coriste di studio, spicca anche una tale Giusy Romeo (poi Giuni Russo) destinata dieci anni più tardi a una brillante carriera solista.

 balletto di bronzo ys 02 
Il nuovo parto del Balletto s'intitola "Ys" e già dal concetto di base si intuisce che si tratta di un lavoro ambizioso e trascendentale.
Il racconto descrive gli incontri dell'ultimo uomo sopravvissuto sulla terra prima dell'apocalisse con tre personaggi: una figura straziata e agonizzante, il Cristo e probabilmente, la stessa figura della Morte.


Ad ispirare il tutto, la mitica città Bretone di Ys sulla baia di Finisterre, sommersa dall'Oceano Atlantico nel 444 a.C. per colpa, si dice, dell'imprudenza della giovane principessa Dahout che ne spalancò inopinatamente le chiuse esponendo la città alla marea devastatrice (una versione "ante litteram" del disastro di Chernobil, se vogliamo).


Al di la della teoria però, ciò che consegnò questo disco alla storia, fu la sua rivoluzionaria architettura musicale che, pur se omogenea e rigorosa in senso classico, presentava un groove talmente destrutturato da rendere tutta l'opera assolutamente esclusiva per l'Italia del 1972 .

L'assenza di melodia è totale. Le voci iniziali, da cupe e funeree, sfociano in complesse polifonie su un tappeto di tastiere dissonanti e preziose cesellature di chitarra che sembrano prese in prestito dal miglior Robert Fripp.
La ritmica è un incessante accavallarsi di sincopi e di tempi dispari.
Persino i cori, che nell'accezione classica dovrebbero armonizzare la melodia, vengono invece utilizzati per confonderla e disarticolarla.

Il disco alterna momenti elettronici ad atmosfere hard jazz in un continuum di evocazioni, allucinazioni armoniche, sequenze multiritmiche, citazioni barocche e narrazioni cantate. In altre parole: rock progressivo allo stato puro.
Ogni singolo movimento, viene frammentato in più passaggi (che si sviluppano anche nell'arco di pochi secondi) che denotano non solo un'impressionante fantasia compositiva, ma anche una straordinaria abilità di assemblaggio.

balletto di bronzo ys 03Le sonorità sono costantemente diversificate dall'artiglieria di tastiere di Gianni Leone.
L'epilogo che descrive l'apocalisse è un incrocio tra Bach e i Quartieri Spagnoli: quasi troppo bello per essere descritto, e forse altrettanto difficile per essere apprezzato. 


Purtroppo, Ys fu "apocalittico" non solo nella sua forma artistica, ma anche per lo stesso Balletto di Bronzo che cessò di esistere poco dopo: sopraffatto da dissidi interni, da una vita sregolata, e soprattutto, deluso dalla sostanziale incomprensione con cui venne accolto il loro capolavoro.

Personalmente non credo che "Ys" abbia influito più di tanto sul panorama Prog Italiano. Pur ammettendo che fu un'opera trasgressiva e unica nel suo genere, infatti, fu anche talmente magniloquente da risultare alfine più edonista che comunicativa.
Del resto,  la sola avanguardia, pur se spinta ai massimi livelli, non basta a restituire un percorso universalmente riconosciuto: ci vuole anche la comunicatività, e Ys, di sicuro, non ne aveva.


BALLETTO DI BRONZO - Discografia 1970 - 1972:
1970 - SIRIO 2222
1972: YS

Mauro Pelosi: Mauro Pelosi (1977)

pop italiano anni settanta
Mauro Pelosi è stato un cantautore romano che, pur senza avere particolari velleità progressive, visse in pieno tutta la stagione aurea del pop italiano: cioè da quel 1971 in cui firmò il suo primo contratto per la Belldisc di Antonio Casetta (senza però incidere nulla), sino al 1979, anno del suo ultimo Lp “Il signore dei gatti” pubblicato per la Polydor. 

Tuttavia, pur se latore di un intimismo ben aderente al il suo tempo storico, egli rimase sempre un artista “trasversale”: attivo sì nell’ambito dei festival pop, ma estraneo alla politica. Prodotto da una multinazionale, ma cronicamente avulso ai cosiddetti “circuiti che contano”. 

Da esordiente per esempio, non frequentò quasi mai il Folkstudio - cosa che avrebbe sicuramente giovato alla sua carriera – e proprio quando tra il 72 e il 73 ottenne un certo riscontro con i singoli “Vent’anni di galera” e “Al mercato degli uomini piccoli”, sparì improvvisamente dalle scene per ricomparire solo quattro anni dopo.

Discograficamente, Pelosi esordì nel 1972 con “La stagione per morire”: album arrangiato dal M° Detto Mariano, realizzato con la collaborazione di emeriti musicisti prog tra cui Gianchi Stinga e Gianni Leone del Balletto di Bronzo, ben accolto sia dalla critica che dal pubblico, ma plumbeo sino a rasentare la depressione. Si ascoltino in questo senso “Cosa aspetti ad andar via” e “Suicidio” per farsi un’idea di ciò che sto dicendo. 

John's Classic Rock
L’anno successivo è invece la volta dell’Lp “Il mercato degli uomini piccoli”, arrangiato da Giuseppe Pirazzoli, pubblicato anche in Corea e in Giappone, ma greve almeno quanto il primo. 
Tra i suoi solchi però, svettò una delle title-track più radicalmente esistenzialiste che si ricordino nella canzone italiana: profondamente nostalgica, e talmente paranoica da conquistare persino l’animo dei rockers più “sabbatici”. Non a caso, fu proprio con "Al mercato degli uomini piccoli" che Pelosi aprì diversi concerti per il Rovescio della Medaglia

Eppure, proprio in quel momento propizio in cui tutto sembrava volgere per il verso giusto, (tanto che persino “Vent’anni di galera” venne ripubblicata su 45 giri, e i Gatti Rossi - storica backing band di Gino Paoli – reincisero la sua “E dire che a maggio”), Mauro si eclissò, e non tornò più per ben quattro anni. Cosa spinse l’artista a questo isolamento non so dirvelo. Chissà che non si faccia vivo lui in persona. 

Sta di fatto che nel 1977 - anno chiave sospeso tra la fine dell’autonomia e l’avvento dei nuovi nichilismi - Pelosi riapparve con un disco più consapevole che mai. Sempre cinereo sia chiaro, ma quella cronica angoscia che prima sapeva di depressione, ora suonava perfettamente attuale. Il movimento si era sgretolato, il Punk era alle porte e la demitizzante “Ho fatto la cacca” fu sostanzialmente la perfetta fotografia di quello scenario 

Mauro Pelosi
In più, proprio nel momento in cui il sistema catto-imperialista stava disperatamente tentando di salvare i suoi dogmi, “L’investimento” fece a pezzi i miti della famiglia e del matrimonio. “Claudio e Francesco” celebrava senza peli sulla lingua il rapporto gay e “Una casa piena di stracci” fu infine il più accorato degli esorcismi dell’autore romano: vero e proprio “j’accuse” contro quell’educazione machista e borghese che spesso condanna chi la subisce (e che magari non ha mai avuto la forza o la possibilità di emanciparsi) a un malessere intimo e tremendo che lo avvolgerà per tutta la vita.
 “Finirò col lavorare in banca perché mia madre aveva ragione”. Avendo lei avuto “più esperienza di me, e vissuto più a lungo”. 

 “Mauro Pelosi(ospiti Edoardo Bennato all’armonica e Ricky Belloni alle chitarre) è insomma un disco lacerante in un periodo di lacerazioni, dissacrante in un momento dissacratorio, ma senza nessuna di quelle volgarizzazioni a base di Kinotto, Gelati e Fagioli che afflisse il Movimento del 77. 
Si tocca con mano il declino della civiltà occidentale e c’è poco altro da aggiungere. 

E di fatto, dopo quell’ennesimo urlo di dolore, Mauro scomparirà ancora per altri due anni. Tornerà nel 79 per il suo canto del cigno, e mentre i Bee Gees miagolavano “Too much heaven”, lui scandiva preciso il countdown verso il nuovo inquietante decennio: 

Muore in discoteca la mia generazione / con una canna in mano di libanese scadente. 
La rivoluzione non l'abbiamo fatta / Ma almeno dateci del buon nero. 
E gli anni passano