I Flashmen: Pensando (1972)

Rock progressivo italiano
UN PICCOLO GIOIELLO, MA SENZA EREDI

Il quartetto cremonese dei Flashmen  si forma intorno al 1967 intorno a Silverio “Silver” Scivoli, tastierista carrarese già esibitosi dal vivo con I Corvi prima del loro debutto discografico

La band, il cui nome deriva dal film Flashman (1967) del regista Luciano Martino, propone un beat melodico non particolarmente originale, ma quanto basta per attirare l'attenzione della Decca (all’epoca discografica dei Delfini, del debuttante Julio Iglesias, ma anche dei Rolling Stones), che nel 1969 pubblica il loro primo 45 giri Il mondo aspetta te.

Il disco fa cilecca, e a quel punto, essendo già piuttosto conosciuti nelle sale da ballo, i quattro musicisti decidno di affidarsi alla Kansas di Miki Del Prete, etichetta più affine alla musica leggera con la quale rimarranno per ben cinque anni in compagnia tra glia altri di Camaleonti, Capricorn College ed E.A.Poe 

Arrivano così i primi due 33 giri Cercando la vita e Hydra, più quattro nuovi singoli: sempre in stile easy listening, ma con un crescente impiego di sonorità più complesse che raggiungerà il suo apice nel 1972 con l’Lp Pensando, ritenuto unanimemente il capolavoro del gruppo, ma curiosamente anche l’unico album che si spingerà oltre il pop melodico

E in effetti, ascoltandolo, si resta davvero sorpresi nell’appurare come sin dalla prime note, il sound tipicamente mellifluo dei Flashmen abbia lasciato il posto a un rincorrersi di atmosfere gotiche (Ingresso; Maria), hard blues (Ma per colpa di chi), rock (Ma pugno di mosche; Fortuna E mente), progressive (Sogni e delusioni; Sortita), e persino ad una bossa in salsa psichedelica (Amo mia madre). 

1972 - PensandoE non mancano neppure i riferimenti. In Un pugno di mosche si intravedono i primi Alluminogeni - specie per la somiglianza della voce di Scivoli con quella di Patrizio Alluminio – e in certi passaggi di tastiera sembra persino di cogliere qualcosa degli Jacula e dei New Trolls al culmine della loro acidità (Qualcosa per sognare). 

Un prodotto notevole insomma, ulteriormente avvalorato da un’esecuzione limpida e decisa, da un’incisione sopra le righe, dai testi graffianti e moderni, nonché solido e originale nella sua struttura di dieci brevi canzoni racchiuse tra un Ingresso e una Sortita, proprio come nei migliori concept album

Diciamo quindi che, nella sua complessiva convenzionalità, le rarissime volte la Kansas decise di pubblicare lavori d’avanguardia come ad esempio Generazioni degli E.A.Poe, centrò pienamente il bersaglio. Questo anche se, per un motivo o per l’altro, non riuscì mai a dare alla sua piccola scuderia progressiva un minimo di visibilità, lasciandola alfine in balìa di un mercato notoriamente impietoso nei confronti dei gruppi minori. 

E di fatto, anche se i Flashmen parteciparono a diversi Festival Pop tra cui il Davoli Pop del 72 a Reggio Emilia, non riuscirono mai ad imporsi nel circuito alternativo, tornando ben presto al sound delle origini.

Un vero peccato perché Pensando fu un album perfettamente allineato a quella sete di nuovo ad ogni costo che pervase il 1972, e forse, un minimo di soddisfazioni in più avrebbe potuto convincere il gruppo a proseguire sulla strada del rock . Magari perfezionando quelle carenze di cui Pensando evidentemente soffriva. 

Pensando 1972Un eventuale secondo disco prog dei Flashmen, per esempio, avrebbe potuto sviluppare meglio le intuizioni più forti, magari in forma di suite. Evitare quelle fastidiose dissolvenze in uscita tipiche dei brani da juke box sostituendole con chiusure più decise come in uso nella musica classica. Stemperare poi le reminescenze underground a favore di una maggiore comunicatività, anche in senso politico, perché no? Del resto, che lo si voglia o no, nel 1972 tutta l’avanguardia stava andando in quella direzione. 

Tutte migliorìe che non sarebbero state difficili da realizzare considerando l’abilità e l’intuito dei Flashmen, ma chissà: forse prevalsero motivazioni di sopravvivenza commerciale, forse il gruppo si rese conto di non potere (o volere) tenere il passo con la velocissima evoluzione del prog italiano, o forse ancora, si accontentò di dimostrare, anche per una volta soltanto, di essere stati in grado di affrontare il “nuovo che avanzava” alla pari se non meglio di certi loro colleghi ben più blasonati. 

E in effetti, se paragonato a Id dell’Equipe 84, a Suite per una donna assolutamente relativa dei Dik Dik, ma anche a molti altri lavori contemporanei, Pensando merita ancora oggi tutte le note d'encomio gli vengono tibutate da qualunque appassionato di Pop italiano..

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I Numi: Alpha ralpha boulevard (1971)

Alpha Ralpha boulevard 1971
 IL "NUOVO AD OGNI COSTO" CONTAGIA ANCHE LA PROVINCIA PAVESE
 NUOVO COMMENTO DEL BATTERISTA FURIO SOLLAZZI - 29 APRILE 2016

Se il biennio 69-70 vide il pop italiano sostituirsi gradualmente al beat, il 1971 fu invece l’anno in cui il rock progressivo iniziò ad imporsi sul mercato discografico, e diventare così il principale riferimento musicale sia per l’Underground che, in generale, per la galassia giovanile antagonista

New Trolls, Orme, Alluminogeni, Osanna, Nuova Idea, Delirium, Formula Tre, Giganti, Trip, la PFM di “Impressioni di Settembre” e Claudio Rocchi furono tra nomi più in vista, ma anche il sottobosco musicale, all’epoca brulicante di artisti in transizione tra passato e futuro, si rivelò altrettanto proclive nei confronti del “nuovo ad ogni costo”: dai Panna Fredda ai Raminghi, dal Rovescio Della Medaglia ai Numi di cui parleremo tra poco. 

Almeno nel primo quadriennio del pop, tuttavia, questo passaggio non fu né improvviso né radicale (come ad esempio quello che si sarebbe verificato tra il 72 e il 73), quanto semmai un processo graduale in cui ciascun artista contribuì a modo proprio a rinnovare il panorama musicale italiano: di norma con uno stile creativo-desiderante, ma a volte anche piuttosto naif. 
Del resto, tra il 69 e il 72 il beat italiano aveva ancora molte sacche di resistenza; musica e politica viaggiavano su binari paralleli e la lotta di classe non era ancora patrimonio delle avanguardie musicali. 
Per cui non c’è da sorprendersi di come alcune produzioni di quel periodo suonassero fluide e sognanti pur nella loro modernità. Ed è in questo contesto che si colloca il primo album dei Numi: quintetto formato nel 1967 a Pavia dal bassista Paolo Buccelli e dal batterista Furio Sollazzi sulle ceneri di tre gruppi beat della zona: I Solitari, Gli Spettri e Gli Imprevisti

Alpha ralpha boulevard
Cortesia: archivio Furio Sollazzi
Dedito inizialmente a covers di gruppi rock angloamericani, il gruppo cambiò decisamente registro nel 1971 quando, rimpastata la formazione originale, venne messo sotto contratto dalla Polaris di Bruno Pallesi (la stessa dei Chetro & Co.) grazie all’interessamento del fisarmonicista Mario Battaini che lo aveva visto suonare al Napoleon Club di Lodi. Unica condizione: produrre solo materiale originale e in lingua italiana.

"Panico totale!” ricorda Furio Sollazzi in un’intervista ad Augusto Croce del 2003. E in effetti, a meno di un mese dalle registrazioni, i ragazzi non solo non avevano materiale del genere, ma neppure la minima idea di cosa portare in studio. 

Fortunatamente, il problema venne risolto da una delle personalità più straordinarie di tutta Pavia, ossia l’amico intellettuale-poeta-cantautore Guido Bolzoni (autore tra l’altro di Caravelle e Rudy per Mina), che mise loro a disposizione tutto il suo archivio di brani inediti: “Prendete quel che volete”, disse loro. 
Alché I Numi scelsero sette canzoni, le riarrangiarono a modo loro, e le immortalarono nel loro primo album Alpha Ralpha Boulevard, inciso in soli quattro giorni presso gli studi di S.A.A.R. di Pero (MI) sotto l’egida del fonico Franco Maurizio e del severissimo consulente musicale Guido Lamorgese. Per inciso, la bella copertina in stile Modigliani, fu firmata dal pittore Federico Kraft

Bolzoni, dal canto suo, gradì a tal punto gli arrangiamenti che non solo volle cantare egli stesso nella title track, ma intervenne con la chitarra wah-wah in Furma Materiae Progredientis, e ci mise pure un zampata vocale in chiusura di San Miguel. 

Guido Bolzoni
Cortesia: archivio Furio Sollazzi
Purtroppo, come sarebbe accaduto l’anno successivo agli Alluminogeni, anche il mixaggio finale di Alpha Ralpha non soddisfò gli interpreti: voce troppo alta rispetto alla base, bassi quasi inesistenti, e tutta un’altra serie di amenità che conferirono al prodotto “un suono terribile”. Ricorda ancora Sollazzi

Morale, dopo un atto di forza del gruppo che si barricò a chiave in sala d’incisione, il master venne corretto, e le mille copie dell’disco uscirono così come le possiamo sentire oggi: andarono esaurite in pochi mesi, rimasero a lungo nella top ten di Supersonic, e vennero supportate da una versione abbreviata di “325(nell’album durava sei minuti e mezzo), uscita in edizione juke box. 
Per inciso, I Numi non videro una lira dai diritti di Alpha, ma quella è un’altra storia.

Musicalmente, dicevo, è un album che non può considerarsi Prog, anche perché in quei primi mesi del 71 il progessive propriamente detto non esisteva o quasi. E’ però un disco per nulla trascurabile, considerati i tempi. Autorale, d’accordo, ma comunque madido di genialità e inventiva: dalla spinetta modulata in chiave rock, alla chitarra è filtrata dal Leslie. Dal phaser sul modello dei Three Dog Night, al piano preparato

Fu poi una delle prime collaborazioni tra un cantautore (Bolzoni) e una band (I Numi), e nondimeno mise in evidenza come, anche a livello provinciale, tutte le intelligenze creative sentissero l’esigenza di coalizzarsi contro le consuetudini. 

Era solo l’inizio di una grande avventura…

NOTA: IL BATTERISTA FURIO SOLLAZZI E' ANCHE AUTORE DELLO SPLENDIDO LIBRO SUI GRUPPI PAVESI DEGLI ANNI SETTANTA: "ROCK AROUND PAVIA" (SELECTA EDITRICE, PAVIA - 2008 - 480 pag.)

Alberto Radius: Carta straccia (1977)

L'EX CHITARRISTA DELLA FORMULA TRE SI RICONFERMA ANCHE DA SOLISTA

Tra il 1959 e il 1969 Alberto Radius aveva militato nei White Booster, nell’orchestra di Mario Perrone, nei Campanino’s di Gigi e Franco Campanino, nei Simon & The Pennies, e infine nei Quelli. Poi, una volta incontrato Lucio Battisti nel 1969, entrò nel giro della Numero Uno dando vita prima alla Formula Tre con Toni Cicco e Gabriele Lorenzi, poi, dal 74 al 75, al sestetto del Volo
In altre parole, nel 1976 il chitarrista romano poteva vantare su un curriculum tale da far invidia a ben più di un collega. 

Gli mancava però un’esperienza soltanto: un album solista che fosse davvero tutto suo in quanto il suo primo Lp Radius del 1972 (prodotto dallo stesso Battisti sotto lo pseudonimo di Lo Abracek), fu più che altro una raccolta di jam session tra amici: un disco tra l’altro, in cui l’ingerenza di Lucio fu tale da causare persino qualche litigio

Alché, quando Alberto decise di mettersi in proprio, fu chiaro che avrebbe dovuto cambiare tutto: musicisti, discografica e produzione. In più, visto che uno dei suoi principali desideri era quello di misurarsi con la canzone d’autore, cosa di meglio che non allearsi con due parolieri del calibro di Daniele Pace e Oscar Avogadro? Artisti che avevano già nel loro palmares canzoni a iosa, per non parlare della tagliente vena satirica di Daniele Pace con gli Squallor?

Nacque così nel 1976 Che cosa sei, prodotto per la CBS dagli stessi Pace e Avogradro, arrangiato da Franco Monaldi, e nobilitato da una splendida copertina del designer Mario Convertino. Tra i nuovi musicisti, il bassista jazz Stefano Cerri, e due coriste d’eccezione: Loredana Bertè fresca del successo di Sei Bellissima, e Marcella Bella, allora in classifica con una versione dance di Resta cu'mme

Formula Tre
L’album a dire il vero non fu propriamente un capolavoro, ma almeno la title track e Il respiro di Laura (uscite sul medesimo 45 giri) dimostrarono che il Radius-cantautore poteva funzionare. E anche bene.

Conferma ne fu il successivo Carta Straccia del 1977, considerato dalla critica il suo lavoro migliore insieme ad America Good Bye (1979) e Gente di Dublino (1982).

Di fatto, il nuovo Lp, oltre a inaugrare un sodalizio con la CGD che durerà ben sei anni, fu caratterizzato sia da un maggior equilibrio tra parti vocali e strumentali, sia soprattutto tra quelle acustiche ed elettriche, complici anche dei musicisti di tutto rispetto, dei quali almeno due provenienti dall’area progressiva: il batterista Tullio De Piscopo (ex NT Atomic System) e il tastierista Roberto Carlotto, in arte Hunka Munka

Il riscontro fu più che lusinghiero e, grazie alla spinta delle neonate radio e televisioni libere, anche il 45 giri Nel Ghetto/Pensami ottenne la sua buona dose di popolarità. 

Carta Straccia 1977Oltre però alle musiche e agli arrangiamenti dello stesso Radius, ciò che contribuì al buon esito di Carta Straccia furono i testi, sempre firmati dalla coppia Pace-Avogadro: comunicativi, accattivanti, ben più pragmatici del passato, ma anche più astuti che consapevoli. E questo, credo, fu l’unico motivo di contraddittorio del disco. 

E in effetti, a monte di un’apparente coscienza sociale e politica che abbracciava miti e disillusioni della generazione del ’77, le liriche soffrivano di un certa ambiguità ideologica
Un doppiogiochismo cioè, che all’atto pratico finì per essere odiato o amato indistintamente sia a sinistra che sul fronte opposto: furbi cripticismi interpretabili a piacere (“io non ho partito ma non voglio stare male e si arrangi chi ha paura del caviale”), citazioni marxiane (“da perdere ho soltanto le catene”), ed altre quali “la tua rivoluzione che non è mai la mia”, buona sia per Ordine Nuovo che per l’Autonomia Operaia
La stessa Nel Ghetto ad esempio, fu tanto gradita alle destre quanto ai Fratelli di Soledad che ne fecero una cover “militante”nel 1994. 

Diciamo insomma che, a fronte di una musicalità ormai solida e matura, Carta Straccia peccò sicuramente di ambivalenza intelettuale. Un neo che probabilmente non passò inosservato e che infatti gli stessi autori rimosseronei lavori successivi: concentrandosi maggiormente su tematiche sociali e interpersonali, pur senza rinunciare a quello spirito impressionista che rimarrà sempre e comunque la caratteristica di tutti i lavori el terzetto Radius-Pace-Avogadro. Dalle struggenti figure di Rose e Biancaneve nell’album Leggende, all’impietoso ritratto della società americana in America Good-Bye, straordinaria metafora in versi e musica del declino della scocietà occidentale.

E.A.Poe: Generazioni (storia di sempre) (1975)

rock progressivo italiano" Aver impedito a questo gruppo di fare un altro album, è stato un comportamento criminale"

Così, forse con un pizzico di esagerazione, il prestigioso sito progarchives.com concluse la sua scheda sugli E.A. Poe: un quartetto di Ornago (paese più bergamasco che milanese)
capitanato dai fratelli Giorgio e Bruno Foti (quest'ultimo detto Lello, allora quindicenne) che nel 1974 registrò per l'etichetta Kansas il suo unico album: "Generazioni (storia di sempre)".

Pur essendo totalmente sconosciuto a scala nazionale al punto che sino ai primi anni Novanta non si sapevano neppure i nomi dei suoi componenti, il gruppo era già attivo dal 1967
sotto il nome di Spacemen come backing band di un certo Angelo.

Nel 1970, tramutato il nome in “E.A.Poe”, gli stessi quattro musicisti proseguirono per almeno quattro anni una costante attività dal vivo proponendo pezzi di Grand Funk, Deep Purple e Led Zeppelin, e un repertorio proprio che sarebbe stato successivamente incluso nel loro Lp.
Finalmente, nel 1974 arrivarono sia il contratto con la Kansas - discografica specializzata nel genere melodico e già label dei Camaleontisia il relativo album che fu dato alle stampe in circa 500 copie nel gennaio del 1975, anche se
label del disco riporta invece l'anno precedente.
Questo perchè, probabilmente, la discografica prevedeva di fare uscire l'album entro il 1974, ma evidentemente vi fu qualche contrattempo.

Sfortunatamente, il disco cadde nell’indifferenza generale al punto di diventare nel corso degli anni, uno più rari esistenti sul mercato italiano.
Peccato perchè, in effetti, gli E.A. Poe sarebbero stati degni di maggior considerazione e sicuramente avrebbero potuto raccogliere qualche soddisfazione in più.


Edgar Allan Poe GenerazioniIn effetti, “Generazioni” e un continuo stratificarsi di interessanti intuizioni musicali che, pur essendo in gran parte debitrici al rock anglofono, vennero assemblate in maniera così originale da definire senza equivoci un vero e proprio “sound “ di gruppo.

 In “Per un anima” ad esempio, incontriamo un arpeggio di vago sapore Zeppeliniano misto ad aromi che potrebbero benissimo essere stati attinti dalla dispensa delle Orme.

In “Alla ricerca di una dimensione” poi, si assporano echi di PFM, King Crimson e alcuni stacchi alla Emerson Lake & Palmer, sempre però ben coesi da un sound italico e sufficientemente personale.


All'ascolto, la sequenza dei sette brani dell’album parte con un Prologo molto jazzato con tanto di recitativo iniziale sul modello dei Pholas Dactylus, per lanciarsi immediatamente in un brano che per osmosi successive, coinvolge anche Rock, Psichedelia e qualche accenno di Progressive (“Considerazioni”).


I testi sono molto schietti e coerenti al loro sistema storico di riferimento.
La musicalità è di chiara matrice Rock, ma nobilitata da tutte quelle variazioni necessarie per non renderla monotona.
La voce non sembra essere mai al pieno delle sue possibilità ma con una dizione limpida e ben scandita, cosa non frequente nelle produzioni minori.
Il sound è bene assortito e i duetti tastiere-chitarra raggiungono notevoli picchi di affiatamento.
La ritmica, precisa e potente, imprime all’album un groove che ingloba persino la musica etnica mediterranea (“La ballata del cane infelice”).

Al di là del suo valore artistico però, qualche ragione che relegò Generazioni (Storia di sempre) al più totale anonimato c'era davvero.


edgar allan poe generazioni1974Per prima cosa, la modestia della distribuzione e della promozione della Kansas che certamente non giovarono tanto agli E.A. Poe quanto ai loro compagni di scuderia Flashmen e Capricorn College.

Secondo: in un periodo in cui tutte le band facevano qualsiasi cosa pur di esibirsi dal vivo (e le opportunità sicuramente non mancavano) il gruppo dei fratelli Foti preferì starsene più defilato, fallendo così l'obiettivo di crearsi un'audience più ampia.

Terzo: proprio nel momento in cui qualunque musicista tentava di sperimentare nuove contaminazioni  per arricchire il proprio sound, gli E.A. Poe si limitarono a proporre - come abbiamo fatto notare poc'anzi - citazioni già abusate se non proprio fini a se stesse. Soluzione che, va da sè, li relegò ulteriormente ai margini di uno scenario in continua evoluzione.

Comunque sia, sarebbe stato interessante assistere al prosieguo della storia ma, una volta terminate le registrazioni dell’LP, il bassista Marco Maggi partì per gli States, il mandolinista Beppe Ronco venne chiamato militare (non dimentichiamoci che all’epoca gli E.A. Poe erano poco più che maggiorenni), e la band ebbe solo il tempo per incidere un 45 giri nel 1975 (“Sharks”, cover del tema dal film “Lo Squalo”) e collaborare come backing band del cantante Luca Simonelli nel 1976. Poi l'avventura finì.

Se aver impedito loro di fare un secondo Lp sia stato o meno un “atteggiamento criminale”,  giudicatelo voi. Io penso di si, magari prestando più attenzione alle parti vocali e attualizzando maggiormente i testi. Per il resto, le credenziali c'erano proprio tutte..


Ultima nota: curioso come l'intro di tastiera di Ad un vecchio somigli notevolmente al tema portante di Magic Sadness (1978) degli Antonius Rex. Qui lo dico e qui lo nego. 

PS: SE C'E' QUALCUNO DEGLI EDGAR IN ASCOLTO, PER FAVORE SI METTA IN CONTATTO CON ME.
SE POI C'E' QUALCUNO CHE POSSIEDE IL DISCO ORIGINALE (E VUOLE VENDERLO) MI SCRIVA PRIVATAMENTE, GRAZIE. 
La mia mail è nel mio profilo in alto a sinistra.

Perigeo: Azimut (1972)

rock progressivo italiano
QUANDO IL PROGRESSIVO ESPLORA ALTRI MONDI
NEI COMMENTS CI SCRIVE GIOVANNI TOMMASO

Fortemente influenzati da A Silent Way e Bitches Brew di Miles Davis, i cinque componenti del Perigeo, si uniscono nel 1971 per portare avanti - primi in Italia - un discorso jazz rock. Ma non lo fanno da dilettanti o da semplici cultori.

Sin dalla sua nascita, quella che sarà sicuramente una delle migliori band italiane in merito ad affiatamento e preparazione musicale, annovera nelle sue fila musicisti già ampiamente collaudati: il contrabbassista lucchese Giovanni Tommaso, emigrato appena maggiorenne a New York dove, tra gli altri, strinse amicizia con personaggi del calibro di Charles Mingus; il pianista altoatesino Franco D’Andrea che vantava già collaborazioni con stelle di prima grandezza quali Gato Barbieri e il Modern Art Trio; il batterista romano Bruno Biriaco, reduce da una lunga esperienza nel beat; il sassofonista veneziano Claudio Fasoli che aveva suonato a lungo nei circuiti jazz di Bologna, e non ultimo, lo straniero del gruppo Anthony Sidney all’epoca già quotato chitarrista. 

Reclutati nel 1972 dalla RCA di Ennio Melis, imprenditore attentissimo nei confronti dei nuovi talenti e delle sonorità d’avanguardia, incidono presso lo studio D della sede romana la loro prima fatica a 33 giri Azimut, prestigioso biglietto da visita e ventata del tutto nuova nel pur già variegato panorama di casa noatra.

tommaso fasoli d'andrea biriaco sidney
L’album invero non ottiene un  riscontro commerciale immediato, ma la continua circuitazione del gruppo all’interno dei festival pop fa lievitare gradualmente la sua popolarità sino a renderlo un vero e proprio un punto di riferimento.
E anche malgrado il jazz fosse spesso osteggiato dalle frange più intransigenti del movimento, il Perigeo seppe comunque ritagliarsi una sua nicchia a colpi di coesione e qualità. Ciò al punto che, a mio avviso, ascoltare la sua discografia dal 72 al 76, equivale non solo a leggere un libro di storia, ma ripercorrere tutte le diverse tappe che contraddistinsero l'underground e la successiva controcultura

Tornando ad Azimut, il sound che si respira è, dicevo,  fortemente venato di jazz e di rock con ampie concessioni alla fusion, specie grazie al prezioso lavoro di D’Andrea.
Coraggioso, innovativo, a tratti stridente ma curato in ogni sua parte dai tecnici Gianni Oddi e Sergio Patucchi, l'LP si pone insomma come la terza via rispetto alle residue reminescenze tardo beat, e a quel nuovo rock progressivo che in quel 1972 viveva il suo primo anno di gloria. 

Nessuno insomma aveva mai osato tanto e di fatto le polemiche non mancheranno: il gruppo verà accusato di blasfemia dai puristi del jazz (ricordo a tal proposito gli strali di Arrigo Polillo) e persino di tradimento da quelli del rock, ma saranno solo flebili brontolìi. 

progressive italianoGli "elementi di rottura" coniati dal Perigeo non solo entreranno rapidamente a far parte integrante della cultura musicale italiana, ma assurgeranno a veri e propri apertori di una scuola che di lì a poco produrrà risultati ancor più significanti. 

Ascoltando Azimut, sin dal primo brano si percepisce un'infuocata contaminazione tra rigore e improvvisazione, ben restituita da "Posto di non so dove" in cui, nel corso di sei minuti di passione pura, si alternano momenti che sembrano sfiorare il silenzio con altri di apparente anarchia strumentale
Ed è davvero sorprendente come dai suoi solchi traspirino realisticamente tutte le caratteristiche di una generazione in forte mutamento come quella del 72. Lo stesso vocalizzo che caratterizza, appunto,  "Posto di non so dove" sembra quasi un richiamo apolide - ma universale - alla modernità gettato dal profondo di un vicolo urbano. 

Il gioco continua negli stridori di "Grandangolo". Poi tra tensioni e meditazione in "Aspettando il nuovo giorno" e “36° parallelo” e, ancora, nella magistrale “Azimut”, là dove in un affresco impressionista, sembrano sfogarsi tutte le dicotomie di un mondo sospeso tra opposti: jazz o rock, personale o collettivo, meditazione o coinvolgimento? 

Quesiti per il momento ancora senza risposta, ma a cui il Perigeo avrà modo di rispondere nel giro di un anno quando, grazie anche al continuo contatto con il pubblico, licenzierà uno dei suoi lavori più comunicativi, disvelando e reinterpretando, ancora una volta, il corso della storia. 
Più di così non credo si possa pretendere.

Simon Luca & Enorme Maria: Per proteggere l'enorme Maria (1972)

Per proteggere l'enorme maria
UN CANTAUTORE DI CLASSE, MOLTO AMICO DEL PROG

Compiuta la maggiore età e fresco di maturità classica, Alberto Simonluca Favata (Piacenza, 1948) si trasferisce a Milano dove, oltre agli studi universitari in Legge, inizia un’incessante attività di autore e di interprete. E questo al punto che, compiuti i ventitré anni ha già pubblicato sei singoli, e firmato brani per i Dalton (che porteranno la sua Da Cinque Anni al Cantagiro 69), Shocking Blue (sua la versione italiana della celeberrima Venus), Gens, Augusto Righetti, Dik Dik, Orietta Berti, Anna Identici e Ornella Vanoni. E come se non bastasse, nel 1971 partecipa pure in prima persona alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia e a Un Disco Per L’Estate

Va da sé che una simile iperattività lo porti nel giro di cinque anni a conoscere tutto l’ambiente musicale milanese, specie quello alternativo che non smise mai di frequentare. Così già nel suo primo Lp del 71 Da Tremila Anni, compariranno alcuni componenti degli Stormy Six, e il futuro NT Atomic System Tullio de Piscopo

Sarà però nel suo nuovo 33 giri Per Proteggere L’Enorme Maria, inciso per la Ariston nel 1972, che confluirà un numero straordinario di musicisti, per l’occasione accorpati proprio sotto il nome di “Enorme Maria”.
Eccoli tutti: Ricky Belloni e Alberto Camerini alle chitarre, Gigi Belloni al basso, Pepé Gagliardi e Franco Orlandini alle tastiere, Ezio Malgrati alla batteria, il violinista Lucio Fabbri, Fabio Treves all’armonica, i coristi Donatella Bardi, Marco Ferradini, Eugenio Finardi e Massimo Villa e, naturalmente, Simon Luca nelle veste di autore ed interprete. 

Alberto OroUn piccolo esercito che partorirà un lavoro splendidamente suonato e arrangiato, costituito da dieci canzoni per una durata di quasi 40 minuti, e caratterizzato dalla ferrugginosa e potente voce di Alberto a mezza via tra Joe Cocker e Roger Chapman

Il groove è quello tipico dei primi anni Settanta, anche se leggermente datato rispetto al suo anno di pubblicazione: quando cioè, molte avanguardie avevano già superato quel blues autorale di cui abbonda invece L'Lp in oggetto. Specie nel secondo lato dove prevalgono quelle atmosfere freak tipiche del decennio precedente, pur se condite con una sostanziosa vena soul-spiritual
L’uso dei cori inoltre, evoca spesso quei pow-wow sulla falsariga dei binomi Delirium-La Famiglia degli Ortega in Jesahel, o del Lucio Battisti quando cantava Let The Sunshine In e Proud Mary insieme ai suoi accoliti. 

Un album Pop anziché Prog quindi, mosso più dal gusto del “fare musica insieme”, che non dall’esigenza di trovare una reale alternativa ai modelli precedenti

SimonlucaProva ne è, che per realizzare il disco, Simon Luca avrebbe potuto impiegare anche un terzo dei musicisti utilizzati, considerando che non sono poi molti i brani in cui essi compaiono tutti contemporaneamente

Probabilmente però, fu proprio l’energia promanata dall’esperienza collettiva e dal rapporto amicale che c’era tra i vari partecipanti, a conferire al prodotto finito un sapore unico ed esclusivo. Una peculiarità tipica di quel momento storico, per cui rilevante almeno quanto il valore artistico dell'album.

Infine, è comunque doveroso precisare che, malgrado la sua matrice basicamente blues, Per proteggere l’enorme Maria non fu affatto monocorde, tutt'altro: ci sono convincenti spunti heavy quali Mangia con me il tuo pane, l'indiavolato boogie rock Tu Ora, raffinati preziosismi strumentali quali l’arpeggio di Venendo Piano, e persino uno stomp in inglese intitolato Everybody's Gotta Drink Another Round With Me

Autodefinitosi poeta-cantante, e dotato di qualità tecniche e comunicative non indifferenti, Simon Luca avrebbe proseguito la sua carriera solista e autorale sino agli anni novanta, cominciando come supporter alla tournee italiana dei Bee Gees, pubblicando un terzo album nel 1973 (questa volta però con un’organico ridotto), componendo e collaborando per una pletora di artisti quali Marco Ferradini, Mina e Renato Zero e diventando infine sceneggiatore nonché autore televisivo e teatrale
La sua ultima fatica discografica è datata 1991 con l'Lp Pugni di rabbia, colonna sonora dell’omonimo film di Marco Risi
Davvero: tanto di cappello!

Ivan Graziani: I lupi (1977)

I Lupi 1977
CIRCONDATO E CORTEGGIATO DALL'AMBIENTE PROG, MA SENZA MAI FARNE PARTE.

Ivan Graziani nasce a Teramo il 6 ottobre 1945. Sin da tenera età si diletta con la batteria ma coltiva soprattutto la passione per il disegno. Le cose però cambiano radicalmente quando comincia a strimpellare una chitarra lasciata in giro per casa dal fratello maggiore. Da quel momento in poi, quello diventerà il suo unico  e inseparabile strumento.

Inizia a suonare con l’amico Gianni, pianista e figlio del fiatista dei Modernists Nino Dale, poi entra negli stessi Modernists (allora molto popolari in Abuzzo), e una volta trasferitosi a Urbino per proseguire gli studi grafici, fonda insieme al batterista Velio Gualazzi e al bassista Walter Monacchi il trio Ivan & i Saggi col quale si esibirà all’Altro Mondo di Rimini e al Davoli Beat del 67. 

Convertito il nome della band in Anonima Sound Ltd sarà poi protagonista di quattro singoli tra il 67 e il 70 tra cui la celebre Parla Tu, e di due aparizioni al Cantagiro nel 67 e nel 69. 
Per inciso, su consiglio di Mogol, il gruppo inciderà anche una splendida versione di “Non credere”, poi portata al successo da Mina, ma chissà perché, senza mai pubblicarla. 

La chiamata alla leva corrisponde per Ivan al congedo dall’Anonima Sound, fatta salva una fugace apparizione come bassista nel loro unico album Red Tape Machine del 1970, dopodiché, la sua costante frequentazione dell’ambiente milanese lo porterà a farsi gradualmente notare nel giro che conta: suoi ad esempio gli arrangiamenti dell’album Dedicato a Giovanna G. di Hunka Munka, di Megalopolis di Herbert Pagani, e sue le chitarre in Our Dear Angel di Marva Jean Marrow

Nino Dale and his ModernistsNel 1972, dopo il matrimonio con Anna, si trasferisce definitivamente nella metropoli lombarda dove tra l’altro diventa socio di un locale con musica da vivo a Brera, il quartiere degli artisti. E con la nuova residenza, arrivano anche i suoi primi singoli da solista: Drop Out del 1972 a nome Rockleberry Roll e Longer Is The Beach del 1973, come Ivan & The Transport, pubblicato solo in edizione juke box. Accanto a loro, gli album Desperation (a nome Rockleberry Roll con la collaborazione di Nunzio Favia degli Osage Tribe), La città che io vorrei (1973) e nel 1974, anno della sua prima apparizione al Premio Tenco, un curioso Lp per la Dig It/ Ariston, Tatotomaso's Guitars Vol 1, dedicato alla nascita del figlio Tommaso, e stampato in tiratura limitatissima. 

Invero, tutta questa messe discografica rimarrà materiale di nicchia, ma il talento autodidatta dell’ormai trentenne teramano non lascia più indifferente nessuno: né la PFM che nel 1975 lo corteggia come cantante-chitarrista, né i Flora Fauna e Cemento con i quali collabora assiduamente, né tantomeno Lucio Battisti che da un lato lo vuole con sé per La batteria, il contrabbasso eccetera (1976) e dall’altro gli mette a disposizione tutti i suoi turnisti per il suo primo Lp con la Numero Uno, Ballata per quattro stagioni

Anonima sound ltdI risultati sono modesti ma convincenti quanto basta per attirare l’attenzione di Antonello Venditti che, fresco del successo di Lilly, non solo lo recluterà per il suo Ullàlla, ma gli diventerà amico al punto di aprirgli le porte dell’ambiente capitolino, nonchè di arrangiare e coprodurre quello che insieme a Pigro del 1978, verrà definito uno degli evergreen della discografia di Ivan, I Lupi. Forse non il suo l’abum migliore, ma sicuramente il primo in cui rivelerà la sua dimensione più autentica

Pubblicato nel 77 e registrato in tre studi diversi (Il Mulino, Regson e Rca), I Lupi consterà di otto brani tra cui la struggente Lugano Addio: una canzone inizialmente considerata gregaria, poi in Hit Parade. 
Per il resto, esattamente da pittore qual’era, Ivan affresca paesaggi e personaggi di provincia immersi in pruriginosi chiaroscuri noir, ritrae con ironia soggetti e sentimenti sospesi tra innocenza e malizia, e inanella parole e immagini come se stesse componendo un fumetto. Il tutto impaginato in chiave rock grazie soprattutto alla straordinaria disinvoltura delle sue chitarre. 

Un talento strumentale puro insomma, destinato a mietere ulteriori consensi negli anni successivi, ma il cui unico limite fu, a mio avviso, quell’inconsapevolezza che a differenza di molti suoi colleghi non gli permise mai di superare il suo basico provincialismo: caratteristica credo conferitagli dal suo disinteresse per la politica, e dalla frequentazione di circuiti non certamente progressisti. Ciò al punto di irridere i Festival Pop e di produrre testi spesso ben oltre il limite dell’ingenuità

Nel 1977 però la Controcultura era finita, il nonsense era stato sdoganato dal Movimento del 77 e dal sottoproletariato giovanile. L'indifferenza ideologica se non addirittura il nichilismo entravano a far parte del gioco, e I lupi fu sicuramente un prodotto di questo contesto storico.