Perigeo: Azimut (1972)

rock progressivo italiano
Fortemente influenzati da A Silent Way e Bitches Brew di Miles Davis, i cinque componenti del Perigeo, si uniscono nel 1971 per portare avanti - primi in Italia - un discorso jazz rock. Ma non lo fanno da dilettanti o da semplici cultori.

Sin dalla sua nascita, quella che sarà sicuramente una delle migliori band italiane in merito ad affiatamento e preparazione musicale, annovera nelle sue fila musicisti già ampiamente collaudati: il contrabbassista lucchese Giovanni Tommaso, emigrato appena maggiorenne a New York dove, tra gli altri, strinse amicizia con personaggi del calibro di Charles Mingus; il pianista altoatesino Franco D’Andrea che vantava già collaborazioni con stelle di prima grandezza quali Gato Barbieri e il Modern Art Trio; il batterista romano Bruno Biriaco, reduce da una lunga esperienza nel beat; il sassofonista veneziano Claudio Fasoli che aveva suonato a lungo nei circuiti jazz di Bologna, e non ultimo, lo straniero del gruppo Anthony Sidney all’epoca già quotato chitarrista. 

Reclutati nel 1972 dalla RCA di Ennio Melis, imprenditore attentissimo nei confronti dei nuovi talenti e delle sonorità d’avanguardia, incidono presso lo studio D della sede romana la loro prima fatica a 33 giri Azimut, prestigioso biglietto da visita e ventata del tutto nuova nel pur già variegato panorama di casa noatra.

tommaso fasoli d'andrea biriaco sidney
L’album invero non ottiene un  riscontro commerciale immediato, ma la continua circuitazione del gruppo all’interno dei festival pop fa lievitare gradualmente la sua popolarità sino a renderlo un vero e proprio un punto di riferimento.
E anche malgrado il jazz fosse spesso osteggiato dalle frange più intransigenti del movimento, il Perigeo seppe comunque ritagliarsi una sua nicchia a colpi di coesione e qualità. Ciò al punto che, a mio avviso, ascoltare la sua discografia dal 72 al 76, equivale non solo a leggere un libro di storia, ma ripercorrere tutte le diverse tappe che contraddistinsero l'underground e la successiva controcultura

Tornando ad Azimut, il sound che si respira è, dicevo,  fortemente venato di jazz e di rock con ampie concessioni alla fusion, specie grazie al prezioso lavoro di D’Andrea.
Coraggioso, innovativo, a tratti stridente ma curato in ogni sua parte dai tecnici Gianni Oddi e Sergio Patucchi, l'LP si pone insomma come la terza via rispetto alle residue reminescenze tardo beat, e a quel nuovo rock progressivo che in quel 1972 viveva il suo primo anno di gloria. 

Nessuno insomma aveva mai osato tanto e di fatto le polemiche non mancheranno: il gruppo verà accusato di blasfemia dai puristi del jazz (ricordo a tal proposito gli strali di Arrigo Polillo) e persino di tradimento da quelli del rock, ma saranno solo flebili brontolìi. 

progressive italianoGli "elementi di rottura" coniati dal Perigeo non solo entreranno rapidamente a far parte integrante della cultura musicale italiana, ma assurgeranno a veri e propri apertori di una scuola che di lì a poco produrrà risultati ancor più significanti. 

Ascoltando Azimut, sin dal primo brano si percepisce un'infuocata contaminazione tra rigore e improvvisazione, ben restituita da "Posto di non so dove" in cui, nel corso di sei minuti di passione pura, si alternano momenti che sembrano sfiorare il silenzio con altri di apparente anarchia strumentale
Ed è davvero sorprendente come dai suoi solchi traspirino realisticamente tutte le caratteristiche di una generazione in forte mutamento come quella del 72. Lo stesso vocalizzo che caratterizza, appunto,  "Posto di non so dove" sembra quasi un richiamo apolide - ma universale - alla modernità gettato dal profondo di un vicolo urbano. 

Il gioco continua negli stridori di "Grandangolo". Poi tra tensioni e meditazione in "Aspettando il nuovo giorno" e “36° parallelo” e, ancora, nella magistrale “Azimut”, là dove in un affresco impressionista, sembrano sfogarsi tutte le dicotomie di un mondo sospeso tra opposti: jazz o rock, personale o collettivo, meditazione o coinvolgimento? 

Domande, per il momento, ancora senza risposta, ma a cui il Perigeo avrà modo di rispondere nel giro di un anno quando, grazie anche al continuo contatto con il pubblico, licenzierà uno dei suoi lavori più comunicativi, disvelando e reinterpretando, ancora una volta, il corso della storia. 
Più di così non credo si possa pretendere.

Stormy Six: Un biglietto del tram (1975)

un biglietto del tram  1975
Un biglietto del tram” dei milanesi Stormy Six uscì nel 1975, l’anno più “rosso” della storia degli anni settanta: momento in cui i pragmatismi e le grandi utopie riuscivano ancora a convivere, e la speranza di poter disarcionare la Democrazia Cristiana alle elezioni politiche dell’anno successivo era più viva che mai. 

Così, quando in primavera uscì Stalingrado, brano che evocava un episodio-chiave della seconda guerra mondiale, le sue note rieccheggiarono un po’ ovunque: in tutte le nascenti radio democratiche, nei cortei, nelle osterie, nelle sedi politiche e, data la sua progressione armonica relativamente semplice, si rivelò anche alla portata di qualsiasi chitarra. 

In più, il brano di Umberto Fiori e Tommaso Leddi (nuovi arrivati nel gruppo), restituì anche un messaggio ideologico chiaro e incontrovetribile: se i russi hanno respinto e sconfitto i nazifascisti, possiamo e dobbiamo farlo anche noi. Un’allegoria così semplice e diretta da diventare a breve patrimonio di un’intera generazione di militanti. 

La Repubbluca Rock progressivo italiano Stormy SixMa non uscì sola Stalingrado: accanto a lei c’erano le altre otto canzoni di un disco che, per la prima volta in Italia, delinearono in chiave pop uno straordinario affresco di immagini, personaggi e di aneddoti, tutti legati alla guerra e ai suoi orrori: la barbarie umana (“Nuvole a Vinca” e “La sepoltura dei morti”), le prime ribellioni operaie (“La fabbrica”), il sacrificio dei partigiani (“Dante di Nanni” e “Enrico Mattei”) e infine quel sapore dolceamaro che ebbero i giorni della liberazione (“Arrivano gli americani”). 

E a degna chiusura del disco, troviamo quello che a mio avviso fu il punto più alto di tutta la canzone politica italiana, “Un biglietto del tram”, rievocazione in versi e musica della strage di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944, quando i fascisti della RSI trucidarono quindici partigiani come rappresaglia ad un attacco antinazista avvenuto due giorni prima in Viale Abruzzi: un eccidio perpetrato in maniera così agghiacciante, da spingere addirittura Mussolini a sporgere un reclamo ufficiale presso l’ambasciata tedesca. 

Vero capolavoro di sensibilità poetica, civile ed artistica, “Un biglietto del tram” si dipana ironicamente su un tempo di valzer viennese dal quale, poco a poco, riappaiono alcune tra le vittime di allora (Foganolo, Esposito, Poletti...) che sembrano ripercorrere le vie di Milano a caccia di pietà e giustizia. In particolare, quell’Umberto Fogagnolo - all’epoca militante del Partito D’Azione clandestino - che ci fa un curioso regalo: un biglietto del tram. Non sarebbe stato meglio utilizzare quello per tornare in Piazzale Loreto, anziché un gelido blidato verso la morte? 

rock progressivo italiano
Registrato nel marzo del 1975 negli studi Ariston di San Giuliano Milanese, la quarta fatica degli Stormy Six è ben lungi dal ritenersi un disco di rock progressivo, anche malgrado le numerose raffinatezze ritmico-armoniche che vi compaiono. 
Parlerei piuttosto di un hard folk acustico o, ancor meglio, di un’azzeccata quanto inedita complessificazione della canzone politica militante: niente più armonie corali sul modello dei canti partigiani, nessuna ballata di stampo dylaniano o sessantottino (Della Mea, Marini, Pietrangeli ecc.), ma orchestrazioni rigorose ad arredare un ambiente limpido e asciutto, dando così un peso ancora maggiore ad avvenimenti, luoghi, persone sentimenti. 

Prinmo esperimento italiano di autodistribuzione nei concerti e nelle piazze (nei negozi provvide l'Ariston), il disco arrivò a vendere circa 30.000 copie aprendo non poche strade a quelle che di lì a poco sarebbero state le prime discografiche indipendenti.

Va da se che grevità e mestizia accompagnano l’ascoltatore dal primo all’ultimo scolco, ma ciò non fa altro che elevare ulteriormente la coerenza di tutto il lavoro 
Certamente po,i in un’era di incosciente revisionismo come la nostra, quelle note così altere potrebbero sembrare desuete se non addirittura disturbanti o inutili, ma davvero pochi dischi come “Un biglietto del tram” sono stati in grado di rievocare segmenti così importanti della nostra storia. 

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Banco Del Mutuo Soccorso (1972)

banco del mutuo soccorso 1972Siamo alla fine del 1968: unl giovane tastierista di Marino (RM) Vittorio Nocenzi ottiene un'audizione presso la RCA, grazie all'intercessione della popolare cantante Gabriella Ferri con la quale aveva già collaborato in precedenza.

Non vuole presentarsi da solo però, per via della nota ostilità delle discografiche ad accogliere cantanti solisti e fa credere alla major di essere il leader di una grande e consolidata band.
"Bene, presentati col tuo gruppo, allora!", gli viene detto.
Il gruppo però esiste solo nella testa di Nocenzi e per non far saltare il provino, il diciassettene tastierista si vede costretto a raffazzonare una formazione qualsiasi, chiedendo rapidamente aiuto ad amici e parenti.

All'appello si presentano il fratello Gianni,
il bassista Fabrizio Falco, il batterista Mario Achilli - già insieme a Vittorio nei Crash -, e Gianfranco Colletta dei disciolti Chetro & Co.La formazione prende il nome di "Banco del mutuo soccorso" (probabilmente per evocare questa iniziale campagna di solidarietà), il provino va abuon fine e il quintetto comincia a lavorare producendo una cospicua dose di materiale e pubblicando tre brani nella musicassetta "Sound '70".

Dopo diversi assestamenti in cui ruotano intorno al nucleo dei Nocenzi anche anche Claudio Falco (fratello di Fabrizio), Franco Pontecorvi e - si dice - Leonardo Sasso (futuro Locanda delle Fate) il gruppo partecipa al secondo Festival Pop di Caracalla nel 1971 dove infine recluta gli
ex "Esperienze" Francesco Di Giacomo, Renato D'Angelo, Pierluigi Calderoni e il chitarrista dei Fiori di Campo Marcello Todaro, definendo così la sua formazione storica. 
 

banco del mutuo soccorso salvadanaio 1972Risolti i rapporti con la RCA, il gruppo migra a Milano dove comincia a farsi notare "nel giro", calcando tra l'altro i palcoscenici dello storico locale "Carta Vetrata" (Bollate) e del "Nautilus" di Cardano al Campo.

Notati dal produttore Sergio Colombini che li porterà alla Ricordi, il sestetto inizia una nuova avventura discografica che li vedrà esordire nella primavera del '72 con un capolavoro del Prog Italiano: "Banco del mutuo soccorso", album noto anche come "salvadanaio" per via della sofisticatissima copertina fustellata su un disegno di Mimmo Melino.


Musicalmente il disco è straordinario e "In Volo" sembra essere la migliore delle possibili opening tracks: una sorta di breve respiro psichedelico, misto a sottili avvisaglie prog che esploderanno nella loro autorità sin già dal brano successivo. Insomma: "Ciò che si vede, è!".
In "R.i.P." l'impostazione del sound del "BMS" si rivela in tutta la sua maestosità e poesia: superbe galoppate ritmiche supportano una vocalità limpida e decisa, che esalta chiaramente ogni raffinatezza dei testi, incentrati sugli orrori della guerra.

banco del mutuo soccorso 04Ogni strumento prende posto nello spettro sonoro senza alcuna prevalenza e questo, malgrado il potenziale ingombro timbrico delle doppie tastiere. I virtuosismi personali sono relativamente limitati e convferiscono al lavoro un groove solido e omogeneo.

La voce di voce di "Big" Di Giacomo arriva e si ritrae come un'onda alternando momenti di calibrata prepotenza a dinamiche più sottili.
Per esempio, nel brevissimo "Intermezzo", questa sembra affievolirsi in un momentaneo commiato, per dar spazio alle vulcaniche parti strumentali di "Metamorfosi": vero e proprio pezzo di bravura del gruppo.

Largamente impostato su sonorità rock, "Metamorfosi" è una magistrale dimostrazione di equilibrio e abilità in cui il "Banco" attesta sia la sua completa indipendenza da schemi precostituiti di stampo anglosassone, sia la sua capacità di sfruttare al meglio la sua peculiarità di "primo gruppo mediterraneo a due tastiere complementari".
Il resto, è una ritmica selvaggia su cui si appoggiano all'occorrenza i contrappunti e le varie sonorità delle chitarre di Todaro.



francesco di giacomoIn "Metamorfosi" non vi sono tracce di barocchismi esasperati: rock, psichedelia e citazioni classiche si mescolano in un kernel saldo e inamovibile. Solo dopo 8 lunghi minuti torna la voce ad introdurre, in un potente finale, quella che sarà la suite memorabile del disco: la chilometrica "Il giardino del mago" (18 minuti e mezzo).

Nel "Giardino", la band sperimenta tutte le sue potenzialità narrative sviluppando con equilibrio diverse varianti sinfoniche del tema principale. Nel rifiuto di qualsiasi ovvietà melodica, momenti molto tesi e soavi si alternano a movimenti di rock sinfonico alternati con breaks dal vago sapore psichedelico, classico o addirittura spaziale.
Il finale del brano, è un rock progressivo puro che sfocia nel brano conclusivo "Traccia": giusta sintesi di barocco, rock duro e radicale mediterraneità.

Più aggressivo della PFM, il Banco del Mutuo Soccorso offre con questo suo primo lavoro un biglietto da visita difficilmente ignorabile, se non altro per la sua mirabile sintesi strumentale. Acclamato da ogni frangia dell'underground, raggiungerà vette commerciali notevoli e spianerà una luminosa carriera al gruppo.

Dovendo trovarvi dei difetti, si rimane veramente in difficoltà. Forse l'eccessiva tendenza ad esasperare o "dinamizzare" certi passaggi potrebbe essere motivo di critica, esattamente così come l'aulicità dei testi, ma sono quisquilie.
L'album del "salvadanaio" è un esordio perfetto.


BANCO DELMUTUO SOCCORSO - Discografia 1972 - 1978:
1972: BANCO DELMUTUO SOCCORSO
1972: DARWIN
1973: IO SONO NATO LIBERO
1975: BANCO (english)
1976: GAROFANO ROSSO
1976: COME IN UN'ULTIMA CENA
1978: DI TERRA

Museo Rosenbach: Zarathustra (1973)

museo rosenbach zarathustra 1975Non doveva essere piacevole in pieno clima Underground essere etichettati come "fascisti", anzi: sappiamo benissimo che chi lo era realmente, o solo sospettato di esserlo, veniva sistematicamente tagliato fuori da qualunque circuito artistico alternativo.

Il concetto di "Dio, patria e famiglia" infatti, mal si azzuppava con i dogmi rossi della conflittualità, della trasgressione e del "nuovo ad ogni costo" che albergavano nella musica Prog e nei suoi adepti.

 
Quindi, che piacesse o no, gli anni 70 furono un periodo in cui era meglio prestare attenzione non solo alla normale dialettica, ma soprattutto alla valenza delle proprie provocazioni. Una scelta poco azzeccata poteva condurre all'ostracismo e questo fu proprio ciò che accadde ad un quintetto di Bordighera: i Museo Rosenbach.

 
Nati nel 1971 dalla fusione della "Quinta Strada" e del "Sistema" (uno dei primissimi gruppi a suonare Prog in Italia che comprendeva anche il futuro Celeste Leonardo Lagorio), i cinque iniziarono subito le attività chiamandosi "Inaugurazione Museo Rosenbach", proponendo cover straniere e facendo da spalla a gruppi di una certa rilevanza quali Delirium e Ricchi e Poveri.
Il loro nome, scelto dal bassista Alberto Moreno, significava letteralmente "ruscello di rose" e pare fosse ispirato a quello di un non meglio precisato editore tedesco 

 
Nel 1972, la successiva scelta di comporre materiale originale, spinse la band a contrarre il nome in "Museo Rosenbach" e contemporaneamente provocò un contratto con la discografica Ricordi, già avvezza al Progressive per via del Banco, Hunka Munka e della Reale Accademia di Musica.


museo rosenbach zarathustra 1975 matia bazarIl risultato che vide la luce nel 1973 è considerato a tutt'oggi una della pietre miliari del Prog italiano, "Zarathustra": composto su musiche di Moreno, testi del collaboratore esterno Mauro La Luce (già paroliere per i Delirium), inciso presso i professionalissimi Studi Ricordi e orchestrato dallo stesso Museo.
Musicalmente il disco si divide tra una lunga suite omonima che occupava tutto il primo lato e tre brani anch'essi in puro stile Prog sulla facciata cadetta.

Come ormai tutti sappiamo, l'album era un capolavoro e avrebbe meritato una massiccia diffusione non solo nazionale ma planetaria, come dimostrano ancora oggi le numerose manifestazioni d'affetto da ogni dove.
Qualcosa però andò storto e qui mi ricollego all'inizio di questa scheda.
Di fatto, nella drammatica copertina di Wanda Spinello che ritraeva un collage dal volto umano in stile Arcimboldo, appariva chiaramente sulla mascella destra un busto di Mussolini.
Apriti cielo!
Il Museo Rosenbach era finito ancora prima di cominciare.


A nulla valsero le spiegazioni del celebre designer Cesare Monti che sosteneva la tesi della mera provocazione e che, in fondo, la figura di Zarathustra era intesa come "colui che anelava al bene attraverso la meditazione e la natura."

La sommatoria "Duce + Nietzsche" provocò l'immediato allontanamento della band non solo da tutto il nascente movimento Controculturale, ma persino dalla Rai che, a scanso di grane, rifiutò loro qualsiasi apparizione promozionale.
 


Dopo la partecipazione al Festival Nuove Tendenze di Napoli nel 1973 e comunque duramente pressato da un'opinione pubblica avversa, il Museo si sciolse durante la preparazione del secondo disco e dei Rosenbach anni ' 70 non rimarrà che un rarissimo album a cinque stelle e qualche raccolta postuma pubblicata negli anni '90.
Golzi intanto, sarebbe andato a formare i Matia Bazar con ben altro indotto economico. 

 
museo rosenbach zarathustra mussoliniA parte l'ineccepibile sound di "Zarathustra" di cui vi rimando alle numerose recensioni esistenti, questa volta mi premeva solo rimarcare come un tempo certi items extra-musicali fossero assolutamente fondamentali per le sorti di un gruppo, di un artista o di un qualsiasi autore. E lo zeitgeist, si sa, è uno dei valori necessari per comprendere anche il più piccolo parto dell'ingegno umano.
 

Il 1973, per intenderci, era un'epoca in cui solo girare per una strada "sbagliata" vestiti in maniera "inopportuna", o con sottobraccio un giornale "non allineato" (sia da una parte che dall'altra), voleva dire provocare un conflitto anche tragico.
Altro aspetto evidente è che, allora come oggi, i musicisti non avessero certamente il pieno controllo della propria opera. E purtroppo, non sapremo mai cosa sarebbe successo se qualcuno della band si fosse accorto di cosa conteneva quella dannata copertina.

GRAZIE ALL'AMICO ALBERTO MORENO PER LA STIMA E PER L'AMICIZIA

Balletto di Bronzo: Ys (1972)

balletto di bronzo ys 1972A distanza di due anni dal disco d'esordio "Sirio 2222", i napoletani Balletto di Bronzo subiscono una vera e propria trasfigurazione fisica e stilistica con l'entrata in scena del tastierista Gianni Leone proveniente dal primo nucleo dei dissolti Città Frontale.
La trasformazione è radicale e accanto allo stesso Leone, subentra anche il bassista Vito Manzari (ex "Quelle strane cose che") al posto dei più discreti Michele Cupaiuolo e Marco Cecioni.

Leone ha le idee chiare, la strumentazione adeguata e un carisma talmente preponderante da traghettare tutto il sound del gruppo dal post-beat psichedelico degli esordi al Prog più radicale.

Persino la primigenia discografica RCA, spaventata dal nuovo corso della band, la cede volentieri alla Polydor che nel frattempo, si sta interessando sempre di più al nuovo Pop d'avanguardia (Latte e Miele, Mauro Pelosi, Bill Gray dei Trip) e non lesina nella produzione: copertina sontuosa con tanto di libretto interno, mixaggio molto sofisticato ad opera del noto fonico Gaetano Ria e collaboratori di prestigio tra cui il M° Mariano Detto del Clan Celentano.
Nota curiosa: tra le quattro coriste di studio, spicca anche una tale Giusy Romeo (poi Giuni Russo) destinata dieci anni più tardi a una brillante carriera solista.
balletto di bronzo ys 02Il nuovo parto del Balletto s'intitola "Ys" e già dal concetto di base si intuisce che si tratta di un lavoro ambizioso e trascendentale.
Il racconto descrive gli incontri dell'ultimo uomo sopravvissuto sulla terra prima dell'apocalisse con tre personaggi: una figura straziata e agonizzante, il Cristo e probabilmente, la stessa figura della Morte.
Ad ispirare il tutto, la mitica città Bretone di Ys sulla baia di Finisterre, sommersa dall'Oceano Atlantico nel 444 a.C. per colpa, si dice, dell'imprudenza della giovane principessa Dahout che ne spalancò inopinatamente le chiuse esponendo la città alla marea devastatrice (una versione "ante litteram" del disastro di Chernobil, se vogliamo).


Al di la della teoria però, ciò che consegnò il nuovo disco del Balletto alla storia, fu la sua rivoluzionaria architettura musicale che, pur se omogenea e rigorosa in senso classico, presentava un groove talmente destrutturato da rendere tutta l'opera assolutamente esclusiva per l'Italia del 1972 e probabilmente, anche a scala europea.

L'assenza di melodia è totale. Le voci iniziali, da cupe e funeree, sfociano in complesse polifonie su un tappeto di tastiere dissonanti e preziose cesellature di chitarra che sembrano prese in prestito dal miglior Robert Fripp.
La ritmica è un incessante frullatore di sincopi e tempi dispari.
Persino gli stessi cori, che nell'accezione classica dovrebbero armonizzare la melodia, vengono invece utilizzati per confonderla e disarticolarla.

Il groove del disco alterna momenti elettronici ad atmosfere hard jazz in un continuum di evocazioni, allucinazioni armoniche, sequenze multiritmiche, citazioni barocche e narrazioni cantate. In altre parole: rock progressivo allo stato puro.
Ogni singolo movimento, viene frammentato in più passaggi (che si sviluppano anche nell'arco di pochi secondi) che denotano non solo un'impressionante fantasia compositiva, ma anche una straordinaria abilità di assemblaggio.

balletto di bronzo ys 03Le sonorità sono costantemente diversificate dall'artiglieria di tastiere di Gianni Leone.
L'epilogo che descrive l'apocalisse è un incrocio tra Bach e i Quartieri Spagnoli: quasi troppo bello per essere descritto e forse troppo difficile per essere apprezzato. Visuale oltre ogni limite.

Purtroppo, Ys fu "apocalittico" anche per lo stesso Balletto di bronzo che cessò di esistere poco dopo, sopraffatto da dissidi interni, da una vita sregolata e soprattutto, deluso dalla sostanziale incomprensione con cui venne accolto il loro capolavoro.

Personalmente non credo che "Ys" abbia influito più di tanto sul panorama Prog Italiano. Pur ammettendo che fu certamente un'opera trasgressiva e praticamente unica nel suo genere, mi è sempre sembrato che fosse limitata ai suoi stessi pregi.

L'edonismo, l'esoterismo, la potenza tecnologica e l'avanguardia spinta ai massimi livelli, non bastano di per se a definire un percorso universalmente riconosciuto: ci vuole anche la comunicatività e Ys, di sicuro, non venne capito se non da pochissimi estimatori.
Certamente, molti gruppi non sono mai neppure lontanamente arrivati a lambire la bellezza di quell'opera, ma è altrettanto vero che le "perle rare",
non sempre sono così accessibili.

BALLETTO DI BRONZO - Discografia 1970 - 1972:
1970 - SIRIO 2222
1972: YS

Formula Tre: Dies Irae (1970)

formula tre dies irae 1970Febbraio 1970: top ten della rivista "Giovani". Tra i vari Morandi, Modugno, Ranieri e Sinatra, fa capolino il 45 giri di un anomalo terzetto di musicisti, già noti per essere stati il gruppo di accompagnamento di Lucio Battisti nel 1969.
Il disco, celebre anche per essere stato il primo 45 giri di un gruppo edito dalla "Numero Uno" (la discografica dello stesso Battisti) ha per titolo "Questo folle sentimento".
Il gruppo si chiama "Formula 3": Alberto Radius, Tony Cicco e Gabriele Lorenzi.


Radius è già un rinomato chitarrista. Nativo di Roma, inizia la sua carriera (settemila lire al mese) con l'orchestra di Mario Perrone per poi unirsi ai napoletani Campanino (successivamente Big Ben). Appena maggiorenne poi, si ritrova a Milano a militare nei Simon and the Pennies. Questi ultimi però, chiudono brutalmente la carriera a Torino quando durante il concerto di capodanno, il cantante Simon declama ubriaco una serie di insulti all'Italia di fronte al questore locale.
Rimasto disoccupato, Radius però non demorde e si ricorda dell'invito del vecchio amico Franz di Cioccio ritrovandosi prima nei Quelli e successivamente nella PFM in sostituzione del coscritto Mussida, venendo sbattuto via malamente al suo ritorno.
Infine, grazie all'impresario Franco Mamone e allo sponsor Amati (proprietario del club L'Altro Mondo di Rimini) che mette a disposizione due mesi di vitto, alloggio e impiantistica, assembla la Formula Tre con l'ex "Samurai" Gabriele Lorenzi che conosceva già ai tempi dei night clubs e il fratello del suo amico napoletano Ciro Cicco: Tony, un giovanissimo e biondissimo batterista prodigio il cui talento lo porta nei primi anni '60 ad esibirsi nelle balere di mezza Europa.
Lorenzi, dal canto suo si distingue invece come ottimo tastierista rock-blues e che all'occorrenza si cimenta anche al basso.
In pochi lo sanno, ma mentre i nostri si godono la loro prima hit e sfornano successivamente un successo dietro l'altro (tra cui "Sole Giallo sole nero", "Io ritorno solo" e la splendida "Se non è amore cos'è"), stanno contemporaneamente realizzando sotto l'egida di Battisti, un Lp destinato a far storia.

Di fatto, dopo pochi mesi dall'ultima affermazione a 45 giri, fa capolino sugli scaffali il loro primo album l'album "Dies Irae" con tanto di splendida copertina in puro stile psichedelico e 37 minuti di musica intensissima.
Otto brani che non solo consolidano il definitivo spartiacque tra "vecchio e nuovo", ma che ribadiscono quanto fosse praticabile l'evoluzione del post-beat in un linguaggio "underground", moderno ed autotoctono.


L'LP si apre con il brano omonimo: sette minuti e mezzo "presi a prestito" da un vecchio 45 dei "Samurai" di Lorenzi ("Dies Irae", appunto), ed è' subito un terremoto timbrico con tanto di chitarre in larsen, percussioni pesantissime, tastiere barocche e cori tenebrosi.
Il tutto a far intendere che, anche se la Formula Tre veniva considerato un gruppo commerciale (per non dire fascista),i tre musicisti dimostravano di avere le idee ben chiare su come si sarebbe evoluto il rock negli anni a venire.
Ad esempio, il finale di "Dies Irae", asciutto, corposo e pesante traccerà anche la strada per quello che sarà il capolavoro prog della Formula, "Sognando e risognando" (1972).

Il resto dell'album, composto principalmente da cover riarrangiate in chiave hard, ci fornisce ulteriori dimostrazioni di capacità creativa (vedi la stralunata versione di "Non è Francesca" di Battisti, l'assolo di batteria in "Sole giallo, Sole Nero" ecc.) mettendo di volta in volta in luce le indiscutibili e poliedriche capacità esecutive dei singoli musicisti che, tra l'altro, ebbero mano libera nella realizzazione degli arrangiamenti.

Realizzato praticamente in presa diretta, "Dies Irae" ha stabilito a suo modo un "punto di non ritorno" della musica Italiana riuscendo a mutuarne perfettamente la tradizione melodica con le nuove pulsioni pop-rock pre-progressive.

Questo, beninteso, perdonando le inevitabili ingenuità dell'epoca e la derivazione non propriamente "movimentista" della produzione Battisti-Mogol.


Mai aderenti alle avanguardie politiche e conseguentemente snobbati dallla parte più trasgressiva dell'audience, ebbero comunque un loro preciso ruolo "a se stante" e seppero portarlo avanti più che dignitosamente fino allo scioglimento (1973).


Un album da suonare "a tutto volume", come caldamente consigliato sulla label del 45 giri "Se non è amore cos'è?".

FORMULA TRE - Discografia 1970 - 1973:
1970 - DIES IRAE
1971 - FORMULA TRE
1972: SOGNANDO E RISOGNANDO
1973: LA GRANDE CASA

Rovescio Della Medaglia: Contaminazione (1973)

rovescio della medaglia contaminazione 01Personalmente sono dell'avviso che un'idea pùò considerarsi relmente innovativa solo nel momento in cui viene realizzata la prima volta.

Le sue rappresentazioni successive, anche se tecnicamente migliori dell'originale, perdono comunque quella "
trasgressività" che è propria del debutto.
 

Riservandomi di spiegare meglio questa premessa, parliamo oggi di quel "monstrum" discografico che fu il terzo album dei romani "Il Rovescio della Medaglia".
 
Dopo due dischi piuttosto asciutti imperniati sull'hard rock ("La Bibbia" e "Io come io") e una frenetica attività live in cui il pubblico venne letteralmente inondato di decibel, il gruppo si espande con l'entrata del tastierista pescarese Franco di Sabbatino (ex "Il paese dei Balocchi") ed entra nel "giro" del composittore Luis Enriquez Bacalov, come sempre in vena di grandi progetti.

Nasce così "Contaminazione", una lunga suite di 40 minuti e 13 movimenti, ispirata al "Clavicembalo ben temperato" di, in cui il rock del Rovescio viene mutuato dall'orchestra classica di Bacalov, complice il chitarrista del Rovescio, Enzo Vita.
Ne esce fuori un disco che più barocco di così non si può, ma neppure particolarmente geniale: l'avevano già fatto i Moody Blues, i Deep Purple e qui in Italia i New Trolls e gli Osanna (sempre con Bacalov). Almeno però il risultato sarà molto superiore, perlomeno in termini tecnici.

rovescio della medaglia contaminazione
I testi, nobilitati dalla penna di Sergio Bardotti, sono ispirati alla leggenda (inventata) di un oscuro musicista scozzese del 700, tale Somerset, oggetto di diversi casi reincarnazione e ossessionato da Bach di cui si credeva il ventunesimo figlio.

L'album, pubblicato dalla RCA nel 1973, si presenta immediatamente come un miracolo di produzione. Di fatto, oltre all'azzeccata veste grafica ad opera dello Studio Impiglia-Mancini, il disco è in effetti un capolavoro di incisione, considerati i mezzi di allora : è sufficiente appoggiare la puntina su qualsiasi solco, per poter apprezzare la maestria del mixaggio di Franco Finetti che restituisce in maniera completa e dinamica, tutto lo spettro sonoro dei numerosi strumenti acustici ed elettrici.
Un lavoro iper-professionale che soltanto una grande discografica poteva realizzare ad un tale livello qualitativo.

Da un punto di vista analitico, sono anch'io (come in molti) dell'idea che non si possa recensire l'opera, se non come un solo blocco sinfonico.
A parte qualche caso isolato infatti (es: "Alzo un muro elettrico"), il disco si presenta strutturalmente omogeneo e, non a caso, non ne verrà estratto alcun 45 giri.

Andando poi per gradi evidenzierei soprattutto questi aspetti:

contaminazione
- Compattezza ed equilibrio laddove i "pieni e i vuoti" creati dall'arrangiatore vengono largamente valorizzati dalla risposta dinamica dell'incisione.
- Grande
disinvoltura nell'esecuzione, cosa che rende il prodotto omogeneo e gradevole.
- Sostanziale
assenza di limitazioni stilistiche che ha come risultante la valorizzazione delle singole doti strumentali dei musicisti.
- Grande
omogeneità tra strumenti acustici ed elettrici che rende il "sound" complessivo unico ed originale per il panorama Italiano.
-
Infine: parti vocali e corali mai invasive ma calate armonicamente nel racconto musicale.

"Contaminazione" vendette molto e sarà decisamente tra i lavori "rock" più acclamati di Bacalov al punto che ne verrà incisa anche una versione in Inglese ("Contamination") nella speranza di esportare il lavoro all'estero.

I fan del RDM resteranno invece a lungo divisi tra il partito dei favorevoli al nuovo disco, e coloro che avrebbero preferito il perseverare della "linea dura" o, al limite, un'esecuzione più spontanea e meno perfezionista.

Purtroppo, non ci sarà tempo per un nuovo lavoro chiarificatore: nel 1973 il gruppo subisce il furto dei suoi preziosissimi strumenti e, dopo qualche mese di agonia si scioglie.
Si riunirà 13 anni dopo, ma senza quella magia che lo ha reso uno dei più importanti gruppi Pop italiani degli anni '70

Buon viaggio al nostro Joe Vescovi !

Non mi piace il termine: "riposa in pace". L'ho sempre associato alla noia.
Specie per quelle persone che in vita non amavano riposare mai,
e il cui costante impegno per l'arte ha dato tanto a tutti noi.
Per questo: "Buon viaggio Joe".
Noi progressivi sappiamo che tu te la saprai sempre cavare.
E grazie. Davvero grazie di tutto.

Delirium: Dolce acqua (1971)

La repubblica rock progressivo italianoCentocinquantamila lire (sue giù 80 euro). Questo fu il costo che, alla fine degli anni '60, il giovane Ivano Fossati dovette sostenere per dotarsi di una chitarra elettrica e di un amplificatore semiprofessionale acquistato da "Ramella" in Via San Luca a Genova. Un negozio che vendeva indistintamente elettrodomestici e strumenti musicali.

E fu probabilmente con quella attrezzatura che si presentò al "Christie's" di Genova - un locale molto in voga nei primi anni Settanta - e si unì alla band dei "Sagittari" dopo una breve esperienza con i Garybaldi.

I "Sagittari" però, erano un gruppo anomalo: con il loro nome originale giravano le balere di tutta Italia, mentre con quello di "Delirium" portavano avanti un discorso rock. Alla fine, per fortuna, prevalse il secondo che si concretizzò  nel 1971 sia con un contratto per la Fonit-Cetra, sia con un 45 giri di successo ("Canto di Osanna", scritto dallo stesso Fossati).

Poi, di lì a poco, arrivò anche il primo album "Dolce Acqua".

ivano fossatiCome per tutti i lavori dell'epoca, anche quello dei Delirium era cervellotico e complesso: "tutto ciò che poteva essere semplice veniva complicato sulla falsariga dei King Crimson" (cit. Fossati). Vero. verissimo.
Ma in ogni caso, il quintetto genovese, formato in maggioranza da grandi appassionati di Jazz, riuscì magicamente a tradurre la propria ingenuità giovanile in un lavoro straordinariamente organico e comunicativo sospeso tra rock, jazz e altri espedienti sonori.

Di fatto, "Dolce Acqua" si presentò come la risultante musicale di un gruppo solidissimo e coeso: ogni carenza strumentale veniva perfettamente bilanciata dall'entusiasmo collettivo. Ogni singola intuizione, pare venisse discussa e sviluppata collegialmente col risultato di vedere premiate tutte le singole personalità.

In più, qualunque trucco utilizzato (dal "Leslie" autocostruito con le scatole delle lavatrici agli anellini di metallo montati sulle corde della chitarra in modo da ottenere il suono del Sitar) veniva esaminato in comune e inserito nelle composizioni nella più efficace delle maniere possibili..
Risultato? Un album eccellente per sonorità, conflittualità ed in parte per innovazione.

Dolce Acqua 1971Su quest'ultimo punto occore però precisare che, anche lo stesso Fossati nel suo libro "Di acqua e di respiro" (Arcana Editrice, 2005), ammise una qualche somiglianza con "John Barleycorne" dei Traffic, ma poco importò allora perché, nell'Italia del 1971, un sound del genere non si era mai sentito.
E, a questo proposito, si passino anche le analogie tra "La tua prima luna" di Rocchi e "Johnny Sayre". Cose che capitano.

L'incisione del disco è pressocchè perfetta: gli strumenti sono tutti chiari e bilanciati, ottima la dinamica e tutte le frequenze sono proporzionate ben distinte.

La trama musicale fa risaltare tutte le qualità della band: dall'onnipresente flauto di Fossati (con una voce impostata ma ancora pastosamente di gola) alla vulcanica batteria di Peppino Di Santo. In più, emergono gli ampi ed importanti interventi della chitarra di Mimmo Di Martino.
Fluido ma più discreto il basso di Marcello Reale. Dissimulate ma essenziali le tastiere di Ettore Vigo, quasi a voler sottolineare l'aristocrazia dell'intero sound.

jesahelAll'ascolto insomma, l'album appare talmente omogeneo da non penalizzare nessuno dei brani in scaletta. 
Per inciso, per il 45 giri promozionale, vennero scelti la soave ballata "Dolce Acqua" e l'orecchiabile "Favola o storia del lago di Kriss" in cui si narra di un lago che voleva rompere i suoi argini per conoscere il mondo circostante.

Un anno dopo Dolce Acqua, sarà poi la volta del "boom" planetario di "Jesahel" (1972), successo che tuttavia, minò la coesione della band piuttosto che rafforzarla. Fossati abbandonò i Delirium - a suo avviso troppo smaniosi di produrre ulteriori successi - e li lasciò maturare un nuovo sound per conto proprio.
Ebbe certamente ragione, ma anche i superstiti non mancarono di regalarci ancora bellissime sorprese.

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