17/07/09

CI RIVEDIAMO A SETTEMBRE!

Dearest Sister and Brothers, come ogni anno anche Classic Rock va in vacanza.
Torneremo più forti che mai a Settembre per continuare ad esplorare il mondo del Prog Italiano, parlarne insieme e scambiarci i nostri preziosi punti di vista.
Vi ringrazio per quasta meravigliosa stagione passata insieme e vi auguro di trascorrere delle vacanze serene e rilassanti all'insegna del "sea, sex and sun", come diceva il poeta... anche per quelli che andranno in montagna o a visitare le città, come il sottoscritto.
Continuate comunque a scrivermi perchè, come sapete, vi tengo d'occhio da qualunque parte del mondo.
Un abbraccio enorme dal vostro JJ.




PS: VI CHIEDO UNA CORTESIA (PER CHI ME LA VUOLE FARE).

Dunque: JJ sta collezionando biglietti da visita di ristoranti cinesi da tutte le parti del mondo! So che vi sembra strano, ma la mia collezione deve arrivare ad almeno 80 biglietti da altrettante nazioni diverse. Poi vi spiegherò il perchè.

Per cui
: se andate all'estero o in qualche posto strampalato dove beccate un Ristorante Cinese, voi ci entrate, vi fate dare un biglietto da visita e poi me lo spedite. Me lo fate 'sto favore?
Chi non sa il mio indirizzo , me lo chieda pure privatamente.
Vi ringrazio in anticipo per questa follìa e vi rinnovo i miei più cari auguri di splendide vacanze!!!
JJ

(nella foto, un pezzo storico: il biglietto di un ristorante cinese in CINA!)

Alan Sorrenti: Aria (1972)

alan sorrenti aria 01A distanza di oltre 35 anni dal disco d'esordio, è davvero difficile oggi rendersi conto di quanto fosse innovativo Alan Sorrenti nel 1972.
Eppure a quei tempi, e per almeno due anni consecutivi, il cantante italo-gallese (classe 1950, nato a Napoli) non scese a compromessi con nessuno inventandosi uno stile canoro personalissimo ed emotivamente psichedelico.

E' certamente stato un abilissimo artista anche dopo il secondo album, ma molto più nel vendersi che nel cesellare situazioni inedite: probabilmente, Sorrenti aveva capito prima di molti altri che il Pop Italiano non sarebbe durato a lungo e comunque, fu evidente sin di tempi di "Dicitenciello vuje" che l'ambiente Prog cominciava a stargli stretto: il movimento lo ricambiò con la stessa diffidenza e lui prese la strada dei "Figli delle Stelle".

"Problemi alla voce", si disse allora. Non credo.

Accadde ad Alan semplicemente quello che accadde a tutti: si chiudeva un'era rivoluzionaria e se ne apriva un'altra di riflusso in cui un'Aria" o un Fetus non sarebbero stati più capiti e certamente, non attendibili commercialmente.

Le case discografiche si avviavano a diventare sempre meno sensibili all'innovazione e ciascun artista d'avanguardia doveva scegliere come reagire al crollo dei Festival Pop.
Ciascuno quindi prese le sue decisioni. In molti casi pagandone le conseguenze dal punto di vista della conflittualità alternativa.

alan sorrenti aria 02Aria però fu una vera ventata d'aria fresca e, ancora prima di far capolino sugli scaffali dei negozi, aveva attirato l'attenzione di pressocchè tutta la critica nazionale:
"Tutto ad un tratto sono entrato nel mondo di Alan, ne ho avvertito il canto dolce, il pianto amaro delle ironie, delle favole moderne che ci riportano ai lontani e preziosi simbolismi, tutta la strana e suadente comunicativa universale, la sete esistenziale."
Così scrisse Marco Ferranti sul Ciao 2001 del 27/8/1972.

Ma, oltre alla musica di cui parleremo tra poco, il "caso Sorrenti" esplose sicuramente anche in virtù delle sue scioccanti performances in cui la voce assurgeva a ruolo di strumento: cosa che non aveva paragoni in Italia se non per qualche spruzzata di Claudio Rocchi. Demetrio doveva ancora arrivare.
Il pubblico era letteralmente frastornato e per qualche anno la suadente voce del nostro fu allo stesso tempo il suo piatto forte, ma anche il suo carnefice: non sempre Alan venne capito e questo lo portò in fretta ad abbandonare il mondo della sperimentazione.

Prodotto da Corrado Bacchelli e Bruno Tibaldi e registrato agli Europa Sonor di Parigi, ai Sonic Studios di Roma e agli Seed Studios di Vallauris sulla Costa Azzurra con musicisti del calibro di Jean Luc Ponty, Albert Prince e Tony Esposito al meglio della sua capacità di improvvisazione, Aria si divide in due momenti distinti: una lunga suite psichedelica che occupa tutti i venti minuti del primo lato e tre canzoni di media durata sulla facciata opposta che ci presentano il lato più cantautorale dell'artista.

alan sorrenti aria 03Il capolavoro, va da sé, è la title track la cui tensione melodica dura dall'inizio alla fine della suite.
L'aria è ricondotta alla figura di una donna, prima cercata e poi amata dopo una crisi intermedia. In questo senso, l'amplesso finale è un orgia sonora senza paragoni.
I testi, ermetici e dal sapore esistenzialista, sono supportati da un canto le cui modulazioni sembrano esse stesse far parte della sezione armonica.
La magia della voce non è semplicemente limitata alla sua notevole estensione, ma anche allo straordinario dell'uso delle accentuazioni che evocano di volta in volta situazioni cosmiche in stile Canterbury o declamazioni stridenti che riportano l'ascoltatore ad una sorta di materialismo timbrico.
Le musiche sono arrangiate in modo tale da lasciare al canto il massimo spazio possibile: improvvisando per la maggior parte, ma contrappuntando anche con precisione i vocalizzi melodici.

Presuntuoso per molti, ma sicuramente geniale, l'album di Aria lasciò tuttavia anche spazio ad ambienti più accessibili come la ballata folk "Vorrei Incontrarti" (che si chiude con un incantatorio vocalizzo che parve quasi un omaggio al Tim Buckley di "Starsailor") e la dolce "Un fiume tranquillo" dove la tromba di Andrè Lajdli ricama note preziose su una voce che sembra ispirata al miglior Peter Hammill.
Curiosa anche la piccola ghost-track del finale che da un tocco di innovatività in più ad un disco già di per se unico nel nostro panorama italiano.

Straordinario innovatore del canto napoletano, modulando sino allo stordimento vocali che diventavano esse stesse "ragione d'essere" della melodia, Sorrenti lasciò sicuramente un segno indelebile nella musica italiana e qualunque giudizio sul suo periodo più commerciale, non svilirà mai una singola nota di questo suo straordinario capolavoro.

Un talento bruciato forse troppo presto dalle suadenti lusinghe del mercato.
Tanto meglio per Alan e tanto peggio per noi.

13/07/09

Gigi Pascal e la compagnia pop meccanica: Debut (1973)

Gigi Pascal 01Gigi D'Auria, in arte Gigi Pascal è un camaleontico cantante napoletano che ebbe una buona visibilità locale per quasi un ventennio a partire dal 1969, quando pubblicò il suo primo singolo da solista "Alla fine della strada" per la minuscola etichetta Danvox.
Lo stile originale era melodico e tale rimase fino alla sua ultime pubblicazioni note: il singolo "Un amore è nato già" inciso con il nome di "Gigi Pascal e i Nuovi Gemini" (etichetta Zeus, 1975) e l'album "Frammenti" con lo pseudonimo di Jaco (dischi Sorrano, circa metà anni '80).
Tuttavia, anche Pascal ebbe il suo momento Rock e, di fatto, l'unica parentesi per cui lo si ricorda nel mondo del Pop Italiano fu per il solo album "Debut", pubblicato nel 1973 con la sua "Compagnia Pop Meccanica".
Come per molti suoi contemporanei, Pascal non era rimasto indifferente al richiamo del Progressive e, per sperimentarlo di persona, aveva chiamato intorno a se quattro musicisti di cui il più noto era il batterista Fulvio Marzocchella, già turnista per Patty Pravo, Umberto Bindi, Nico Fidenco, Orietta Berti e, tra le altre cose, è attivo ancora oggi. Del resto del quintetto che prenderà il nome di "Compagnia Pop Meccanica", non si sa molto altro, eccetto che per i nomi degli altri tre componenti: Arturo (chitarra), Franco (basso) e Mario (organo).

Gigi Pascal 02Distribuito a scala locale e stampato in meno di 500 esemplari e quindi rarissimo, il 33 giri "Debut" viene pubblicato con un'interessante copertina argentata singola su cui però non compare praticamente alcuna informazione.
L'unica deduzione logica che si può trarre a prima vista, è solo che il disco non fu inciso per la consueta etichetta del Pascal da solista, la Zeus, ma per la misteriosa Fans Phonotype: il che, fa pensare non solo ad un'autoproduzione, ma anche al fatto che il contenuto musicale si distaccasse talmente tanto dai canoni melodici della Zeus che si suppone che questa non lo abbia voluto produrre.
In effetti, spulciando i 26 minuti dell'album qualcosa di particolare emerge da almeno quattro delle otto canzoni che lo compongono.
Si parte in sordina con "La tua voce" che, tra ampi tappeti di organo e una voce che è praticamente la fotocopia di Nico di Palo, paga un debito davvero troppo eccessivo ai primi New Trolls. E fin qui, la Zeus avrebbe anche potuto compromettersi.

Gigi Pascal 03Si cambia registro però, con il secondo brano "Ormai" dove affiora pur timidamente la genialità del gruppo: la vocalità ricorda la Formula Tre di Dies Irae, ma negli arrangiamenti iniziano a comparire timidi stacchi ritmici, qualche pennellata rock, dei cori e persino un micro assolo di batteria in forma di fill che introduce un breve finale che potrebbe essere l'imbastitura di una canzone di Mina.
"Fuga in Si minore" è invece il brano più Prog di tutto l'album in cui emergono sia le buone velleità classiche dell'organista Mario (io mi chiedo a questo punto chissà mai perché non se ne sappia neppure il cognome) e le non trascurabili doti del batterista Mazzocchella che questa volta ci regala un assolo molto più dilatato e interessante. Il tutto, condito a sprazzi da un minimo di effettistica (le onde del mare) utilizzata, tra l'altro, con equilibrio e discrezione.
Chiude il lato A la selvaggia "Crescente" che ci riporta nelle atmosfere psichedeliche degli anni '60 ma con una ritmica decisamente più indiavolata che alterna il canto di Pascal con dei notevoli fraseggi organo - chitarra - batteria.
Gigi Pascal 04Folle e veloce è anche la title-track "Debut" che centrifuga in porzioni di tempo relativamente brevi momenti melodici, rimbalzelli, citazioni barocche e grandi galoppate rock: tutte le sue parti non sono necessariamente originali o particolari, ma il loro assemblaggio è davvero degno di nota.
Con "Oriente" e soprattutto con "Un concerto", l'album però comincia ad appesantirsi sia per una certa coazione al ripetersi, sia per un indesiderato ritorno alla forma canzone più classica ("Un concerto") che, onestamente, poteva anche essere evitata.
La conclusiva "Io mi diverto" è infine la maestosa sommatoria di un disco certamente non fondamentale per il Pop Italiano ma dal sound perlomeno interessante.
Un buon esempio di come, anche un cantante votato alla melodia, potesse produrre musica meno supina al mercato, ed anche in maniera molto più convincente di quanto lo avessero fatto altri suoi colleghi più blasonati.

09/07/09

Balletto di Bronzo: Ys (1972)

balletto di bronzo ys 01NUOVA VERSIONE
A distanza di due anni dal disco d'esordio "Sirio 2222", i napoletani Balletto di Bronzo subiscono una vera e propria trasfigurazione fisica e stilistica con l'entrata in scena del tastierista Gianni Leone proveniente dal primo nucleo dei dissolti Città Frontale.
La trasformazione è radicale e, accanto allo stesso Leone, subentra anche il bassista Vito Manzari (ex "Quelle cose che") al posto dei più discreti Michele Cupaiuolo e Marco Cecioni.

Leone ha le idee chiare, la strumentazione adatta e un carisma talmente preponderante da traghettare tutto il sound del gruppo dal post beat psichedelico degli esordi al Prog più radicale.
Persino la stessa vecchia discografica RCA, spaventata dal nuovo corso della band, la cede volentieri alla Polydor che, nel frattempo si sta interessando sempre di più al nuovo Pop d'avanguardia (Latte e Miele, Mauro Pelosi, Bill Gray dei Trip) e non lesina nella produzione: copertina sontuosa con tanto di libretto interno, mixaggio molto sofisticato ad opera del noto fonico Gaetano Ria e collaboratori di prestigio tra cui il M° Mariano Detto del Clan Celentano.
Nota curiosa: tra le quattro coriste di studio, spicca anche una tale Giusy Romeo (poi Giuni Russo) destinata dieci anni più tardi a una brillante carriera solista.

balletto di bronzo ys 02Il nuovo parto del Balletto s'intitola "Ys" e già dal concetto di base si intuisce che si tratta di un lavoro ambizioso e trascendentale.
Il racconto descrive i tre personaggi incontrati dall'ultimo uomo sopravvissuto sulla terra prima dell'apocalisse: una figura straziata e agonizzante, il Cristo e probabilmente, la stessa figura della Morte.
Ad ispirare il tutto, la mitica città Bretone di Ys sulla baia di Finisterre, sommersa dall'Oceano Atlantico nel 444 a.C. per colpa, si dice, dell'imprudenza della giovane principessa Dahout che ne spalancò inopinatamente le chiuse esponendo la città alla marea devastatrice (una versione ante - litteram del disastro di Chernobil, se vogliamo).


Al di la della teoria però, ciò che consegnò il nuovo disco del Balletto alla storia, fu la sua rivoluzionaria architettura musicale che, pur se omogenea e rigorosa in senso classico, presentava una timbrica talmente destrutturata da rendere tutta l'opera assolutamente esclusiva per l'Italia del 1972 e probabilmente, anche a scala europea.
L'assenza di melodia è totale. Le voci iniziali, da cupe e funeree, sfociano in complesse polifonie su un tappeto di tastiere dissonanti e preziose cesellature di chitarra che sembrano prese in prestito dal miglior Robert Fripp. La ritmica è un frullatore incessante di sincopi e tempi dispari.
Persino gli stessi cori, che nell'accezione classica dovrebbero armonizzare la melodia, vengono invece utilizzati per confonderla e disarticolarla.
Il groove del disco alterna momenti elettronici ad atmosfere hard jazz in un continuum di evocazioni, allucinazioni armoniche, sequenze multiritmiche, citazioni barocche e narrazioni cantate. In altre parole: un rock progressivo allo stato puro.
Ogni singolo movimento, viene frammentato in più passaggi (che si sviluppano anche solo nell'arco di pochi secondi) che denotano non solo un'impressionante fantasia compositiva, ma anche una straordinaria abilità di assemblaggio sonoro.

balletto di bronzo ys 03I suoni sono costantemente diversificati soprattutto per merito dell'artiglieria di Gianni Leone.
L'epilogo che descrive l'apocalisse è un incrocio tra Bach e i Quartieri Spagnoli: quasi troppo bello per essere descritto e forse troppo difficile per essere apprezzato. Visuale oltre ogni limite.
Purtroppo, Ys fu "apocalittico" anche per lo stesso Balletto che cessò di esistere poco dopo, sopraffatto da dissidi interni, da una vita sregolata e soprattutto, deluso dalla sostanziale incomprensione con cui venne accolto il loro capolavoro.
Personalmente non credo che "Ys" abbia influito più di tanto sul panorama prog Italiano: pur ammettendo che fu certamente un'opera trasgressiva e praticamente unica nel suo genere, mi è sempre sembrato che fosse limitata ai suoi stessi pregi.
L'edonismo, l'esoterismo, la potenza tecnologica e l'avanguardia spinta ai massimi livelli, non bastano di per se a definire un percorso universalmente riconosciuto: ci vuole anche la comunicatività e Ys, di sicuro, non venne capito se non da pochissimi estimatori.
Certamente, molti gruppi non sono mai neppure lontanamente arrivati a lambire la bellezza di quell'opera, ma è altrettanto vero che le "perle rare",
non sempre sono così accessibili.

07/07/09

UNO: Uno (1974)

Tra tutti gruppi Prog italiani dei primi anni '70 che ricossero un certo successo in patria, gli Osanna furono gli unici nel 1974 a non aver ancora tentato la carta internazionale.
Probabilmente ciò accadde perché, proprio nel momento che sembrava più propizio per un lancio all'estero, la band era già praticamente disciolta e soltanto Elio D'Anna e Danilo Rustici si fecero carico di questa sfida
Battezzatisi "Uno", reclutarono il batterista Elio Valicelli (ex Silver e i Baci, Hellza Poppin e collaboratore di Osage Tribe, Claudio Rocchi e degli stessi Osanna in "Lanscape of life") e, snobbando i mezzi che la Fonit aveva messo loro a disposizione in patria, si recarono in Inghilterra per incidere l'unico album della loro carriera.
A questo punto, vuoi per la sua prestigiosa line-up, vuoi per i gloriosi percorsi pregressi o per il crescente strapotere del marketing, per un po' di tempo in Italia non si sentì parlare d'altro che di questo neonato trio di musicisti che godette di una produzione senza precedenti.
Nel giro di pochissimo tempo, la Fonit diede loro il massimo della disponibilità finanziaria e, a discapito di molti altri gruppi che avrebbero meritato altrettanta attenzione (es: i Procession che si videro drasticamente ridotto il loro budget), mise a disposizione del trio i prestigiosi Trident Studios di Londra, affiancò loro un language supervisor del calibro di N.J.Sedwick e coriste quali Liza Stike (entrambi dell'entourage dei Pink Floyd), fece curare la grafica dell'edizione inglese nientemeno che dallo studio Hipgnosis, pubblicò il disco in mezza Europa e attivò un battage mediatico mai visto prima.
In altre parole, stando ai pruriti della nostra discografica nazionale, il disco degli "Uno" avrebbe dovuto essere un successo planetario ancora prima di essere immesso sui mercati.
Ma non fu così.

L'album infatti, pur essendo formalmente gradevole e tecnicamente molto ben curato, si scontrò impietosamente con l'impossibilità di restituirlo pienamente dal vivo, tanta era la disparità tra le ridondanti tecnologie impiegate in studio e la modestia numerica della line up.
Essendo solo in tre (batteria, fiati, chitarra o tastiere), era infatti palese che in concerto gli Uno non potessero fisicamente restituire tutta la magnificenza delle sonorità ottenute in sala di registrazione, generando così un "gap" che non solo lasciò il pubblico interdetto (per non dire offeso), ma segnò rapidamente il declino della band.
A peggiorare la situazione, sembra anche che il gruppo avesse un notevole display scenografico, che però finì per acuire le disparità anziché appianarle.
Certo: a fronte di tanto dispendio economico verrebbe da chiedersi come mai per i concerti non fossero stati affiancati agli "Uno" almeno un paio turnisti in più, oltre al povero Danilo Rustici (ex "Cervello" e fratello di Corrado) a cui fu affidato l'ingrato compito di tappabuchi al basso e alla chitarra, ma questo non ci è dato di sapere.
Limitandosi all'ascolto comunque, ci si trova veramente davanti a un album perfettamente levigato, pur nella sua evidente deferenza al mercato straniero: ottima incisione, arrangiamenti impeccabili, sonorità curate al limite della maniacalità e grande risalto alle capacità tecnico-esecutive dei musicisti.
Tutti e sette i brani godono di un sound ampiamente forgiato su misura per l'evidente scopo commerciale: raddoppi sul flauto, cori sontuosi, grande dinamica acustica e una voce straordinariamente cristallina e ben bilanciata, con qualche neppure troppo malcelato riferimento al Vittorio de Scalzi di Ut.

Ciò che resta nel cuore dopo tanta manifestazione di prestanza tecnica però, è solo una briciola di quel che furono gli Osanna e appena un soffio di quello che avrebbero voluto essere gli Uno: troppo tronfi nel portafoglio e troppo modesti nella resa.
E presto se ne resero conto anche loro.
Malgrado le vendite confortanti, il disco non coprì gli investimenti della produzione e sia D'Anna che Rustici se ne tornarono in Italia con le pive nel sacco a coltivare progetti più verosimili.
Va da sé che il movimento non gradì affatto il lavoro esterofilo dei due ex Osanna e tutta l'avventura degli Uno cadde presto nel dimenticatoio.
Se è vero che "i soldi non fanno la felicità", questo episodio del nostro Pop ne fu la dimostrazione più lampante.

06/07/09

Osanna: L'Uomo (1971)

osanna l'uomo 01Se parlando del primo lavoro del Balletto di Bronzo abbiamo usato i termini "fantasia" e "contaminazione", per l'opera prima degli Osanna dovremmo fare altrettanto ma elevando tutte le qualità all'ennesima potenza.
A differenza di "Sirio 2222" infatti, le sovrapposizioni stilistiche che stanno alla base dell'album "L'uomo" sono talmente copiose e diversificate, da far supporre di essere entrati un'era musicale completamente nuova.

Senza volermi addentrare in questioni tecniche, penso sempre che un tale livello di complessità appartenga quasi sempre a quelle aree geografiche che gli urbanisti chiamano "a comunicazione articolata e mista": dove cioè, tutte le istanze socioterritoriali entrano in conflitto formando nuove identità e culture. Per esempio: Genova, Roma, Milano e, Napoli.

Difficilmente gruppi nati in sistemi più semplici, hanno bagagli creativi così estesi: nel migliore dei casi si inventano modelli astratti e, nei peggiori, imitano quelli già confezionati.
Napoli però è la città degli eterni passaggi, un po' come Rio de Janeiro: tra i suoi vicoli affollati è praticamente automatico che si producano incroci, tensioni, conflitti, paure, desideri, novità: là è nata la nostra tradizione melodica e sempre là è stata messa in crisi e in questo senso, gli Osanna furono tra i principali innovatori del Pop Italiano degli anni '70.

osanna l'uomo 02La loro origine risale in piena era beat quando nella zona del Vomero impazzavano i Volti di Pietra: Lino Vairetti, voce; Carlo Fagiani, batteria; Enzo Petrone, basso e Lino Ajello alla chitarra. Mutato il nome in "Città Frontale" (dal un libro dello scultore astrattista siciliano Pietro Consagra), la band subisce, a partire dal 1969, un sostanziale rimpasto che non solo la porterà a formare il primo nucleo degli Osanna, ma abbraccerà in due anni la storia di tutto il prog napoletano: Fagiani viene sostituito da Massimo Guarino, Petrone abbandona a favore di Lello Brandi e Lino Ajello passa al "Balletto di Bronzo" per far posto a Danilo Rustici. Sarà brevemente della partita anche il tastierista Gianni Leone (anch'egli futuro Balletto), il cui avvicendamento con il sassofonista Elio d'Anna, proveniente dagli Showmen di James Senese, stabilizzerà definitivamente la formazione.
Il primo impatto col pubblico è notevole sia in termini di consenso popolare che di critica, e consacrerà gli Osanna come una delle migliori formazioni del Festival Pop di Caracalla. Di fatto, la novità del gruppo non è rappresentata
soltanto da un'inedita mistura mediterranea di rock, hard e prog, ma anche da una presenza scenica estremamente voluta e riconoscibile che diventerà immediatamente uno dei loro marchi di fabbrica: volti dipinti, lunghi vestiti di stoffa e un live act degno della migliore Commedia dell'Arte.
Con un background del genere, va da sé che il gruppo venga immediatamente reclutato dalla casa discografica di stato, la Fonit, e lanciato in grande stile con uno splendido apripista: il singolo "L'uomo / In un vecchio cieco".
Il successivo 33 giri sarà la logica risultante di questi affascinanti percorsi umani ed artistici.

osanna l'uomo 03Dotato di una raffinatissima veste grafica, il disco è per la maggior parte crudo, rabbioso e fortemente virato all'hard rock ("Mirror Train", "Non sei vissuto mai"), senza però alienarsi ampi spazi melodici ("L'Uomo", "In un vecchio cieco" "L'amore vincerà di nuovo") sempre nobilitati e personalizzati dal particolare uso dei fiati di D'Anna e dai riff hard blues di Danilo Rustici.
Quest'ultimo s'inventa anche un filtro personalizzato per la sua chitarra : il "probelectronic audio oscillator".


Cantato sia in Italiano che in Inglese, l'album riscuote un successo tale che risulterà difficile trovargli delle pecche se non per qualche eccessivo richiamo ai Jethro Tull nell'uso del flauto.

Di ben diversa qualità, sarà invece l'evocazione del compianto Jimi Hendrix che viene omaggiato con una breve versione elettrica di "Bandiera Rossa" che mandò in visibilio tutto il pubblico del nascente movimento Underground.
Estremamente attivi dal vivo, gli Osanna sono dunque da considerarsi sin dagli esordi una realtà della musica Pop Italiana e questo non solo per la qualità della loro musica, ma soprattutto per quell'impegno visuale, creativo e sociale che nobiliterà gran parte della loro carriera.

Se l'"Uomo" lascia ancora spazio a qualche ingenuità propria degli esordi, i due lavori successivi "MIlano Calibro 9" e l'eccellente "Palepoli" fugheranno ogni perplessità.