20/05/2007 - 20/05/2016: Cinquecento Post, Nove anni insieme!

John's Classic Rock
Dearest Sisters and Brothers,

oggi ricorrenza doppia perché questo è il CINQUECENTESIMO POST pubblicato su John’s Classic Rock che oggi compie la bellezza di NOVE ANNI esatti!

Mai più quel 20 maggio del 2007 mi sarei aspettato di arrivare a tanto. Per cui, permettetemi di essere un po' autocelebrativo.

Per prima cosa però, GRAZIE DAVVERO A TUTTI !!! Per aver letto queste pagine, per l'affetto che mi avete riservato, per i vostri interventi, e per le lunghe chiaccherate che ci hanno accompagnato per ben oltre 3.200 giorni.

GRAZIE dunque alle lettrici e ai lettori, a tutti i frequentatori e i followers con molti dei quali ormai si è instaurato un bellissimo rapporto d'amicizia, agli addetti ai lavori e ai giornalisti che mi hanno tributato la loro stima, ai colleghi blogger e collezionisti con cui ci siamo scambiati pareri e informazioni e, last but not least, a tutti i grandi artisti che sono intervenuti con le loro preziose testimonianze.

Naturalmente, un ringraziamento particolare anche alla piattaforma di Blogger che ha reso tutto questo possibile. Un percorso iniziato con un timido post sul primo album di Battiato, e che oggi celebra il mio 500° intervento su un sito che sta per raggiungere la quota di due milioni e trecentomila pagine viste.

Abbiamo discusso tanto. Molto c'è ancora da dire, e state certi che farò sempre del mio meglio per divulgare quello straordinario periodo storico che furono gli anni Settanta, e soprattutto la sua musica: il Rock Progressivo Italiano.
Magari non posterò più con la frequenza di una volta, magari non saranno sempre schede inedite ma miglioramenti di quelle che sono tuttora deboli, ma sapete com'è ... in nove anni si cambia e si cresce. Di sicuro, la strada continua... e la lotta anche..

Per il momento dunque: AUGURI CLASSIC ROCK! e IL PIU' GRANDE ABBRACCIO A TUTTI VOI!

 Come sempre vostro,
 JJ John

Gianfranco Manfredi: Zombie di tutto il mondo unitevi (1977)

Ultima spiaggia
Con il Festival del Proletariato Giovanile di Re Nudo del 1976 si chiuse per sempre la stagione della Controcultura
Da quel momento in poi infatti, fu evidente che non si poteva più proseguire sulla strada tracciata negli anni precedenti e nulla sarebbe più tornato come prima.  
Disincanto e separatismi avevano ormai dilaniato un’intera generazione di militanti, e di lì a poco il riflusso neoliberista avrebbe richiesto ben altre strategie di opposizione

Un trauma che investì anche quel pop italiano che aveva proliferato all’interno del Movimento, e spesso se ne era fatto interprete attraverso un percorso creativo durato almeno otto lunghi anni. Sin quando cioè, le sue sofisticate architetture dovettero cedere il passo all’ironia iconoclasta del Movimento del 77 e all’immediatezza violenta e rabbiosa del punk

Tornando comunque ai mesi successivi al giugno 76, furono in molti a chiedersi il perché si fosse arrivati sino a quel punto, ma non sempre sapendo cosa rispondere, anzi: il dibattito fu talmente sofferto e complessso da occupare un intero numero speciale di Re Nudo

E vi contribuì anche il cantautore Gianfranco Manfredi, già da tempo raffinato lettore dei mutamenti sociopolitici in corso, condensando in un solo Lp tutti gli scenari, le aspettative, le delusioni e le contraddizioni che trasformarono un grande sogno in una bruciante sconfitta.

Zombie di tutto il mondo unitevi  1977L’album in questione era Zombie di tutto il mondo unitevi (Ultima Spiaggia, 1977), lucido ritratto di pratiche e soggettività proprie dei primi anni Settanta, ma anche impietoso nel raggranellare i cocci di quegli “zombie” che nella rivoluzione ci avevano creduto sul serio, e ora si sentivano lasciati soli a se stessi. 

Ed è proprio questa solitudine interiore e politica che produrrà l’Ultimo Mohicano: militante con ancora in mano il suo ultimo sanpietrino che chiede all’amico spazzino dove siano finite le barricate e la madama in assetto di guerra: Non ci sono più, dove le han portate?” 

La speranza in una ricomposizione impossibile è invece protagonista di Nella Diversità in cui si auspica come, superando i fatti del Lambro, le divergenze tra Autonomia e Movimento possano ricompattarsi in una collettivizzazione contro merci, martiri, santi ed eroi.  Purtroppo invano.

Ciò che però rese epocale l’album di Manfredi, furono sicuramente i due brani più ricordati: Un tranquillo festival pop di paura e Zombie di tutto il mondo unitevi. 

Il primo, scritto insieme a Ricky Gianco, è un circostanziato e fedele affresco scevro da qualunque ipocrisia sui giorni del Festival. Anzi: quasi un reportage, ma esteso sin dentro le coscienze. Un poster di umanità, diversioni e solitudini che confluirà in una tormentata cosapevolezza: “abbiamo fatto il punto, e niente è come prima”. 

È però "Zombie" il vero capolavoro del disco: cinque minuti densi e crudeli in cui le tipiche rime manfrediane si dipanano su un tappeto sonoro liquido e avvolgente, quasi fosse un mantra

Festival del parco lambro 1976
Un continuo alternarsi di nitide analisi politico-esistenziali e di pura poesia che non si limitò soltanto a restituire un passato ormai dismesso (quello degli "zombi proletari che solo nel silenzio sanno illudersi uguali"),  ma si aprì nei versi finali ad una straordinaria quanto inaspettata solarità:

 “Oltre questa storia ce n'è una più bella. E non è la memoria, non è la nostalgia […] È la storia segreta, la storia parallela. Là dove íl nostro inverno, diventa primavera”

Registrato negli studi milanesi della Ricordi tra il 18 aprile e il 5 maggio del 1977, Zombie di tutto il mondo unitevi sarebbe stato l’ultimo e il miglior disco incentrato sulla fine di un’epoca, prima che la repressione poliziesca e l’urbanistica silenziassero e inghiottissero intere metropoli con tutto il loro carico di creatività, intelligenza e conflittualità
Un album che senza parafrasi è un pezzo di storia, e come tale va ascoltato e letto. 

Per inciso, alla sua realizzazione collaborò il fior fiore dell'avanguardia di allora, ma anche molti musicisti fuoriusciti dal prog. Qualche nome: Gianluigi Belloni, Julius Farmer, Claudio Bazzari, Mauro Pagani, Roberto Colombo, Lucio Fabbri, Massimo Luca, Claudio Pascoli, Gianna Nannini, Ivan Cattaneo, Toni Esposito e naturalmente, il fedele amico Ricky Gianco.

Fili D'Erba: Fili D'Erba (1972)

rock prograssivo italiano
QUANDO LA PRODUZIONE FA LO SGAMBETTO...

Quando dal 1970 il pop italiano cominciò ad imporsi su scala nazionale, centinaia di gruppi tentarono di cimentarsi in quel nuovo genere così suggestivo e complesso: alcuni con risultati notevoli, altri in modo meno convincente non possedendo i codici atti ad interpretarlo (Dik Dik, Equipe 84, Gruppo 2001 ecc.) oppure non essendo riusciti a staccarsi del tutto dal beat anni Sessanta (es: I Santoni, e La Grande Famiglia). 

Stesso discorso vale per il mondo delle discografiche dove, parallelamente all’affermarsi di alcune etichette specializzate quali Bla Bla, Trident, Magma e Cramps, si scatenò una vera e propria caccia all’artista pop. Talora con audace spirito innovativo come nel caso della Derby per i Triade o della Picci per i Seconda Genesi, ma a volte facendo disastri come la Italdisc con i Fili D’Erba

Fondata nel 1956 da Davide Matalon, ex direttore artistico della Cgd, la Italdisc si fece subito notare per il suo spirito innovativo, cavalcando l’onda del neonato rock’n’roll italiano e producendo artisti di gran classe quali Ricky Gianco, Roberto Vecchioni, ma soprattutto Mina Mazzini (allora Baby Gate), che proprio grazie a Matalon inanellò una serie di successi dagli indotti stratosferici. 

Nel 1963 però Mina passò alla Ri-Fi, in capo a qualche anno la spensieratezza degli anni Sessanta cedette il posto a rivendicazioni e pragmatismi, il pubblico cambiò radicalmente, e all’alba del decennio successivo anche per la gloriosa Italdisc venne il momento di tirare le somme: o adeguarsi ai tempi, o chiudere. 

prog italiano 1972
Alché, nel 1972 Matalon decise di tentare la carta del pop, e a questo punto entrarono in gioco i Fili D’Erba, gruppo formatosi a Milano nel 1971 e composto da quattro musicisti già piuttosto esperti: il bassista Frank Del Giudice che si era fatto le ossa in Canada collaborando tra gli altri con Dave Clinton Thomas dei Blood Sweat & Tears; il chitarrista Lino Liguori, fratello del celebre jazzista Gaetano e imparentato con Gegè di Giacomo, nota spalla di Renato Carosone, il batterista Jean Pierre Olivas che aveva militato nell'orchestra di Perez Prado, e il tastierista classico Paolo Moderato

Attivissimi dal vivo nel Nord e nel Sud Italia, ma anche in Svizzera dove condivisero una tournee teatrale coi Pooh, i quattro suscitarono ben presto l’attenzione della manager italo-egiziana Dina Piattoli della Chappel Music la quale, dopo aver ascoltato due loro provini per un potenziale 45 giri That's my life / I want you back, li apprezzò al punto da dirottarli proprio da Matalon per registrare un intero Lp
Nacque così nell’aprile del 1972 Fili D’Erba: album di undici brani prodotto da Renato Pareti e registrato su otto piste dal fonico Alberto Trevisan, lo stesso che cinque anni dopo si sarebbe occupato della Pentola di Papin. Otto i pezzi originali e tre le covers tra le quali spiccava Il Cieco: versione italiana di Jo’s Lament di Rod Steward su testo di Roberto Vecchioni e dello stesso Pareti

Il disco invero non fu propriamente d’avanguardia, anzi: fatta eccezione per Confusion e V.i.p. (che da sole valgono comunque l’intero l’album), esso apparve più come un collage poco omogeneo, stilisticamente ondivago, e spesso datato sia come sound che come testi. 

recensioni rock progressivo italiano
Però, si trattò anche di un lavoro solido, professionale, molto ben eseguito, e che tra l’altro la band promosse massicciamente all’interno del cicuito controculturale: partecipando a numerosissimi festival Pop in tutta Italia accanto a nomi storici del prog quali Delirium, Banco, Osage Tribe, Capsicum Red, Teoremi e Numi, e persino ad un singolare concerto per i detenuti del cacere minorile Beccaria di Milano. 

Ma allora: cosa non funzionò al punto di riconsegnare i Fili d’Erba all’anonimato
Stando a Frank Lo Giudice, la causa principale fu al 90% la produzione di Renato Pareti: un compositore leggero (Donna Felicità per i Nuovi Angeli; Mister Amore per Toni Dallara) e poco avvezzo al rock, che non solo impose a Frank un modo di cantare a lui inadeguato, ma non si occupò nemmeno di spingere il disco. 
Si aggiungano poi gli esigui investimenti della Italdisc, ed ecco perché i Fili D’Erba furono lasciati a se stessi. Insomma, un’occasione sprecata

In fondo il gruppo possedeva tecnica, intuito, perseveranza, ed anche una certa consapevolezza per bypassare i limiti del loro primo album, e come nel caso dei Flashmen, anche a loro sarebbero bastate un po’ più di fiducia e sicuramente una produzione più oculata

Si ringrazia per le immagini il SITO UFFICIALE DEI FILI D'ERBA

I Flashmen: Pensando (1972)

Rock progressivo italiano
UN PICCOLO GIOIELLO, MA SENZA EREDI

Il quartetto cremonese dei Flashmen  si forma intorno al 1967 intorno a Silverio “Silver” Scivoli, tastierista carrarese già esibitosi dal vivo con I Corvi prima del loro debutto discografico

La band, il cui nome deriva dal film Flashman (1967) del regista Luciano Martino, propone un beat melodico non particolarmente originale, ma quanto basta per attirare l'attenzione della Decca (all’epoca discografica dei Delfini, del debuttante Julio Iglesias, ma anche dei Rolling Stones), che nel 1969 pubblica il loro primo 45 giri Il mondo aspetta te.

Il disco fa cilecca, e a quel punto, essendo già piuttosto conosciuti nelle sale da ballo, i quattro musicisti decidno di affidarsi alla Kansas di Miki Del Prete, etichetta più affine alla musica leggera con la quale rimarranno per ben cinque anni in compagnia tra glia altri di Camaleonti, Capricorn College ed E.A.Poe 

Arrivano così i primi due 33 giri Cercando la vita e Hydra, più quattro nuovi singoli: sempre in stile easy listening, ma con un crescente impiego di sonorità più complesse che raggiungerà il suo apice nel 1972 con l’Lp Pensando, ritenuto unanimemente il capolavoro del gruppo, ma curiosamente anche l’unico album che si spingerà oltre il pop melodico

E in effetti, ascoltandolo, si resta davvero sorpresi nell’appurare come sin dalla prime note, il sound tipicamente mellifluo dei Flashmen abbia lasciato il posto a un rincorrersi di atmosfere gotiche (Ingresso; Maria), hard blues (Ma per colpa di chi), rock (Ma pugno di mosche; Fortuna E mente), progressive (Sogni e delusioni; Sortita), e persino ad una bossa in salsa psichedelica (Amo mia madre). 

1972 - PensandoE non mancano neppure i riferimenti. In Un pugno di mosche si intravedono i primi Alluminogeni - specie per la somiglianza della voce di Scivoli con quella di Patrizio Alluminio – e in certi passaggi di tastiera sembra persino di cogliere qualcosa degli Jacula e dei New Trolls al culmine della loro acidità (Qualcosa per sognare). 

Un prodotto notevole insomma, ulteriormente avvalorato da un’esecuzione limpida e decisa, da un’incisione sopra le righe, dai testi graffianti e moderni, nonché solido e originale nella sua struttura di dieci brevi canzoni racchiuse tra un Ingresso e una Sortita, proprio come nei migliori concept album

Diciamo quindi che, nella sua complessiva convenzionalità, le rarissime volte la Kansas decise di pubblicare lavori d’avanguardia come ad esempio Generazioni degli E.A.Poe, centrò pienamente il bersaglio. Questo anche se, per un motivo o per l’altro, non riuscì mai a dare alla sua piccola scuderia progressiva un minimo di visibilità, lasciandola alfine in balìa di un mercato notoriamente impietoso nei confronti dei gruppi minori. 

E di fatto, anche se i Flashmen parteciparono a diversi Festival Pop tra cui il Davoli Pop del 72 a Reggio Emilia, non riuscirono mai ad imporsi nel circuito alternativo, tornando ben presto al sound delle origini.

Un vero peccato perché Pensando fu un album perfettamente allineato a quella sete di nuovo ad ogni costo che pervase il 1972, e forse, un minimo di soddisfazioni in più avrebbe potuto convincere il gruppo a proseguire sulla strada del rock . Magari perfezionando quelle carenze di cui Pensando evidentemente soffriva. 

Pensando 1972Un eventuale secondo disco prog dei Flashmen, per esempio, avrebbe potuto sviluppare meglio le intuizioni più forti, magari in forma di suite. Evitare quelle fastidiose dissolvenze in uscita tipiche dei brani da juke box sostituendole con chiusure più decise come in uso nella musica classica. Stemperare poi le reminescenze underground a favore di una maggiore comunicatività, anche in senso politico, perché no? Del resto, che lo si voglia o no, nel 1972 tutta l’avanguardia stava andando in quella direzione. 

Tutte migliorìe che non sarebbero state difficili da realizzare considerando l’abilità e l’intuito dei Flashmen, ma chissà: forse prevalsero motivazioni di sopravvivenza commerciale, forse il gruppo si rese conto di non potere (o volere) tenere il passo con la velocissima evoluzione del prog italiano, o forse ancora, si accontentò di dimostrare, anche per una volta soltanto, di essere stati in grado di affrontare il “nuovo che avanzava” alla pari se non meglio di certi loro colleghi ben più blasonati. 

E in effetti, se paragonato a Id dell’Equipe 84, a Suite per una donna assolutamente relativa dei Dik Dik, ma anche a molti altri lavori contemporanei, Pensando merita ancora oggi tutte le note d'encomio gli vengono tibutate da qualunque appassionato di Pop italiano..

JJ John su Vinile

Dearest Sisters and Brothers,

Sprea Editoredal 25 Aprile 2016, oltre che qui su Classic Rock,
troverete il vostro JJ John anche in tutte le migliori edicole
nella rivista VINILE: edita da Sprea Editore,
diretta da Michele Neri, e coordinata da Maurizio Becker.

Una pubblicazione dalla grafica imperiale, i cui contenuti soddisferanno senza alcun dubbio chi ama l'ottima musica, il prog, le rarità discografiche, il vintage, le nuove tecnologie, ma soprattutto la buona lettura... naturalmente su carta stampata. Ci vediamo dunque in edicola,

Vostro,
JJ John


I Numi: Alpha ralpha boulevard (1971)

Alpha Ralpha boulevard 1971
 IL "NUOVO AD OGNI COSTO" CONTAGIA ANCHE LA PROVINCIA PAVESE
 NUOVO COMMENTO DEL BATTERISTA FURIO SOLLAZZI - 29 APRILE 2016

Se il biennio 69-70 vide il pop italiano sostituirsi gradualmente al beat, il 1971 fu invece l’anno in cui il rock progressivo iniziò ad imporsi sul mercato discografico, e diventare così il principale riferimento musicale sia per l’Underground che, in generale, per la galassia giovanile antagonista

New Trolls, Orme, Alluminogeni, Osanna, Nuova Idea, Delirium, Formula Tre, Giganti, Trip, la PFM di “Impressioni di Settembre” e Claudio Rocchi furono tra nomi più in vista, ma anche il sottobosco musicale, all’epoca brulicante di artisti in transizione tra passato e futuro, si rivelò altrettanto proclive nei confronti del “nuovo ad ogni costo”: dai Panna Fredda ai Raminghi, dal Rovescio Della Medaglia ai Numi di cui parleremo tra poco. 

Almeno nel primo quadriennio del pop, tuttavia, questo passaggio non fu né improvviso né radicale (come ad esempio quello che si sarebbe verificato tra il 72 e il 73), quanto semmai un processo graduale in cui ciascun artista contribuì a modo proprio a rinnovare il panorama musicale italiano: di norma con uno stile creativo-desiderante, ma a volte anche piuttosto naif. 
Del resto, tra il 69 e il 72 il beat italiano aveva ancora molte sacche di resistenza; musica e politica viaggiavano su binari paralleli e la lotta di classe non era ancora patrimonio delle avanguardie musicali. 
Per cui non c’è da sorprendersi di come alcune produzioni di quel periodo suonassero fluide e sognanti pur nella loro modernità. Ed è in questo contesto che si colloca il primo album dei Numi: quintetto formato nel 1967 a Pavia dal bassista Paolo Buccelli e dal batterista Furio Sollazzi sulle ceneri di tre gruppi beat della zona: I Solitari, Gli Spettri e Gli Imprevisti

Alpha ralpha boulevard
Cortesia: archivio Furio Sollazzi
Dedito inizialmente a covers di gruppi rock angloamericani, il gruppo cambiò decisamente registro nel 1971 quando, rimpastata la formazione originale, venne messo sotto contratto dalla Polaris di Bruno Pallesi (la stessa dei Chetro & Co.) grazie all’interessamento del fisarmonicista Mario Battaini che lo aveva visto suonare al Napoleon Club di Lodi. Unica condizione: produrre solo materiale originale e in lingua italiana.

"Panico totale!” ricorda Furio Sollazzi in un’intervista ad Augusto Croce del 2003. E in effetti, a meno di un mese dalle registrazioni, i ragazzi non solo non avevano materiale del genere, ma neppure la minima idea di cosa portare in studio. 

Fortunatamente, il problema venne risolto da una delle personalità più straordinarie di tutta Pavia, ossia l’amico intellettuale-poeta-cantautore Guido Bolzoni (autore tra l’altro di Caravelle e Rudy per Mina), che mise loro a disposizione tutto il suo archivio di brani inediti: “Prendete quel che volete”, disse loro. 
Alché I Numi scelsero sette canzoni, le riarrangiarono a modo loro, e le immortalarono nel loro primo album Alpha Ralpha Boulevard, inciso in soli quattro giorni presso gli studi di S.A.A.R. di Pero (MI) sotto l’egida del fonico Franco Maurizio e del severissimo consulente musicale Guido Lamorgese. Per inciso, la bella copertina in stile Modigliani, fu firmata dal pittore Federico Kraft

Bolzoni, dal canto suo, gradì a tal punto gli arrangiamenti che non solo volle cantare egli stesso nella title track, ma intervenne con la chitarra wah-wah in Furma Materiae Progredientis, e ci mise pure un zampata vocale in chiusura di San Miguel. 

Guido Bolzoni
Cortesia: archivio Furio Sollazzi
Purtroppo, come sarebbe accaduto l’anno successivo agli Alluminogeni, anche il mixaggio finale di Alpha Ralpha non soddisfò gli interpreti: voce troppo alta rispetto alla base, bassi quasi inesistenti, e tutta un’altra serie di amenità che conferirono al prodotto “un suono terribile”. Ricorda ancora Sollazzi

Morale, dopo un atto di forza del gruppo che si barricò a chiave in sala d’incisione, il master venne corretto, e le mille copie dell’disco uscirono così come le possiamo sentire oggi: andarono esaurite in pochi mesi, rimasero a lungo nella top ten di Supersonic, e vennero supportate da una versione abbreviata di “325(nell’album durava sei minuti e mezzo), uscita in edizione juke box. 
Per inciso, I Numi non videro una lira dai diritti di Alpha, ma quella è un’altra storia.

Musicalmente, dicevo, è un album che non può considerarsi Prog, anche perché in quei primi mesi del 71 il progessive propriamente detto non esisteva o quasi. E’ però un disco per nulla trascurabile, considerati i tempi. Autorale, d’accordo, ma comunque madido di genialità e inventiva: dalla spinetta modulata in chiave rock, alla chitarra è filtrata dal Leslie. Dal phaser sul modello dei Three Dog Night, al piano preparato

Fu poi una delle prime collaborazioni tra un cantautore (Bolzoni) e una band (I Numi), e nondimeno mise in evidenza come, anche a livello provinciale, tutte le intelligenze creative sentissero l’esigenza di coalizzarsi contro le consuetudini. 

Era solo l’inizio di una grande avventura…

NOTA: IL BATTERISTA FURIO SOLLAZZI E' ANCHE AUTORE DELLO SPLENDIDO LIBRO SUI GRUPPI PAVESI DEGLI ANNI SETTANTA: "ROCK AROUND PAVIA" (SELECTA EDITRICE, PAVIA - 2008 - 480 pag.)

Alberto Radius: Carta straccia (1977)

L'EX CHITARRISTA DELLA FORMULA TRE SI RICONFERMA ANCHE DA SOLISTA

Tra il 1959 e il 1969 Alberto Radius aveva militato nei White Booster, nell’orchestra di Mario Perrone, nei Campanino’s di Gigi e Franco Campanino, nei Simon & The Pennies, e infine nei Quelli. Poi, una volta incontrato Lucio Battisti nel 1969, entrò nel giro della Numero Uno dando vita prima alla Formula Tre con Toni Cicco e Gabriele Lorenzi, poi, dal 74 al 75, al sestetto del Volo
In altre parole, nel 1976 il chitarrista romano poteva vantare su un curriculum tale da far invidia a ben più di un collega. 

Gli mancava però un’esperienza soltanto: un album solista che fosse davvero tutto suo in quanto il suo primo Lp Radius del 1972 (prodotto dallo stesso Battisti sotto lo pseudonimo di Lo Abracek), fu più che altro una raccolta di jam session tra amici: un disco tra l’altro, in cui l’ingerenza di Lucio fu tale da causare persino qualche litigio

Alché, quando Alberto decise di mettersi in proprio, fu chiaro che avrebbe dovuto cambiare tutto: musicisti, discografica e produzione. In più, visto che uno dei suoi principali desideri era quello di misurarsi con la canzone d’autore, cosa di meglio che non allearsi con due parolieri del calibro di Daniele Pace e Oscar Avogadro? Artisti che avevano già nel loro palmares canzoni a iosa, per non parlare della tagliente vena satirica di Daniele Pace con gli Squallor?

Nacque così nel 1976 Che cosa sei, prodotto per la CBS dagli stessi Pace e Avogradro, arrangiato da Franco Monaldi, e nobilitato da una splendida copertina del designer Mario Convertino. Tra i nuovi musicisti, il bassista jazz Stefano Cerri, e due coriste d’eccezione: Loredana Bertè fresca del successo di Sei Bellissima, e Marcella Bella, allora in classifica con una versione dance di Resta cu'mme

Formula Tre
L’album a dire il vero non fu propriamente un capolavoro, ma almeno la title track e Il respiro di Laura (uscite sul medesimo 45 giri) dimostrarono che il Radius-cantautore poteva funzionare. E anche bene.

Conferma ne fu il successivo Carta Straccia del 1977, considerato dalla critica il suo lavoro migliore insieme ad America Good Bye (1979) e Gente di Dublino (1982).

Di fatto, il nuovo Lp, oltre a inaugrare un sodalizio con la CGD che durerà ben sei anni, fu caratterizzato sia da un maggior equilibrio tra parti vocali e strumentali, sia soprattutto tra quelle acustiche ed elettriche, complici anche dei musicisti di tutto rispetto, dei quali almeno due provenienti dall’area progressiva: il batterista Tullio De Piscopo (ex NT Atomic System) e il tastierista Roberto Carlotto, in arte Hunka Munka

Il riscontro fu più che lusinghiero e, grazie alla spinta delle neonate radio e televisioni libere, anche il 45 giri Nel Ghetto/Pensami ottenne la sua buona dose di popolarità. 

Carta Straccia 1977Oltre però alle musiche e agli arrangiamenti dello stesso Radius, ciò che contribuì al buon esito di Carta Straccia furono i testi, sempre firmati dalla coppia Pace-Avogadro: comunicativi, accattivanti, ben più pragmatici del passato, ma anche più astuti che consapevoli. E questo, credo, fu l’unico motivo di contraddittorio del disco. 

E in effetti, a monte di un’apparente coscienza sociale e politica che abbracciava miti e disillusioni della generazione del ’77, le liriche soffrivano di un certa ambiguità ideologica
Un doppiogiochismo cioè, che all’atto pratico finì per essere odiato o amato indistintamente sia a sinistra che sul fronte opposto: furbi cripticismi interpretabili a piacere (“io non ho partito ma non voglio stare male e si arrangi chi ha paura del caviale”), citazioni marxiane (“da perdere ho soltanto le catene”), ed altre quali “la tua rivoluzione che non è mai la mia”, buona sia per Ordine Nuovo che per l’Autonomia Operaia
La stessa Nel Ghetto ad esempio, fu tanto gradita alle destre quanto ai Fratelli di Soledad che ne fecero una cover “militante”nel 1994. 

Diciamo insomma che, a fronte di una musicalità ormai solida e matura, Carta Straccia peccò sicuramente di ambivalenza intelettuale. Un neo che probabilmente non passò inosservato e che infatti gli stessi autori rimosseronei lavori successivi: concentrandosi maggiormente su tematiche sociali e interpersonali, pur senza rinunciare a quello spirito impressionista che rimarrà sempre e comunque la caratteristica di tutti i lavori el terzetto Radius-Pace-Avogadro. Dalle struggenti figure di Rose e Biancaneve nell’album Leggende, all’impietoso ritratto della società americana in America Good-Bye, straordinaria metafora in versi e musica del declino della scocietà occidentale.

E.A.Poe: Generazioni (storia di sempre) (1975)

rock progressivo italiano" Aver impedito a questo gruppo di fare un altro album, è stato un comportamento criminale"

Così, forse con un pizzico di esagerazione, il prestigioso sito progarchives.com concluse la sua scheda sugli E.A. Poe: un quartetto di Ornago (paese più bergamasco che milanese)
capitanato dai fratelli Giorgio e Bruno Foti (quest'ultimo detto Lello, allora quindicenne) che nel 1974 registrò per l'etichetta Kansas il suo unico album: "Generazioni (storia di sempre)".

Pur essendo totalmente sconosciuto a scala nazionale al punto che sino ai primi anni Novanta non si sapevano neppure i nomi dei suoi componenti, il gruppo era già attivo dal 1967
sotto il nome di Spacemen come backing band di un certo Angelo.

Nel 1970, tramutato il nome in “E.A.Poe”, gli stessi quattro musicisti proseguirono per almeno quattro anni una costante attività dal vivo proponendo pezzi di Grand Funk, Deep Purple e Led Zeppelin, e un repertorio proprio che sarebbe stato successivamente incluso nel loro Lp.
Finalmente, nel 1974 arrivarono sia il contratto con la Kansas - discografica specializzata nel genere melodico e già label dei Camaleontisia il relativo album che fu dato alle stampe in circa 500 copie nel gennaio del 1975, anche se
label del disco riporta invece l'anno precedente.
Questo perchè, probabilmente, la discografica prevedeva di fare uscire l'album entro il 1974, ma evidentemente vi fu qualche contrattempo.

Sfortunatamente, il disco cadde nell’indifferenza generale al punto di diventare nel corso degli anni, uno più rari esistenti sul mercato italiano.
Peccato perchè, in effetti, gli E.A. Poe sarebbero stati degni di maggior considerazione e sicuramente avrebbero potuto raccogliere qualche soddisfazione in più.


Edgar Allan Poe GenerazioniIn effetti, “Generazioni” e un continuo stratificarsi di interessanti intuizioni musicali che, pur essendo in gran parte debitrici al rock anglofono, vennero assemblate in maniera così originale da definire senza equivoci un vero e proprio “sound “ di gruppo.

 In “Per un anima” ad esempio, incontriamo un arpeggio di vago sapore Zeppeliniano misto ad aromi che potrebbero benissimo essere stati attinti dalla dispensa delle Orme.

In “Alla ricerca di una dimensione” poi, si assporano echi di PFM, King Crimson e alcuni stacchi alla Emerson Lake & Palmer, sempre però ben coesi da un sound italico e sufficientemente personale.


All'ascolto, la sequenza dei sette brani dell’album parte con un Prologo molto jazzato con tanto di recitativo iniziale sul modello dei Pholas Dactylus, per lanciarsi immediatamente in un brano che per osmosi successive, coinvolge anche Rock, Psichedelia e qualche accenno di Progressive (“Considerazioni”).


I testi sono molto schietti e coerenti al loro sistema storico di riferimento.
La musicalità è di chiara matrice Rock, ma nobilitata da tutte quelle variazioni necessarie per non renderla monotona.
La voce non sembra essere mai al pieno delle sue possibilità ma con una dizione limpida e ben scandita, cosa non frequente nelle produzioni minori.
Il sound è bene assortito e i duetti tastiere-chitarra raggiungono notevoli picchi di affiatamento.
La ritmica, precisa e potente, imprime all’album un groove che ingloba persino la musica etnica mediterranea (“La ballata del cane infelice”).

Al di là del suo valore artistico però, qualche ragione che relegò Generazioni (Storia di sempre) al più totale anonimato c'era davvero.


edgar allan poe generazioni1974Per prima cosa, la modestia della distribuzione e della promozione della Kansas che certamente non giovarono tanto agli E.A. Poe quanto ai loro compagni di scuderia Flashmen e Capricorn College.

Secondo: in un periodo in cui tutte le band facevano qualsiasi cosa pur di esibirsi dal vivo (e le opportunità sicuramente non mancavano) il gruppo dei fratelli Foti preferì starsene più defilato, fallendo così l'obiettivo di crearsi un'audience più ampia.

Terzo: proprio nel momento in cui qualunque musicista tentava di sperimentare nuove contaminazioni  per arricchire il proprio sound, gli E.A. Poe si limitarono a proporre - come abbiamo fatto notare poc'anzi - citazioni già abusate se non proprio fini a se stesse. Soluzione che, va da sè, li relegò ulteriormente ai margini di uno scenario in continua evoluzione.

Comunque sia, sarebbe stato interessante assistere al prosieguo della storia ma, una volta terminate le registrazioni dell’LP, il bassista Marco Maggi partì per gli States, il mandolinista Beppe Ronco venne chiamato militare (non dimentichiamoci che all’epoca gli E.A. Poe erano poco più che maggiorenni), e la band ebbe solo il tempo per incidere un 45 giri nel 1975 (“Sharks”, cover del tema dal film “Lo Squalo”) e collaborare come backing band del cantante Luca Simonelli nel 1976. Poi l'avventura finì.

Se aver impedito loro di fare un secondo Lp sia stato o meno un “atteggiamento criminale”,  giudicatelo voi. Io penso di si, magari prestando più attenzione alle parti vocali e attualizzando maggiormente i testi. Per il resto, le credenziali c'erano proprio tutte..


Ultima nota: curioso come l'intro di tastiera di Ad un vecchio somigli notevolmente al tema portante di Magic Sadness (1978) degli Antonius Rex. Qui lo dico e qui lo nego. 

PS: SE C'E' QUALCUNO DEGLI EDGAR IN ASCOLTO, PER FAVORE SI METTA IN CONTATTO CON ME.
SE POI C'E' QUALCUNO CHE POSSIEDE IL DISCO ORIGINALE (E VUOLE VENDERLO) MI SCRIVA PRIVATAMENTE, GRAZIE. 
La mia mail è nel mio profilo in alto a sinistra.