Juri Camisasca: La finestra dentro (1974)

juri camisasca la finestra dentro 1974Nel 1974, parallelamente alla frammentazione del Rock Progressivo, si stava affermando in Italia un nuovo genere cantautorale, volto a superare, per impegno e per stile, quello della generazione precedente: l'analisi prendeva il posto della spensieratezza e il "personale" cedeva il posto al politico. Non siamo ancora ai livelli di un Finardi, ma ormai la strada è tracciata: di lì a poco la forma-canzone diventerà lo strumento rivendicativo che prenderà il posto del Pop.
 

Prima della metà degli anni '70 però, c'era ancora spazio per quel genere di sperimentazione autorale ancora legata al Prog che, pur se confinata ad una ristretta cerchia di estimatori, produsse lavori di una forza straordinaria: per esempio quello di un ventireenne di Melegnano (MI) di nome Roberto Camisasca, in arte "Juri".Musicista per vocazione, Camisasca conobbe Franco Battiato durante il servizio militare.
 

Tra i due nacque subito non solo un profondo rapporto di amicizia e una sodalità artistica che porterà Juri a collaborare col del Maestro siciliano, ma anche un rapporto inverso che farà di Battiato il suo primo padrino artistico.Di fatto, dopo un'audizione presso la Bla Bla di Pino Massara (all'epoca discografica dello stesso Battiato) che lasciò impressionati un po' tutti, il cantautore milanese ricevette carta bianca per l'incisione del suo primo trentatrè giri: "La finestra dentro".juri camisasca 02 
Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, l'anno 1974 fu per il Pop Italiano un periodo di transizione a fronte dei violenti scossoni politici che si stavano verificando all'interno della galassia giovanile: c'è chi come gli Area e i Dedalus ne sottolinearono la drammaticità e chi, come ad esempio lo storico gruppo dei Delirium, dovette ritirarsi per una sostanziale incapacità di adattamento ai nuovi linguaggi.In questo contesto, l'album di Juri Camisasca, pur essendo di stampo marcatamente autorale, riuscì a porsi esattamente nel luogo mediano delle trasformazioni in corso, dando vita così aun lavoro perfettamente centrato tra passato e futuro: un fulgido ritratto di quella tensione diffusa che di lì a poco avrebbe pervaso il mondo giovanile, tratteggiato però con uno stile saldamente radicato nel Prog, se non addirittura antecedente. 

Si immagini in sintesi, una vocalità sospesa tra la timbrica di Fabio Celi e le serpentine melodiche di Alan Sorrenti; una freddezza lirica degna di Alvaro Fella e una base sonora minimalista partorita da due geni quali Lino Vaccina e lo stesso Battiato.La risultante di quanto detto è evidente all'ascolto: angoscia e disincanto si mischiano ad una vocalità timida ma irruenta, mentre certi testi sembrano anticipare di due anni l'avvento del Punk.

Nel mio corpo ci sono delle fognature: tutti quanti le chiamano vene ma dentro ci sono dei topi che corrono […]
Io mi gratto continuamente […]ma io non cedo, io sarò sempre un galantuomo sino alla morte. […]
Però quei topi mi danno un gran fastidio […]

Ora mi decido: prendo un martello me lo picchio sulla testa ed ecco che i topi mi escono dal naso.
juri camisasca 03 

Le costruzioni armoniche sono scarne ma mai strettamente cantautorali e il groove si dipana in un bilanciarsi di "pieni e vuoti dinamici" che non concedono flessioni percettive
Ci sono i momenti di reale intimismo ("Ho un grande vuoto nella testa" "John"), citazioni Kafkiane ("Metamorfosi") e grandi abbracci mistici che sembrano preludere alla conversione religiosa dell'autore ("Il regno dell'Eden").
 

Spinto fino ai limiti dell'espressività melodica, "La finestra dentro" è diventato col tempo un album di culto, ma non solo per il suo valore collezionistico, quanto perché, malgrado la apparente schizofrenia delle musiche e dell'autore, riuscì a restituire in modo unico le angosce del suo tempo. E lo fece in un maniera così intima e distaccata, che neppure un astronauta dalla luna avrebbe potuto fare di meglio. E quell'astronauta era lo stesso Juri che, come un alieno in gita, arrivò sulla terra, lasciò un segnale e se ne andò subito dopo.
 

Non a caso, malgrado le eccellenti critiche ricevute che avrebbero potuto preludere a un sequel del primo disco, Camisaca non proseguì la sua carriera atrtistica ritirandosi in convento per dieci anni e rimanendo successivamente sempre fedele alla sua intimità artistica e spirituale.
Dissero di lui: "la particolarità fatta arte".

Piazza delle Erbe: Saltaranocchio (1977)

Saltaranocchio 1977 john's classic rock jj john N. martin
Col tramonto delle ideologie e delle utopie libertarie, tutti gli antagonismi nati nel triennio 75-77 si distinsero nettamente dai loro predecessori.

Niente più stratosfere da conquistare con la forza dell'immaginazione, ma esigenze immediate da soddisfare “bene e subito”. Basta coi raduni di massa nei campi periferici, ma una solida rete di centri sociali, cooperative e locali alternativi, che colmi tutti i vuoti prodotti dal neoliberismo e dalla gentrificazione. 

Ergo: massima attenzione al “personale inteso come espressione politica, riorganizzazione degli spazi in funzione del benessere collettivo, ed ecco che già nel 1975 sorsero i primi Centri Sociali Occupati. Prima nelle metropoli, poi nelle remote province, e tutti collegati da un sistema reticolare sostenuto da una solida controinformazione. Stavolta, anche via etere grazie alle neonate radio libere democratiche

Ma non fu soltanto un "movimento nuovo" quello che nacque nel 1975, lo fu anche la sua indole socioculturale che se da un lato favorì la riscoperta e il recupero delle culture locali, dall'altro le contaminò con ogni risorsa possibile.  
È da questo processo infatti che nasceranno le “posse” a marcata connotazione regionale, ma anche un esercito di musicisti che attingeranno (spesso con ingordigia) alla musica popolare, trasformando improvvisamente gli ascoltatori in interpreti di lingue e dialetti complicatissimi (gaelico, sardo, basco, sloveno), o agiografi del medioevo e del rinascimento. 

Il rock progressivo naturalmente non rimase indifferente a questo nuovo stimolo, e proprio nella sua fase di massima apertura stilistica, assorbì anche l'ars antiqua e quella dei trovatori

Piazza Delle Erbe Crema
Lo fecero gli Errata Corrige ad esempio, ma anche una formazione cremasca a dieci elementi, nata nel 1973, partecipante al 3° Festival d'Avanguardia di Napoli l'anno successivo, e autrice nel 1976 delle musiche per il Doctor Faustus di C.Marlowe. 

Si chiamavano Piazza delle Erbe, annoveravano al loro interno due assi quali il polistrumentista Lucio Fabbri e il cant-attore Giorgio Bettinelli (poi nei Pandemonium), ma malgrado l'indubbia qualità tecnica, riuscirono ad incidere un solo album nel 1977 per la Intingo di Ricky Gianco.

S'intitolava Saltaranocchio, ed era la colonna sonora di un omonimo spettacolo teatrale inscenato dalla compagnia Teatro Zero di Crema (con Carlo Rivolta e lo stesso Bettinelli), e basato sulla novella Hop-Frog di Edgar Allan Poe, crudele rivalsa di un guitto e della sua compagna contro la strafottenza di un re dispotico e lussurioso. 

Il disco va detto, è decisamente ben fatto. Lungo gli undici movimenti della suite firmata Bellani, Bettinelli, Diliberto, Mori e prodotta da Lucio Fabbri, le atmosfere si dipanano gentili e fiabesche, ammantate da violoncelli, mandolini, flauti, e soprattutto da grandi cori giacché almeno i 4/5 del gruppo erano tutti cantanti.

Eppure, malgrado tanta grazia l'album non decollò. Probabilmente per l'imbattibile concorrenza di Alla Fiera dell'Est, autentico asso pigliatutto del 1977 e molto simile formalmente a Saltaranocchio, o forse perché i comonenti della PDE furono da sempre "troppo schierati" per competere coi buonisti branduardiani

Per capire cosa intendo, provate a leggervi l'eccellente "La Cina in Vespa" di Giorgio Bettinelli (Feltrinelli, 2008), e capirete tutto.

John's Classic Rock vola in Brasile!

https://www.facebook.com/areaprog/


Dearest Sisters and Brothers,

da qualche settimana i post progressivi di JJ sono pubblicati anche in Brasile su un nuovissimo sito facebook che si chiama AREA PROG!

Il suo webmaster è il nostro amico Marcio Sà, che con questa operazione spera di diffondere il Prog italiano anche oltreoceano.

Auguri quindi Marcio, grazie, e massimo appoggio!

Il Sessantotto. L'immaginazione al contropotere.

Immaginazione al potere
Nel 1968, tutte le esperienze antagoniste maturate dal dopoguerra in poi, confluirono in una contestazione planetaria e travolgente, deflagrata perlopiù in ambito studentesco, ma che investì gradualmente tutti gli aspetti del vissuto, scombuiandoli e costringendoli a un radicale processo di modernizzazione

Eppure, malgrado sia stato spesso magnificato come “l'ultima grande rivoluzione dell'Ottocento” o “l'inizio di una nuova era”, il Sessantotto (e questo è importante sottolinearlo), non rappresentò affatto una novità. O almeno, non dal punto di vista operativo

Pratiche quali occupazioni, assemblee, controinformazione, manifestazioni, scioperi e scontri erano già state largamente esperite in passato, e non fu per loro che quell'anno divenne un mito. E non lo diventò neppure per il tanto sbandierato antiautoritarismo su cui s'imperniò il maggio francese.

Il vero miracolo che si compì, fu piuttosto l'acquisizione da parte delle varie forze in gioco (studenti, operai, donne e controculture) di una nuova consapevolezza rivoluzionaria fondata sul potere dell'immaginazione e del desiderio. La coscienza cioè, che per vincere una battaglia o per conseguire qualunque risultato, non occorresse essere strateghi, politologi, militari o eroi: bastava semplicemente volerlo

1968
1° Marzo 1968 - Valle Giulia: "... più non siam scappati..."
Il Sessantotto insomma, svincolò l'immaginario dalla sua classica dimensione illusoria, narrativa e rituale (quando non proprio mistificante), per conferirgli invece un ruolo attivo e simbolico. Quello di funzione potente e reale, in grado non solo di introdursi nel corso della storia, ma di caratterizzarla e persino di modificarla attraverso la stimolazione della coscienza e della memoria collettiva. 
L'imagination au pouvoir, dicevano.

Herbert MARCUSE

Un concetto apparentemente banale, ma che 

1) spostò il baricentro delle disobbedienze verso uno spontaneismo inedito

2) trasformò le utopie in progettualità, e

3) nel caso specifico dell'Italia, produsse una generazione altamente conflittuale le cui politiche sovversive investirono nell'arco di neppure un quinquennio ogni categoria afferente il quotidiano.

In pratica: una galassia di movimenti articolati e misti la cui componente operaia era sempre più cosciente del proprio ruolo e refrattaria a qualunque forma di rappresentanza tradizionale (partiti e sindacati), mentre quella studentesco-creativa era decisa ad abbattere sia i simboli e i protagonisti dell'ancien régime, sia soprattutto i contenuti che rappresentavano.

Il Sessantotto dichiarò dunque guerra alla partitocrazia in politica, alla selettività e all'autoritarismo nelle scuole, al classismo e al sessismo nel sociale, all'ipocrisia e all'ingerenza della chiesa, e all'accumulazione e allo sfruttamento nelle fabbriche. Tutte metastasi ritenute un tempo incurabili, ma che ora potevano essere annientate dal coinvolgimento, dall'impegno e dalla fantasia.

Non poco per una società civile...

Le Orme: Verità nascoste (1976)

le orme verità nascosteSin dalle prime note della opening trackInsieme al concerto”, si capisce che nelle Orme qualcosa è definitivamente cambiato.
Il Rock di maniera ha preso il posto del Progressivo e il sound, pur se onesto, raffinato e restituito con la maestria di una formazione americana, non ha più nulla che evochi i complessi intarsi della “Porta Chiusa” o di “Felona e Sorona.

Il drumming è scarnificato e sempre meno empatico, e le chitarre hanno un retrogusto di AOR con tanto di raddoppi sugli assoli.
I breaks sono ancora pregevoli ma didascalici se non autoreferenziali, e francamente, neppure la modernizzazione dei suoni brilla per originalità.

Dei tempi andati restano il pathos nei testi ma con con un ulteriore pizzico di buonismo in più, e la poetica giace proprio fuori luogo in un momento storico che avrebbe richiesto analisi ben più concrete.
Anzi, in certi frangenti sembra persino di trovarsi in pieno clima Underground:
sentirsi uniti agli altri ancora...felicità... sera di luna piena...”.

E’ evidente che il lavoro di semplificazione voluto dalla band
in “Smogmagica - e accelerato dalla presenza di Tolo Marton - ha i suoi frutti, che neppure il nuovo arrivato Germano Serafin avrebbe potuto dissimulare il passaggio del sound a territori più commerciali.

Detto questo, il quartetto di Mestre non fu l’unico a misurarsi con l’imperante tendenza alla melodizzazione che investiva le formazioni storiche del Prog. Vedasi ad esempio la PFM, ma fu tra i sicuramente tra primi a sostituire il gusto della deframmentazione con l’omologazione all’airplay.toni pagliuca le ormeE' pur vero che Le Orme ci avevano abituato da sempre all’alternanza tra “hits” e “avanguardia”, ma a questo punto il passaggio a canoni più elementari appariva ancor più evidente con la scomparsa dell'alternativa storica e dei festival Pop.

Ora le attenzioni del gruppo sono molto più rivolte a quella che si appresta ad essere la "prima generazione radiofonica" e la distanza tra coloro che avevano vissuto il Prog storico e chi semplicemente lo aveva captato di riflesso sta diventando sempre più incolmabile.

Non a caso, molti recensori che pur amando il Prog non hanno mai introiettato a pieno il triennio ‘71 - ’73 -o lo hanno semplicemente iconizzato-, coprono ancora oggi “Verità nascoste” di lodi sperticate quali “musica da antologia!”, “una perla!” o peggio si lasciano andare ad amenità quali “anticipatore di sonorità post-Punk!”.
Fortunatamente, critici più esperti del calibro di Giordano Casiraghi si limiteranno a dire che “le Orme sono rientrate nella forma canzone”.

Piu
pietosamente, Riccardo Bertoncelli o Manuel Insolera preferiranno non esporsi nemmeno.

Chissà invece quale misteriosa scuola analitica avrà ispirato Riccardo Storti quando parlò di “canzoni vicine al pop contemporaneo, ma attente e critiche ai cambiamenti sociali come nel caso del rapporto col movimento Punk inRegina al Toubadour”, uno dei 45 giri più venduti del ’76.
A me spiace dover remare contro Riccardo, ma nella super-hit delle Orme non leggo alcun “rapporto critico” nei confronti del Punk, ma solo un affresco pervaso da un’untuosità tale da richiamare il peggior paternalismo conservativo del pre-68:
I buchi nei blue-jeans / Anelli e perle al naso. Hai preso tutto in fretta lasciando la famiglia che ti voleva ricca ed ora sei regina / Facile, facile”.
Un antistoricismo borghese da far sembrare progressista persino il più severo patriarca dell’ ottocento.
michi dei rossi le ormeIn ogni caso, sarà proprio lo stesso Storti a ravvisare più correttamente che “alcuni brani anticipano l’imminente svolta acustica” e non certamente quella dei Post-Punks che delle Orme non sapevano proprio che farsene.

Registrato a Londra con le migliori tecniche disponibili, “Verità nascoste” è comunque un album formalmente e stilisticamente perfetto che non mancherà di affascinare anche eminenze della critica Prog quali il mio stimatissimo amico Augusto Croce.

Una perfezione però - dico io -, ben oltre i limiti dell’autoreferenzialità e sempre meno propositiva rispetto al passato: una scarnificazione artistica che non sancì ancora il definitivo distacco delle Orme dal mondo dell’avanguardia, ma che inaugurò però una pericolosa e irreversibile tendenza alla commercializzazione, contagiando anche quei gruppi che sino ad allora erano rimasti fedeli ad una linea più indipendente.

Chiaramente questo "regresso progressivo" non fu tutta colpa di Pagliuca e soci, anzi: il mondo andava
ormai in direzione di un mercato nuovo e accanto al Punk (da cui Le Orme si tenevano ben distanti) imperversavano generi ben più commerciali, ma questo non fu un buon motivo per abbassare la guardia.
Con “Verità nascoste” le Orme confermarono senza dubbio il loro straordinario animo tecnico, ma dal 1976 in poi, per scorgerne il lato più nobilmente Prog, ci si sarebbe dovuti voltare indietro.
Molto, ma molto indietro.


LE ORME - Discografia 1969 - 1976:
1969 - AD GLORIAM
1970: L'AURORA DELLE ORME
1971: COLLAGE
1972: UOMO DI PEZZA
1972: FELONA E SORONA
1974: IN CONCERTO
1974: CONTRAPPUNTI
1975: SMOGMAGICA
1976: VERITA' NASCOSTE

Chetro & Co. : Danze della sera/ Le pietre numerate (1968) - Parte 1

Danze della seraNEL CARO RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI,
ASSASSINATO DALLA BARBARIE UMANA 
IL 2 NOVEMBRE DEL 1975.


 UN GRAZIE DI CUORE A GIANFRANCO COLETTA PER LA SUA PREZIOSA TESTIMONIANZA


Nella seconda metà degli anni ’60, il boom rivendicativo prende il posto quello economico e larghe fasce di popolazione cominciano a mettere in discussione quel modello di sviluppo che aveva certamente portato alla ricostruzione e al benessere, ma anche alle prime grandi contraddizioni sociali

Emergono così in un contesto sospeso tra innovazione e progresso, condotte di aggregato sempre più conflittuali: un’inedita generazione di disobbedienti che ebbe come obiettivo quello di destrutturare il sistema per ricomporlo in funzione delle proprie esigenze quotidiane.
Iniziano dunque gli anni più creativi della nostra nazione: un fermento straordinario al quale contribuirono non solo i nomi più conosciuti, ma le avanguardie tutte, incluso quelle più marginali e stravaganti

Per quanto concerne la musica, per esempio, due furono gli apertori del nostro stile psichedelico che, pur se di nicchia, poco o nulla ebbe da invidiare a quello angloamericano: Le Stelle di Mario Schifano di cui abbiamo già parlato in questa sede e i romani Chetro & Co, ovvero il duo di chitarristi Ettore De Carolis detto “Chetro”, classe 1940 e Gianfranco “Franco” Coletta di circa 10 anni più giovane. 

Pier Paolo Pasolini
Dei due musicisti, il De Carolis, di formazione jazz, vantava già un solido bagaglio di esperienze, avendo frequentato per diversi anni il Folkstudio, accompagnato in Italia e all’estero la popolare cantante folk Gabriella Ferri, suonato con Marino Barreto Jr. e Amalia Rodriguez e, nel 1967, con la backing band del cantante Mario Zelinotti, noto per aver cantato Cuore Matto a Sanremo in coppia con Little Tony

Coletta invece, suonava in un piccolo gruppo insieme al fratello, e quando nella primavera del 1967, dopo aver vinto un concorso a Pomezia, gli venne chiesto di raggiungere proprio la band di Zelinotti, non se lo fece ripetere due volte e trascorse con lui la stagione estiva alla “Risacca” vicino a Roma, suonando i Beatles e i Rolling Stones.
Arrivato l’autunno però, decide insieme al De Carolis e al bassista Giorgio di Canio di mettersi in proprio per formare “un gruppo senza batteria”. Nascono così i Chetro & Co. in origine un trio, poi costituito dai soli Coletta e De Carolis.

Per quegli anni però, la loro musica è totalmente disallineata, e la scarsità di spazi dal vivo dove esibirsi impone loro una scelta: o mollare il colpo, o proporsi a una discografica. 
Trovano così un mentore entusiasta: il produttore Vincenzo Micocci che nel 1966 aveva aperto una propria casa discografica (la Parade con sede in Viale Buozzi al 3 e distribuita dalla Decca), che non solo li scrittura, ma da loro carta bianca e li convoca in sala di registrazione per incidere quello che sarebbe stato il loro unico straordinario 45 giri: “Danze della sera (Suite in modo psichedelico)” / “Le pietre numerate”. 

Psichedelia Italiana
Supportati per l’occasione dal bassista Gianni Ripani e dal batterista jazz Gegè Munari - che però non compare nei credits del disco - i Chetro & Co ebbero anche, almeno per la prima facciata, un paroliere d’eccezione, Pier Paolo Pasolini, che concesse loro 12 versi del suo poema “Notturno”, tratto dalla raccolta del 1958 “L’usignolo della chiesa cattolica”, poi impiegati integralmente nel finale. 
Le pietre numerate” venne invece presentata come una “filastrocca con musica ispirata a un tema di Miles Davis”. Ma non solo. 
Lo stesso Pasolini all’epoca contestatissimo e innominabile, presenziò anche al lancio del disco presso il “Vum Vum” di Roma nientemeno che con Ennio Morricone, grande amico e già collaboratore di Micocci ai tempi della sua direzione alla RCA

Fermo restando che l’aggettivo psichedelico venne affibbiato d’ufficio dal Micocci e sempre rifiutato dal De Carolis (mentre Coletta lo accettò non tanto come stile quanto come momento culturale), non si può onestamente negare come entrambi i lati del disco spandessero aromi lisergici che però, a differenza dei contemporanei “Le Stelle di Mario Schifano”, erano frutto di una strumentazione totalmente acustica. 

In “Danze della sera” particolari tecniche d’incisione fecero si che le chitarre “evocassero timbri di liuti, tiorbe e spinette”, mentre in “Le pietre numerate” il gruppo si avvalse di una sezione di ance doppie composta da un oboe, un corno inglese e un heckelphon (una specie di oboe baritono). In più, si aggiunse una “violaccia”, strumento ad arco a 6 o 10 corde inventato dal De Carolis che ricordava a volte la vielle à roue dei trovatori francesi, e a volte certi strumenti orientali.

SEGUE NELLA SECONDA PARTE

Le Stelle di Mario Schifano: Dedicato a... (1967)

le stelle di mario schifanoIl quartetto "Le Stelle", si forma in Veneto nel 1967 dall'incontro dell'ultimo bassista dei Giacobini e dei New Dada Giandomenico Crescentini con il chitarrista Urbano Orlandi, i quali reclutano a loro volta il tastierista Nello Marini (ex Wretched poi nei Venetian Power) e il batterista alessandrino Sandro Cerra.

Stabilitisi a Roma, i quattro vengono introdotti da un vecchio amico di Orlandi Ettore Rosboch al trentatreenne artista Mario Schifano, all'epoca nella sua più intensa fase lisergica e cinematografica ed interessato a implementare in Italia quel discorso psichedelico-multimediale tipico della Pop Art che già seguiva dal 1962.

La sinergia artistica col maestro funziona e i quattro musicisti vengono scritturati per un primo concerto nel settembre del '67 nel Teatro capitolino di Via Belsiana (gestito da Alberto Moravia e Dacia Maraini) in cui, sotto il nuovo nome di "Le Stelle di Mario Schifano", eseguono brani propri mentre su di loro vengono proiettate immagini dal film "Anna Carini in agosto vista dalle farfalle" dove per intenderci Anna Carini era la ragazza di Schifano, nonchè conduttrice con Giancarlo Guardabassi del noto programma radiofonico "Countdown".

L'impatto di critica è notevole e Schifano programma una seconda data romana al Piper che, come vederemo, si terrà effettivamente il 28 dicembre del 1967.
Nel contempo "Le Stelle" migrano a Torino, sia per tenere una serie di concerti al Club Perla, sia per registrare al "Fono Folk Stereostudio" quello che sarà il loro primo ed unico lavoro su vinile: "Dedicato a…", inciso per la minuscola discografica milanese BDS (costola dell'Ariston) e pubblicato nel Novembre 1967 in circa 500 copie (ma la cifra esatta non è nota), di cui si racconta che le prime 50 fossero in vinile rosso, anche se in realtà oggi sappiamo che furono molte di più.


Terminata l'esperienza torinese, il gruppo torna a Roma per presenziare a quello che sarà il primo grande happening della musica psichedelica Italiana: "Grande angolo, sogni e stelle" (28/12/1967) con musica live, proiezioni miste su quattro schermi panoramici e ospiti di prestigio tra cui l'assistente di Andy Warhol, Gerard Malanga, che di lì a poco avrebbe fondato "Interview".

dedicato a... 1967Purtroppo, la risonanza dello spettacolo non aiutò molto la carriera delle "Stelle", sia per un sopraggiunto disinteresse di Schifano nel proseguire quel filone artistico, sia per irreversibili tensioni interne al gruppo che si scioglierà l'anno successivo dopo un 45 di scarso successo.

Il solo Nello Marini proseguirà la carriera a partire dal collettivo dei Venetian Power.
"Dedicato a…" è oggi uno dei vinili più rari che esistano in Italia.
Praticamente sconosciuto prima di essere stato ristampato (spesso male e con la grafica scorretta o troppo ritoccata) e rivalutato dal fenomeno delle "Conventions ", le sue quotazioni oscillano oggi anche oltre i 3.500 a euro per una copia mint in vinile nero.

Comunque, al di là delle iperquotazioni, la rarità di questo pezzo da museo ha motivazioni certamente plausibili.

Per prima cosa, il prezzo di vendita originale sembra oscillasse dalle 2.500 lire nei negozi a circa 40.000 lire nelle gallerie d'arte (quindi l'edizione contenente le litografie numerate dell'artista romano) , cifra proibitiva per la maggior parte del mercato giovanile (un prodotto "borghese", insomma). La scarsa distribuzione fece poi il resto.
Secondo: fu un irripetuto esempio di psichedelia italiana ante-litteram che, sia per la sontuosa veste grafica concepita da Schifano in persona, sia per l'estrema trasversalità della musica, venne percepito più come un prezioso oggetto d'arte che non come un comune disco in vendita nei normali circuiti commerciali.


Musicalmente, il groove del disco si divide in due parti distinte.
La prima facciata è occupata dalla una lunga improvvisazione surreale "Le ultime parole di Brandimante…" (17' ca.) che ben riflette quelle che dovevano essere le performances del gruppo.


stelle di mario schifanoLa timbrica è aggressiva e molto più vicina all'avanguardia pura che non al rock psichedelico, con un trasporto emotivo che aumenta man mano che ci si avvicina al finale (che viene ironicamente contaminato con la sigla televisiva RAI della "Fine delle trasmissioni").

Tecnicamente altalenante, l'esecuzione è finalizzata a creare un trasporto emotivo piuttosto che musicale ed è sicuramente un esempio più unico che raro nell'Italia degli anni '60.
Meno stridente è invece il secondo lato che presenta momenti di
psichedelìa più strutturata, tra cui l'affascinante "Molto Alto" e la Velvetiana "Susan Song": sicuramente la canzone meglio arrangiata del disco.
Successivamente, si procede senza infamia e senza lode con "
E dopo" e "Intervallo", mentre spicca per fascino l'arabeggiante finale "Molto Lontano (a colori)".

Molto trasgressivo ma all'epoca commercialmente poco recepito, "
Dedicato a…" resta un tassello prezioso e deviato rispetto al resto del Beat.
La sua rivalutazione
ex-post lo ha portato oggi ad essere considerato un album "seminale", anche malgrado un lungo oblìo durato oltre vent'anni.
Dargli un peso eccessivo equivarrebbe ad osare sul terreno del
revisionismo, ma sarebbe un crimine trascurare il suo innegabile valore artistico e testimoniale.Un capolavoro da aprezzare e assolutamente da non perdere.

PS: "Susan song" non vi ricorda qualcosa delle Orme?

Alberto Radius: America Good-Bye (1979)

america good-bye
Nel 1979 il rock progressivo era ormai acqua passata, e molti dei suoi interpreti lo avevano da tempo rinnegato per un posto al sole. La PFM incubava il cantereccio Suonare Suonare, Alan Sorrenti deliziava le casalinghe, l'ex Rovescio della Medaglia Michele Zarrillo vinceva Castrocaro, e le Orme, chissà perché, regredivano al XVII° secolo

Gli aromi di un tempo però, erano pur sempre indispensabili per insaporire qualunque nuova produzione. Non a caso Gino Paoli chiamò a raccolta Elio d'Anna degli Osanna, Franco del Prete dei Napoli Centrale e Tony Esposito per il suo inestimabile Ha Tutte Le Carte In regola (omaggio all'amico Piero Ciampi appena scomparso).  

Pino Daniele reclutò Agostino Marangolo dei Flea/Etna, Tony Cicco della Formula Tre, Francesco Boccuzzi del Baricentro, e James Senese dei Napoli Centrale, mentre Paolo Conte registrò Un Gelato Al Limon insieme all'ex Locanda Delle Fate Ezio Vevey, a Renato Mantegna dei Dedalus, a Francone Mussida della Pfm, e al fu Area Patrick Djvas.  

Rino Gaetano intanto si era preso Gaio Chiocchio dei Pierrot Lunaire, e Guccini i Pleasure Machine al gran completo, più Antonio Marangolo dei Flea e Gianfranco Coletta della RAM

Eppure, mentre gli alfieri del pop italiano si accasavano sotto nuovi tetti, anche a costo di rinnegare il loro passato, c'è chi invece mantenne la propria coerenza, e tradusse quel momento di transizione in un album-capolavoro

alberto radiusParliamo di Alberto Radius che tra una produzione e l'altra trovò il tempo di pubblicare il suo quarto Lp da solista, America Good-Bye, sospeso tra il disincanto per un passato in dissoluzione, e i miraggi sponsorizzati dal nuovo ordine mondiale

Un disco geniale che prese a prestito le incongruenze del mito americano per sbatterci in faccia le nostre, e rivelò una ad una tutte le contraddizioni in una società solo apparentemente sana

Tecnicamente: otto brani firmati dallo stesso chitarrista su testi di Daniele Pace e Oscar Avogadro, qui in particolare stato di grazia.
Arrangiamenti del sopraffino jazzista Sante Palumbo, e ritmica d'eccezione: uno scatenato Tullio De Piscopo in overdose di Synare
Il tutto registrato nel nuovo e fiammante studio di Alberto che di lì a poco avrebbe ospitato Alice, Battiato, Faust'o, Giuni Russo e molti altri. 

E veniamo al disco. 
Attacco fulminante con un omaggio al prog, ed è subito una parata di stelle spente: eroi sconfitti dal loro stesso mito, ma anche da quel potere rancido ben fotografato nella successiva Poliziotto

È poi la volta di California Bill, splendido affresco di una California idealizzata, popolata di uomini e donne belli come nei sogni, di surfisti e di luoghi paradisiaci dove Dio stesso verrebbe a morire. Tutte balle.

America GoodbyeStop al primo lato con  Il Buffone, omaggio a Cassius Clay su una cassa ribattuta non particolarmente memorabile, e si riparte con la più grande leggenda metropolitana di Manhattan: i Coccodrilli Bianchi che qui incarnano magistralmente le fobie del vivere urbano in sala yankee, quasi fossero moderni Frankenstein o rifiuti tossici. 

Ed è nuovamente il turno di altri due gioielli Patricia e Giù. Nel primo c'è tutto il dramma delle minoranze latine immigrate nelle metropoli della West Coast, e nel secondo quello dei cosiddetti binge drinkers, fenomeno diffussissimo anche nei nostri weekend degli Ottanta. 

Chiude in bellezza l'ennesima icona a stelle e strisce: Las Vegas, Città posticcia e icona del gioco d'azzardo in cui si è benvenuti sinché si hanno soldi da spendere. “Fino all'ultimo gettone hai diritto alla moquette”, e dopo 35 minuti si ha la sensazione di aver ascoltato un lavoro eccellente sia musicalmente che per qualità poetica. 

Una riconferma di Alberto insomma dopo l'altrettanto avvincente Carta Straccia, che ci restituisce un Radius perfettamente a suo agio tra il suo passato di rocker progressivo e il suo nuovo ruolo di cantautore. Tanto di cappello infine alla preziosa copertina multistrato di un Luciano Tallarini al top della sua creatività.

I Krel: Finché Le Braccia Diventino Ali / E Il Mondo Cade Giù (7” - 1970)

finché le braccia diventino ali 1970
Tra il 1967 e il 1969, lo storico gruppo beat I Quelli, fu ridotto a quartetto dalle defezioni del cantante Antonio “Teo” Teocoli, e dei chitarristi Pino Favaloro e Alberto Radius, che andò a formare la Formula Tre.

I superstiti Franz Di Cioccio, Franco Mussida, Flavio Premoli e Giorgio Piazza continuarono invece a fare serate nei dancing. Data la loro straordinaria professionalità divennero tra i più richiesti session men d'Italia suonando tra gli altri per Mina, Battisti, Celentano e De André, ma non abbandonarono mai la loro passione per l'avanguardia. In particolare, per quella musica pop-progressiva che stava imponendosi anche in Italia, e che dall'estate del 1969 avrebbero coltivato insieme a un polistrumentista ventitreenne di nome Mauro Pagani.

Così, come capitò ad altre band dell'epoca (es: I DeliriumI Sagittari), anche I Quelli subirono uno sdoppiamento di personalità, proponendo sia il consueto repertorio beat con la loro storica denominazione, sia brani pop-rock chiamandosi Krel. Anche nel corso della medesima serata.
Finita l'esibizione dei Quelli, i musicisti si cambiavano, lasciavano intercorrere un certo periodo di tempo (di norma coperto dalla resident-band del locale), e poi riapparivano in veste rock col nuovo nome. Una distinzione che oggi potrebbe apparire ridicola, ma che per il gestore di una balera di allora era fondamentale: look e generi differenti dovevano restare ben distinti, specie se ai balli canonici si affiancavano sonorità torrenziali come appunto quelle dei Krel.

La Ricordi però era poco incline a quello stile così azzardato, i rapporti si guastarono, e i Quelli-Krel pensarono bene di andarsene. Per chiudere il contratto il solo Di Cioccio collaborò per otto mesi con la nuova Equipe 84, e infine portò i colleghi alla neonata Numero Uno di Battisti-Mogol, dove sarebbero diventati la Premiata Forneria Marconi

beat italiano anni 60
I QUELLI
Poco prima della diaspora però, i Krel ebbero occasione di immortalare il loro sound sul 45 giri "Finché Le Braccia diventino Ali (Gualtiero Malgoni; Vito Pallavicini) E il Mondo Cade Giù (Umberto Balsamo; Vito Pallavicini; Gianni "Rompigli" Sanjust)", pubblicato nel gennaio del 1970; innovativo quanto completamente ignorato; forse registrato solo per esigenze contrattuali, ma che dimostrò quanto un'importante fetta dell'intellighenzia italiana guardasse ormai al futuro

Dei candidi anni Sessanta rimanevano infatti soltanto l'ossatura dei brani (intro, strofe, inciso, ponte eccetera), e le sole teste dei musicisti raffigurate in copertina come in uso dai tempi del rock'n'roll. Per il resto,quel singolo era dinamite pura, almeno per il panorama italiano. 

Nell'intro del lato A affioravano potenti i Vanilla Fudge, poi l'Hendrix più duramente psichedelico, e infine un canto modulato alla Nico Di Palo dei New Trolls, altri pionieri della nostra rivoluzione pop.
In E il Mondo Cade Giù, si coglievano invece raffinati sentori beat del Guccini di Auschwitz, ma ancora e soprattutto, quell'illimitata spavalderia esecutiva che nel 1970 sembrava inarrivabile privilegio d'oltremanica e d'oltreoceano, ma  che di lì a poco sarebbe stata patrimonio di tutti i nostri migliori gruppi pop (Formula Tre, Trip, Nuova Idea ecc. ). 

È vero quindi che I Krel non furono che rapide meteore del pop italiano, ma sicuramente tra i primi e attendibili ambasciatori del suo rinnovamento. La storia successiva lo confermerà.