Bill Gray: Feeling Gray? (1972)

Feeling Gray? 1972
Siamo nel 1972. Il prog è una realtà da un paio d’anni ma la controcultura bussa già alle porte con il suo sound duro e consapevole
Intanto, gli epigoni del post beat e della psichedelia si giocano le ultime carte di attendibilità perchè dall’anno successivo in poi, quel tipo di proposta verrà sempre meno accettata da un pubblico sempre più militante e meno compassionevole. 
E’ dunque in tempo William Gray, detto Bill, meglio conosciuto come chitarrista dei Trip a piazzare per la Polydor il suo primo album di rock bluesFeeling Gray” che però, malgrado l’indubbia qualità del prodotto, non gli darà molte soddisfazioni. 

Bill nasce a Kilmarnock in Scozia nel 1947 e a neppure 20 anni ha già in curriculum un 45 di successo inciso per la Philips come chitarrista degli Anteeks: “I don’t want you” / “Ball and Chain”, oggi quotato circa 290 sterline. 

Stabilitosi a Londra nella primavera del 66, entra nei The Buzz di David Bowie in sotituzione del chitarrista John Hutchison, e con loro incide una demo del singolo “I dig everything” scritta dallo stesso Bowie. Nella versione dei Buzz però, il brano però non vide mai la luce avendo lasciato insoddisfatto l’allora produttore Tony Hatch che per la pubblicazione ripiegò su musicisti di studio. 

ricky maiocchi
I Buzz continuarono comunque ad accompagnare Bowie dal vivo per 4 mesi ancora prima di scogliersi, ma a settembre dovettero rinunciare proprio a Bill Gray, attirato da un’allettante offerta del nostro Ricky Maiocchi, allora in soggiorno a Londra in cerca di musicisti.

Maiocchi tra l’altro aveva già reclutato al basso un tale Arvid Andersen, stravagante beatnik di origini scandinave e un giovane chitarrista di belle speranze di nome Ritchie Blackmore, amico di vecchia data di Arvid ai tempi in cui facevano parte prima dei Crusaders di Neil Christian, poi degli Screamin Lord Sutch & The Savages e infine dei Three Musketeers.

 Mancavano dunque un batterista, trovato poi nella figura di Ian Broad (ex militante nei Rory Storm & The Hurricanes con cui suonò anche Ringo Starr) e un altro chitarrista che fu proprio William Gray. E così, ecco che Maiocchi e i Trip iniziarono la loro avventura italiana. 

Maiocchi però è molto accentratore, e Blackmore che spesso gli ruba la scena non gradisce i continui inviti alla calma dell’ex Camaleonte. Ian Broad poi, si rivela maledettamente indisciplinato e scurrile.
Morale: dopo appena tre settimane Blackmore e Broad se ne vanno, i Trip abbandonano Maiocchi, reclutano Sinnone e Vescovi e procedono per la loro strada

feeling gray 1972Bill Gray, dal canto suo rimarrà con loro per due album, The Trip e Caronte e poi mollerà il colpo anche lui per supposte divergenze con Vescovi che, qualcuno dice, pare non fosse proprio un modello di democrazia

Altri mormorano invece che a Vescovi e ad Andersen non fosse andata giù l’idea che Gray stesse elaborando del materiale solista, ma questo fa parte del gossip

Sta di fatto che Billy se ne va, un anno dopo incontra l’ex Rokes Shel Shapiro, e nel giro di pochissimo è ai Regson Studios di Milano ad incidere con altri 4 musicisti (tra cui Gian Luigi Pezzera e lo stesso Shapiro) il suo “Feeling Gray?” nove brani, mezz’ora abbondante.

 Musicalmente non c’è molto da dire a riguardo: nulla di prog, nulla di innovativo, per cui realmente nulla di sconvolgente, ma in compenso un disco piacevolissimo, molto ben suonato, rifinito e mai banale malgrado si tratti evidentemente di rock blues anglofono
Tra i solchi traspare l’esperienza dei musicisti e anche se volessimo erroneamente considerarlo un filler o peggio un esercizio di stile vale davvero la pena di ascoltarlo. 
Così, anche e solo per il puro piacere della musica. E anche per evocare ancora una volta il grande spirito di William, partito davvero troppo presto.

Mandillo: Mandillo (1976)

rock progressivo italiano
Sin dalle prime note questo lavoro dei Mandillo, anno 1976, lascia sorpresi per compattezza sonora e qualità esecutiva e pur se chiaramente ispirato al rock classico, restituisce un sound originale e riconoscibile

Appena messa la puntina sul disco, emerge traccia dopo traccia quasi tutta la musica degli anni 60-70: evidenti i Beatles di Sergente Pepper’s in “Dora Dollar”, mentre in “Mamma Rosa” riaffiora lo spirito di “While my guitar gently weeps”. 
Poi, c'è molto vaudeville, tracce progressive e west-coast, un riferimento agli Ibis di “Signora Carolina” in “Il meglio che ci resta” e tutto questo senza mai cali né di tono né di gusto

Tanta carne al fuoco però, sembrerebbe non avere alcun appiglio esterno alla sala di registrazione: tutto candido e immacolato, niente riferimenti politici, testi al limite del buonismo, nessun interrogativo sulle trasformazioni in corso, insomma, una sostanziale estraneità al proprio tempo storico
Al ché, una volta arrivati a girare il vinile, qualcuno potrebbe davvero chiedersi che senso abbia un lavoro del genere o comunque, cosa avrebbe voluto comunicare in un importante anno di frontiera come il 1976
La risposta l’hanno già data molti miei amici tra cui Michele Neri e Augusto Croce: Mandillo equivarrebbe sostanzialmente a un album nato tra amici per divertirsi e per sfogare le proprie fregole estemporanee.

progressive rock
Una jam tra musicisti che hanno felicemente bisbocciato tra di loro suonando quel che più gli pareva, ma incuranti di tutto e di tutti. Anzi: talmente autocentrati da non sembrare nemmeno appartenere alla loro società. Un populismo che in “Nel parco” e “Fuori città” raggiunge vertici veramente imbarazzanti.

 "Ne parco questo c'è [...] Una bambina con la calza giù che ha paura di guardare su.
Dei dimostranti che fanno colazione per poco tempo. Non pensano al padrone.
Una bandiera tesa che farà da tovaglia per noi e per quelli là" (Nel parco)

"La strada rifarò [...] e seduto sulla mia Land Rover torno al mio Ranch
Seduto a un pianoforte, con gli amici agli altri strumenti sto facendo Rock'n'roll
mentre il sole sta tramontando e il cielo sta scolorendo". (Fuori città)

Segno evidente insomma, che nel biennio 75 – 76 non tutti gli artisti prog erano consapevoli dei mutamenti in atto e soprattutto del fatto che, di lì a breve, anche esperimenti come questo, avrebbero avuto sempre meno riscontro o possibilità di essere prodotti. 

1976 italian progressive
Per molti versi sensore dell’imminente disimpegno del rock italiano, Mandillo  suona dunque come un prodotto a se stante ed è un peccato che  tutto l'enorme bagaglio di artisti come Maurizio Cassinelli e Bambi Fossati (Garybaldi, Bambibanda e melodie), di Aldo de Scalzi dei Picchio dal pozzo e di suo fratello Vittorio dei New Trolls non sia stato utilizzato per osare di più: magari dotando l'ottima tessitura strumentale di un miglior corredo letterario
Ma è evidente che questo aspetto, non venne nemmeno preso in considerazione. 

Difficile dunque giudicare un album indifferente alla storia e a questo punto, è forse meglio non farlo nnnemmeno. 
Ci si goda la sua quarantina di minuti di ottima tecnica strumentale, si faccia finta che i testi siano in un lingua sconosciuta, e i benefici saranno assicurati sino a che la puntina entrerà nel trailoff
Dopodiché però, di Mandillo non rimarrà nulla.

Francesco "Big" Di Giacomo

Banco del mutuo soccorso

E' molto difficile per me scrivere in questo momento, ma una cosa volevo dirvi.

Francesco non ha vissuto una volta sola, ma tante: cantante, attore, compagno, antidivo, comunicatore, ricercatore e persino gastronomo.

Lui, come tutto il Banco, ha innovato la musica italiana, ha raccontato l'Italia, noi stessi.
Ci ha regalato sogni, ci ha fatto conoscere altri mondi, altre possibilità.

Dunque, al di là del dolore per la sua dipartita, ricordiamoci sempre che non è stato solo un artista, ma anche un modello di sobrietà, di generosità, di consapevolezza.

Tutti valori che, noi che restiamo, dovremo perpetuare e diffondere ad oltranza in modo che nulla di lui resti mai dimenticato. Anzi: che possano sempre spronarci verso la vita, giacché abbiamo il privilegio di possederla.

Osanna: Tempo (2013, doppio DVD)

lino vairetti
Guardando alcune selezionate produzioni contemporanee, è evidente che esista qualcosa che non solo tiene alta l’attenzione sul Prog italiano, anche al di là delle celebrazioni per i suoi 40 anni, ma che alimenta costantemente il suo futuro. E’ un pregio che si chiama qualità e sta certamente crescendo rispetto a quella a cui eravamo abituati anni or sono. 

Sembra di fatto conclusa l’era delle ristampe assemblate in un certo modo per cavalcare la prima ondata d’interesse, della documentazione precaria e del giornalismo poco attendibile, anzi: dai segnali che arrivano da tutto il mondo, percepisco sia una rinnovata voglia di investimenti sul Progressivo nostrano, sia una fattiva volontà di trattarlo per quello che realmente fu: un fenomeno socioculturale esclusivo a livello europeo, nonché uno dei più raffinati stili musicali che l’Italia abbia mai prodotto dalla ricostruzione ad oggi.

 Una convinzione credo suffragata tanto dalla completezza delle analisi sviluppate negli ultimi anni (tra le quali ci metto immodestamente anche la mia), quanto dallo sforzo costante e congiunto di alcuni eccellenti documentaristi che oggi sono arrivati a licenziare produzioni di altissimo profilo: da Franco Brizi a Matthias Scheller, da Augusto Croce ad Alessio Marino, da Claudio Pescetelli a Michele Neri, passando naturalmente per tutti padri storici della letteratura Prog italiana quali l’amico Paolo Barotto, nuovi imprenditori come Selena e Andrea di Selena dischi e raffinati osservatori del calibro di Odoardo Sermellini, Riccardo Storti, Gianluca Casiraghi, Francesco Mirenzi e e tutti gli altri Autori e Artisti con la “A” maiuscola che non menziono ora per motivi di spazio, ma che sanno perfettamente quanto li stimi. 

trianon napoli
E ho volutamente lasciato da parte un motore progressivo per eccellenza, la Black Widow Records di Genova, per parlarvi oggi di una loro eccellente release che a mio avviso dovrebbe presenziare in tutte le videoteche che si rispettino. 

Si tratta del doppio DVDTempo” che illustra e ripercorre in circa tre ore di musica, testimonianze, filmati originali ed emozioni assortite , la storia di uno dei più autorevoli gruppi Prog che l’Italia abbia mai avuto: gli Osanna

Solo a guardarlo, soppesarlo e senza nemmeno avergli tolto il cellophane, l’oggetto sembra già prezioso di per se: grafica signorile, custodia solida, un bello spessore e un certo peso: due etti e mezzo, per la precisione. Che non è poco. 

Scartato poi, c’è la sorpresa. Non ci sono solo solo i due supporti digitali ben racchiusi nella confezione, ma un libro di venti pagine con fotografie inedite a colori, una storia completa del gruppo a cura di Franco Vasio, testi, credits e una playlist da farsi venire l’acquolina in bocca. 

Sul primo DVD, il concerto completo dei “nuovi” Osanna registrato al Trianon di Napoli il 24 ottobre 2012 con sorprese e ospiti speciali (Gianni Leone e David Jackson su tutti) e nel secondo, tutti e ripeto tutti i videoclip che gli “storiciOsanna registrarono per la Rai e Tele Capodistria tra il 1971 e il 1978.  
E ancora: altri nove sconfinamenti video dal 2000 al 2009. Difficilmente un fan del progressivo potrebbe chiedere di più. 

tempo
La produzione congiunta Black Widow, Afrakà, TV Koper e Rai-Eri è garanzia di assoluta qualità audio, video e storiografica, nel senso che nulla è lasciato al caso ma frutto di una ricerca e di un rigore davvero ineccepibili sotto ogni punto di vista. 

Un viaggio nel Tempo insomma, che ripercorre con dovizia le gesta di un gruppo fondamentale per il nostro Prog, e restitusce  anche il suo momento storico: dalle prime clip in bianco e nero, incluso uno straordinario spezzone al Be-in del 1973, sino alle più sofisticate immagini a colori. Il tutto, supportato da una regia e da audio davvero superbi

Tempo è dunque un oggetto non solo bello da possedere e da guardare, ma emozionante, utile, unico. E c’è davvero da augurarsi che altre produzioni simili gli facciano seguito e gli enormi archivi Rai si aprano definitivamente per sbloccare tutte le loro meraviglie. 
Ma non tra cent’anni: ORA! Che ci sono la voglia e l’interesse di recepirle e che abbiamo ormai raggiunto la consapevolezza necessaria per codificarle e riproporle
Come appunto, nel caso di questo doppio DVD.

Chetro & Co. : Danze della sera / Le pietre numerate (1968) - Parte 2

Rock psichedelico italiano
Confezionato in una magnifica copertina apribile ricavata da un collage dello stesso De Carolis, il disco vendette poco o nulla, anche a causa della censura della Rai, allora unico canale di diffusione alternativo alle serate dal vivo. 
Tuttavia, il riconoscimento a posteriori della sua genialità lo avrebbe reso un oggetto di culto. 
E ascoltandolo si capisce il perchè. 

L’impatto sonoro è davvero di quelli che non si dimenticano, ed è straordinario dover riconoscere quanto Chetro & Co. si fossero spinti oltre i limiti del loro tempo storico non solo per stile, ma anche per le tecniche utilizzate.

In “Danze”, oniriche atmosfere a mezza via tra il beat più lisergico e un ipnotico mantra indiano si irrancidiscono sempre più grazie alla stridente voce di Coletta, allora poco più che sedicenne. 
 Echi liturgici e aromi West Coast rendono poi il brano ancora più hard, ma proprio al culmine della tensione, tutto muta radicalmente: un breve ponte acustico e tutto si placa per dar massimo risalto agli aspri e profani versi di Pasolini
 La voce si appoggia dolcemente sulle parole e dopo un finale di pura poesia tutto si interrompe sui versi: “Ma con voi è lontano di questo cielo il Dio che io non so né amo”. Uno schiaffo secco all’ipocrisia borghese che fu poi il motivo della censura. 

Meno strutturata, decisamente più breve, ma ancora più ipnotica è invece “Le pietre numerate”, come abbiamo detto ispirata a quella “Milestones” di Miles Davis tagata1958. In realtà, ad essere onesti, più che di “ispirazione” si dovrebbe parlare di “cover” essendo l’incipit e la melodia dei Chetro sostanzialmente identici all’originale. 
Di diverso c’è solo il groove che traghetta il primigenio spirito “modale” di Davis in una litania psichedelica comunque di alto profilo. 

A differenza della facciata opposta, qui l’agnostica spiritualità del De Carolis è molto più percepibile. Il tema portante è il viaggio dell’uomo verso “qualcosa” o “qualcuno”, insistentemente evocato dal pronome “te” al quale secondo l'autore “ciascuno può dare l’immagine o il significato che la fantasia gli suggerisce”. 

Ettore De Carolis, Marisa Solinas e Gianfranco Coletta
Lungo il cammino il viaggiatore incontra delle pietre numerate (evidentemente pietre miliari, con chiaro riferimento a Milestones) alle quali domanda quanti giorni di cammino manchino per arrivare alla sua meta, ma senza ottenere  risposta. 
 Le pietre sembrano comparire all’infinito ed è tanto curioso quanto motivo di valenza artistica, come questo tema del viaggio, soprattutto se espresso con un certo tipo di sound, anticipi di almeno due anni lo stile del movimento Underground che connoterà la musica pop nel triennio 70-72. 

Il gruppo non ebbe mai una grossa attività dal vivo: giusto una o due sere alla settimana al Folkstudio
Memorabili però rimasero due spettacoli al Casinò di Venezia con un giovanissimo Giorgio Battistelli alla batteria, e un concerto privato nella casa del regista Dino De Laurentis a Cap Martin per il capodanno 68: serata in cui Coletta, De Carolis e Gegè Munari, si esibirono insieme a una parte dei Procol Harum e ad Alberto Sordi nel ruolo di pianista. 

Suonarono poi in alcune jam session con Steve Lacy e Gato Barbieri all’Accademia di Francia: uno spazio frequentato da artisti e pittori tra cui Mario Schifano, dove fecero capolino anche i Rolling Stones la cui ragazza di Keith, Anita Pallenberg, era amica intima di Gabriella Ferri

Chetro & Co.
I Chetro comparvero infine nel film Diabolik di Mario Bava, sia come attori che come esecutori di un breve spezzone della colonna sonora (quello girato in un cimitero d’auto)

Sempre nel 1968, vennero poi contattati da Micocci, dal paroliere Carlo Rossi, dal batterista Gegè Munari e dai fratelli napoletani Paolo e Bruno Morelli per realizzare un brano che ebbe un successo strepitoso: l’Aquilone

De Carolis e Coletta accettarono, lo pubblicarono per la Parade, e quando il 45 uscì arrivarono immediate le richieste di portarlo in giro per l'Italia. 
A quel punto però, il problema fu che alla base del pezzo non c’era nessun gruppo in grado di fare concerti dal vivo, e se ne dovette rapidamente imbastire uno. 
Nacquero così dalle ceneri dei "Maronti", gli Alunni del Sole: sempre con i fratelli Morelli e un amico del fratello di Coletta, Giampaolo Borra, che se ne partì per Napoli. 

Dopo l'Aquilone, I Chetro durarono ancora qualche mese sin quando le strade del duo si divisero. Principalmente per un sopraggiunto disinteresse di entrambi a continuare il discorso intrapreso sino a quel momento. 
I tempi stavano cambiando e il Prog era alle porte. Coletta entrò prima nella Reale Accademia di Musica e nel 78 raggiunse gli Alunni del Sole ormai già famosi. 
De Carolis proseguì una luminosa carriera di musicista continuando le sue collaborazioni con i più grandi artisti nazionali e internazionali. 
A lui va il nostro più caro ricordo e a Gianfranco, il mio più sincero abbraccio. 

GRAZIE A MUSICITTA'.BLOGSPOT.IT PER LE IMMAGINI 

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Il libro del Prog Italiano, Giunti editore, 2013

L'intervista a JJ John  a RCB Rock City Nights  del 18.11.13 è disponibile
 a questo indirizzo (parte 2)  e quella a RCF quiBuon ascolto.


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BUONA LETTURA A TUTTI!


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Le interviste di Metallized


 INTERVISTA A JOHN N. MARTIN 
Dal Punk al Prog, attraverso un'Italia scomparsa

  Quattro chiacchere con John N. Martin in occasione del suo nuovo lavoro per Giunti Editore, Il libro del prog Italiano
  
  Ad intervistarlo, Francesco Gallina del prestigioso sito Metallized  con cui John discute un po' di Metal, un po' di Punk, ma soprattutto di Rock Progressivo Italiano

 Una lettura per divertirsi, ricordare, ma anche per farsi venire la voglia di nuove immaginazioni perché...
... per conquistare il futuro, bisogna prima sognarlo.
   
Buona lettura.

Chetro & Co. : Danze della sera/ Le pietre numerate (1968) - Parte 1

Danze della seraUN GRAZIE DI CUORE A GIANFRANCO COLETTA PER LA SUA PREZIOSA TESTIMONIANZA



Nella seconda metà degli anni ’60, il boom rivendicativo prende il posto quello economico e larghe fasce di popolazione cominciano a mettere in discussione quel modello di sviluppo che aveva certamente portato alla ricostruzione e al benessere, ma anche alle prime grandi contraddizioni sociali

Emergono così in un contesto sospeso tra innovazione e progresso, condotte di aggregato sempre più conflittuali: un’inedita generazione di disobbedienti che ebbe come obiettivo quello di destrutturare il sistema per ricomporlo in funzione delle proprie esigenze quotidiane.
Iniziano dunque gli anni più creativi della nostra nazione: un fermento straordinario al quale contribuirono non solo i nomi più conosciuti, ma le avanguardie tutte, incluso quelle più marginali e stravaganti

Per quanto concerne la musica, per esempio, due furono gli apertori del nostro stile psichedelico che, pur se di nicchia, poco o nulla ebbe da invidiare a quello angloamericano: Le Stelle di Mario Schifano di cui abbiamo già parlato in questa sede e i romani Chetro & Co, ovvero il duo di chitarristi Ettore De Carolis detto “Chetro”, classe 1940 e Gianfranco “Franco” Coletta di circa 10 anni più giovane. 

Pier Paolo Pasolini
Dei due musicisti, il De Carolis, di formazione jazz, vantava già un solido bagaglio di esperienze, avendo frequentato per diversi anni il Folkstudio, accompagnato in Italia e all’estero la popolare cantante folk Gabriella Ferri, suonato con Marino Barreto Jr. e Amalia Rodriguez e, nel 1967, con la backing band del cantante Mario Zelinotti, noto per aver cantato Cuore Matto a Sanremo in coppia con Little Tony

Coletta invece, suonava in un piccolo gruppo insieme al fratello, e quando nella primavera del 1967, dopo aver vinto un concorso a Pomezia, gli venne chiesto di raggiungere proprio la band di Zelinotti, non se lo fece ripetere due volte e trascorse la stagione estiva alla “Risacca” vicino a Roma suonando i Beatles e i Rolling Stones.
Arrivato l’autunno però, decide insieme al De Carolis e al bassista Giorgio di Canio di mettersi in proprio per formare “un gruppo senza batteria”. Nascono così i Chetro & Co. in origine un trio, poi costituito dai soli Coletta e De Carolis.

Tuttavia la loro musica è totalmente disallineata per quegli anni, e la scarsità di spazi dal vivo dove esibirsi impone loro una scelta: o mollare il colpo, o proporsi a una discografica. 
Trovano così un mentore entusiasta: il produttore Vincenzo Micocci che nel 1966 aveva aperto una propria casa discografica (la Parade con sede in Viale Buozzi al 3 e distribuita dalla Decca), che non solo li scrittura, ma da loro carta bianca e li convoca in sala di registrazione per incidere quello che sarebbe stato il loro unico straordinario 45 giri: “Danze della sera (Suite in modo psichedelico)” / “Le pietre numerate”. 

Psichedelia Italiana
Supportati per l’occasione dal bassista Gianni Ripani e dal batterista jazz Gegè Munari - che però non compare nei credits del disco - i Chetro & Co ebbero anche, almeno per la prima facciata, un paroliere d’eccezione, Pier Paolo Pasolini, che concesse loro 12 versi del suo poema “Notturno”, tratto dalla raccolta del 1958 “L’usignolo della chiesa cattolica”, poi impiegati integralmente nel finale. 
Le pietre numerate” venne invece presentata come una “filastrocca con musica ispirata a un tema di Miles Davis”. Ma non solo. 
Lo stesso Pasolini all’epoca contestatissimo e innominabile, presenziò anche al lancio del disco presso il “Vum Vum” di Roma nientemeno che con Ennio Morricone, grande amico e già collaboratore di Micocci ai tempi della sua direzione alla RCA

Fermo restando che l’aggettivo psichedelico venne affibbiato d’ufficio dal Micocci e sempre rifiutato dal De Carolis (mentre Coletta lo accettò non tanto come stile quanto come momento culturale), non si può onestamente negare come entrambi i lati del disco spandessero aromi lisergici che però, a differenza dei contemporanei “Le Stelle di Mario Schifano”, erano frutto di una strumentazione totalmente acustica. 

In “Danze della sera” particolari tecniche d’incisione fecero si che le chitarre “evocassero timbri di liuti, tiorbe e spinette”, mentre in “Le pietre numerate” il gruppo si avvalse di una sezione di ance doppie composta da un oboe, un corno inglese e un heckelphon (una specie di oboe baritono). In più, si aggiunse una “violaccia”, strumento ad arco a 6 o 10 corde inventato dal De Carolis che ricordava a volte la vielle à roue dei trovatori francesi, e a volte certi strumenti orientali.

SEGUE NELLA SECONDA PARTE

Blocco mentale: Poa (1973)

blocco mentale poa 1973Come tutti sappiamo, il Prog è stato un superamento del Beat e dei suoi valori esistenzialisti.
Nella pratica però, è cosa nota che non tutti i musicisti Pop della prima ondata seppero staccarsi completamente dalla sua influenza e mettere in discussione i suoi argomenti acerbi e desideranti: pacifismo, ecologia, universalità, fede e uguaglianza.
Da che nacque il Pop Italiano nel 1970, ci vollero ancora due anni perchè le idee dell’Underground e della Controcultura dessero luogo ad uno stile moderno ed autoctono e soltanto grazie a un evoluzione artistica, sociale e politica, nacquero nel 1973 gruppi molto più consapevoli e conflittuali.
Tuttavia, anche in quell’anno di tensioni ed austerity, qualcuno stentava ancora a trovare un proprio equilibrio e sicuramente i “Blocco Mentale” rappresentarono appieno l’ultima propaggine dell’incertezza tra la celebrazione dell’era acquariana e il nuovo corso contaminatorio che ormai si era pienamente consolidato.
Formatasi in Umbria nel 1972 tra Viterbo, Civita Castellana, Ronciglione e Tuscania , la band comprendeva cinque elementi strutturati in formazione classica (chitarra, basso, batteria, tastiere e fiati) con in più, un sesto elemento dietro le quinte nella figura del paroliere Claudio Merloni.


Nessuno dei cinque aveva notevoli esperienze pregresse tranne il bassista Angeletti - unico del gruppo iscritto alla Siae - che aveva inciso il 45 giri “Rondini Bianche” con il gruppo beat dei “Falisci”.
Scritturati per la minuscola etichetta“Titania, i Blocco Mentale incisero in pochissimo tempo il loro unico album “Poa” (=in greco “Erba”), stampato in circa 2.000 copie, incentrato sul tema dell’ecologia e sospeso tra un ondivago uso di stilemi Prog e lo sviluppo di tematiche care agli anni ’60.
 

Dotato di una meravigliosa copertina in cui una finestra centrale scopriva la fotografia di un fiore, il disco consisteva sostanzialmente in due facciate ininterrotte composte da sei movimenti contigui.
L’incisione risulta straordinariamente limpida anche grazie all’impiego di un avveniristico registratore a otto piste (un lusso per un gruppo Prog minore), ma molti dettagli rivelarono a posteriori la debolezza del progetto.
poa blocco mentale titaniaI testi erano poco incisivi rispetto alla complessità del dibattito contemporaneo (“E’ nato un fiore. Anche un petalo può far rumore. Da vicino sento il suo calore. S’apre il cielo e scopro la superbia del mattino. La sua luce porta la speranza...”) e molti innesti di sapore Prog, palesavano una certa confusione compositiva al punto di sembrare dei “fillers”.

All’ascolto si percepisce che la buona volontà era tanta e la band non si risparmiava affatto nel decorare ciascun movimento con stacchi e controtempi (“Pane e Mele”), ma la prevalenza delle parti acustiche di sapore beat-melodico relegavano inesorabilmente tutto il lavoro ad un passato ormai remoto.

Probabilmente se “Poa” fosse stato pubblicato appena due anni prima, sarebbe diventato un classico del Prog italiano ma, come sono spesso ripetere, un’opera va relazionata alla sua soglia storica e nel 1973, i Blocco Mentale erano inesorabilmente datati.
Questo malgrado la pregevolezza di molti passaggi del disco e l’indubbia fascinazione del suo groove Prog-acustico.

Scioltisi temporaneamente dopo “Poa” per motivi di leva militare, i Blocco Mentale si riformarono poco dopo celebrando la reunion con un memorabile concerto al Pao Pao di Civita Castellana, un nuovo 45 giri (“L’amore muore a vent’anni”) e la costituzione di una nuova band commerciale che diede loro sicuramente molte più soddisfazioni commerciali: i Limousine che comunque, nulla avevano di Prog, di Pop o di Beat.
In un certo senso fu meglio così perchè nel 1973, la musica Prog aveva ben altro da dire per distinguersi e crescere.