1977 - 2017 ... e il ragazzo guardò Johnny.

the boy looked johnnyUN PRIMO OMAGGIO DI JJ AI 40 ANNI DEL PUNK. (A proposito... BUON ANNO!)

Più che una musica, il Punk rock fu un’attitudine. 

Si perché, a conti fatti, almeno l’80% del suo repertorio attingeva senza neppure troppi complimenti al rock’n’roll puro e semplice. Certo, lo sporcava un po’; di solito anteponeva l’impatto sonoro alla precisione strumentale; nei casi più estremi aborriva l’uso degli assoli; prevedeva un rapporto molto più diretto col pubblico, ma se escludiamo quelle pochissime band più raffinate tipo Stranglers o Damned, sempre di rock’n’roll si trattava. 
Never Mind the Bollocks in particolare, sembrava un disco di Eddie Cochran lasciato affumicare in discarica per qualche mese, e poi centrifugato dal Pacojet.

Eppure, malgrado la sostanziale povertà armonica, fu proprio quella sua "attitudine” a rivoluzionare per sempre la musica popolare. E come accadde per i grandi movimenti precedenti quali il Beat e il Prog, anche dopo il Punk nulla sarebbe stato più lo stesso.
Al di là dei tre accordi che lo sorreggevano infatti, ancor prima di essere musica il Punk era una tendenza, un’indole. Una sorta di nobiltà underground molto fiera di sé stessa che intendeva opporsi alla mediocrità del sistema con la sola forza del suo look e della sua alterigia.

punk rockO almeno così apparivano i frequentatori del Let It Rock di Malcom McLaren al 430 di King’s Road quando nei primi anni 70 cercarono di far coincidere tutte le subculture inglesi in un solo kernel ispirato agli anni Cinquanta; i clienti del Too fast to live, too young to die che intorno al 73 iniziarono a modernizzare il loro nichilismo, e infine quelli del Sex da dove il punk incendiò il mondo intero a partire dal 76. Parola d’ordine “No Future”.

L’arroganza iniziale insomma, diventò verbo,vocazione e stile, filtrata da anni di noia, di disincanto, e dalla profonda cosapevolezza che ormai i lustrini del glam, così come tutti i modelli successivi dal pop al pub rock erano ormai armi di distruzione di massa
Io odio i Pink Floyd!” fu il primo messaggio di Johnny Rotten. Ricordate?

Il trucco fu quindi quello di atttingere alle origini, ma non a quelle del blues che era robaccia da vecchi ubriachi da pub, ma alle prime genuine avvisaglie di disobbedianza proletaria: il rock‘n’roll di Eddie Cochran appunto, piuttosto che di Gene Vincent, Buddy Holly, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Little Richard, Fats Domino, Carl Perkins, e di tutti quegli spaccatimpani che solo mettendo un dito su uno strumento, facevano saltare per aria generazioni di bassi ventre.

E anche se nesssuno dei Punk della prima ora aveva la voglia o la capacità di suonare come Danny Cedrone o Scotty Moore, pazienza. La situazione sociale era talmente squinternata che a quel punto bastava attaccare la chitarra ad un ampli, alzare il volume, fare “bleng” e formare una band.

punk rock
E questo accadde realmente verso la fine del 76 quando i primi pruriti neocon della lady di ferro Margaret Thatcher stavano per innalzare il tasso di disoccupazione alle stelle e innescare scioperi a catena che avrebbero paralizzato di lì a poco l’intera Inghilterra. 
E si che un'accozzaglia di drop out l'aveva messa in guardia durante il carnevale di Notting Hill.

Come sappiamo - a parte il Punk newyorchese che è un'altra storia - i primi a muoversi in terra d’Albione furono gentaglia tipo i London SS di Brian James poi con i Damned, The Chelsea, The Strand (poi Sex Pistols), The Guilford Stranglers poi abbreviati in Stranglers, gli 101’ers di Joe Strummer futuro Clash, i Bazooka Joe di Stuart Goddard successivamente Adam Ant, i Warsaw di Ian Curtis poi Joy Division, Siouxsie e i suoi Banshees che nei primi giorni della loro carriera ebbero come batterista Sid Vicious, e un altro marasma di gente sconosciuta che faceva caciara a suon di urla, sputi, e lamette: Buzzcocks, Dead Boys, London, Prefects, The Boys, Penetration, Abrasive Wheels, Vibrators, Wires, Eater, Subway Sect, Pork Duke, Rezillos e via distruggendo

Una mole di watt e sudore che qualcuno non la chiamava neppure musica, ma deiezione, pattume, ma era solo il canto del cigno della borghesia musicaleCaptain Sensible, Dave Greenfield, Topper Headon e Steve Jones erano anzi ottimi musicisti, e comunque ciò che interessava loro non era dimostrare la propria abilità, ma la loro efficienza sovversiva.

Ci riuscirono in pieno, e scombuiarono finalmente tutte le regole di un gioco che altrimenti ci avrebbe portato alla morte artistica e al dominio delle multinazionali già quarant’anni fa.
E se qualcuno sostiene ancora che il Punk è morto (e forse ha ragione) è per colpa sua. Non certamente per colpa nostra.

Christadoro: Christadoro (2017)

Massimilano Mox Cristadoro
Dal 13.1.17 in tutti i migliori negozi!!!

Non ricordo esattamente quando io e Massimiliano “Mox” Cristadoro ci siamo conosciuti : all'epoca in cui gli avevo mandato le mie congratulazioni per il suo libro “I 100 migliori dischi del Progressive Italiano”, o forse mi aveva scritto prima lui. 

Sta di fatto che quando ci siamo sentiti la prima volta per telefono l’intesa è stata immediata, anzi, sembravamo due vecchi amici da tempo. La conversazione non finiva più, e a un certo punto abbiamo dovuto darci entrambi un contegno.

Tra l'altro, in quel momento non focalizzavo bene tutto ciò che questo tentacolare DJ, critico e musicista avesse fatto nella sua vita, ma quando mi sono schiarito le idee, ho capito perché eravamo così affini. 

Massimiliano è stato roadie in molti concerti degli anni Ottanta, batterista hardcore punk, consulente dei La Crus e di Baglioni (che per inciso adora), storico conduttore di Radio RockFM, poi a Radio Lombardia, presentatore di un album di Keith Emerson nel 2008 (Keith presente), nonché apprezzatissimo scrittore.
Insomma… anche se lui mi chiama “Maestro”, non credo abbia nulla da invidiarmi. 

Eppure, proprio un mese fa, mi chiede un parere su un progetto che a suo dire sarebbe stata la cosa più bella della sua vita, ovvero un disco la cui uscita è prevista per il 13 gennaio 2017 per la AMS Records di Matthias Scheller.

Christadoro 2017 AMS Records
Il titolo? “Christadoro”: sette covers d’autore eseguite da un quintetto assemblato dallo stesso Mox, con ospiti roboanti quali Pilli Cossa del Biglietto per L’Inferno, Renato “Garbo” Abate, il violoncellista elvetico Zeno Gabaglio, e nientemeno che Franco Mussida, da poco congedatosi dalla PFM e che per l'occasione interpreta un suo esclusivo brano inedito

Premesse allettanti dunque, ma non solo: l’autorevole tracklist: è, dicevamo, una sequenza di sette gioielli della canzone d’autore italiana, ma scelti non tanto per la solita voglia di fare cassetta, quanto con una consapevolezza degna di uno storico del rock. 

christadoro 2017 AMS RecordsSi parte con L’Operaio Gerolamo di Lucio Dalla, Il Sosia di Gaber e L’Ultimo Spettacolo di Vecchioni. Si procede con Figli di.. dei Decibel, la splendida Lo Stambecco Ferito di Venditti, e a cavallo del conturbante inedito di Mussida, una sconvolgente versione di Solo di Claudio Baglioni e L’Ombra della Luce di Franco Battiato che chiude l'intero lavoro. 
In altri termini, non credo si potrebbe pretendere di meglio. 

Ma veniamo all’aspetto tecnico e musicale
La qualità e l’energia delle registrazioni effettuate al Saman Studio di Milano è restituita in maniera talmente avvolgente che sembra quasi di essere al cospetto degli stessi musicisti. Per l’inciso: Andrea “Mitzi” Dal Santo alla voce, Fabio Zuffanti (basso), Paolo “Ske” Botta (tastiere), Pier Panzeri (chitarre) e naturalmente Mox alla batteria. Il resto è rock puro al top della sua raffinatezza.

Quanto basta insomma per segnarvi sulla vostra agenda la data del 13 gennaio 2017, e quella dello showcase di presentazione che invece si terrà il 31 marzo al Legend Club di Milano.  Va da sé che io ci sarò.

Vi sembra sia stato troppo magnanimo? No, perche? Ma se volete che sia critico non c’è problema. Solo ad esempio, richiede più ascolti perché destabilizza tal punto la versione originale del 77 che potrebbe lasciare inizialmente spiazzati. 
Il brano di Mussida poi, suona quasi etereo rispetto all’impostazione hard dell’album, ma in fondo se i King Crimson non sono stati un’opinione, allora ci sta alla grande

Altro non si può più dire. Non resta che ascoltare.

Arte e politica. Il quadriennio della Controcultura (1973-1976)

rock progressivo italiano anni 70
Dopo tre anni in cui i Gruppi politici e il Movimento creativo-libertario contribuirono ciascuno per conto proprio alla lotta di classe, sin dai primi mesi del 1973 la crescente controffensiva padronale, unita all’aggravarsi della crisi economica e ad alcuni segnali d’allarme provenienti dall’estero, resero necessario un immediato ricompattamento di tutte le forze rivoluzionarie. 

Di fatto, mentre il PCI proseguiva imperterrito la linea del compromesso storico, vista da molti militanti come un cedimento nei confronti della borghesia reazionaria, nelle fabbriche si susseguivano i licenziamenti, i blocchi delle assunzioni e lo smembramento chirurgico di interi reparti caldi attraverso l’applicazione del labour saving e del turn over.

Un panorama incandescente ben rappresentato dal fallimento della vertenza sindacale di Fiat Mirafiori (cui seguì una drammatica occupazione) che oltre all’ambiguità dei sindacati comprovò anche quanto i gruppi extraparlamentari non fossero più adeguati a condurre le lotte di fabbrica. Sarà da quell’esperienza infatti che la base operaia prenderà direttamente le redini dello scontro di classe, portandolo anche sino alle estreme conseguenze

Tutto ciò, mentre gli effetti della crisi petrolifera iniziavano a colpire pesantemente anche il vissuto quotidiano: aumento di benzina e gasolio con relativo divieto di circolazione nei giorni festivi, razionamento del cherosene per il riscaldamento domestico e chiusura anticipata dei locali pubblici così come dei programmi radiotelevisivi

All’estero, il golpe cileno del generale Pinochet avrebbe ricofermato agli occhi del Movimento la pericolosità delle destre eversive, specie se, come nel caso italiano, pilotate dai servizi segreti, dalla Cia, o dalla Nato. Allo stesso modo, le notizie della vasta insurrezione popolare contro il regime dei colonnelli in Grecia convinsero tutti gli attivisti che, per ottenere le medesime conquiste, occorreva riunificare e mobilitare tutte le forze rivoluzionarie indipendentemente dalla loro specificità

musica e politica anni settanta
Era venuto dunque il momento in cui politica e creatività tornassero a far fronte comune come nel 69, e il primo passo fu compiuto già nel dicembre 72 con la massiccia partecipazione dei renudisti ad alcune rivendicazioni salariali. a cui seguì il 18 marzo del 1973 un importante articolo di Andrea Valcarenghi sul Re Nudo n° 18 intitolato “Dall’Underground alla Controcultura – La politica al primo posto”. In sintesi: 
Abbiamo capito che l’Underground ha esaurito la sua breve apparizione in Italia e pur se determinante, ora non ha più alcun senso poiché staccato dalla realtà generale del movimento rivoluzionario. All’imperialismo culturale dobbiamo opporre l’internazionalismo controculturale”. 

Nel 1973 finiva dunque l’era dell’Underground e cominciava quella della Controcultura che avrebbe connotato per altri tre anni il Movimento, fin quando cioè, nel 1976 le esigenze dell’Autonomia Operaia Organizzata e dei Circoli del Proletariato Giovanile avrebbero imposto nuove riflessioni e un altro giro di boa

Ovviamente, un simile terremoto ideologico non potè che ripercuotersi sensibilmente su ogni ambito del Movimento: da quello militante che fuse in un solo kernel spontaneismo e materialismo storico, a quello culturale-(ri)creativo là dove qualunque prodotto dell’ingegno umano, concreto o immateriale, fu inscritto in prospettiva dialettica e valutato come tale: in particolare il Pop d’avanguardia e il rock progressivo che ormai da tre anni erano quanto di più disallineato la musica italiana avesse mai prodotto a partire dal dopoguerra. 

Tra i primi effetti di questa politicizzazione (che va precisato fu comunque graduale) vi furono la comparsa di gruppi a forte spessore ideologico quali Area, Aktuala, Canzoniere del Lazio, Cervello, Jumbo, Nicosia & C. e Pholas Dactylus, il passaggio di altre band come il Banco a un linguaggio più concreto, la ripresa del cantautorato politico, e la nascita di decine di etichette indipendenti molte delle quali produssero dischi dall’altissimo valore culturale. Infine, particolare non trascurabile, un florilegio di Festival Pop autogestiti che in tre anni avrebbero attratto centinaia di migliaia di persone in ogni parte della penisola, e sarebbero diventati non solo un importantissimo punto di riferimento per tutto il rock italiano, ma anche un impietoso spartiacque tra gli artisti ritenuti più o meno consapevoli. 

Una relazione musica-politica talmente biunivoca insomma, che quando gli eventi del 1976 posero fine all’epoca controculturale, anche il nostro Pop perse la sua ragione d’essere, e nel giro di pochi anni dovette anch’esso cedere al riflusso, al neoliberismo e al giogo delle multinazionali
Almeno per sette lunghi anni però, l’Italia aveva prodotto la sua musica migliore.

Arte e politica. Il triennio dell'Underground (1970-1972)

rock progressivo italiano
Durante il mio percorso di analista del Rock Progressivo italiano anni 70, mi è capitato di subire qualche rimbrotto da parte di colleghi, musicisti o lettori a causa dei miei ormai noti accostamenti tra musica e politica. Di solito cose tipo: “Martin, non ce ne frega niente della politica, vogliamo solo sentir parlare di musica”, o cose di questo tipo

Voglio invece ribadire quanto a mio avviso sia inaccettabile se non impossibile la lettura di un’opera d’arte (quindi anche musicale) avulsa dagli eventi, dai costumi e dalle forme di pensiero del proprio periodo di riferimento

Poi, si potrà certamente discutere sulla scelta di un modello analitico piuttosto che un altro, sul livello tecnico di questo o quel musicista, ma insisto: non si potrà mai e in alcun modo negare l’esistenza di una relazione tra arte, politica e società, perchè questo significherebbe sottrarre al rock il suo valore simbolico e interpretativo, o peggio ricusare la sua innegabile capacità di rivoluzionare le attitudini culturali e comportamentali di interi sistemi sociali

In questo senso, e lo dico a chi mi contesta, non ci vuole molto per capire quanto lo Star Spangled Banner di Hendrix a Woodstock non avrebbe mai avuto lo stesso impatto né il medesimo significato se in quel momento oltre mezzo milione di americani non si fossero trovati in Vietnam, in Laos e in Cambogia

rock prograssivo italianoMa restiamo in Italia e vediamo come le vicende sociopolitiche influirono sul nostro Prog a partire da quella fondamentale soglia che fu la strage di Stato

Perché “fondamentale”? 
Perché se nelle intenzioni dei mandanti, gli attentati di Roma e Milano del 12 dicembre 1969 avrebbero dovuto easurirsi in un blitz volto ad annientare le proteste operaie e studentesche, l’effetto fu invece quello di suscitare nelle masse il fondato sospetto che lo Stato, le destre eversive e i servizi segreti avessero deciso di innalzare il livello dello scontro sul piano militare, innescando così una reazione a catena effettivamente sfociata prima nella strategia della tensione, poi negli anni di piombo

E infatti, già dal giorno successivo alla strage, il Movimento stesso reagì in maniera molto più determinata del previsto: rinforzò le proprie posizioni filo-operaiste, si verticalizzò sul modello terzinternazionlista, ed estromise dalle proprie fila tutte quelle realtà anarco-creative figlie del 68-69 ritenendole incompatibili con le nuove pratiche rivoluzionarie. 
Ciò col risultato che di lì a poco, questo enome corpus libertario lasciato a sé stesso avrebbe costituito un movimento a sé, poi definito Underground

Il 1970 vide quindi il contropotere schierare in campo due forze distinte e complementari

 - la prima a spessore fortemente politicizzato e formata in maggioranza dai Gruppi politici che praticavano la lotta di classe, primi tra tutti Lotta Continua e Avanguardia Operaia.

 - la seconda a carattere creativo-intellettuale facente capo alla rivista Re Nudo, costituita invece da libertari, anarchici, ex Beat ed eredi vari del 68-69, che si sarebbe invece occupata di tutte quelle istanze non toccate dalla politica: dinamiche interpersonali e collettive, rapporti con l’altro sesso, uso sociale e consapevole del tempo libero e degli spazi urbani, istruzione, famiglia, omosessualità, cultura lisergica e naturalmente, anche di musica.
  
underground rock progressivo italianoMusica intesa come sensore del gusto popolare, elemento chiave della comunicazione collettiva, ma anche oggetto di una contraddizione che avrebbe avuto molti strascichi: merce asservita all’economia di mercato o potenziale mezzo di comunicazione rivoluzionaria?.  

Tutte queste argomentazioni furono divulgate attraverso una gigantesca opera di controinformazione che sin dai primi mesi del 70 vide nascere in ogni parte d’Italia centinaia di pubblicazioni indipendenti (la cosiddetta “galassia Gutenberg”), e un florilegio di eventi socializzanti quali i Festival Pop autogestiti che dal 1971 divennero tra i principali promotori delle nuove avanguardie musicali. Primo tra tutti: il Rock progressivo che attecchì immediatamente al mondo dell’Underground, ne introitò in larga parte le dinamiche, e ne venne ampiamente promosso e veicolato.

Ecco perché lungo tutto il triennio in cui durò l’Underground, il nostro Prog fu sostanzialmente apolitico: privilegiando classicismi e testi onirici alla militanza, e pur riversando voti a sinistra fu sempre basicamente acritico.
Facevamo musica per passione” mi disse un giorno Giorgio Piazza (Pfm), e penso avesse pienamente ragione.

Tuttavia, sempre a causa di quella famosa relazione tra arte e politica che, ripeto, non si può ignorare, quando dal 1973 l’ideologia prese il sopravvento, tutti gli artisti nessuno escluso dovettero fare i conti con la filosofia del “personale è politico” e con tutte le sue complesse sfacettature
Il disinteresse sarebbe passato al vaglio della lotta di classe, le contraddizioni evidenziate e giudicate dai militanti, e la mercificazione sottoposta a rigorose analisi collettive. Spesso sin troppo severe ma che almeno sancirono l’esistenza di una consapevolezza che oggi non c’è più.

Spirale: Spirale (1975)

jazz rock progressivo italiano
Siamo nel 1974, e mentre il progressivo italiano usciva da quel biennio d’oro in cui produsse quasi tutti i suoi capolavori, qualcuno pensò bene di contaminarlo ulteriormente con altri linguaggi. Ad esempio con quella musica Jazz che grazie soprattutto alla neonata manifestazione Umbria Jazz stava richiamando platee sempre più vaste. Ma non fu un percorso semplice. 

Ritenuto infatti da molti militanti ostico, elitario e pure filoimperialista al punto di essere spesso contestato dall’Autonomia come accadde a Todi nel 1973, il Jazz dovette lottare non poco per imporsi a livello di massa. E questo anche se, sotto certi aspetti era un genere molto più simile al prog di quanto non si pensasse.
Prova ne è che molte band che all’epoca orbitavano nei circuiti più conflittuali ne fecero largo uso e continuarono a ricorrevi a lungo: Area, Arti e Mestieri, Dedalus, Perigeo, Uno, Salis, solo per citarne alcune. 
Il tutto per non parlare di certi cantautori di rango che facevano a gara per accaparrarsi i migliori turnisti provenienti proprio dal Jazz come Enzo Jannacci con Bruno De Filippi, Gino Paoli con Renato Sellani, ma anche un insospettabile Francesco Guccini che nella sua backing band annoverò gli ex Pleasure Machine al gran completo Ellade Bandini, Vince Tempera e Ares Tavolazzi

Verso la metà degli anni 70 insomma il Jazz fu più “utilizzato” che non “suonato” al suo stato puro. Certamente diffuso perché aveva comunque numerosi cultori e interpreti sin dagli anni 50 quando fu la musica principe degli esistenzialisti, ma non ancora così conflittuale come altri generi musicali come il pop e il rock. Men che neno potabile per il pubblico alternativo che, come dicevamo, impiegò diversi anni per digerirlo e lo fece appunto attraverso una lunga osmosi di contaminazioni. 

giampaolo ascolese
In altre parole: per proporre nel 74-75 un album di jazz nudo e crudo ci voleva un certo coraggio: sia come proposta musicale che soprattutto commerciale, in quanto si sapeva già a priori che il disco avrebbe venduto poco o nulla

E questo accadde infatti al primo album eponimo del quintetto romano Spirale capitanati dal bassista-chitarrista Peppe Caporello, a sua volta affiancato dal batterista Giampaolo Ascolese poi diventato famosissimo, Corrado Nofri alle tastiere, Gaetano Delfini voce e tromba, e Giancarlo Maurino al flauto e al sassofono.

Scoperti dal sassofonista Mario Schiano, padre del free Jazz italiano che li segnalò al produttore Toni Cosenza, gli Spirale vennero scritturati dalla discografica King Universal del noto cantante melodico Aurelio Fierro che sino ad allora aveva prodotto, oltre che se stesso, quasi esclusivamente musica nazional-popolare: Tony Astarita, Peppino Gagliardi, i cattolicissimi Gruppo 2001 e il cabarettista Gianfranco Funari.

Tuttavia, proprio quando il profumo di Jazz cominciò a pervadere la penisola, Fierro decise di dargli ben due chances: la prima alla fine del 1974, appunto con gli Spirale, e poco dopo pubblicando l’Lp On The Wayting List dello stesso Schiano

jazz prog italiano
Va da sé che nessuno dei due dischi ebbe all’epoca il minimo riscontro, ma mentre quello di Schiano rimase appanaggio di pochi eletti, l’album degli Spirale assurse negli anni a vera e propria icona del modernariato.

Un motivo logico invero non ci sarebbe, anche perchè furono entrambi prodotti di altissima qualità e includevano tutti e due future stelle del Jazz (Ascolese da una parte e Maurizio Giammarco dall’altra) ma, senza nulla togliere al grande contraltista napoletano quello degli Spirale fu davvero un lavoro molto particolare per un gruppo underground: un ensemble potente, dinamico e ben coordinato e una qualità sonora ben oltre i livelli standard di una qualsiasi etichetta indipendente.
In pratica: quattro brani composti dal solo Peppe Caporello che restituirono poco più di mezz’ora di musica, incisa presumibilmente in presa diretta presso lo studio Junior di Roma e pubblicati per la collana "King Jazz-Line" a cura di Toni Cosenza

All’ascolto, balza immediatamente all’orecchio il grande affiatamento del gruppo che bilancia con grande classe solismi e piene orchestre in un susseguirsi di atmosfere talora dinamiche come in Rising, profonde e introspettive nella splendida Ballata per Yanes, oppure variegate e miste nella conclusiva Peperoncino
Sempre inappuntabili i call and answer tra gli strumentisti, con quel giusto grado di improvvisazione che resel’album davvero completo e stuzzicante. 
In pochi lo capirono all'epoca della pubblicazione, ma ancora oggi merita ben più di un ascolto.

Salis: Dopo il buio, la luce (1979)

rock progressivo italiano
Mai del tutto convincente in ambito rock, la Sardegna degli anni Settanta è stata invece una grande fucina di talenti folk e soprattutto jazz: Paolo Fresu, Cadmo, Antonello Salis, Marcello Melis, e i fratelli Salis che a cinque anni di distanza da Seduto sull’Alba a Guardare pubblicarono nel 1979 il loro terzo album Dopo il Buio La Luce, considerato unanimemente il loro capolavoro. 

All’epoca il gruppo è spesso stanziale in quel di Cremona, ha dimenticato le ingenuità e la forma cantautorale degli esordi, ha rivoluzionato più volte la formazione (ora accanto a Francesco e Antonio Salis ci sono Antonio Lotta alle tastiere e Antonio Sardu alla batteria) e probabilmente stimolato dall’assidua frequentazione con Mauro Pagani, ha ormai intrapreso un discorso jazz rock a tutti gli effetti pur se con ampie aperture verso la fusion

Registrato per la piccola discografica IAF già label dei Dalton, il nuovo disco dei Salis rivela una maturità tecnica e compositiva sorprendente, sia per la qualità della registrazione che sostiene senza cedimenti la potente dinamica delle otto composizioni, sia da un punto di vista musicale là dove le indiscutibili qualità dei musicisti riescono sempre a dare il meglio di sé senza alcuna prevaricazione

Si prendano ad esempio i fluenti chiaroscuri della leading track Novembre in cui una ritmica seduttiva e cadenzata fa da tappeto a un continuo call and answer tra chitarra e tastiere, oppure la successiva Rapsodia per Emigrazione dove una solida architettura ritmica palleggiata tra etnica e crossover, disvela una straordinaria fantasia cromatica.

Dopo il buio la luce
Per tre quarti strumentale, Dopo il Buio La Luce non presenta cali di tono neppure nei due brani vocali che anzi restituiscono ulteriori prospettive sonore. La prima ambasciata da Diablo che in un incantatorio groove arabeggiante omogeinizza sapientemente tastiere e chitarre, e l'altra dalla conclusiva Yankee Go Home: una ballata ludica e solare che giusto per non farsi mancare nulla, sferra un’orgogliosa zampata antimperialista paragonando la colonizzazione dei territori indiani del Nord America a quella operata in Sardegna dai mercificatori continentali

Unico punto debole, la data di pubblicazione dell’album che lo rese un prodotto fuori tempo e purtroppo anche fuori mercato.  Poco appetibile per i fan del rock progressivo ormai defunto da tre anni, e vista la sua pessima distribuzione, anche per coloro che in quel 1979 dominato dalla disco-music, dal punk e dalla new-wave, cercavano disperatamente musiche di profilo più elevato

Non a caso, fatta eccezione per qualche zona della Sardegna, l’ultima fatica della band prima dello scioglimento non solo venne praticamente ignorata, ma ristampata per la prima volta solo trent’anni dopo grazie all’interessamento della Giallo Records di Carate Brianza.

Un vero affronto alla musica di qualità che però nulla toglierà mai al valore intrinseco del disco. Un gioiello di nicchia che dimostrò come, anche nella terra di Maria Carta, Marisa Sannia, Clara Murtas, Piero Marras e del cantu a chiterra, vi fosse già dai primi anni Settanta una decisa volontà di contaminazione stilistica. La stessa che a partire dal 1990 verrà condensata nel cross-jazz di Paolo Fresu, e diverrà fiore all’occhiello per l’Italia intera.

Claudio Lolli: Ho visto anche degli zingari felici (1976)

Ho visto anche degli zingari felici
Nella seconda metà degli anni Settanta , quelli che il milanese Gianfranco Manfredi definìzombi proletari”, erano invece per il cantautore bolognese Claudio Lollizingari felici”: due modi cioè per evocare gli stessi soggetti politici ma con un taglio completamente diverso. Cupo e rassegnato per Manfredi che duramente provato dalla pesante débacle del Parco Lambro, celebrò in Zombie di tutto il mondo unitevi la morte dei Movimenti storici e dei suoi protagonisti; lucido e possibilista per Lolli che in quel cambio della guardia tra vecchie e nuove pratiche alternative vi lesse nuove prospettive rivoluzionarie, condensate appunto nel suo storico Lp Ho visto anche degli zingari felici

E non fu una contraddizione perché, mentre nella città più industrializzata d’Italia la riconversione padronale aveva violentemente azzerato la lotta di classe costringendo il contropotere all’arrocco o alla clandestinità, nella Bologna di metà decennio sbocciava invece un modello associativo del tutto nuovo, il Movimento del ’77: vivace miscuglio di spontaneismo freak, dogmatismo post-operaista e ribellismo sottoproletario con ampie componenti anarco-nichiliste. Un’orda antagonista il cui spirito dissacratorio centrifugava senza troppi complimenti Tristan Tzara, Majakovskij e il Punk, ma pur sempre nella consapevolezza di svilupparsi in una delle città più rosse d’Italia

Con queste premesse, è logico che la produzione culturale della Bologna post-76 fu quantomai articolata e mista: dal rock demenziale degli Skiantos al Punk emiliano-romagnolo dei CCCP, dai violenti scontri del marzo 77 agli strali dei Raf Punk contro il concerto gratuito dei Clash in Piazza Maggiore tre anni dopo. Il tutto passando per un’infinita serie di dibattiti, iniziative e disobbedienze diversificate

Recensione Ho visto anche degli zingari felici
FOTO: Angelo Aldo Filippin
Tutto ciò che avvenne però dopo la pubblicazione di Ho visto anche degli zingari felici (titolo mutuato da un film jugoslavo del 67), l'allora ventiseienne Claudio Lolli non poteva saperlo. Al limite poteva solo immaginare che quello strampalato coacervo di gente che si "rotolava per terra, faceva l’amore e si ubriacava di luna", avrebbe comunque prodotto qualcosa di buono
Ne fu anzi convinto, e da quella situazione ricavò il suo capolavoro: registrato ai Sax Studios di Milano, pubblicato dalla EMI italiana il 7 aprile del 1976, e venduto al prezzo politico di 3.500 lire contro le 5.000 standard. 

Accanto a Claudio, quattro membri del Collettivo Autonomo Musicisti Bologna: il chitarrista Roberto Soldati, il fiatista Danilo Tomassetta, il bassista Roberto Costa e l’ex batterista dei Tubi Lungimiranti Adriano Pedini, questi ultimi due futuri Orchestra Njervudarov.

l nuovo album di Lolli arrivava a due anni di distanza da Canzoni di Rabbia, ma a differenza del suo predecessore predilesse una dimensione musicale collettiva e più moderna, tanto che qualcuno vi scorgerà frammenti di jazz e persino di progressive.

In più, si espansero anche le tematiche: prima imperniate su un solo sentimento (la rabbia, appunto), e ora estese consapevolmente ad analisi politiche e alla critica storica: la strage dell’Italicus (Agosto), la necessità dell’opposizione totale all’ipocrisia dei potenti (Piazza bella piazza, La morte della mosca), nonché di una nuova cultura che fosse organizzazione e comunicazione ancor prima che ideologia (Anna di Francia). 

Ho visto anche degli zingari felici
BOLOGNA, MARZO 1977
Ma fu la title track il vero gioiello del disco: undici minuti di versi e musica divisi in due parti (Introduzione e conclusione) che racchiudevano l’intero Lp a mo’ di concept album
Un brano formidabile che non visse solo del suo phatos poetico , ma catapulterà nel futuro almeno trent’anni di antimperialismo

 "É vero che abbiamo bevuto il sangue dei nostri padri e non risciamo a vedere la luce /. È vero che non riusciamo a parlare o parliamo troppo / Ma è anche vero che non vogliamo pagare le colpe di chi non ha colpa e preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia / [Quindi], riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l'abbondanza"

Questo cantava Lolli nella primavera del 1976, madido evidentemente di speranze e fiducia

La storia però andò diversamente, e dopo tre anni in cui, pur se tra problemi di organizzazione e compattamento, Bologna fu l’epicentro della creatività italiana, il 2 agosto 1980 una nuova strage colpì vigliaccamente la sua stazione ferroviaria e l’Italia democratica tutta, spostando nuovamente il conflitto sul piano militare.  
Ma quella volta, le "mosche" che sopravvissero, avrebbero venduto cara la pelle..

Area: Parigi-Lisbona (1996, registrato 1976)

recensione
Correva la fine degli anni Novanta, mentre il mercato discografico aveva sempre meno da proporre e ancor meno da pubblicare, gli scaffali dei mediastore e i cestoni degli autogrill si riempivano di merce anomala
Di solito CD e DVD dal packaging convincente e dal prezzo ancor più attraente, ma che contenevano in realtà materiale di dubbia provenienza: video riversati da VHS, prese audio di fortuna, o comunque scarti e provini rinnegati dagli stessi protagonisti. 
Operazioni spesso giustificate come ”rivalutazioni culturali” ma che di culturale non avevano niente. Anzi, alcune facevano talmente pena da far rimpiangere certi bootlegs in vinile di gloriosa memoria che un senso almeno ce l’avevano 

Eppure, in un contesto così sfacciatamente mercantile, qualcuno che investì tempo e denaro per riportare alla luce con passione e competenza testimonianze inedite della storia del rock ci fu sul serio, specie per restituire quanto ancora ignoto del Prog Italiano: imprenditori seri ed onesti che ci hanno trasmesso importanti frammenti sonori e visuali altrimenti perduti o hanno prodotto Cd e Dvd dalla valenza straordinaria. E scusate se non faccio nomi.

Comunque sia, tornando alla fine degli anni Novanta, una delle migliori proposte che mi capitò sotttomano fu Parigi-Lisbona: compendio live della mini-tournèe europea che gli Area tennero nel 1976 poco prima di registrare Maledetti. Nello specifico, alla Fête de l'Humanité di Parigi e al Festival do Avante tenutosi a Lisbona nel periodo in cui gli eredi di Fernando Pessoa approvavano la loro nuova Costituzione. 

festival do avante
Il Cd invero non era tecnicamente un granché: foto di copertina ricavata da uno scatto del 73, poche informazioni, qualità sonora prescindibile, forse qualche editing di troppo, ma questa volta il famigerato ”recupero culturale” riuscì in pieno
Al di là di Are(a)zione e di qualche registrazione come quella del Lambro 76 infatti, le pubblicazioni non-postume degli Area dal vivo furono decisamente poche, probabilmente perchè il gruppo teneva una mole di concerti talmente imponente (200 nel solo 1975) che la Cramps ritenne inutile andare oltre un solo live. 

Ciò che però mi colpì maggiormente di questo Parigi-Lisbona, non fu solo la consueta abilità dei musicisti che traspariva persino da un audio mediocre, ma la loro scioltezza nel conquistarsi le platee internazionali. Ad esempio quella di Parigi alla quale Demetrio illustrò i brani in lingua locale e che venne letteralmente ipnotizzata da una sconcertante versione di Lobotomia. 

Altra perla del disco, se non proprio il suo momento clou, fu l’intro della vivace presentatrice portoghese che lanciò la serata con una consapevolezza magistrale. L’ovvio sospetto è quello che stesse leggendo un testo promozionale della Cramps, ma se invece lo avesse redatto lei, avrebbe dato una prova di una lucidità storica davvero sorprendente. In più, con una perfetta pronuncia italiana dei componenti della band.

Area Parigi Lisbona“È già tutto pronto! Acora una volta la presenza dell’Italia con il gruppo Area. E in questa meravigliosa serata vale la pena presentarli. 

Ma prima vorrei ricordare che secondo il gruppo Area, composto da cinque uomnini italiani provenienti da ambienti professionali molto diversi, la musica jazz sta oggi perdendo molte delle sue caratteristiche di composizione, di attualità e di comunicazione. 

Per questo il gruppo ha intrapreso una strada molto avanzata, tentando di sorpassare ciò che separa il jazz dalla musica pop. Il suo obiettivo è stabilire un contatto il più possibile diretto col pubblico senza compromettere le sue caratteristiche essenziali. 

E ora vorrei presntarvi uno ad uno i componenti del gruppo: Giulio Capiozzo: batteria. Giulio alla batteria! Patrizio Fariselli: piano e clarinetto. Demetrio Stratos: voce e organo. Ares Tavolazzi: contrabbasso, basso elettrico e trombone. E infine, Paolo Tofani: chitarra elettrica e sintetizzatore. 

Il primo pezzo in scaletta è Il lavoro rende liberi. Questa frase era scritta sulle pareti dei campi di concentramento nazisti e mantiene ancora oggi la sua forza e il suo significato. Nella città di Milano che è un campo di battaglia permanente nella lotta di classe, la frase Il lavoro rende liberi persiste come un simbolo contro l’oppressione dell’uomo sull’uomo.” 

Così, a distanza di due anni dalla fine della dittatura di Marcelo Caetano, i ragazzi regalarono al pubblico lusitano e alla loro splendida presentatrice un concerto da mille e una notte, concluso come giusto dalle note dell’Internazionale davanti a una platea entusiasta. Anzi, talmente infervorata che per qualche mese, nelle classifiche di vendita portoghesi, sarebbero stati secondi solo ai Pink Floyd.