Scorpyo: Destinazione infinito / Visioni (7" - 1977)

skorpyo destinazione infinitoAprile  2019 - A DISTANZA DI NOVE ANNI DALLA PRIMA PUBBLICAZIONE DI QUESTO POST,  
ELVIO VALENTE DEGLI SCORPYO INTERVIENE NEI COMMENTS
 PER FARE ULTERIORE CHIAREZZA SULLA LORO STORIA.
Grazie Elvio, e grazie JJ.

NEI COMMENTS, INTERVIENE SPIEGANDO ESAUSTIVAMENTE LA STORIA DI QUESTO DISCO BOBO SALMOIRAGHI, EX COMPAGNO DI GRUPPO DEL FUTURO CHITARRISTA DEGLI SCORPYO (ED EX HELLUA XENIUM) PIERO GIAVINI. GRAZIE!


Destinazione Infinito”/”Visioni” è il primo e unico vinile degli Scorpyo pubblicato nel 1977 dall’etichetta Radio Records e catalogato col n° RRS 2075.
Secondo il “Record Collector’s Vault” per portarsi a casa un esemplare neppure Mint, ci vogliono almeno 250 euro, il che lo renderebbe uno dei singoli più rari e ricercati sul mercato nazionale, in buona compagnia con quello dei Lydia e gli Hellua XeniumGuai a voi”/“Invocazione”, edito nel 1973 dalla Rusty Records (cat. n° RR204 distribuzione Eco-Ares, Verona).


Date le scarsissime informazioni su questi due monoliti del collezionismo italiano, non pochi appassionati di Prog vorrebbero saperne di più e per questo tenteremo di ricomporne la storia.


Innanzitutto, è quasi assoldato che le due bands, Lydia e Scorpyo, fossero collegate tra di loro, visto che ebbero in comune gli autori di tutti i loro brani: Fernando "Nando" Lattuada e Rinaldo Prandoni detto “Complex”.
Lattuada musicò il “Mare nel cassetto” a Sanremo ’61 anche se egli stesso definì quell'episodio "incidentale" nella sua carriera. Rinaldo Prandoni era invece un cantautore e chitarrista milanese che nel 1973 fondò insieme ai novaresi Claudio “Klaus” Tiscione (basso) e Walter Commizzoli (batteria) il trio “In tre sulla strada”.

Tiscione aveva trascorso il periodo Beat con I Pipistrelli e I Cuori di Pietra mentre Comizzoli era negli Angel Faces. Entrambi confluirono poi nella Electric Blues Band che oltre ad autoprodursi in studio diverso materiale, si esibì come spalla delle Orme.

Poco dopo, mutato il nome in “In tre sulla strada”, il terzetto venne scritturato nel 1973 dalla Radio Records (distribuzione Ariston) e incise il suo unico album a matrice cantautorale che però non ebbe sufficiente riscontro di vendite. Contrariamente a quanto affermato da alcune fonti, i tre non ebbero alcuna attività dal vivo e non fecero mai da supporter ai New Trolls.

Sciolto il trio, Commizzoli e Tiscione rimasero alla Radio Records come turnisti fissi suonando per diversi artisti quali Marcella Bella (solo Tiscione) e per il cantautore Christian.

Dal canto suo, Prandoni adottò lo pseudonimo di “Complex” e collaborò come autore con svariati musicisti di chiara fama tra cui Nada, Dalida e, cosa più interessante per la nostra storia, con alcune bands sommerse del Pop italiano: gli Juniors di Gianni Pettenati, i misterosi Vocals che facevano covers dei Deep purple e dei Fleetwood Mac e, guarda caso, con Lydia e gli Hellua Xenium.

 
lydia e gli hellua xeniumSu questo ultimo gruppo e i loro due singoli del ’73 e del ’74, girano molte più leggende che verità. Sicuramente però occorre ammettere che il loro sound fosse piuttosto avanti coi tempi sia per impostazione che per impatto sonoro.

Invocazione” (1973) per esempio, è un heavy rock sostenuto da incalzante drumming in stile psichedelico (si immagini “Set the control...” dei Pink Floyd) che si dimezza dopo un grintoso riff di chitarra durante il successivo cantato e ricompare violentemente nella piena orchestra finale.
I testi dal sapore mistico e underground contengono riferimenti millenaristici piuttosto evidenti e probabilmente è per questo che il disco verrà citato nel recente libro “Pop Italiano di ispirazione Cristiana” della Rugginenti Editore.
Nondimeno, il clima dark e pesante richiama decisamente alcune cose degli Antonius Rex (cori gotici e parti d’organo), al punto da far supporre che Lydia potesse essere addirittura Doris Norton.
L’ipotesi potrebbe avere una sua attendibilità in certe assonanze timbriche tra le due interpreti o perchè, come dice qualcuno, Lydia e Doris appartenevano alla stessa discografica. Non a torto però, c’è chi fa notare che nel 1973 gli Antonius Rex non erano ancora in forza alla Radio Records e comunque, provvederà lo stesso Antonio Bartoccetti a smentire categoricamente qualunque forma di collaborazione.

Sta di fatto che dopo lo scioglimento dei Lydia e gli Hellua Xenium nel 1974, il binomio “Lattuada-Complex” riappare nuovamente tre anni dopo nell’unico disco degli ScorpyoDestinazione Infinito” / ”Visioni”: stessi autori, stesso sound, stessa mistica, stesso anonimato.

skorpyo visioniVisioni” è un rock dal sapore decisamente underground in cui una convulsa base ritmica fa da supporto ad un organo in stile Alluminogeni e una non meglio identificata voce sopranile che a questo punto potrebbe essere Lydia, la Norton o chissà chi (VEDI COMMENTS). Un brano tutt’altro che memorabile comunque.

Molto meglio strutturata e decisamente notevole è invece “Destinazione Infinito”: un prog-rock molto pesante caratterizzato da diversi stacchi che dividono alternativamente una strofa dal sapore acido e cadenzato da un’inciso liquido e visionario. Ci sono si riferimenti al Kraut, ma complessivamente il brano vive di vita propria possedendo una sua aprezzabile originalità.
Qui le voci sono due, una maschile e una femminile che finiscono per mescolarsi generando un sound particolare asessuato ed inquietante.

Un brano che insomma, si distacca completamente dal panorama dell’epoca e il cui particolare approccio gotico gli conferisce, al di là delle venditeche furono pressoché inesistenti, un notevole valore aggiunto


Ancora oggi, trovare notizie su questo gruppo è tanto complicato quanto reperirne il disco per cui, se qualcuno sapesse qualcosa in più, si faccia avanti.

Classic Rock ha risolto tanti misteri e chissà mai che non risolva anche questo.

E LA DONNA DISSE: "ROCK" 2/3

John N. Martin - Rock Progressivo Italiano
JENNY SORRENTI
... CONTINUA DALLA PRIMA PARTE 

Sono dunque complete, determinate e partecipative le artiste che si affacciano al primo biennio degli anni Settanta, noto anche come il periodo dell'Underground, e alcune, come delle Grace Slick nostrane, diventano persino icone delle loro band. Inizialmente non molte a dire il vero, ma leggendarie come Silvana dei Circus 2000, Doris degli Jacula, o, più defilate come Eva e Gloria dei Venetian Power

Ma è solo l'inizio: con la voglia di partecipare (e non solo di accondiscendere), l'interazione uomo-donna cresce esponenzialmente. Alla proliferazione dei movimenti anarco-comunitari corrisponde un incremento dell'eterosessualità, e il fenomeno investe ovviamente anche la sfrera discografica. 

John N. Martin - Rock Progressivo Italiano
Silvana e i CIRCUS 2000
Lo stesso rock progressivo, presidio maschile per eccellenza, verrà infatti complessificato da un nutrito contingente di ragazze che lo porteranno a livelli internazionali. Jenny Sorrenti innanzitutto, che non fu solo “la sorella di Alan”, ma l'imprescindibile anima dei Saint Just (ascoltare Tristana da La Casa Del Lago per rendersene conto); Donella Del Monaco, colta e sofisticata dama degli Opus Avantra; Gianfranca Montedoro, mistica signora dei Living Music, Donatella Luttazzi dei Logan Dwight, e la giovanissima Silvana Idà che con un coraggio da leone propose con gli Apoteosi una musica inedita per la sua Calabria. 

Dello stesso periodo ricordiamo anche Lilli Ladeluca dell'Assemblea Musicale Teatrale, la cui vocalità cadenzata e drammatica incarnò un modus espressivo tipico del triennio 75-77; i dischi femministi tout-court di Antonietta Laterza, e Paola Pitagora, e per finire la squisita dolcezza freak di Donatella Bardi che chiuse in anticipo gli anni Settanta. 
Inarrivabile in questo senso Regina in quest'età da A Puddara è un Vulcano (1975), che nel suo avvolgente candore parve scacciare, soffiandoci sopra, quel tremendo uragano che di lì a poco avrebbe falciato tutti i suoi compagni. 

John N. Martin - Rock Progressivo Italiano
DONATELLA BARDI
E infatti fu un riflusso sconvolgente quello che in quindici anni annientò con ogni mezzo le realtà antagoniste, sdoganò i localismi più insolenti, impose miti e modelli ad aziendam, e lasciò alle minerve del rock due sole alternative: reintegrarsi o andarsene

Scompariranno così Nicoletta Bauce e Silvia Draghi, artiste refrattarie a qualunque compromesso, il duo Simo e Susi incompatibile con una discografia ormai industrializzata, e la siciliana Roberta D'Angelo, autrice nel 1980 del pur validissimo Casablanca.

John N. Martin - Rock Progressivo Italiano
GIANNA NANNINI
Materia per storiografi diventeranno anche le supereroine del punk-rock Clito, Remote Control, Antigenesi, Riot Grrrl e Kandeggina, e quando al fine si schiusero gli anni Novanta, regnava sovrana quella che De Andrè avrebbe chiamato "la pace terrificante”. 

I teatri avevano preso il posto delle piazze, l'impeto e la verbosità delle manifestazioni si era stemperato in musica e poesia (se ne renderanno conto Ginevra Di Marco, Mara Redeghieri e Angela Baraldi), e tra le confortanti mura domestiche riapparvero mute e supine le custodi del focolare a bilanciare uno spietato esercito di manager e di vampire mediatiche formatesi nel frattempo alla corte del neoliberismo..

E le donne che misero radici nel beat e nella Controcultura
Loro dovettero reinventarsi al volo, e ancora prima degli anni Ottanta cominciarono a laccarsi e truccarsi nei modi più improbabili: un po' per moda, e un po' perché altro non si poteva fare in una società sempre più patinata, concorrenziale e spietatamente mercantile

Cambiò rotta ad esempio Gianna Nannini che da brani quali Morta per Autoprocurato Aborto, Ti Avevo Chiesto Solo di Toccarmi e il suo capolavoro California, divenne l'idolo di paninari e cibernetici; lo stesso fecero l'allora trentenne Nada Malanima che dopo un luminoso esordio hippy e un immenso album prodotto da Piero Ciampi e Gianni Marchetti (Ho scoperto che esisto anch'io, 1973), riparò senza pudore su smalti fluo e minigonne vertiginose; Grazia di Michele e Giovanna “Squillo” Coletti in Muciaccia che dall'impegno antifascista (la prima) e simil-punk (la seconda) firmeranno entrambe per Mediaset; Donatella Rettore che a Goldoni e Gino Paoli preferirà una pur ottima disco music; Loredana Berté che stemperò la sua proverbiale sfacciataggine nel reggae-rock, e se vogliamo, Angela Brambati dei Ricchi e Poveri che abiurò le splendide polifonie soul degli esordi (es: Coriandoli su di noi) a favore della cassa ribattuta. 
Perché intendiamoci: “Arte a parte, le palanche fan comodo”.

CONTINUA NELLA TERZA PARTE - TORNA ALLA PRIMA PARTE

Intervista a Gianni Bianco dei CIRCUS 2000

gianni bianco circus 2000 IN ESCLUSIVA PER CLASSIC ROCK:  INTERVISTA  A GIANNI BIANCO, L'INDEMONIATO BASSISTA CHE HA CARATTERIZZATO CON SILVANA ALIOTTA IL SOUND DEI MITICI CIRCUS 2000. A LUI E A TUTTI I CIRCUS VA IL NOSTRO PIU' GRANDE E SINCERO ABBRACCIO!



J.J.: Caro Gianni, innanzitutto grazie mille per la tua disponibilità. Comincerei col chiederti come sono nati i Circus 2000?

 GB: Suonavo in un gruppo storico di Torino, I Kobra col quale avevo vinto un concorso cittadino e il concorso Davoli regionale ottenendo una certa popolarità.
Quando il gruppo si sciolse, un mio compagno di scuola mi disse che suo zio Johnny Betti, ottimo jazzista, cercava dei giovani musicisti per formare un gruppo rock. La cosa mi stupì un poco ma accettai quando seppi che era più vecchio di me solo di pochi anni.Johnny mi chiese se conoscevo un bravo chitarrista ed io gli presentai Marcello Quartarone che suonava con me nell'ultima formazione dei Kobra ed era già un fervido compositore.
Chiamammo il trio Genius e facemmo esperienze bellissime con vari musicisti che andavano e venivano tra cui i sassofonisti Guido Scategni, Eddy Busnello (lo puoi sentire nel primo disco degli Area), un fantastico organista californiano Dennis Kaufmann (quando si dice il caso) ed i cantanti Mario T. ed il grande Pierfranco Colonna.


Suonammo di tutto da Hendrix a Otis Redding, dai Cream a J. Cocker, ai Vanilla Fudge e BS&T e a un certo punto decidemmo che era ora di fare sul serio. Pensai a Silvana Aliotta che avevo sentito cantare tempo prima senza più dimenticarla.
Così ci mettemmo al lavoro ed io proposi il nome Circus 2000 ed il canto in inglese
e non tanto per spacciarsi come stranieri, ma per avere un sound migliore e perchè poteva aprire porte chiuse, come è poi successo.

regalami un sabato seraNel primo LP il batterista Johnny Betti compose "I am the witch" e Marcello il resto.
Il testo di "Try to live" è scritto da me,così come tutti i testi di "An escape..." ed il brano "Hey man".
Tutti gli altri brani sono di Marcello e qualcosa è improvvisato in studio. Tutti hanno contribuito attivamente, con fantasia, agli arrangiamenti.
Non essendo iscritti alla Siae non firmammo i pezzi e stiamo ancora aspettando i soldi, comprese le royalties! Bello vero?
Se penso che i nostri CD sono stati venduti un pò in tutto il mondo...



J.J.: Già... infatti siete stati praticamente tra i primi a portare avanti un certo discorso Pop (inteso come Pop italiano ndr), ancora prima del Progressive. Ma dimmi, questa "voglia di novità" era premeditata o vi veniva, per così dire, "spontaneo trasgredire"?

 GB: La seconda che hai detto. E poi, scusa, ma non trovo adeguato il termine Pop. Come afferma Vernon Joynson, autore del libro "The flashback", noi appartenevamo al genere Psych Progressive. .. se proprio vogliamo stabilire un genere...

J.J.: E poi come siete approdati alla Ri-Fi?

GB
:
Alla RiFi ci presentò il nostro impresario attraverso un'audizione. Le difficoltà vennero dopo per arrivare ad incidere "An escape...", ritenuto troppo "osè".
Tra l'altro il contratto prevedeva anche un terzo LP che la RiFI non volle più fare e registrò solo qualche 45 in italiano con Silvana.
Si sono liberati di noi e sono stati tutti contenti,credo.



silvana aliotta e gianni biancoJ.J.: Alla faccia della gratitudine...
Dimmi Gianni, come mai questa impostazione così "californiana" del primo album?


 GB: Non saprei... a quel tempo avevamo pochissimi dischi e quasi tutta roba inglese, o R&B o Jazz... per di più passavamo le sere libere allo Swing Club di Torino ad imparare dai grandi jazzisti che passavano di là.
Una cosa è certa però: a quel tempo la Psych Generation era come se fosse in contatto telepatico. Noi suonavamo l'onda e l'onda suonava attraverso noi.


J.J.: E quando andavate in giro, che riscontro avevate?

GB: Buono. Nessuna diffidenza e a parte i soliti provocatori che potevi incontrare qua e là: per esempio partecipammo all'11° Cantagiro e quando arrivammo a Perugia salendo un viale, certi "goliardi" bombardarono il corteo dall'alto con una sostanza marrone che non era cioccolato!
Tutti quelli davanti a noi (15) furono colpiti, ma il nostro furgone non fu neanche sfiorato e dietro non so chi si salvò! Grazie ragazzi!

Comunque a parte alcuni episodi sporadici era tutto OK..

J.J.: Gianni, cosa ha provocato svolta "Prog" del secondo album? Vi siete adeguati all'aria che tirava, sentivate che finalmente c'era più spazio per delle idee nuove o cos'altro?

 GB: Era semplicemente nell'aria... un' evoluzione naturale.
Hai mai sentito Ummagumma dei Pink Floyd? Era del '69, ma se noi avessimo proposto qualcosa di simile in Italia nel '69/'70 ci avrebbero fucilato!
Comunque lo spazio dovevi prendertelo rischiando tutto. E così abbiamo fatto.


J.J.: Com'è andata questa "seconda fase" rispetto alla prima? 

GB: Per noi sempre meglio, anche se cambiare tanti batteristi mi ha creato qualche difficoltà. Comunque sono stato fortunato, erano tutti bravissimi e sensibili e mi hanno aiutato a crescere.
Le serate però sono diminuite un pò perchè il genere si faceva più impegnativo e forse era insufficente la promozione.
Per fortuna la TV, il Cantagiro, la vittoria al secondo Festival delle nuove tendenze e Controcanzonissima '72, ci hanno portato molta popolarità e rispetto.
 

J.J.: A proposito di Festival Pop , che aria tirava? 

GB: In genere sempre buona, bastava essere in forma e suonare con tutta l'anima.
L'aria era: "siamo tutti qui con un solo desiderio stare in pace e trascorrere una bella ed indimenticabile giornata". Vorrei poterli abbracciare tutti in un colpo solo. Dovunque siano,vorrei ringraziarli di aver lasciato un segno e tante buone vibrazioni nei vari festival d'Italia.


J.J.: Frequentavate altri gruppi... anche politici voglio dire?

 GB: Musicalmente frequentavamo solo i gruppi di Torino, a cui rivolgo un caro saluto.
Avevamo però molta stima per molti gruppi italiani, citerò gli Area per tutti.
Politicamente invece no
! Come dissi a suo tempo ad un intellettuale: "i musicisti non hanno bisogno di politicizzarsi perchè la musica è politica!"
Bisogna saper ascoltare.


1970 circus 2000J.J.: Che ruolo pensi abbiano avuto i Circus 2000 nella musica italiana?

 GB: Quello di un rompighiaccio, anche se il ghiaccio si è poi ricompattato.
Il primo LP in inglese di un complesso italiano e venduto bene anche all'estero, in fin dei conti... l'abbiamo fatto noi... forse?!


J.J.: ... sono stati allora "anni meravigliosi" come dicono in molti?

GB
:
Si, sono della stessa opinione,peccato che "qualcuno" abbia lavorato a tutti i livelli per rovinare tutto, e alla fine c'è riuscito. Del resto quell'onda non piaceva nè all'est nè all'ovest...
... solo l'amore salverà il mondo!.


J.J.: ... due aneddoti per chiudere in bellezza...

GB: Dunque... il primo. La stella a 5 punte rovesciata,sulla copertina di "An escape...", non è stata una nostra idea. No satanists here!
E infine, sempre sullo stesso disco, l'assolo di voce di Silvana che sembra un nastro "al contrario" in realtà è stato cantato proprio così, sorprendendo tutti.

Battiato: Fetus (1972)

battiato fetus 1972Quando Francesco Battiato arrivò da Jonia a Milano nel 1965 con molte idee e pochi soldi, non era il distinto e posato signore che conosciamo oggi, anzi, il perfetto contrario.
Possedeva innanzitutto una determinazione fuori dal comune che lo portò non solo a superare le difficoltà di qualunque emigrato dell'epoca, ma di sopravvivere nel cinico mondo della musica leggera,  e di affermarsi come una delle principali realtà dell'avanguardia Italiana.

La prima fase di sostentamento si risolse già nel 1965 con la pubblicazione di due "flexi disc" per la NET (retribuzione: diecimila lire a disco) e nella costituzione del duo "Gli ambulanti" in coppia col pianista e compaesano Gregorio Alicata per cantare canzoni di protesta davanti alle scuole

Lo step successivo fu quando i due vennero notati da Giorgio Gaber che fece fare loro un provino. La cosa però non funzionò, e Battiato scelse di proseguire da solo senza Alicata, visto che nel frattempo Gaber gli aveva procurato un contratto con la discografica Jolly.
Arrivano così altri due singoli ("La Torre" e "Triste come me", 1967) e infine il prestigioso passaggio alla Philips con la quale inciderà ben tre 45 giri tra il 1969 e il 1970: tutti di stampo romantico e tutti di un certo successo (si dice fossero quattro, ma l'ultimo non venne pubblicato).

battiato fetus 02
A un certo punto però qualcosa non va.
Siamo al principio del 1971 e Battiato capisce che i tempi sono maturi per osare di più. Lui è un grande appassionato di biologia, esoterismo, letteratura tedesca e musica elettronica, e la fase romantica comincia a stargli talmente stretta. Anzi, talmente limitante che più di una volta l'avrebbe rinnegata nel corso della sua carriera. Voleva invece "trovare una musica che fosse il corrispettivo letterario di ciò che lo interessava" e si diede da fare.

Battiato si chiude in un mutismo radicale rinunciando a molte serate e alle lusinghe delle majors, e inizia a cambiare completamente frequentazioni avvicinandosi sempre di più al fervido ambiente dell'avanguardia milanese.
Si dota di un modernissimo VCS3 e decide che da ora in poi inciderà qualcosa solo se ne avrà il pieno controllo.
Per realizzare i suoi piani, bussa così alle porte della neonata etichetta Bla Bla di Pino Massara che lo accoglie a braccia aperte.
Risultato: il suo primo trentatrè giri "Fetus", concepito
nel 1971, registrato alla Sala Regson di Milano (la stessa di Celentano e Mina) e pubblicato nei primi mesi del 1972. 

battiato fetus 03Che Battiato abbia intenzione di scioccare, lo si capisce sin dalla celebre copertina dell'A.l.s.a di Gianni Sassi raffigurante un feto maschile (presumibilmente morto), dall'esplicita foto pop al suo interno e dalla quarta che ritrae il nostro in una personalissima tenuta spaziale.

Concettualmente, il disco guida l'ascoltatore nel processo della genesi umana dal suo concepimento sino alla nascita, e musicalmente si rivela una novità assoluta per l'Italia: un misto tra elettronica e Bach, tra Oriente e Occidente, tra cantilene infantili e voci spaziali, tra melodia e rumoristica.
Ingenuità e aggressività si mescolano in un insieme omogeneo ed incalzante in cui Battiato sembra voler mettere a punto tutte le linee della sua filosofia artistica.


 battiato fetus 04 Nell'incedere dell'ascolto non si trova nulla di scontato ed ogni nuovo movimento è una scoperta musicale e strumentale (con lui suonano sei musicisti) sempre funzionale al racconto. 
Si parte dalla descrizione del concepimento vista dalla parte del nascituro ("Non ero ancora nato che già sentivo il cuore […] M'incamminavo adagio per il corpo umano. Giù per le vene, verso il mio destino") per arrivare attraverso i vari processi biologici ("Cariocinesi", "Energia" "Mutazione" ecc…) alla luce della vita.

Dove non permeata da formule e citazioni scientifiche ("Fenomenologia"), la poetica di "Fetus" rivela una "pietas" straordinaria e una coscienza artistica che pur se non ancora perfettamente sviluppata, è ormai solidamente parte di colui che diventerà uno dei più innovativi artisti del nostro secolo.

A dispetto di qualche polemica occasionale (la foto di copertina fu tra i bersagli favoriti della stampa borghese), "Fetus" otterrà un riscontro notevole che venne ulteriormente rafforzato da un 45 promozionale ("Energia" / "Una cellula") e da incessanti apparizioni dal vivo ai principali Festival Pop di cui fu sempre graditissimo ospite.

Il suo interesse all'Underground e alla Controcultura verrà favorevolmente ricambiato e, al di là di trascurabili contraddittori, porterà il ragazzo di Jonia ad una considerazione sempre più alta.
In questo senso, Fetus è da considerarsi tra i migliori album dell'avanguardia Italiana.

Ne esiste anche una versione in inglese mai pubblicata ufficialmente, ma infinitamente meno incisiva di quella originale.

FRANCO BATTIATO - Discografia 1972 - 1975:
1972: FETUS
1972/73: LA CONVENZIONE - PARANOIA (45 giri)
1973: POLLUTION
1973: SULLE CORDE DI ARIES
1974: CLIC
1975: M.ELLE LE GLADIATOR

...E LA DONNA DISSE: "ROCK!". 1/3

Italia, anni Cinquanta: un periodo talmente vivace che rallegra persino a pensarci. 

Si diradano poco a poco gli orrori della guerra, l'economia sfreccia veloce grazie al patto tra borghesia industriale e ideologia del lavoro, e ogni istanza del vissuto sembra contribuire a un progresso irrefrenabile. 

Impazzano i juke box e i 45 giri, la produzione discografica è più che mai indice di modernità, e non a caso è proprio in quell'ambito che si affermerà irresistibile una delle figure più significanti della cultura contemporanea, quella femminile: ritenuta per secoli devota e gregaria, ma che un irrefrenabile processo di emancipazione trasformerà presto da oggetto a soggetto

John N. Martin - Rock Progressivo Italiano
MINA, 1958
E anche se tra malizie e pregiudizi, le nostre cantanti non avranno mai vita facile, la loro naturale determinazione le condurrà spesso a scelte ben più efficaci dei maschi. Sia nella musica che nel quotidiano. 

Ricordiamo in questo senso Katyna Ranieri e Jula de Palma, che oltre a rinfrescare la nostra forma-canzone, sfidarono impavide convenzioni e ipocrisie sociali; Lucia Mannucci che con il suo Quartetto Cetra punzecchiò il fascismo a colpi di swing, e naturalmente colei che il 23 settembre 1958, da un vacillante palcoscenico di Rivarolo del Re, sovvertì l'Italia intera: Mina Anna Maria Mazzini, la spilungona di Busto Arsizio naturalizzata cremonese che tradusse al femminile ciò che Celentano aveva sdoganato un anno prima al Palaghiaccio di Milano, e rivoluzionò definitivamente il ruolo della donna nella discografia moderna.
"PATTI PRAVO, LA PIU' GRANDE RIVOLUZIONARIA
 DOPO ROSA LUXEMBURG". (Primo Moromi)

Con lei tramontarono le dive da rivista / avanspettacolo, e irruppe incontenibile una generazione di ragazze spigliate, indipendenti e sicure di sé: Brunetta, Angela, Jenny Luna e Babette per menzionarne solo qualcuna.

 Artiste moderne al punto di gestirsi agevolmente tutti i nuovi ritmi internazionali, e talmente spregiudicate da indirizzare sia le mode che il mercato. "Mina la ragazza tutta birra" fu - per dire - un buon esempio di testimonial ante litteram

È però un'autonomia ancora virtuale. A Ricostruzione avvenuta le donne non hanno raccolto neppure un briciolo delle conquiste successive, anzi, molte preferiscono rimanere arroccate alla melodia (la Boni, la Cinquetti, la Christian e la De Angelis) e fosse per loro l'Italia potrebbe restare confinata all'Ottocento

La rivoluzione però è alle porte, e mentre Mina da un figlio a un uomo sposato, l'attore Corrado Pani, ecco arrivare inquiete e inquietanti le prime vere suffragette della musica italiana. Artiste che allo scatenato protagonismo delle urlatrici assommano un esistenzialismo inedito, e che come Milva, Gabriella Ferri e Ornella Vanoni (anche lei concubina di un ammogliato, il regista Giorgio Strehler), sfidano la spersonalizzazione del boom economico a colpi di memorie, mitologie, folclore e teatro. Milva con tanghi e flamenco, Gabriella tra mantellate e barcarole romanesche, e Ornella reinventando le canzoni della mala milanese. 
Sono tutti trend molto lontani dal pseudo-giovanilismo di Rita Pavone o dal populismo di Orietta Berti, e infatti, grazie anche al movimento beat, la femminilità sta prendendo coscienza di sé, ha acquisito audacia e sfrontatezza, e ancor più la certezza di potersi affermare con le proprie forze

Lo confermano Patti Pravo che diventa la Ragazza del Piper; Caterina Caselli il cui caschetto firmato Vergottini identificherà tra l'altro una delle più apprezzate talent-scout d'Italia; e altre ragazze cattive che non si fanno alcun problema a scappare di casa, a indossare minigonne mozzafiato, e a nutrirsi d'amore e yé yé
Tra loro Marina Marfoglia e Luciana Valci, Carmen Villani e Mita Medici, e altre ancora più o meno famose ma che entretanno comunque nella storia. 

Dal Sessantotto in poi insomma, anche le cantanti meno in vista non hanno più soltanto una voce, ma un look riconoscibile spesso creato appositamente per loro da stilisti di chiara fama, una personalità, delle opinioni circostanziate, e in qualche caso, prendono anche posizioni molto nette come Michelle Loskady, la nostra prima beat-pacifista, e Giovanna Marini, la maggiore esponente della cosiddetta nuova canzone politica

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE >>>

Museo Rosenbach: Zarathustra (1973)

museo rosenbach zarathustra 1975Non doveva essere piacevole in pieno clima Underground essere etichettati come "fascisti", anzi: sappiamo benissimo che chi lo era realmente, o solo sospettato di esserlo, veniva sistematicamente tagliato fuori da qualunque circuito artistico alternativo.

Il concetto di "Dio, patria e famiglia" infatti, mal si azzuppava con i dogmi rossi della conflittualità, della trasgressione e del "nuovo ad ogni costo" che albergavano nella musica Prog e nei suoi adepti.

 
Quindi, che piacesse o no, gli anni 70 furono un periodo in cui era meglio prestare attenzione non solo alla normale dialettica, ma soprattutto alla valenza delle proprie provocazioni. Una scelta poco azzeccata poteva condurre all'ostracismo e questo fu proprio ciò che accadde ad un quintetto di Bordighera: i Museo Rosenbach.

 
Nati nel 1971 dalla fusione della "Quinta Strada" e del "Sistema" (uno dei primissimi gruppi a suonare Prog in Italia che comprendeva anche il futuro Celeste Leonardo Lagorio), i cinque iniziarono subito le attività chiamandosi "Inaugurazione Museo Rosenbach", proponendo cover straniere e facendo da spalla a gruppi di una certa rilevanza quali Delirium e Ricchi e Poveri.
Il loro nome, scelto dal bassista Alberto Moreno, significava letteralmente "ruscello di rose" e pare fosse ispirato a quello di un non meglio precisato editore tedesco 

 
Nel 1972, la successiva scelta di comporre materiale originale, spinse la band a contrarre il nome in "Museo Rosenbach" e contemporaneamente provocò un contratto con la discografica Ricordi, già avvezza al Progressive per via del Banco, Hunka Munka e della Reale Accademia di Musica.


museo rosenbach zarathustra 1975 matia bazarIl risultato che vide la luce nel 1973 è considerato a tutt'oggi una della pietre miliari del Prog italiano, "Zarathustra": composto su musiche di Moreno, testi del collaboratore esterno Mauro La Luce (già paroliere per i Delirium), inciso presso i professionalissimi Studi Ricordi e orchestrato dallo stesso Museo.
Musicalmente il disco si divide tra una lunga suite omonima che occupava tutto il primo lato e tre brani anch'essi in puro stile Prog sulla facciata cadetta.

Come ormai tutti sappiamo, l'album era un capolavoro e avrebbe meritato una massiccia diffusione non solo nazionale ma planetaria, come dimostrano ancora oggi le numerose manifestazioni d'affetto da ogni dove.
Qualcosa però andò storto e qui mi ricollego all'inizio di questa scheda.
Di fatto, nella drammatica copertina di Wanda Spinello che ritraeva un collage dal volto umano in stile Arcimboldo, appariva chiaramente sulla mascella destra un busto di Mussolini.
Apriti cielo!
Il Museo Rosenbach era finito ancora prima di cominciare.


A nulla valsero le spiegazioni del celebre designer Cesare Monti che sosteneva la tesi della mera provocazione e che, in fondo, la figura di Zarathustra era intesa come "colui che anelava al bene attraverso la meditazione e la natura."

La sommatoria "Duce + Nietzsche" provocò l'immediato allontanamento della band non solo da tutto il nascente movimento Controculturale, ma persino dalla Rai che, a scanso di grane, rifiutò loro qualsiasi apparizione promozionale.
 


Dopo la partecipazione al Festival Nuove Tendenze di Napoli nel 1973 e comunque duramente pressato da un'opinione pubblica avversa, il Museo si sciolse durante la preparazione del secondo disco e dei Rosenbach anni ' 70 non rimarrà che un rarissimo album a cinque stelle e qualche raccolta postuma pubblicata negli anni '90.
Golzi intanto, sarebbe andato a formare i Matia Bazar con ben altro indotto economico. 

 
museo rosenbach zarathustra mussoliniA parte l'ineccepibile sound di "Zarathustra" di cui vi rimando alle numerose recensioni esistenti, questa volta mi premeva solo rimarcare come un tempo certi items extra-musicali fossero assolutamente fondamentali per le sorti di un gruppo, di un artista o di un qualsiasi autore. E lo zeitgeist, si sa, è uno dei valori necessari per comprendere anche il più piccolo parto dell'ingegno umano.
 

Il 1973, per intenderci, era un'epoca in cui solo girare per una strada "sbagliata" vestiti in maniera "inopportuna", o con sottobraccio un giornale "non allineato" (sia da una parte che dall'altra), voleva dire provocare un conflitto anche tragico.
Altro aspetto evidente è che, allora come oggi, i musicisti non avessero certamente il pieno controllo della propria opera. E purtroppo, non sapremo mai cosa sarebbe successo se qualcuno della band si fosse accorto di cosa conteneva quella dannata copertina.

GRAZIE ALL'AMICO ALBERTO MORENO PER LA STIMA E PER L'AMICIZIA

La Locanda delle fate: Forse le lucciole non si amano più (1977)

locanda della fate 01I sette musicisti della Locanda delle Fate (nome preso a prestito da un bordello) si uniscono ad Asti nella seconda metà degli anni '70 e, per certi versi, costituiscono il classico esempio di gruppo giusto al momento sbagliato.

Di fatto, quando uscì il loro primo e unico Lp datato 1977, il Punk e il cantautorato avevano conquistato definitivamente il cuore masse giovanili.

Salvo qualche impennata d'orgoglio poi, anche lo stesso Prog era storicamente agli sgoccioli e gli sporadici tentativi di mantenerlo in piedi si rivelavano per lo più isolati, o peggio, controproducenti.

 
Dal canto suo, anche la ricettività artistica del movimento antagonista si era trasformata contestualmente alle mutazioni strutturali e politiche della società: la Controcultura era entrata in crisi nel giugno del 1976 e aveva ceduto il posto alla pragmatica spontaneità del Movimento del '77.


La stagione dei grandi Festival Pop era finita e la drammaticità degli eventi lasciava ormai pochissimo spazio alle complesse atmosfere del Progressive.

Eppure c'era chi ci provava ancora: dall'America Gianni Leone del Balletto di Bronzo pubblicava il suo primo album solista ("Vero") sotto lo pseudonimo di Leo Nero, i Gramigna rispolveravano il Canterbury, la Pentola di Papin accennava a qualche riflusso classico nel più totale anonimato e i grandi gruppi storici (Banco, Pfm e Orme) stavano prendendo sempre più la via del Pop.


Gli Area e Demetrio Stratos, non a caso, quell'anno rimasero discograficamente silenti e, a questo punto, la "Locanda delle Fate" poteva dirsi realmente l'unico gruppo Prog del 1977, con tutte le complicazioni che ne derivarono.

Capitanata dal terzetto Conta, Gaviglio e Vevey (il primo, tastierista e gli altri due chitarristi), poi integrata da altri quattro componenti tra cui il cantante leonardo sasso, la numerosa band di Asti viene scritturata nei primi mesi del 1977 dalla discografica Phonogram, grazie ad alcuni demo-tapes e senza alcuna pregressa attività dal vivo.Convocata negli studi Polygram di Milano, inciderà nel capoluogo lombardo il suo primo e unico disco dal metaforico titolo di "Forse le lucciole non si amano più", pubblicato in maggio e preceduto da un breve tour promozionale che li porterà anche in Rai.
 
Malgrado lo stile sia decisamente Progressive con ampie tracce di Rock e Canterbury (e quindi come dicevamo, fuori tempo massimo), la produzione non lesinò affatto sul budget: pregevole copertina apribile in stile Roger Dean con foto del gruppo all'interno, incisione magistrale e una produzione artistica presigiosa firmata dal fratello di Vangelis, Nico Papathanassiou, all'epoca anche protagonista della svolta artistica dei Chrisma.
 


locanda della fate 03
A prescindere dal lato tecnico, sin dal primo dei sette brani in scaletta ci si accorge che "le lucciole" è un lavoro sostanzialmente riflessivo. Lo stile è quello del Prog inglese, ma avvolto da una pacatezza tutta particolare che ne rende l'incipit sovrastrutturale rispetto alla sua realtà storica. 
 
I testi invitano l'ascoltatore a rifugiarsi nell'illusione quale unica alternativa all'asprezza del quotidiano e lo stesso protagonista delle liriche, Estunno (contrazione di Estate e Autunno), vive in ciascuna canzone tutte le diverse forme di ripiego su se stesso per estraniarsi dalla materialità e auto-ricompensarsi delle fatiche di una vita difficile.

Si va dal ricordo dell'infanzia ("Profumo di colla bianca") all'evocazione dell'amore giovanile in "Cercando un nuovo confine", per arrivare infine alla voglia di completare le mancanze del proprio passato ("Sogno di Estunno") prima dell'acquisita coscienza di una nuova dimensione spirituale ("Vendesi saggezza").

 

Se vogliamo quindi, un concetto neppure troppo antistorico se preso dal punto di vista della "transizione tra due epoche" ma purtroppo, così formalmente impraticabile che a un pur incoraggiante riscontro di vendite (oltre 5.000 copie vendute) non seguì lo sperato decollo.
In ogni caso, al di là della valutazione storica "La Locanda delle Fate" è assolutamente inscrivibile tra i migliori gruppi di Prog italiano, tant'è che il loro Lp viene a tutt'oggi ricordato come una delle cose più pregevoli degli anni '70.
 

Pur fortemente debitore al prog d'oltremanica e inficiato da una certa pesantezza nei testi, "Forse le lucciole non si amano più" è di una raffinatezza straordinaria e non ci sono parole che possano compensarne il piacere dell'ascolto.
Un vero peccato per la tempistica ma, come dicevano i poeti: "time waits for no one".