The Pirate Bay : tra oscurantismo e disperazione.

pirate bayNon so molto di “The Pirate Bay” e non lo frequento, ma il suo recente oscuramento mi sembra degno di qualche considerazione.

1) Mi pare che i giudici di Bergamo abbiano attuato, nel migliore dei casi, la strategia del :“Vorrei, ma non posso. Però intanto qualcosa devo pur fare...” e abbiano mirato al bersaglio più altisonante senza curarsi troppo dell’efficacia del loro provvedimento.

Di fatto, già da un lato si dice in rete che aggirare il blocco sia cosa assai semplice, dall’altro, la "baia pirata" non è l’unico sito di indicizzazione torrent che esista, anzi: spesso basta semplicemente ricorrere al legalissimo Google.


Detto questo, non si capisce perchè ricorrere all’odiosa arma della censura, allineando così l’Italia a nazioni come la Cina e creando ulteriore malcontento presso gli utenti del web, anzichè mettersi seriamente a pensare su come razionalizzare tutto il sistema discografico.
Il fatto poi che una misura così oscurantista sia stata applicata solo in Italia, la terra dei Biagi, dei Santoro e dei Luttazzi, fa molto pensare.

La domanda di musica ha ormai una sola risposta: “Internet”, ed è comunque è innegabile che i formati .mp3 o .flac siano tra i più fruiti dall’ascoltatore medio: da quello con l’ipod a colui che viaggia in macchina con l'hard disk nel portabagagli, e questo lo sanno bene anche multinazionali quali la Sony che continuano imperterrite a venderne gli strumenti di lettura.
Ditemi voi quale apparecchio moderno non ha una presa Usb sul frontalino?

2) Fermo restando che la pirateria è un reato (salvo chiarirne la definizione e diversificarne i comportamenti), occorre anche rilevare che però i prezzi dei supporti legali sono ancora troppo altri e gestiti in modo disordinato.

ipodSe per esempio un mp3 costa 80 centesimi, va da se che un album di 20 canzoni non sia più così conveniente, anche considerato che esso viene fornito senza copertina, note, gadgets e quant’altro.
Il tutto, si badi bene, per avere infine in mano una copia compressa dell’originale. Tanto vale frequentare i mercatini dove, anche per meno di 5 euro, è possibile accedere a una copia digitale loseless.

Da un altro lato, l’annoso problema della cessione dei diritti di edizione e, ultimamente, delle promozioni sconsiderate e dei “sottocosto”, fa si che non sia raro imbattersi in due CD identici che costano uno il doppio dell’altro.

Ciò naturalmente non vuol dire che si debba ricorrere al download illegale, ma occorre certamente ammettere che questo “statu quo” crei una forte disaffezione dell’ascoltatore nei confronti del sistema discografico.

In questo senso si tenga sempre presente che il fatto di non poter preascoltarsi delle canzoni, o peggio, scaricarsele, non vuol dire che si debba ricorrere per forza all’acquisto dell’originale.
Se ne può anche farne a meno.


3) Infine, la “copia privata” esiste da secoli, sin da quando vennero smerciati i primi “duplicatori a doppia cassetta”. Prima di loro c’erano i microfoni davanti alle radio o alle Tv e i “Gelosini” e nessuna legge mai potrà arrestarla. Anzi.

stop piracyUn tale accanimento ha prodotto più danni che benefici lasciando per strada vittime illustri quali per esempio il “Dat” che in molti musicisti rimpiangono ancora oggi.
Il tutto per non parlare di negozi che noleggiavano CD che, a posteriori, mi sembrerebbero ancora oggi l’idea migliore per accontentare tutti: gli utenti e la stessa Siae che potrebbe ricavare non poco dal loro ripristino.


Immaginiamo per un momento un paese dove il download fosse perfettamente legale, dove qualunque Cd non costasse più di 5-10 Euro e dove le nostre amate ristampe di Prog Italiano non venissero proposte a 26 euro in versione digipack (le ho viste io, non è una sola) ma a 5. Dove vi fosse una cultura musicale impartita sin dall’infanzia che faccia capire ai nostri eredi che il musicista è un lavoro come un altro.
Dove la musica non sia una merce che porta “gli amici degli amici” a vincere i grandi festival, ma assurga al ruolo di vanto nazionale.
Dove non conta il “peso” o il colore delle ristampe in vinile, ma la loro reale qualità acustica.

Credete veramente che la gente si ingolferebbe la casa di .mp3? Che noia.


Citando il poeta potreste dirmi: “JJ, tu sei un sognatore”.

Si è vero”, vi risponderei, “but i'm not the only one”.

Libra: Musica e parole (1975)

libra musica e parole 1975Il primo nucleo dei Libra si forma a Roma nel 1973 sulle ceneri dei Logan Dwight, Myosotis, Buon Vecchio Charlie e Reale Accademia di Musica.
Dopo un primo scioglimento, una ricostituzione praticamente immediata, qualche aggiustamento alla line-up e una partecipazione al musical Jacopone con Gianni Morandi, nell’autunno del 1973, finalmente il gruppo si assesta a quintetto (Federico D'Andrea, voce, chitarra - Nicola Di Staso, ex “I Lombrichi” e “Le Rivelazioni”, chitarra, voce - Sandro Centofanti, tastiere - Dino Cappa, basso, voce - David Walter, batteria, percussioni) e inizia il suo percorso professionale.


Il primo contatto col mondo discografico avviene col produttore Danny B. Besquet che, dopo averli provinati presso lo Studio Sonic di Roma, procura loro un contratto con la Ricordi per quello che diverrà il loro primo album “Musica e parole”, sotto la supervisione di Claudio Fabi.
Il disco viene inciso a Milano nell’autunno del 1974 in due versioni, italiana e inglese, ed esce ufficialmente in Italia nel febbraio del 1975, subito seguito da una breve tournée promozionale a fianco del Banco del Mutuo Soccorso.

Nel frattempo Besquet, che aveva molti contatti in America, aveva catalizzato nientemeno che l’interesse della prestigiosa etichetta Tamla Motown la quale non solo pubblicò una versione inglese del 33 giri negli States, ma stipulò con i Libra un incredibile contratto per 10 albums.
Inoltre, invitò la band negli Usa per una serie di date che effettivamente si svolsero con grande successo tra il 15 ottobre e la fine dicembre del 1975.

Per inciso, in quei mesi i Libra supportarono Frank Zappa, i Chicago, i Tubes e gli Steppenwolf.

Pur se a molti sembrò anomala un’operazione del genere (“Sono di Roma, cantano in inglese, suonano in inglese e hanno ottenuto un cospicuo contratto con la Motown... misteri di casa nostra.” fonte: Il libro bianco sul pop in Italia op.cit.) in realtà, la musica dei Libra si prestava piuttosto bene all’esportazione, intrisa com’era di atmosfere internazionali: Prog-Rock, Jazz-Rock e Funky.
In questo senso, basterebbe solo sentire le evoluzioni del basso di Dino Cappa e le divagazioni funk-jazz di “Forse è furia” nelle prima parte dell’album, per capire che il prodotto era verosimilmente affine alle orecchie oltreoceano.

libra federico d'andreaMusica e Parole” è un lavoro assai complesso che sembra assimilare in un solo groove vulcanico e personale, il meglio di anni di progressive europeo, contaminandolo con ammiccamenti transnazionali quali rock elettrico ed acustico.
In più, ascoltando la sua versione per il mercato estero, sembra davvero che molti brani (es: “Beyond the fence”) fossero molto più adatti a quella lingua che non all’italiano.

Sfogliando poi certe recensioni, era evidente che tutto l’impalcato sonoro della band romana trasmettesse effettivamente delle sensazioni riconducibili a diversi miti del rock internazionale (Rolling Stones, Journey, Steely Dan, Doobie Brothers) rendendo così il loro album estremamente “user friendly” agli anglofoni che lo descrivono ancora oggi come "unique, personal take on jazz rock, funky grooves, classical instrumental, psychedelic-prog rock and electronic weirdness." (fonte “Progarchives”).


Lasciando però un attimo da parte l’entusiasmo di coloro che definirono l'album “one of the greatest italian progressive rock albums”, nella realtà il discorso dei Libra non era privo di lati discutibili, perlomeno alle orecchie di un ascoltatore italiano.

Infatti, pur se i riferimenti al funky nero rappresentavano una novità nel momento in cui tutti si rifacevano al prog sinfonico o alla fusion, l’eccesso di riferimenti stilistici non riuscì mai a condensarsi organicamente in un solo kernel lasciando così il lavoro indistinto, poco incisivo e a tratti, quasi pesante.
In altre parole, si potrebbe asserire che ogni singola parte del disco fosse sicuramente più stabile della sua sommatoria.

libra 1975 Di questo si accorse anche la Motown che dopo il flop del secondo Lp americano “Winter’s day Nightmare (1976)” rescisse il contratto e rispedì i Libra in Italia dove nel frattempo erano stati prima snobbati e poi dimenticati.
Si aggiungano poi alcuni dissapori personali sopraggiunti con Besquet, e il quintetto si sciolse.


Personalmente, se dovessi tramandare ai posteri uno solo dei brani del disco, sceglierei la conclusiva “Inquinamento”, la cui forza propulsiva avrebbe dovuto a mio avviso, fare da traino ai lavori successivi, anche se così non fu.
Da un lato infatti, non sussistevano più sufficienti basi conflittuali per un rilancio nazionale della band e soprattutto perchè
il 28 novembre del 1978, scomparve tragicamente il leader Federico D’Andrea, travolto da un’auto.
Pur lontani dal movimento e dalla Controcultura, i Libra dimostrarono comunque che la mediterraneità e il Prog potevano convivere anche con stimoli interraziali e che la strada delle contaminazioni era ormai una realtà estesa a tutto il globo.
Di sicuro, in quel senso, il loro sforzo non fu vano.

Ibis: Ibis (1975)

ibis 1975Dopo un primo lavoro di rodaggio e un album leggermente pretenzioso, gli Ibis di Nico Di Palo subiscono l’ennesima trasformazione della line up: l’ex Atomic Rooster Ric Parnell se ne torna in Inghilterra e lascia il posto al batterista Pasquale Venditto, mentre il tastierista Maurizio Salvi viene sostituito dal chitarrista Renzo Tortora e i risultati del rimpasto non tardano a farsi sentire nel nuovo LP “Ibis” del 1975, che sarà anche l’ultimo prima della ricostruzione dei New Trolls.

Edito sempre dalla Polydor e presentato in una modesta copertina singola con busta interna, il disco è decisamente più Rock dei suoi predecessori e, sin dalla sua uscita, divide pubblico e critica.

Restano delusi coloro che avrebbero voluto la prosecuzione del discorso Prog-sinfonico di “Sun Supreme” e rimangono perplessi quelli che avrebbero desiderato un lavoro più originale.
Ibis” fu quindi un ulteriore opera a mezza via tra un sound non ben definito e una progettualità mai intrapresa tanto che, ancora oggi, molti miei colleghi lo giudicano in maniera discordante.
Gaboli e Ottone, ad esempio, gli attribuiscono solo una stella su cinque (un giudizio men che negativo, quindi), mentre Augusto Croce lo ritiene il miglior lavoro del quartetto genovese.


Quale che sia la verità, occorre ammettere che l’album non è propriamente un gioiellino del Pop.
Innanzitutto, in controcorrente con l’incremento delle tecnologie, l’incisione è piuttosto cavernosa e molte sfumature si perdono in un turbinoso ruotare dei bassi.
A parte questo però, i maggiori dubbi emergono dalle parti musicali che da un lato, non hanno abbandonato la proverbiale ridondanza acustica del Di Palo e dall’altro, non riescono a distaccarsi completamente da stilemi già abusati sia da altre bands, sia dagli stessi New Trolls.


ibis nico di paloIl sound è effettivamente omogeneo e ben strutturato ma, se questa potrebbe essere considerata una qualità, nessuno dei sette brani riesce ad imprimersi nella mente dell’ascoltatore e caratterizzare tutto il lavoro.
A tal proposito non aiuta nemmeno la consueta dicotomia tra i pezzi cantati in Inglese e quelli in Italiano. Poi, se ce ne mettiamo anche uno in latino (“Narratio”), il tutto comincia a sembrare davvero disordinato.

Comunque di parti notevoli ce ne sono, eccome.
La vulcanica leading track “Premessa”, ad esempio sembrerebbe introdurre un disco turbinoso a forte spessore prog-rock, ma purtroppo il groove è subito frenato dalla frammentaria “Narratio” che, oltre a contenere un riff piuttosto abusato, sembra avere la stessa struttura di “Signora Carolina”.

Decisamente freak e poco moderna è invece “Dedicata a Janis Joplin”, cantata in un inglese mal pronunciato e gravata da un inciso finale di sapore acquariano ripetuto all’infinito.

Le ballate “Passa il tempo” e “Ritrovarci qui” che rispettivamente chiudono e aprono le due facciate del disco, sospendono invece nuovamente la sequenza rock con ambienti più leggeri che si rinvigoriranno solo nel finale ad introdurre il Prog di “Strada”: probabilmente il miglior brano di “Ibis” anche se smaccatamente debitore ai New Trolls.
Chiude il tutto “Keep on Moving”, anch’essa di consumato sapore rock al punto di farla sembrare un brano dei primi anni ’70 con molte influenze americane e, a questo punto, si chiude il periodo degli Ibis.

new trolls ibisI più maligni potrebbero aggiungere “fortunatamente” perchè, in effetti, non ci siamo davvero trovati di fronte a un bel commiato e, onestamente, non so come ci sia chi possa ritenere questo album il migliore della band.
Sicuramente non c’è nulla da dire sugli arrangiamenti e sulla buona varietà timbrica, nobilitata dal moog e dalla chitarra slide ma, per il resto, tutto sembrava perludere allo scioglimento della band.


Forse, era venuto davvero il momento di provare a riunire le energie di De Scalzi, Belleno, D’Adamo e Di Palo nella line up originale.

Che poi fosse stato meglio rifare un “Concerto Grosso” o tentare di costituire nuove sonorità ciascuno per conto proprio, questo non potremo mai dirlo.
Certo è che dal 1975 in poi, per ascoltare le cose migliori della storica band di Genova, bisognerà voltarsi indietro. E anche di parecchio.

Nova: Blink (1975)

nova blink 1975Come abbiamo visto, una delle principali tendenze della metà degli anni ’70 era quella di esportare il Pop italiano all’estero e di sicuro,gli ex Osanna Elio D'Anna e Danilo Rustici presero la cosa molto sul serio.

Infatti, la loro nuova formazione, i Nova, rappresentò l’unico caso di gruppo nostrano che sviluppò la sua triennale carriera esclusivamente oltreconfine e in modo totalmente avulso dalle dinamiche del mercato italiano: discografica americana, marketing e promozione inglesi, ospiti inglesi (Pete Townshend degli Who e il paroliere Nick J.Sedwick) e soprattutto, l’adozione di un sound molto più simile ai Soft Machine, alla Mahavishnu Orchestra o ai futuri Brand X che non al Prog di casa nostra.

Del resto, sin dai tempi di “Landscape of life” si era capito che i due fondatori dei Nova, rimasti a Londra dopo la fallimentare esperienza degli Uno, preferissero la scintillante tecnologia britannica al provincialismo italiano. Tuttavia, risultò comunque sorprendente che la loro affezione alla terra d’Albione potesse radicarsi così profondamente.

Costituitasi a Londra nel ’75 la band comprendeva oltre a D’Anna e Rustici, il batterista Dedè Lo Previte (ex Circus 2000), l’ex Cervello Corrado Rustici (fratello di Danilo) e il bassista Luciano Milanese.
Ottenuto un contratto con la statunitense Arista Records, il quintetto si mise subito al lavoro presso gli “Eeel Pie Studios” di Townsend e, nell’arco di pochi mesi, partorì il primo album “Blink” che venne distribuito oltre che in Inghilterra, anche in Olanda e in Francia.
danilo rustici elio d'anna novaBlink” sarà anche l’unico Lp dei Nova ad essere stampato in Italia (edizioni Ariston, 1976), pur se con una promozione talmente effimera da renderlo quasi irreperibile (valore al gennaio 2010: circa 150 euro per una copia mint).

Musicalmente parlando, sin dalle prime note si percepisce subito che l’anglofilìa trasuda da tutti i solchi ed è talmente marchiana che ancora oggi sono in molti a chiedersi perchè un prodotto del genere venga citato negli annali del Prog italiano.

In effetti, se si eccettua l’inconfondibile impronta del sax di D’Anna e il familiare tocco chitarristico di Danilo Rustici, per il resto, di italiano non c’è proprio nulla.
Acluni potrebbero rimarcare che l’aggressività del groove richiama un po’ quella dei primi Osanna (“Mirror Train”, “Non sei vissuto mai”) ma in realtà, ci troviamo al cospetto di un selvaggio jazz-rock tipicamente angloamericano che certi critici associano per esempio ai i Nucleus o ai Colosseum.
Il tutto, condito da delle occasionali spruzzate di funk (es: "Nova parte 1”) che rendono il sound ancora più esotico.
Tra l’altro, a dispetto di molte produzioni nostrane per l’estero, il disco era non solo cantato con un’invidiabile pronuncia inglese, ma gli stessi testi di Sedwick aderivano perfettamente sia alla musica che al mercato d’oltremanica, al punto che, chi non conosceva i trascorsi italiani del quintetto, poteva tranquillamente confondere i Nova per una band straniera.

Composto da sei movimenti divisi in due tracce, “Blink” è un vinile che non concede un attimo di respiro, rivelando la straordinaria tecnica dei musicisti che sembrano ricalcare il leggendario "wall of sound" di Phil Spector.
I brani sono tutti "tirati" dall’inizio sino alla fine e anche la stessa chitarra di Townsend, cristallina e preponderante negli Who, viene inglobata dal marasma sonoro che in certi momenti diventa anche un po’ pesante da digerire.

nova vimanaDi fatto, il costante regime di piena orchestra spezzato appena in pochi punti qualche break di sax e chitarra (“Something inside keep you down”), fa si che il lavoro risulti alla lunga assai monocorde, difetto acuito anche dalla vorticosa ritmica di Milanese e Lo Previte che riempie incessantemente tutte le frequenze disponibili (es: la prima parte di “Stroll on”).

Al di là delle plausibili pecche di un gruppo esordiente comunque, “Blink” destò una certa attenzione presso la stampa europea al punto che i futuri lavori sarebbero stati editi anche in Usa, Canada, Germania, Cile e Argentina. Ma, come abbiamo detto, non più in Italia.

Va da se, che un simile atteggiamento raccolse in patria un riscontro men che minimo e non solo presso il pubblico e gli addetti ai lavori, ma ancor meno agli occhi del movimento giovanile che ricambiò i Nova con altrettanta snobberia.
Morale:sin dal successivo “Vimana” (1976), la band di D’Anna e Rustici creò un abisso tra se e il pubblico italiano che, a parte qualche eccezione, non avrebbe nemmeno più sentito il bisogno di acquistare i loro dischi.

Opus Avantra: Lord Cromwell plays
suite for seven vices (1975)

Se per alcuni critici il primo lavoro degli Opus Avantra era sembrato altezzoso per non aver tenuto fede a quel “connubio tra arte e popolo” tanto sbandierato dal gruppo, non voglio nemmeno immaginare cosa avrebbero pensato del successivo, ancora più intimo e sperimentale.

Stiamo parlando di “Lord Cromwell plays suite for seven vices”, il secondo album del trio veneto, uscito nel 1975 su etichetta “Suono” a distribuzione Ariston, e caratterizzato da una splendida copertina surrealista della Grafica Centonze di Como, praticamente unica nell’ambito del Pop italiano.

A differenza di "Introspezione", questa volta Donella Del Monaco non riveste un ruolo da protagonista e le voci sono principalmente appannaggio di un ensemble di cantanti americani. La ritmica invece, è affidata a Paolo Siani, ex batterista della Nuova Idea.

Le tastiere sono le dominatrici assolute dell'album da cui si deduce che la maggior parte delle sensazioni andrà ricercata nel sofisticato pianismo di Alfredo Tisocco il quale, di volta in volta, dipinge ambienti emotivi differenti sul tema dei sette vizi capitali (orgoglio, desiderio, avarizia, invidia, accidia, ingordigia, pigrizia) aggiungendone anche uno suo personale. (“My vice”).

Un totale di otto brani dunque, in cui vengono descritti “dei fatti, delle situazioni, dei concetti, attribuendo loro titoli precisi, per cui la musica viene ad avere la funzione chiarificatrice o amplificatrice del concetto(fonte: blog di Alfredo Tisocco).

Secondo il filosofo del gruppo Giorgio Bisotto poi, l’output dell’opera sarebbe una “musica a programma” in cui si evoca “un conflitto tra il bene e il male, tra lo strumento antico, il clavicembalo, e lo strumento moderno, il sintetizzatore(fonte Tisocco, op. cit.).

Certamente, l’assenza di una voce di riferimento come quella della Del Monaco, priva l’ascoltatore di una “corsia preferenziale” che renda più amichevole l’ascolto del disco, ma probabilmente, è proprio in questo aspetto che si cela il suo fascino.


Totalmente non-convenzionale, l’album si srotola tra citazioni classiche e free, con ampi riferimenti a Haydn, Chopin, poliritmie, barocchismi e politonalità.
Intimo fino al midollo, l'opera ci mette poco a dichiarare le sue intenzioni sin dalla contrastata “Flowers on pride” che, sospesa tra tonale e modale, si pone in una fascia a se della musica contemporanea anni ’70, confermando gli Opus Avantra come una delle bands italiane più esclusive di quegli anni.

Certamente però, considerando che il 1975 era l’anno in cui ogni artista e ogni attore sociale era alla frenetica ricerca di nuove forme dialettiche, diventava davvero difficile considerare il progetto di Tisocco come una proposta Controculturale.
Di fatto, anche se il linguaggio della musica superò effettivamente il suo tempo evidenziandone le contraddizioni, finì praticamente, col diventare una proposta isolata.
Questo a differenza, per esempio, del contemporaneo Keith Jarrett che con il suo “Koln Concert” avrebbe affascinato intere generazioni
.

opus avantra suonoGli Opus Avantra si ritagliarono così definitivamente una nicchia esclusiva nel Pop Italiano e, anche vendendo poco, non si sarebbero più mossi da quell’immagine sino ai giorni nostri.

Musicalmente quindi, anche “Lord Cromwell” è da considerarsi un album per nulla "popolare", le cui intenzioni vengono restituite da una volitiva compenetrazione di note che a tratti, esplodono o si nascondono a seconda dei casi. L’invidia rode, l’orgoglio tuona, la lussuria seduce e consuma e infine l’ozio consola e ripara.

Ogni armonizzazione ha un senso preciso e certi passaggi lasciano davvero storditi sia per la loro massa (“Avarice”), sia per la loro aggressività, salvo poi essere bilanciati da aperture celestiali che squarciano le nubi come il sole in una preziosa giornata di fine autunno (“Lust” e la deliziosa “Gluttony”).

La conclusiva “Sloth” si rivela infine la mirabile sintesi di un discorso che sembra non volersi chiudere e riproietterà Tisocco e soci
verso ulteriori immaginazioni.

Forse il movimento e il pubblico del 1975 non avevano necessità di tanta accademia, ma gli Opus Avantra credevano davvero in quel che facevano e almeno per questo, rimasero tra i pochi gruppi originali e coerenti del nostro panorama musicale moderno.


NELL'ULTIMA FOTO A SX, IL VOSTRO JJ IN COMPAGNIA DEL "LORD CROMWELL" AL "TOP AUDIO 2009" DI MILANO