1969: L'ANNO IN CUI TUTTO CAMBIO'. (1/3)

Con questo mio articolo - la cui prima stesura è stata pubblicata su Vinile n°23 - vorrei inaugurare una serie di post analitici che focalizzino meglio il periodo 1966-1977, l'era del beat e del rock progressivo, ma soprattutto il momento in cui il passaggio dalla fase industriale a quella terziaria, causò conflitti talmente profondi da trasformare l'intero pianeta. L'Italia in particolare, dove le rivendicazioni coinvolsero contemporaneamente - caso unico al mondo - tutte le sue componenti sociali: operai, donne, studenti e il comparto libertario-creativo, dando vita così al corpus antagonista più articolato e logevo della storia contemporanea. Fatemi sapere cosa ne pensate, se il formato va bene, se devo dettagliare qualcosa, eccetera eccetera. Buona Lettura.

Quando si parla di grandi rivoluzioni contemporanee, si cita solitamente il Sessantotto, anno in cui studenti e libertari sfidarono ovunque baronie e istituzioni, e la fantasia si candidò a giustiziare privilegi e ipocrisie: il classismo nelle scuole innanzitutto, storico garante di quella subordinazione ideologica tanto cara alle classi dirigenti, poi lo sfruttamento sul lavoro, volano della crescita capitalistica ma non di quella salariale e non ultimo quel moralismo di matrice catto-borghese che costituiva ancora un formidabile strumento di controllo sulle masse. 

ALBERGO COMMERCIO, Piazza Fontana, Milano 1969
L’immaginazione al potere”, gridavano i giovani ribelli italiani, e di fatto fu proprio nelle strade e nelle accademie che decine di migliaia di ragazzi ipotizzarono dovunque le basi di un imminente cambiamento: da Valle Giulia all’Università Cattolica, dalle contestazioni alla Scala e alla Bussola, sino alla mastodontica occupazione dell’ex Albergo Commercio di Milano, prima applicazione nazionale del concetto: “I diritti non si chiedono, si prendono”.

Nelle maggiori officine italiane invece, accanto al moltiplicarsi delle pratiche organizzate contro un padronato sempre più ingerente, nascevano nuove modalità associative, ideologicamente disallineate dal partito-guida e dai sindacati (es: i Comitati Unitari di Base della Pirelli), e quasi sempre rappresentative di forti disagi politi e sociali. Elementi totalizzanti che persino l’illustre filosofo Jean-Paul Sartre ritenne in grado di stravolgere Stati e sistemi, e infatti così accadde. 

Fu solo nel Sessantanove, però, che tutte le teorie onirico-desideranti formulate l’anno prima si tradussero in forma e sostanza, complici il protrarsi delle agitazioni studentesche; l’escalation delle lotte operaie; lincapacità dei sindacati di dialogare con una base descolarizzata ma risoluta e pragmatica e soprattutto il definitivo consolidamento di tutte le componenti in lotta. Un processo spontaneo che dopo due anni di cauto avvicinamento accorpò studenti, operai, libertari e creativi in un solo, gigantesco movimento di contropotere
Una congiuntura unica al mondo che coinvolse l'Italia intera, ma che in assenza di pacieri sociali sul modello gollista, la trasformò rapidamente in un campo di battaglia.

Impreparato a gestire la crisi, ma anche refrattario a qualsiasi compromesso
lo Stato scelse l’intransigenza e già dalle prime ore dell’anno nuovo la situazione precipitò. 

Viareggio 1969 Scontri alla BussolaDurante il veglione di Capodanno le forze dell’ordine aprirono il fuoco davanti alla Bussola di Viareggio contro un gruppo di giovani dimostranti; il 9 aprile gli scontri di Battipaglia lasciarono sul selciato due morti e duecento feriti, e sedici giorni dopo due bombe esplosero a Milano di cui una nel visitatissimo stand Fiat della Fiera Campionaria. Il 12 maggio ne esplosero altre tre a Roma e a Torino; all’inizio dell’estate si verificarono i primi scontri davanti alla porta 2 della storica Officina 54 di Mirafiori (nel frattempo protagonista del primo sciopero auto-organizzato), e nella notte tra l’otto e il nove agosto si registrarono ben otto attentati ferroviari lungo tutto la penisola. 
 
Autunno Caldo, 1969Durante l’autunno caldo poi, tra scioperi, licenziamenti, picchetti e blocchi delle merci, venne fatto un uso sempre più indiscriminato delle forze dell’ordine, ma a quel punto il proletariato era diventato imbattibile, rafforzato non solo dai due nuovi gruppi filo-operaisti Lotta Continua e Potere Operaio, ma anche dal più eversivo CPM (= Centro Politico Metropolitano, emanazione dei CUB e ritenuto uno dei primi nuclei costitutivi delle Brigate Rosse) che ipotizzò per la prima volta in Italia l’uso delle armi come via principale alla lotta di classe.

E a conferma di tanta conflittualità, ecco canzoni quali Il rosso è diventato giallo del protest-singer Ivan Della Mea, che nell'omonimo album declamerà severo: 
Il fucile è come un compagno del popolo che lotta nella scuola, in fabbrica, a casa e nel campo

WOODSTOCK 1969
JIMI HENDRIX - Woodstock  Free Festival
Queste furono grosso modo le avvisaglie che prelusero al dramma finale,ma non tutti ci fecero caso.
Nella quotidianità infatti, chi non era coinvolto nelle rivendicazioni accademiche, sociali o produttive (ossia la maggioranza della popolazione), trascorse la vita nella più quieta delle normalità, o per dirla come il musicologo Franco Fabbri, allora leader degli Stormy Six: “Il 1969 fu semplicemente la continuazione del Sessantotto”. 
Per molti, le dissidenze in atto erano giusto deplorevoli fastidi da sopportare pazientemente, tant’è che mentre un flusso ininterrotto di rivolte solcava il pianeta da San Francisco a Istanbul, da Rio de Janeiro a Rabat, da Belfast ad Harlem, da Detroit a Praga, l’Italia sembrò quasi non accorgersene.

STONEWALL 69 (foto: Harward University)
Nell’inverno in cui i Beatles ci salutarono dal tetto di Savile Row, Jan Palach s’immolò per la sua Cecoslovacchia e Jim Morrison venne arrestato a Miami per atti osceni, noi incoronavamo a sovrani delle classifiche Zum Zum Zum, Al Bano, Romina e Gianni Morandi
Mentre centinaia di ragazzi morivano ad Hamburger Hill, Brian Jones soccombeva all’eroina, i Pink Floyd lasciavano Syd Barrett e l’uomo approdava sulla Luna, tutti acquistavamo felici il 45 giri Eloise di Barry Ryan, ottantaseiesimo in America ma curiosamente primo nel Belpaese. 

Allo stesso modo, mentre diecimila Lgbt si ritrovavano a Stonewall per difendere i loro diritti, in decine di migliaia invadevano Woodstock e Wight, gli Hell’s Angels insanguinavano Altamont e la Manson Family Cielo Drive, sempre noi ci lasciavamo cullare dai pensieri d’amore di Mal, dalla Lisa di Mario Tessuto e dalle rose di Massimo Ranieri, icone di un’Italietta apparentemente sbarazzina e permissiva, ma all’occorrenza inflessibile nel silenziare capolavori della modernità quali Medea e Je t’aime… moi non plus

CONTINUERA' NELLA SECONDA PARTE >>>

Dischi usati a Milano? ROSSETTI RECORDS & BOOKS !

Dischi, Cd, Libri usati, Milano

Mi ci fornivo già dal 1981 quando MAURIZIO ROSSETTI e il suo socio Guido aprirono in Piazza Sant'Agostino a Milano. Là dove oggi c'è il metrò, ma allora ci si arrivava con la bussola.

Una sola vetrina ma buona: Led Zeppelin, Zappa, i Rokes, Hendrix, gli Stones, il Banco.  I dischi dentro idem: mai nessuna concessione al mercato o alla "roba messa lì perchè tira".

Prezzi sempre onesti, forma e sostanza, ma soprattutto la competenza di Maurizio che, soddisfando qualunque curiosità, ti guidava sempre verso la scelta giusta.

Poi, il negozio si è trasferito nella sede attuale. Dopo qualche anno Guido ha mollato, ma in compenso è arrivato  un altro socio speciale, che all'alba del secondo millennio aveva i pantaloni corti e scoppiava petardi sul marciapiede.
Si chiamava AARON (come Elvis Presley),  il figlio di Maurizio, che a tutt'oggi gestisce ROSSETTI RECORDS & BOOKS insieme al papà.

E come un tempo, là troverete ancora dischi selezionatissimi, a volte qualche reliquia rarissima, libri di un certo stile, Cd,e quell'atmosfera accogliente e particolare, un po' stile Denmark Streetche lo rende in assoluto... my favourite shop.

Ci vediamo là.

ROSSETTI Dischi usati Via cesare Da Sesto, Milano
JJ e MAURIZIO ROSSETTI  - Rock'n'Roll will never die.

... rovistando nei cassetti...

E bravo il nostro Michele D'Alvano che ci ha azzeccato!

Le foto sono del 2002 circa, in occasione di un concerto milanese di Leroy Gomez (quello dei Santa Esmeralda) al quale avevo presenziato in qualità di aiuto tecnico - hostess - tuttofare, incluso scortare il Walter alla disperata ricerca di un tabaccaio. Con Mark invece ci eravamo già visti a cena di amici comuni.

JJ con WALTER CALLONI (sx) e con MARK HARRIS (dx)
Invece i due giovanotti qui sotto sono il solito JJ in versione baffuta e il mio amico Francesco Caprini, talent scout e boss dello Studio DIVINAZIONE, nonché direttore artistico del mitico Magia Music Meeting nei primi anni Ottanta.
Grazie a lui sono diventati famosi ELIO e LE STORIE TESE che erano di casa al Magia, i LITFIBA che Francesco ha lanciato in Lombardia ai tempi di 17 Re, e decine di altri artisti emersi negli anni dal grande mare dell'underground. Sua è anche la celeberrima manifestazione Rock Targato Italia.


2020 JJ e FRANCESCO CAPRINI dello Studio Divinazione
...quelli belli siamo noi!


 ... e per finire, il maldestro scatto di un fotografo clandestino che qualche anno fa mi ritrasse in un pub di Via Torino a Milano con uno dei massimi esperti di Rock Progressivo Italiano,

Augusto Croce, John N. Martin
l'amico e maestro Augusto Croce

A presto,
JJ

Nova: Blink (1975)

Una delle tendenze discografiche proprie degli anni Settanta, fu quella di esportare il Pop italiano all’estero, e di sicuro gli ex Osanna Elio D'Anna e Danilo Rustici presero la cosa molto sul serio.

La loro nuova formazione, i Nova infatti, rappresentò addirittura l’unico caso di gruppo nostrano che sviluppò la sua triennale carriera esclusivamente oltreconfine e in modo totalmente avulso dalle dinamiche del mercato italiano: discografica americana, marketing e promozione inglesi, ospiti inglesi (Pete Townshend degli Who e il paroliere Nick J.Sedwick) e soprattutto, l’adozione di un sound molto più simile ai Soft Machine, alla Mahavishnu Orchestra o ai futuri Brand X che non al Prog di casa nostra.

Del resto, sin dai tempi di “Landscape of life” si era capito che i due fondatori degli Osanna, rimasti a Londra dopo la fallimentare esperienza degli Uno, preferissero la scintillante tecnologia britannica al provincialismo italiano, anche se nessuno poteva prevedere che la loro affezione alla terra d’Albione potesse radicarsi così profondamente.

Costituitasi a Londra nel 1975 la band comprendeva oltre a D’Anna e Rustici, il batterista Dedè Lo Previte (ex Circus 2000), l’ex Cervello Corrado Rustici (fratello di Danilo) e l'allora venticinquenne bassista Luciano Milanese, già sostituto di Vittorio de Scalzi nei Trolls.

 
Ottenuto un contratto con la statunitense Arista Records, il quintetto si mise subito al lavoro presso gli “Eeel Pie Studios” di  Peter Townsend e nell’arco di pochi mesi partorì il primo album “Blink” che venne distribuito, oltre che in Inghilterra, anche in Olanda e in Francia


danilo rustici elio d'anna novaPer inciso, “Blink” sarà anche l’unico Lp dei Nova ad essere stampato in Italia (edizioni Ariston, 1976), pur se con una promozione talmente effimera da renderlo quasi irreperibile (valore al gennaio 2010: circa 150 euro per una copia mint).
Musicalmente parlando, sin dalle prime note si percepisce subito che l’anglofilìa trasuda da tutti i solchi ed è talmente marchiana che ancora oggi sono in molti a chiedersi perchè un prodotto del genere venga spesso citato negli annali del Prog italiano.

In effetti, se si eccettua l’inconfondibile impronta del sax di D’Anna e il familiare tocco chitarristico di Danilo Rustici, per il resto, di italiano non c’è proprio nulla.
Acluni potrebbero rimarcare che l’aggressività del groove richiama un po’ quella dei primi Osanna (“Mirror Train”, “Non sei vissuto mai”) ma in realtà, ci troviamo al cospetto di un selvaggio jazz-rock tipicamente angloamericano che certi critici associano per esempio ai i Nucleus o ai Colosseum.
Il tutto, condito da delle occasionali spruzzate di funk (es: "Nova parte 1”) che rendono il sound ancora più esotico.


Tra l’altro, a dispetto di molte produzioni nostrane per l’estero, il disco era non solo cantato con un’invidiabile pronuncia inglese, ma gli stessi testi di Sedwick aderivano perfettamente sia alla musica che al mercato d’oltremanica, al punto che, chi non conosceva i trascorsi italiani del quintetto, poteva tranquillamente confondere i Nova per una band straniera.

Composto da sei movimenti divisi in due tracce, “Blink” è un vinile che non concede un attimo di respiro, rivelando la straordinaria tecnica dei musicisti che sembrano ricalcare il leggendario "wall of sound" di Phil Spector.
I brani sono tutti "tirati" dall’inizio sino alla fine e anche la stessa chitarra di Townsend, cristallina e preponderante negli Who, viene inglobata dal marasma sonoro che in certi momenti diventa anche un po’ pesante da digerire.

nova vimana
Ill costante regime di piena orchestra spezzato appena in pochi punti qualche break di sax e chitarra (“Something inside keep you down”), fa si che il lavoro risulti alla lunga monocorde, malgrado la mirabile quanto vorticosa ritmica di Milanese e Lo Previte che però riempie incessantemente tutte le frequenze disponibili (es: “Stroll on”).

Al di là delle plausibili pecche di un gruppo esordiente comunque, “Blink” destò una certa attenzione presso la stampa europea al punto che i futuri lavori sarebbero stati editi anche in Usa, Canada, Germania, Cile e Argentina. Ma, come abbiamo detto, non più in Italia.

Da noi i ragazzi ottennero un riscontro men che minimo e non solo presso il pubblico e gli addetti ai lavori, ma soprattutto agli occhi del movimento giovanile che li ricambiò con altrettanta snobberia.


Dal successivo album  “Vimana” (1976) poi, la band di D’Anna e Rustici creò addirittura un abisso tra se e il pubblico italiano che, a parte qualche eccezione, non avrebbe più neppure sentito il bisogno di acquistare i loro dischi.

Panna Fredda: Uno (1971)

Panna fredda Uno

NUOVA VERSIONE
Siamo a Roma nel 1969 quando sulle ceneri dei "Figli del Sole" e dei "Vun Vun" (dal nome di un celebre locale Beat della capitale), si forma il quartetto dei "Panna Fredda", inizialmente votato al psych-melodico e successivamente approdato a un aristocratico Pre-Prog.
I suoi componenti sono il cantante/chitarrista Angelo Giardinelli, il bassista Carlo Bruno, il tastierista Giorgio Brandi e il batterista Filippo Carnevale

Scritturati dalla Vedette di Armando Sciascia grazie a una raccomandazione del cantante Roby Crispiano, esordiscono nel 1970 con due 45 giri assai raffinati dal punto di vista strumentale: Strisce rosse / Delirio (quest’ultima scritta da Silvio Settimi, cantante dei popolarissimi Jaguars )" e "Una luce accesa troverai / Vedo lei".
 "Strisce rosse", ebbe diversi passaggi a Per Voi giovani, rimase un mese al primo posto della classifica di Bandiera Gialla, ma infelicemente nessun altro brano ebbe pari riscontro malgrado le lusinghiere apparizioni del gruppo ai Festival Pop di Caracalla, Kilt Club e Viareggio Pop.
 
Fortunatamente però , quel minimo di visibilità ottenuta con i due singoli fu sufficiente alla band per incidere un intero album, anche se a costo di un radicale rimpasto della formazione: Lino Stopponi sostituì Brandi, passato dopo il servizio militare ai Cugini di Campagna, Filippo Carnevale si sposò lasciando il posto a Roberto Balocco e Carlo Bruno venne rimpiazzato da Pasquale Cavallo detto “Windy”, successivamente nei Cammello Buck, primo nucleo dei“Rustichelli e Bordini
Della formazione originale rimase dunque il solo Angelo Giardinelli, che a quel punto, da grande fan degli Uriah Heep e dei Vanilla Fudge qual’era (i dischi pare li avesse avuti in regalo dalla figlia dell’ambasciatore americano in Tunisia di ritorno dagli USA), decise di virare decisamente verso un sound più sperimentale e proporre “qualcosa di nuovo e di mai sentito in Italia". 

Uscì così nell’inverno del 1971 l'unico album dei Panna Fredda intitolato "Uno”, corredato di una solida copertina in cartoncino pesante, di un look accattivante e di una grafica efficace pur se mutuata dal disco live di Paul Butterfield del 1970

All’interno della copertina apribile compaiono i testi i cui titoli sono tradotti in inglese e sul retro, c'è anche un’accorata presentazione del disc jockey Paolo Giaccio che apparentemente non solo fu un grande estimatore della band, ma fu probabilmente l’uomo senza il quale “Uno” non sarebbe mai uscito.
Infatti, poco dopo che Sciascia accettò di scritturare i Panna Fredda sperando di aver trovato in loro i nuovi Pooh (che nel frattempo se ne stavano andando via dalla Vedette), dovette rendersi conto che le intenzioni del Giardinelli erano tutt’altro che melodico-commerciali e cominciò ad osteggiare il gruppo in tutti i modi possibili. Il tutto al punto di bloccare l’uscita del disco che era già prevista nel 1970. 

Storica in questo senso fu una sonora litigata tra Sciascia e Giardinelli che si mandarono a quel paese mentre l’interfono acceso amplificava i vari improperi in tutto lo studio. 
Furono solo Mario Luzzatto Fegiz e in particolare Paolo Giaccio di Per voi Giovani a supportare il quartetto dando loro la possibilità di spiegare le cose in interviste dal vivo. La Vedette fu messa sotto pressione e alla fine il disco venne pubblicato.

Ormai però si era fatto il 1971 e la band si era praticamente sciolta dopo aver provato invano a supplire la dipartita di Roberto Balocco - passato ai Capsicum Red - con Francesco Froggio Francica(RRR, Procession e Kaleidon)

In più, l'album non venne neppure promosso e il risultato fu che Uno passò totalmente inosservato.

Un vero peccato perchè sin dal primo brano "La paura", Uno si rivelò per l'epoca un vinile strabiliante e magico: il sound è  limpido e compatto, la voce piena e grintosa e il groove dei brani sembra anticipare di almeno un anno quello che sarà il Progressive maturo. 

La strutturazione dell’ LP è in forma di “concep" e, come annotato in copertina, racconta del ”giorno in cui l’amore uccise l’odio”. 
Un disco dunque in pieno stile “undeground” ma che a differenza di certi sottoporodotti fu ben lungi dall’essere autoreferenziale. 

La parola "monotonia" non esiste e ogni sezione del disco profuma di novità: dal sapiente accorpamento di tastiere e chitarre, all’uso del clavicembalo ne "Il vento, la luna e pulcini blu"; dalla reprise dell'inno italiano in "Scacco al re Lot", sino agli effetti di sintetizzatore curati da Enzo “Titti” Denna, più tardi storico fonico di Battiato negli anni 80. 

La poca effettistica disponibile ai tempi viene usata con una modernità sorprendente e diciamo pure che a parte qualche debito con i Gracious di Heaven (1970) in "Un re senza reame", i Panna Fredda si distinsero davvero per coraggio.
In quegli anni, in fondo, imperavano pur sempre Massimo Ranieri e Iva Zanicchi.

Genco Puro & Co.: Area di servizio (1972)

genco puro & Co NEI COMMENTS CI SCRIVE MASSIMO LOREGGIAN, PIANISTA DEI GENCO PURO E CO. Grazie Massimo.


Malgrado il nome possa far pensare a un gruppo, "Genco Puro" è lo pseudonimo del solo artista Riccardo "Rolli" Pirolli, da non confondersi col batterista Robert Genco.

Di origini siciliane e con all'attivo un paio di singoli negli anni '60, Pirolli esordisce  collaborando col popolare cantautore beat Gian Pieretti, poi costituisce i "Cristalli Fragili" col bassista Gianni Mocchetti, il tastierista Maurizio Valli e il batterista Gianfranco D'Adda con i quali gira il circuito delle sale da ballo, e infine entra a far parte del giro di Battiato collaborando agli arrangiamenti di Fetus. Lo stesso Battiato, lo ricambierà nel 1972 assistendolo sia al suo primo 45 giri “La Famiglia/Beato te”, sia al suo primo ed unico album “Area di Servizio” per la discografica Bla Bla, firmando ben sette canzoni su dodici e cantandone tre ("Giorno d'Estate", "Nebbia" e "Biscotti e the"). 

Tuttavia, malgrado il risultato finale fosse tecnicamente dignitoso, da alcune testimonianze partecipate tra le quali quella dello stesso Pirolli, pare che la Bla Bla non avesse la benchè minima intenzione di concentrasi troppo su quella produzione.L’album”, ricorda Genco, “ venne registrato in una settimana presso gli studi Sax di Milano (poi diventati “Il cortile”) con musicisti occasionali. Il disco venne fatto per consentire alla Bla Bla di raggiungere un obiettivo che al momento mi sfugge: servivano dodici brani nuovi ed era importante averli nel giro di poco tempo

.riccardo pirolliAlcune canzoni poi, vennero scritte direttamente in studio al momento della registrazione e anche gli arrangiamenti vennero fatti al volo al punto che suonai addirittura io alcune parti di batteria. Sempre per la fretta di concludere, alcuni pezzi li cantò Battiato”.In altre parole, non ci vuole molto a capire che l’esperienza su Lp di Riccardo Pirolli non doveva essere stata molto coinvolgente e ascoltando il disco si capisce anche il perchè.

A parte la sola “Nebbia” che potrebbe essere uno scarto di Fetus, tutto il resto delle canzoni ci riporta ad un clima da “linea verde (intesa come il periodo 1965-69) quando sia Rolli che Battiato giravano le balere di tutta Italia mischiando motivetti adolescenziali (“Alice” e la discutibile“Giorno d’estate”), cloni dei Beatles (“Biscotti e the”) e dell’Equipe 84 (“La mia città”) e gli immancabili slow quali “Accendo la mia radio” che nella deontologia delle sale da ballo dovevano sempre essere inseriti tra i brani più veloci.
genco puro & co. manifesto bla bla 

Fatta eccezione per l’iniziale “Frontiere” e la conclusiva “Burattini”, è anche sintomatico come nessun brano superi i 3 minuti, così come alcuni tipo “Alice” ne durino addirittura due.

Un album di canzoni spensierate dunque, che se all’inizio possono apparire anche gradevoli per spensieratezza e costruzione (“Frontiere”), dopo una decina di minuti rivelano impietosamente la loro modestia.

 La mano di Battiato si sente sia nel contesto generale che negli interventi strumentali e in questo senso il suo VCS3 è davvero inconfondibile. 

Salvare qualcosa di questo figlio dell'underground non è semplice.Osiamo propendere per “Come un fiume” dalla quale si leva un pathos perlomeno attendibile e sicuramente “Nebbia” dove però a questo punto, la figura di Pirolli scompare per far posto alla personalità del Battiato più creativo e maturo.

Concludendo insomma, “Area di servizio” è un disco che verrà ricordato molto di più per la presenza del "maestro di Jonia" che non per la figura di Genco Puro che, detto francamente, dovette subire un ruolo da comprimario per non dire di riempitivo.
Non a caso, ancora un paio di 45 giri senza riscontro e il nostro si sarebbe riciclato nel ruolo di collaboratore tecnico dal quale si prese molte più soddisfazioni professionali.

GRAZIE A TAZ PER IL MATERIALE FORNITOMI.

... con Garbo

JJ e GARBO - Gennaio 2020
...ok, non sarà un artista prog, 
ma è un mito lo stesso.




Museo Rosenbach: Zarathustra (1973)

museo rosenbach zarathustra 1975Non doveva essere piacevole in pieno clima Underground essere etichettati come "fascisti", anzi: sappiamo benissimo che chi lo era realmente, o solo sospettato di esserlo, veniva sistematicamente tagliato fuori da qualunque circuito artistico alternativo.

Il concetto di "Dio, patria e famiglia" infatti, mal si azzuppava con i dogmi rossi della conflittualità, della trasgressione e del "nuovo ad ogni costo" che albergavano nella musica Prog e nei suoi adepti.

 
Quindi, che piacesse o no, gli anni 70 furono un periodo in cui era meglio prestare attenzione non solo alla normale dialettica, ma soprattutto alla valenza delle proprie provocazioni. Una scelta poco azzeccata poteva condurre all'ostracismo e questo fu proprio ciò che accadde ad un quintetto di Bordighera: i Museo Rosenbach.

 
Nati nel 1971 dalla fusione della "Quinta Strada" e del "Sistema" (uno dei primissimi gruppi a suonare Prog in Italia che comprendeva anche il futuro Celeste Leonardo Lagorio), i cinque iniziarono subito le attività chiamandosi "Inaugurazione Museo Rosenbach", proponendo cover straniere e facendo da spalla a gruppi di una certa rilevanza quali Delirium e Ricchi e Poveri.
Il loro nome, scelto dal bassista Alberto Moreno, significava letteralmente "ruscello di rose" e pare fosse ispirato a quello di un non meglio precisato editore tedesco 

 
Nel 1972, la successiva scelta di comporre materiale originale, spinse la band a contrarre il nome in "Museo Rosenbach" e contemporaneamente provocò un contratto con la discografica Ricordi, già avvezza al Progressive per via del Banco, Hunka Munka e della Reale Accademia di Musica.


museo rosenbach zarathustra 1975 matia bazarIl risultato che vide la luce nel 1973 è considerato a tutt'oggi una della pietre miliari del Prog italiano, "Zarathustra": composto su musiche di Moreno, testi del collaboratore esterno Mauro La Luce (già paroliere per i Delirium), inciso presso i professionalissimi Studi Ricordi e orchestrato dallo stesso Museo.
Musicalmente il disco si divide tra una lunga suite omonima che occupava tutto il primo lato e tre brani anch'essi in puro stile Prog sulla facciata cadetta.

Come ormai tutti sappiamo, l'album era un capolavoro e avrebbe meritato una massiccia diffusione non solo nazionale ma planetaria, come dimostrano ancora oggi le numerose manifestazioni d'affetto da ogni dove.
Qualcosa però andò storto e qui mi ricollego all'inizio di questa scheda.
Di fatto, nella drammatica copertina di Wanda Spinello che ritraeva un collage dal volto umano in stile Arcimboldo, appariva chiaramente sulla mascella destra un busto di Mussolini.
Apriti cielo!
Il Museo Rosenbach era finito ancora prima di cominciare.


A nulla valsero le spiegazioni del celebre designer Cesare Monti che sosteneva la tesi della mera provocazione e che, in fondo, la figura di Zarathustra era intesa come "colui che anelava al bene attraverso la meditazione e la natura."

La sommatoria "Duce + Nietzsche" provocò l'immediato allontanamento della band non solo da tutto il nascente movimento Controculturale, ma persino dalla Rai che, a scanso di grane, rifiutò loro qualsiasi apparizione promozionale.
 


Dopo la partecipazione al Festival Nuove Tendenze di Napoli nel 1973 e comunque duramente pressato da un'opinione pubblica avversa, il Museo si sciolse durante la preparazione del secondo disco e dei Rosenbach anni ' 70 non rimarrà che un rarissimo album a cinque stelle e qualche raccolta postuma pubblicata negli anni '90.
Golzi intanto, sarebbe andato a formare i Matia Bazar con ben altro indotto economico. 

 
museo rosenbach zarathustra mussoliniA parte l'ineccepibile sound di "Zarathustra" di cui vi rimando alle numerose recensioni esistenti, questa volta mi premeva solo rimarcare come un tempo certi items extra-musicali fossero assolutamente fondamentali per le sorti di un gruppo, di un artista o di un qualsiasi autore. E lo zeitgeist, si sa, è uno dei valori necessari per comprendere anche il più piccolo parto dell'ingegno umano.
 

Il 1973, per intenderci, era un'epoca in cui solo girare per una strada "sbagliata" vestiti in maniera "inopportuna", o con sottobraccio un giornale "non allineato" (sia da una parte che dall'altra), voleva dire provocare un conflitto anche tragico.
Altro aspetto evidente è che, allora come oggi, i musicisti non avessero certamente il pieno controllo della propria opera. E purtroppo, non sapremo mai cosa sarebbe successo se qualcuno della band si fosse accorto di cosa conteneva quella dannata copertina.

GRAZIE ALL'AMICO ALBERTO MORENO PER LA STIMA E PER L'AMICIZIA

Italia Progressiva...


John's Classic Rock
 VI RICORDO CHE DA PROG SKY WEB RADIO STATION
 il mio buon amico Dj b r a s i l i a n o MARCIO SA',
diffonde periodicamente e con grande classe "ITALIA PROGRESSIVA",
la SUA EROICA e STRAORDINARIA trasmissione dedicata interamente al PROG ITALIANO.

Certo, dirà qualcuno, sono cose che noi abbiamo già sentito mille volte
 e invece no perchè Marcio trasmette anche moltissimo materiale contemporaneo.
E comunque è bellissimo che oggi, un ragazzo di vent'anni 
lo diffonda in un  paese così splendido e musicale come il Brasile
E soprattutto con una passione travolgente e non comune.

E PER CHI DUBITASSE DELLE MIA BUONA FEDE, 
SI ASCOLTI I PODCAST DELLE PRIME PUNTATE
POI NE RIPARLIAMO.