La Repubblica: il Rock Progressivo Italiano arriva in edicola

rock progressivo italiano
DAL 26 SETTEMBRE 2014 PER VENTI SETTIMANE, LA REPUBBLICA ALLEGHERA' AL GIORNALE UN CD DI ROCK PROGRESSIVO ITALIANO

 Finalmente un segno di rinascita per l'Italia: per dimenticare l'imperante oscurantismo musicale e recuperare uno stile fondamentale della nostra storia artistica e culturale.

Senza ipocrisie e senza fatalismi il Prog Italiano torna ad essere il plusvalore di uno dei giornali più letti della nostra amata penisola e questo merita davvero una standing ovation.

Rock da intenditori” è il claim del progetto, brevemente illustrato da  Eresto Assante e Gino Castaldo sul sito web del quotidiano: "il prog non come atteggiamento quanto come un genere preciso che ha avuto le proprie motivazioni"', anzi, “una sorta di grande ‘rifondazione’ europea', che portò a una trasformazione per molti versi epocale”

In tutto circa 150 euro che, in capo a 20 settimane, traghetteranno molti lettori dalla curiosità o dalla nostalgia al possedere ben 20 Cd del più prestigioso rock che l’italia abbia mai prodotto: dalle Orme ai Napoli Centrale, dai New Trolls alla PFM passando per  Banco, Rocchi, Delirium, Osanna, Balletto di Bronzo, RDM, Museo Rosenbach, Perigeo, Arti e Mestieri, Trip, Il Volo e persino Formula Tre e Stormy Six

la repubblica 
 Da progressivo esperto quale sono, naturalmente non posso che plaudere a un’iniziativa simile, quasi miracolosa in un’epoca di Emma, Modà e Amici vari

Ed anche se queste ristampe non restituiranno la complessità di oltre un decennio di musica, movimenti, lotte e aspirazioni, rappresentano comunque un ottimo punto di partenza per esplorarlo, per conoscerlo o più semplicemente per ricordarlo.

Naturalmente, siccome si parla di un fenomeno sociale, oltreché musicale, mi auguro che ogni Cd sia corredato da un'esaudiente inquadratura storica (e questo al momento non posso saperlo). Altrimenti c'è sempre il vosto beneamato Classic Rock.

Ovvio, appena ho saputo la notizia sono corso innanzitutto a documentarmi sul piano dell’opera, e devo dire che, almeno all'ottanta per cento la scelta dei titoli è tanto oculata e quanto competente. Tutti bellissimi, quasi tutti significativi, ma non tutti Prog

rock progressivo italiano 20 CD
Massimo rispetto cioè per Dies Irae, Dolce Acqua e Un biglietto del tram, ma forse Sognando e Risognando, Delirium III, e Mr E Jones dei Nuova Idea sarebbero stati più adatti. 

Inoltre, anziché doppiare la PFM e il Banco (Storia di un Minuto e Darwin bastavano e avanzavano) si sarebbe potuto dar spazio anche a Latte e Miele, MetamorfosiOsage Tribe, Jumbo, piuttosto che a Terra in Bocca dei Giganti, ma pazienza. Speriamo ci sia una seconda tornata in futuro. 

Opinabile invece l’ordine di uscita dei dischi: a spanne sembra che l’editore abbia privilegiato i titoli più significativi, ma a questo punto perché anteporre Napoli Centrale a un capolavoro assoluto come Palepoli, Dolce Acqua al ben più corposo Ys e Dies Irae a un disco prog per antonomasia come Zarathustra? Non vedo alcuna logica. 
Ma anche in questo caso sono quisquilie. State attenti alle annate, e la vostra consapevolezza sarà salva. 

Una bella collana dunque, sufficientemente sostanziale e che auspichiamo stimoli migliaia di curiosi o di ritardatari a proiettarsi al di là di X Factor e dei vari rapper da salotto che infestano l’etere nazionale ormai da troppo tempo. 

E soprattutto, quando sarà il momento di DarwinZarathustra, Palepoli e Ys voglio che si raggiunga il picco assoluto delle vendite. Perchè quelli sono gli album che - mi dia retta chi non li conosce ancora - rappresentano l'aristocrazia assoluta del nostro progressivo

Ultima cosa: magari 5 euro sarebbero stati meglio di 7,90 ma vedremo che succede.

 E gli Alluminogeni ? Pionieri del nostro sound più cosmico?  Assante e Castaldo: io vi ho avvisato.Semmai, quando penserete piano della seconda edizione scrivetemi che lo stiliamo insieme.

Planetarium: Infinity (1971)

planetarium infinityNEI COMMENTS INTERVIENE ALBERTO BARBIERI, DIRETTO CONOSCENTE DI PIERO REPETTO. UNA TESIMONIANZA FONDAMENTALE.



Per un certo periodo, di questo album si sapeva soltanto che venne eseguito dal gruppo dei Planetarium, che uscì nel dicembre del '71 per la
Victory di Alfredo Rossi (fratello di Carlo Alberto Rossi, patron della Car Juke Box), che venne edito dalla Ariston e che fu l'unico LP di pop italiano prodotto da questa discografica.

La Victory infatti aveva in catalogo tra il '68 e il '71 appena quattro trentatrè giri: due degli Scooters (il celeberrimo gruppo Beat di "La motoretta" e "Le pigne in testa"), il primo lavoro di Simon Luca e, perlappunto, quello dei Planetarium che si mormorava fossero musicisti famosi, ma che nessuno sapeva chi fossero.
Di fatto, non essendo riportata la line-up in nessun lato della copertina apribile, ma solo alcune note generiche sugli otto brani del disco, non fu mai dato di sapere chi furono i veri esecutori materiali dell'album.Unica cosa certa, era che l'unico compositore di tutti i pezzi era tale A. Ferrari che, secondo la mia intepretazione, avrebbe potuto trattarsi proprio di quell'Alfredo Ferrari, tastierista storico degli Scooters.
Questo perchè sono al 1970 gli Scooters incidevano per la stessa label dei Planetarium, si erano sciolti l'anno prima e di tre di loro tra cui appunto il Ferrari, avrebbero proseguito la carriera musicale.
Ci avevo visto giusto.

Oggi infatti sappiamo che ad eseguire l'album misterioso furono Mirko Mazza (chitarra), Alfredo Ferrari (tastiere) e Franco Sorrenti (chitarra solista) degli "Scooters", e i due ex "Miguel" di Ovada, Giampaolo Pesce alla batteria e Piero Repetto al basso.

In ogni caso,
considerato l'anno di uscita, "Infinity" è veramente un album ben fatto, elegentemente confezionato e prodotto anche con una cura sorprendente.
Musicalmente, il disco è un "concept" in cui si traccia una sorta di "parabola emotiva" dell'uomo "dalla nascita sino all'infinito" passando per varie percezioni intermedie.
infinity planetariumIl tuono che apre il crescendo d'organi del primo brano "In the beginning" (e che chiude anche il disco) è una sorta di "big bang" da cui si genera tutta una serie di panorami acustici, alcuni dei quali di grande impatto e modernità: la nascita della vita sulla terra, quella della razza umana, la scoperta dell'amore, la guerra, sino ad arrivare alla conquista della luna e nell'infinito.
Il "groove", ancora acerbo rispetto al Progressive, possiamo meglio annoverarlo in quel filone delle "insonorizzazioni soft strumentali" tipico dei primi anni '70: un genere molto in voga che accomunava produzioni quali i Ping Pong, i Blue Phantom, i Braens Machine o Chimenti e che alcuni colleghi più pignoli hanno diviso in "feedback", "psychoground" e "overground" (?!)
Per dare un'idea della situazione, il secondo brano" "Life", sembra per almeno i primi tre minuti il pronipote di "Moments in love" degli Art of Noise, arricchito però da un crescendo strumentale a mezza via tra i Santana e gli Osanna.
"Man", divisa in due movimenti, inizia con un delicato arpeggio di chitarra classica sullo stile di "Giochi proibiti", sfociando gradualmente in un pianismo di grande fascino evocativo che permane anche nella successiva "Love" e, fino a questo punto dobbiamo ammettere che "Infinity" si rivela un lavoro piacevolmente organico.

Il lato B si presenta invece più dinamico.
Il breve "War" (2'40") alterna sirene di contraerea a detonazioni belliche su un ossessivo riff monocorde di basso che, alla distanza, assume un aspetto ansiogeno cha riflette perfettamente l'intenzione del brano.
FerrariLa seconda parte della successiva "The moon" (giocata a ricalco del Pop Sinfonico inglese), e la splendida suite "Infinity" (11 minuti) provvedono invece a lasciarci qualche timido frammento Prog, che è poi il motivo per cui questo disco viene ricordato e ricercato.
"Infinity" insomma, è un disco che stupisce sia per modernità sia per quall'alone di mistero dato dal non sapere chi fossero gli artefici di un gioellino così prezioso.
Naturalmente, anche se il mistero è stato svelato, ricordiamo sempre che all'epoca della sua release nessuno sapeva nulla a riguardo. L'album non ebbe promozione alcuna e rimase sostanzialmente invenduto.Diventò subito molto raro e oggi la sua quotazione si aggira intorno ai 400 euro.
Insomma, il disco fantasma di un gruppo rimasto a lungo fantasma sino a quando ne parlarono Classic Rock e Alessio Marino.

Come fantasmi però , i "Planetarium" del '71 se ne andarono presto dal panorama del Pop italiano.

Paolo Ferrara: Profondità (1978)

paolo ferrara profonditàNEI COMMENTS INTERVIENE STEFANO MARCUCCI, COAUTORE DEL BRANO PROFONDITA'

Fino a circa cinque anni fa dell’album “Profondità” di Paolo Ferrara nessuno sapeva quasi nulla: di che si trattasse, che copertina avesse e da dove mai fosse saltato fuori.
Ne parlò probanilmente per primo il solo Augusto Croce che nel suo sito Italian Prog citò questa doppia library di 19 brani incisa per la “Horse shoe records(oggi estinta), segnalatagli da un suo amico che in buona fede l’aveva datata 1972, anche se in realtà il disco non riportava alcuna datazione.

Per un po’ il fatto passò inosservato, ma dopo qualche mese qualcuno si accorse che quel doppio LP di musica elettronica strumentale conteneva una pletora di rimandi ai Pink Floyd di “Meddle” (1971), “Dark Side of the moon” (1973) e di “Wish you were here” (1975) e a quel punto c’era qualcosa che non quadrava: o Ferrara era un genio o quel disco non poteva essere del 1972.Alché cominciarono a fiorire infuocati dibattiti sul web, molti collezionisti persero il sonno e “Profondità” cominciò a diventare un caso da prima pagina.

In effetti, ascoltando l’album ci si rende conto che molti frammenti dell’opera sono la xerox di alcuni dei più famosi anthems dei Floyd e non solo: alcune sonorità sono persino identiche come nel caso del famoso “si” iniziale di “Echoes” (1972), ottenuto da un piano Steinway & Sons e filtrato da un Leslie, che Ferrara esegue in maniera identica all'originale nella sua “Profezia”.
La lunga corsa” poi, oltre ad avere un titolo che richiama senza possibilità di scampo “On the run”, ha intenzionalmente il suo stesso concetto timbrico, fatta salva l’assenza del sintetizzatore EMS Synthi A, prodotto nel 1971, che evidentemente Ferrara non possedeva.
Embrione” e soprattutto “Sintesi” poi, lasciano stupiti per la loro assonanza con “Shine on your crazy diamond” (1975). “Alchimia” è all’incirca “The great gig in the sky” (1973) e, tralasciando i Pink Floyd, “E la luce fu” ha un sound talmente moderno che nemmeno Cerrone o Giorgio Moroder avrebbero potuto immaginarsi nel 1972.
paolo ferraraOggi, fine settembre 2011, dopo l’ennesimo putiferio sollevato da Maurizio Blatto sulla rivista Italic, mi sono deciso a risentire l’amico Augusto per chiedergli se fosse veramente sicuro di quella data ricevendo come risposta un “ni”, seguita da un saggio: “comunque è meglio che la tolga dal sito”.Restano dunque irrisolte, almeno per chi scrive, la vera identità di Paolo Ferrara, se fosse o meno lui il popolare cantante degli anni ’60 o come hanno azzardato in tanti, se il suo fosse solo uno pseudonimo per far combaciare le iniziali P.F. con Pink Floyd.
Quest’ultima ipotesi però sembrerebbe decisamente una forzatura in quanto di Paolo Ferrara si conoscono almeno altri cinque albums, tutti di insonorizzazioni e tutti sempre a suo nome:

Sound” e “Moderno” pubblicati rispettivamente su etichetta “Canopo” e “Nuova Idea” ma senza data (e che dovrebbero essere usciti a distanza molto ravvicinata vista la similitudine delle copertine), "Ritmico” del 1975 stampato in sole 300 copie dalla “Flower Records” e infine “La vita e l’amore” e “L’Uomo e la Guerra” pubblicati nel 1976 per la AA di Abramo Allione.
Sua sicuramente fu anche la partecipazione alla colonna sonora del film “Il corsaro nero(1970, protagonista Terence Hill) scritta da Gino Peguri con cui Ferrara firmò e cantò il solo brano “Orza qui, pioggia lì” che divenne il tema principale della soundtrack, poi pubblicata dalla RCA.
paolo ferrara ritmicoChe poi fosse lui “quel” Paolo Ferrara che compose il brano “Amore amor” che Iva Zanicchi portò al “Disco per l’Estate” del 1968 e una manciata di 45 giri per le etichette Equipe, Rifi e Variety in quello stesso periodo (“Sta a te”, “Viva l’estate” e “Nel cuore”), questo non ci è dato di sapere.Passando all’ascolto di “Profondità” comunque, come per tutte le librerie sonore, anche questa si rivela funzionale al proprio tema portante. Vi troviamo atmosfere spaziali, sottomarine, intime e rarefatte: una compilation che come tutte le sue omologhe verrà parzialmente impiegata per qualche commento o resterà per sempre parcheggiata su una pista secondaria in attesa di decollo.

Riguardo alla sua datazione, ribadiamo ancora che a parte la polemica sui “Pink Floyd”, non riteniamo possibile che sia stato pubblicato nel 1972, non fosse altro che per la modernità dei suoni che attengono almeno a un triennio dopo e anzi, forse addirittura a un quinquennio vista la presenza sul vinile di un timbro Siae di 3° tipo in uso solo dal 1978 in poi.

Chiunque (protagonista incluso) abbia delle informazioni in più da rivelare, sull’album in questione, è vivamente pregato di farsi avanti.
Autore incluso.

COLLEZIONISMI: Sebbene l’introvabile “Profondità” sia recentemente tornato alla ribalta facendo presagire quotazioni stellari, occorre ammettere che negli ultimi tre anni nessuno degli altri albums originali di Paolo Ferrara ha mai superato i 65 Euro, almeno sino al 29 agosto del 2011 quando una copia di “Ritmico” EX/EX venne venduta a 100 euro su Ebay.
Inoltre, sui sette LP citati da Popsike e Ebay, solo i due meno quotati della AA avevano provenienza italiana. Per il resto, la maggioranza degli esemplari proveniva dal Belgio e dalla Francia, dove non a caso fu più intensa la querelle sul caso Floyd.
Segno tangibile che in Italia possediamo interi patrimoni musicali e artistici che tutti ci invidiano, che dovremmo valorizzare, ma che solo noi riusciamo a dimenticare o buttare alle ortiche.
Un vero peccato.

Errata Corrige: Mappamondo (1975/77, pubb. 1991)

rock progressivo italiano
Uno degli aspetti più curiosi di certe (ri)stampe di prog italiano "ex post" è quello di accorpare in un solo supporto periodi storici e culturali totalmente differenti. E questo accade normalmente quando qualcuno ritrova del materiale inedito, o magari per una fortunata contingenza commerciale.  E fin qui, nulla da obiettare. 

Peccato che non sempre tali pubblicazioni evidenzino queste diversità che, si badi bene, non sono solo artistiche, tecniche o percettive, ma soprattutto culturali, in quanto prodotto di più momenti storici, sociali e politici

Prendiamo come parametro il CD degli Errata Corrige Mappamondo: nove brani pubblicati nel 1991 - di cui i primi cinque composti nel 1975, ma arrangiati e incisi nel 1990 al Dynamo Studio -  e quattro interamente registrati allo studio G7 di Torino nel 1977. Un arco di quattordici anni.

 In più, ci si metta pure una line up diversa da quella originale del 1975-76 con Paolo Franchini (basso) e Giorgio Diaferia (batteria) ad affiancare i veterani Cimino e Abate, rispettivamente al posto di Gianni Cremona (basso) e Guido Giovine (batteria) e la cosa si complica ulteriormente. 

In sostanza: due dischi in uno, due atmosfere nettamente distinte, due approcci diversi e ben tre ere geologiche musicali che si sovrappongono: metà anni Settanta, seconda metà degli anni Settanta e primi anni Novanta
Piuttosto che essere organico quindi, Mappamondo, ha più le sembianze di un documentario
Ma procediamo con ordine. 

marco cimino mike abate
La cosiddetta “parte A” comprende nove brani concepiti all’epoca di Sigfried il drago e altre storie (1975/76)e che quindi, avrebbero potuto  farne parte, anche se così non fu. “Degli scarti” potrebbero dire i maligni. 

L’incisione è però del 91: un annata in cui la tecnologia stava imponendosi definitivamente negli studi di registrazione, influenzando pesantemente il modo di concepire la musica, e in questo caso, si sente davvero. 
 Mai e poi mai gli Errata Corrige originali avrebbero potuto aspirare ad un sound così pieno e levigato. La batteria in particolare fa impressione per grinta ed autorevolezza, e ancor più il fatto che le eteree sonorità del 75 vengano rilette in modo così determinato e potenzialmente avulso dallo spirito di Sigfried.
Per fortuna, nella prima parte di Mappamondo prevale la classe e la sensibilità di esperti musicisti che “usano” la tecnologia piuttosto che diventarne schiavi e, in questo senso, Patagonia Suite è un mirabile esempio di equilibrio tra passato e presente.

Certo, la magia del il sole che sorge nella contea di Xanten, la brezza della foresta di Lucanor e il dolce rollìo della nave Adventure sono molto lontani, ma almeno ce n’è ancora qualche traccia: per esempio nelle splendide Kubla Khan e Dentro La Grande Mastaba dove lo spirito del Prog viene rievocato, rivestito con classe e riconsegnato  a nuova vita senza troppi artifici. 

holy grail italian progressive
Dopo tanta grazia però, Sogno americano ci scaraventa bruscamente in un groove che nessun fan del prog avrebbe mai voluto sentire
D’accordo, siamo nel 1977, quando l’Italia partorì la sua musica pop più lubrica per far da contrappeso al Punk e alla Disco music, ma personalmente, non avrei mai immaginato che anche i miei adorati gli Errata Corrige ci sarebbero cascati. 

La classe dei musicisti si sente, questo non c’è dubbio, ma è evidente che Zombie e Viaggiatore senza età, facessero anch’esse parte di quel graduale ma inesorabile disfacimento musicale che coinvolse tra l’altro anche altri importanti nomi del Prog: Orme, Latte e Miele, Pfm, Locanda delle Fate, Osanna, Alan Sorrenti e, più tardi, anche il Banco.

Certe pubblicazioni però, sono fatte così: mischiano il giorno e la notte senza tanti complimenti, e sta a noi valutarle con attenzione, anche perché spesso le note di copertina sono assenti o quasi. 
 Ovvio, nel rispetto di un gruppo come gli Errata Corrige, avrei perferito che il Cd finisse con Mastaba, e a quel punto avrei perdonato anche tutte quelle artificiosità che solitamente si nascondono dietro un ripescaggio. Ma per fortuna o purtroppo non è andata così.

Tanto peggio per i sognatori come me, e tanto meglio per gli ascoltatori più scientisti.
In fondo siamo pronipoti di sua maestà il denaro, e dal 77 in poi, l’avrebbero capito proprio tutti: anche i più puri di cuore.

Zauber: Il sogno (1978)

Zauber
1978. La stagione del progressivo italiano è finita due anni e anche quel movimento controculturale che le aveva fatto da humus è ormai talmente superato da essersi ricilato già almeno tre volte: nel proletariato giovanile, nel movimento 77 e nel punk

I cantautori hanno ormai il pieno controllo della situazione: Branduardi per esempio ha già inanellato almeno due album di enorme successo, mentre Francesco Guccini, il “politico” per antonomasia, canta ora la nostalgia sessantottina e sogna terre lontane

I famigerati anni Settanta - quelli che si sono spenti anzitempo nel 76 – vengono insomma rimossi, trascinando nel dimenticatoio un’intera generazione di disobbedienti e un gigantesco bagaglio di sogni libertari rimasti per la maggior parte incompiuti. Prova ne è che tutti i gruppi del primo post-progressivo, dalla Locanda Delle Fate agli Antares, dagli Skorpyo ai Cocai, sembrano migrare verso altre forme espressive: certamente debitrici alla cultura precedente ma molto meno innovative

Ed è in questo contesto sospeso tra gli ultimi fuochi delle Brigate Rosse, l’assassinio di Peppino Impastato e una repressione poliziesca senza precedenti, che a Torino nascono e pubblicano il loro primo album gli Zauber: Mauro Cavagliato (basso, chitarra), Anna Galliano (tastiere, flauto), Liliana Bodini (voce), Paolo Clari (tastiere, chitarra), e Claudio Bianco (batteria). 

rock prograssivo italiano
Registrato presso i Dynamo Studio di Torino e stampato in sole 500 copie per l’etichetta Mu, il disco si chiamerà “Sogno”: non sappiamo se riferito alle chimere pregresse o proteso verso nuove immaginazioni e comunque, nelle sue sue sette tracce, difficilmente troveremo una risposta. 

C’è sicuramente un distacco dal progressivo doc, tanto nell’assenza di una linea d’opposizione quanto nel recupero del primo underground: atmosfere acustiche, brani brevi, testi molto candidi considerata la data di pubblicazione (“questa realtà non è fatta per chi come te vede nel mondo qualcosa di più di una vita borghese”) e un sostanziale ricalco alle nuove atmosfere neo rinascimentali. Branduardi dicevamo. 

C’è però anche la volontà di persistere in un territorio alternativo: quello autoprodotto, disallineato e fiero della propria marginalità. 

 Il problema è che nessun brano dell’album varcherà mai i confini della sua stessa esistenza. E anche se gli Zauber sopravviveranno ancora molti anni, “Il sogno” sembra più un brillante nel deserto che non un’opera storicamente propositiva. Diciamo pure un piccolo frammento partorito amicalmente in una cantina da pochi ma onesti musicisti. 

Certi suoi passaggi, è indubbio, sono pregevoli ("Dietro la collina") ed effettivamente ricordano i fasti del prog. L’accademia però impera sovrana cancellando anche quel minimo di consapevolezza che affiora dai testi. 
Molto “vetero feminista” la voce della Bodini che rimanda un po’ a quella di Lilli Ladeluca dell’AMT, ma senza possederne la stessa forza reazionaria: per esempio quella di “Marilyn” firmata Alloisio.

progressive rock
Come sempre qualcuno dirà che ho buttato tutto in politica, ma non credo si possa fare a meno di rimarcare quanto questo lavoro fosse distante dalla realtà che lo circondava. Persino gli Errata Corrige (sempre di Torino) furono più attendibili nello staccarsi da una realtà, quella del 1976, in cui non si riusciva bene a comprendere cosa stesse succedendo all’interno del movimento. 

Nel 78, dopo ere geologiche dal Parco Lambro e dopo che tutto era stato chiarito, perseverare ancora con tematiche undergound era quantomeno sinonimo di un certo candore
Come tanti dischi dell'epoca insomma, anche questo confermò la fine di un'era.

Bambi Fossati (1949 - 2014)

è morto bambi fossati
07.06.14
Non ce l'ha fatta Bambi Fossati a vincere la malattia che lo affliggeva da tempo.
Lo storico chitarrista di Gleemen, Garybaldi e Bambibanda e melodie, è mancato oggi ad appena 65 anni.
A lui va il nostro più sincero augurio di buon viaggio e, a tutti suoi cari, il nostro più vivo cordoglio. I funerali si svolgeranno Lunedì nella sua amata Genova.
La sua chitarra però non tacerà mai. Sarà patrimonio dei nostri cuori per consolarci, e per ricordarci che la grande musica non se ne va con le persone. Lei resta, per spingerci sempre verso un futuro migliore. Grazie Bambi.

Fabio Zuffanti: La quarta vittima (2014)

La quarta vittima
 Chi mi segue da tempo sa che faccio spesso fatica a parlare di Neo-prog. Ma questo non per disinteresse o per scarsa ammirazione nei confronti di chi lo fa, quanto perchè, dalla fine del Progressivo storico, sono mutati molti parametri analitici. Primo tra tutti, il raffronto arte-società-politica che oggi alcuni ritengono persino superfluo, ma che 40 anni fa era ineludibile. 

Martin, basta con ‘sta politica! Parliamo solo di musica!”, mi sento dire spesso. 
La musica però è arte, e l’arte non può essere scissa dal suo tempo storico. Per questo, ad ogni ascolto di un nuovo lavoro come quello inviatomi dall'amico Fabio Zuffanti, (appena uscito dalla Maschera di cera) mi sento in dovere di fare alcune puntualizzazioni. 

Innanzitutto occorre premettere che, a detta dello stesso Fabio, il suo “La quarta vittima” è un disco volutamente progressive e quindi è con questo metro che va ascoltato e valutato. E fin qui direi che, almeno in questi ultimi anni, raramente questo stile ha raggiunto tanta coerenza tecnica, formale e compositiva. 

Zuffanti conosce bene la materia e si sente. In circa un’ora di musica c’è davvero di tutto: hard, rock, pop, prog, lounge, jazz, ma non solo. Ci sono anche richiami a tutti i più nobili protagonisti del genere: dai Pink Floyd (con tanto di centrale di Battersea all’interno della copertina) ai Genesis del migliore Steve Hackett; da qualche traccia di Canterbury al pop sinfonico più spinto; dai Museo Rosenbach alle atmosfere doom degli Jacula

Fabio ZuffantiIl gruppo di musicisti che lavora in questo disco è formalmente “aperto” come nella migliore tradizione prog, al punto che il compositore suona poco o nulla. 
La narratio e l’alternanza di ambienti sonori sono ineccepibili e restituite da sonorità talmente limpide ed equilibrate che c’è davvero da fare i complimenti al fonico Rossano “Rox” Villa

In più, non mancano i consueti riferimenti intellettuali nella citazione iniziale dalla Montagna Sacra di Jodorowsky  e nel grande spirito di Michael Ende che pervade tutto l’album. 
Insomma: un'opera sostanzialmente imperdibile per gli amanti del Prog di qualunque età in cui è davvero difficile trovare nei o punti deboli: forse la sola lunghezza di 55 minuti estranea agli anni settanta, ma sono minuzie. 

Ciò che invece resta aperta e la questione di cui parlavo prima: “cui prodest?” 
 Il vantaggio, è chiaro: va tutto a chi “sa e vuole ascoltare” perchè il dualismo arte-società non esiste più. Nel senso che i valori che evoca Zuffanti (l’alienazione, il perpetuarsi del tempo, l’ubiquità spirituale, l’immanenza), oltre a non essere del tutto nuovi, sono stati già consumati di un intero movimento: difficilmente attinenti dunque, a un quotidiano come quello odierno che divora letteralmente le sensazioni ancor prima di concepirle. 
E anche la musica è di per sé e qualcosa di già sentito: non nuova e certamente ancor meno trasgressiva

rock progressivo italiano
E allora: dove starebbe il valore del new progressive e in particolare della “Quarta vittima”? 
Nel fatto che, non potendo insistere su istanze rivoluzionarie come si faceva un tempo, Fabio ha focalizzato con estrema cura l’aspetto percettivo del suo lavoro trasformando in “significato” il lato “significante” della sua musica, e affidandone la compiutezza e la comunicatività al solo muro sonoro.

Certamente una scelta spiazzante per chi, come me, è rimasto fedele al settennio 70-76 ma anche obbligata dalla contingenza storica. Che poi questo sia un bene o un male, lascio la riflessione aperta. 

Sta di fatto che, se al momento il Prog deve affidarsi alla sola percezione come accadde nel periodo Underground, ben vengano risultati come questo. Quindi: complimenti a Fabio che se li merita tutti e anche di più. 
Io resto sornione ad aspettare “il grande balzo in avanti”. Chissà che tra qualche anno il new prog non assuma un valore nuovamente rivendicativo e, magari, prenda il posto dei vari rapper della porta accanto di cui, francamente, non se ne può più.

Lisy Kolloeffel Martin (1931 - 2014)

14.05.2014
E' mancata oggi Lisy Kolloeffel-Martin, mia mamma.
Al di là dell'immenso dolore, posso solo consolarmi pensando
che si è spenta tra le mie braccia e senza soffrire.
Grazie a tutti coloro che vorranno pregare per lei.
Un abbraccio,
JJ

Bill Gray: Feeling Gray? (1972)

Feeling Gray? 1972
Siamo nel 1972. Il prog è una realtà da un paio d’anni ma la controcultura bussa già alle porte con il suo sound duro e consapevole
Intanto, gli epigoni del post beat e della psichedelia si giocano le ultime carte di attendibilità perchè dall’anno successivo in poi, quel tipo di proposta verrà sempre meno accettata da un pubblico sempre più militante e meno compassionevole. 
E’ dunque in tempo William Gray, detto Bill, meglio conosciuto come chitarrista dei Trip a piazzare per la Polydor il suo primo album di rock bluesFeeling Gray” che però, malgrado l’indubbia qualità del prodotto, non gli darà molte soddisfazioni. 

Bill nasce a Kilmarnock in Scozia nel 1947 e a neppure 20 anni ha già in curriculum un 45 di successo inciso per la Philips come chitarrista degli Anteeks: “I don’t want you” / “Ball and Chain”, oggi quotato circa 290 sterline. 

Stabilitosi a Londra nella primavera del 66, entra nei The Buzz di David Bowie in sotituzione del chitarrista John Hutchison, e con loro incide una demo del singolo “I dig everything” scritta dallo stesso Bowie. Nella versione dei Buzz però, il brano però non vide mai la luce avendo lasciato insoddisfatto l’allora produttore Tony Hatch che per la pubblicazione ripiegò su musicisti di studio. 

ricky maiocchi
I Buzz continuarono comunque ad accompagnare Bowie dal vivo per 4 mesi ancora prima di scogliersi, ma a settembre dovettero rinunciare proprio a Bill Gray, attirato da un’allettante offerta del nostro Ricky Maiocchi, allora in soggiorno a Londra in cerca di musicisti.

Maiocchi tra l’altro aveva già reclutato al basso un tale Arvid Andersen, stravagante beatnik di origini scandinave e un giovane chitarrista di belle speranze di nome Ritchie Blackmore, amico di vecchia data di Arvid ai tempi in cui facevano parte prima dei Crusaders di Neil Christian, poi degli Screamin Lord Sutch & The Savages e infine dei Three Musketeers.

 Mancavano dunque un batterista, trovato poi nella figura di Ian Broad (ex militante nei Rory Storm & The Hurricanes con cui suonò anche Ringo Starr) e un altro chitarrista che fu proprio William Gray. E così, ecco che Maiocchi e i Trip iniziarono la loro avventura italiana. 

Maiocchi però è molto accentratore, e Blackmore che spesso gli ruba la scena non gradisce i continui inviti alla calma dell’ex Camaleonte. Ian Broad poi, si rivela maledettamente indisciplinato e scurrile.
Morale: dopo appena tre settimane Blackmore e Broad se ne vanno, i Trip abbandonano Maiocchi, reclutano Sinnone e Vescovi e procedono per la loro strada

feeling gray 1972Bill Gray, dal canto suo rimarrà con loro per due album, The Trip e Caronte e poi mollerà il colpo anche lui per supposte divergenze con Vescovi che, qualcuno dice, pare non fosse proprio un modello di democrazia

Altri mormorano invece che a Vescovi e ad Andersen non fosse andata giù l’idea che Gray stesse elaborando del materiale solista, ma questo fa parte del gossip

Sta di fatto che Billy se ne va, un anno dopo incontra l’ex Rokes Shel Shapiro, e nel giro di pochissimo è ai Regson Studios di Milano ad incidere con altri 4 musicisti (tra cui Gian Luigi Pezzera e lo stesso Shapiro) il suo “Feeling Gray?” nove brani, mezz’ora abbondante.

 Musicalmente non c’è molto da dire a riguardo: nulla di prog, nulla di innovativo, per cui realmente nulla di sconvolgente, ma in compenso un disco piacevolissimo, molto ben suonato, rifinito e mai banale malgrado si tratti evidentemente di rock blues anglofono
Tra i solchi traspare l’esperienza dei musicisti e anche se volessimo erroneamente considerarlo un filler o peggio un esercizio di stile vale davvero la pena di ascoltarlo. 
Così, anche e solo per il puro piacere della musica. E anche per evocare ancora una volta il grande spirito di William, partito davvero troppo presto.