Il Paese dei balocchi: Il paese dei balocchi (1972)
Tra i commenti: REMO BALDASSERONI degli UNDER 2000 (futuri PDB). Grazie REMO!
Il quartetto del Paese dei Balocchi si forma a Roma nel 1971 sulle ceneri del gruppo beat Under 2000, nato a sua volta nel 1965 e che, pur se poco conosciuto su scala nazionale, pubblica tre 45 giri in cinque anni di attività, più una collaborazione come backing band nel 45 giri del cantante Massimilano Baratta “Qualcosa che si butta via” (1970). Sciolti gli Under 2000 a seguito dell'abbandono del bassista Aldo Parente (poi noto come Folkaldo o Franco Maria Giannini), il gruppo si stabilizza con l'entrata in scena del cantante e tastierista napoletano Armando Paone - che ne diverrà leader e autore - e del bassista Marcello Martorelli.
Col nuovo nome di "Il Paese dei Balocchi", la band viene notata dal produttore Adriano Fabi (padre del cantante Nicolò) che produce per la discografica CGD 1.800 copie del loro unico album omonimo in collaborazione con il M° Claudio Gizzi (futuro Automat).
Il lancio pubblicitario del disco comprenderà diverse apparizioni sia live che televisive tra cui ricordiamo lo storico concerto di Villa Pamphili del 1972, la Mostra d’Oltremare a Napoli, numerose serate al Piper di Roma in buona compagnia con PFM, Banco e i Pooh e persino un’apparizione negli “Studi Paradiso” della TSI Svizzera nel gennaio 1973.
Confezionato in una mitica copertina apribile su un patchwork a nido d’ape, il disco comprende dieci brani per lo più strumentali strutturati in forma di concept: “il paese dei balocchi è la ricerca di se stessi o meglio della propria identità umana passando attraverso il bene ed il male cercando di capire chi siamo, perché siamo qua e dove stiamo andando, fino ad arrivare alla speranza... vana… perché, alla fine del viaggio, scopriamo che la cruda realtà nella quale viviamo, altro non è che uno specchio dove possiamo vedere il riflesso stesso della nostra anima". (fonte: italianprog.it)
Musicalmente ci si trova al cospetto di un prodotto molto ben eseguito ed arrangiato che mescola con cura parti elettriche con ampi stralci acustici, arrivando a restituire veri e propri turbinii dal sapore prog (“Impotenza”).
Sin dall’opening track "Il trionfo dell'egoismo", risaltano sia le qualità tecniche degli strumentisti, sia le intenzioni concettuali del lavoro che, ancora secondo le parole di Fabiani, sono “una denuncia in chiave artistica delle ipocrisie del potere e della vana lotta dell'uomo per combatterle”.
Certamente, un tale disincanto si ripercosse in molte parti del lavoro rendendolo a tratti malinconico ("La canzone della speranza") e spesso quasi angosciante ("Evasione", "Risveglio e visione…") al punto da farlo sembrare in molti punti eccessivamente romantico. ("Canzone delle verità").
Sentori eterei e mistiche nebulose ("Vanità dell'intuizione fantastica") sono di fatto il leit motiv di un album che oscilla costantemente tra immersioni ed emersioni classiche scandite da una ritmica delicata e incisiva.
Un’autocoscienza pessimista certo, ma tale da essere giudicata ancora oggi un punto encomiabile da molti estimatori del gruppo.
Prendendo atto dell’incipit dell’opera, si potrebbero infatti considerare le parti più posate come “lente, potenti, possenti, tristi e irripetibili sensazioni espresse in note” (blogger: Giulio). L’eterogeneità potrebbe essere interpretata non come “frammentarietà”, ma come mezzo necessario per restituire un complesso insieme concettuale (blogger: Analoguesound) e, nondimeno, si sottovaluti quella “gestione di silenzi” che in questo lavoro viene giocata con una notevole abilità dinamica (si ascolti in questo senso la sola “Risveglio e visione”).
Considerato poi il periodo storico ancora appannaggio dell’Underground, è interessante scoprire come dai solchi emerga anche una certa vena psichedelica. “Evasione” per esempio è un brano quasi tantrico le cui atmosfere a mezza via tra la fusion e la mediterraneità ci trasportano in un’inedita amalgama di misticismo (le tastiere e i sintetizzatori) e di concretezza (la chitarra fender pizzicata con pulizia e precisione e il finale a matrice rock crimsoniana) che non ha ancora riferimenti tra le bands contemporanee (N.d.R. molti critici paragonano il PDB ai Museo Rosenbach, ma è chiaro che si tratta di una valutazione ex-post, non essendo ancora questi ultimi ancora comparsi sulla scene).
Non meno incisivo è il finale del disco, dichiaratamente gotico dove il tastierista Armando Paone suona un poderoso organo a canne Mescioni degli anni '40.
Malgrado le evidenti qualità del disco però, né la promozione né la distribuzione riescono a conferire alla band una sufficiente visibilità commerciale, provocandone il definitivo scioglimento nel 1974 con l’abbandono del leader Paone.
Certamente sarebbe disonesto non riconoscere al "Paese dei Balocchi" una certa coerenza stilistica e nondimeno una concreta partecipazione al contesto dell'epoca, ma è evidente che la loro scelta artistica, non venne ritenuta adeguata alle domande di un movimento alla ricerca di risposte ben più concrete.