Rino Gaetano: Mio fratello è figlio unico (1976)
SATIRA, POESIA... e i PIERROT LUNAIRE.
Salvatore Antonio Gaetano, detto “Rino” dal diminutivo datogli da sua sorella maggiore Anna, nacque a Crotone il 29 ottobre del 1950, qualche anno prima di quel “miracolo economico” che tuttavia non coinvolse molte famiglie meridionali, costringendole a migrare in cerca di lavoro.
E così accadde anche a quella di Rino che nel marzo del 1960 si trasferì a Roma: città in cui lui si sarebbe stabilito definitivamente appena maggiorenne.
Educato cattolico in un collegio di Narni, Rino era però un bohemién, un creativo timido ma simpatico e controcorrente, e infatti trovò la sua prima culla artistica al Folkstudio Giovani dove saltuariamente si esibì accompagnato dalla sua chitarra.
Invero le sue bizzarrie non ottennerro molti consensi, ma il suo buon amico Antonello Venditti, ne colse subito le potenzialità, e nel 1973 lo presentò al produttore Pietro Montanari della IT (una costola della RCA) che rimase profondamente colpito da quel “giovanotto con la faccia pallida che scriveva canzoni senza né capo né coda”.
Gli venne proposto un contratto che firmò, e in capo a pochi giorni Rino si ritrovò allo Studio 38 di Roma per incidere in sedici ore esatte il suo primo singolo I love you Marianna con lo pseudonimo di Kammamuri’s. Un fiasco.
Fortunatamente il suo stile piacque a Nicola di Bari, allora famosissimo, che interpretò ben tre sue canzoni tra cui Ad esempio a me piace il sud, e il nome di Rino cominciò a circolare negli ambienti della discografia che conta.
E anche se il suo primo Lp del 1974 Ingresso Libero passò nuovamente inosservato, è evidente che il ventiquattrenne artista calabrese avesse tutte le carte in tegola per spiccare il grande balzo in avanti.
Previsione più che confermata l’anno successivo quando il 45 giri Ma il cielo è sempre più blu ottenne un notevole successo di critica e di vendite, facendo così da rampa di lancio per il successivo Lp Mio fratello è figlio unico del ‘76: ritenuto da molti il suo capolavoro, e inciso tra l'altro con la collaborazione dei due Pierrot Lunaire Gaio Chiocchio e Arturo Stalteri. Molto ben calibrato tra nonsense e introspezione, l’album ritrasse in meno di mezz’ora tutte le poliedriche sfaccettature del complesso animo dell’interprete: un uomo di sinistra che soffrì molto per la deriva del partito e del Movimento, e per questo scelse l’arma della satira petroliniana per denunciare chi, secondo lui, li aveva ridotti in quella situazione. Ma non solo.
Dal disco emerse anche quella sua spiccata sensibilità civile che gli permise di dare un volto e un’anima alle cose più semplici e defilate, ma non per questo meno rappresentative di una società in transizione e dei suoi sentimenti più veri.
Straordinarie in questo senso la stessa Mio fratello è figlio unico, e soprattutto Al compleanno della Zia Rosina, là dove stati d’animo, ricordi, paesaggi, incertezze, delusioni e aspettative si fusero in un vero e proprio capolavoro di espressionismo musicale.
L'ironia poi (l'arma più forte del cantautore crotonese), la fece da padrona almeno per la metà dell'album, articolando senza nessun senso apparente fatti, luoghi e personalità. Patchwork davvero improbabili ma anche profondamente evocativi, come nel caso della splendida Sfiorivano le viole, autentica celebrazione dell'ineluttabilità del tempo che travolge ogni cosa eccetto che l'amore e la speranza. A mio avviso, una delle più belle canzoni di Rino in assoluto.
Tuttavia, malgrado il successo confermato dai successivi 33 giri Aida e Nunteregaeppiù, Rino non riuscì mai ad amalgamare completamente le sue due anime di poeta e di clown, e la sua debordante vena satirica non sembrò mai del tutto consapevole.
Irrise costumi e personaggi della politica e della società (Standard, Aida, Nuntereggaeppiù), ma senza proporre alternative reali, né prendendo mai alcuna posizione sino a professarsi inverosimilmente “apolitico”.
Infine, condì spesso le sue canzoni con miti e circostanze della storia, ma utilizzandoli in modo più figurativo che critico.
All’atto pratico, per usare le parole di Sergio Bardotti, rimase “un provinciale”. Un artista che, aggiungo io, raggiunse il successo anche perchè negli anni in cui produsse i suoi lavori più acclamati, il gusto di una larga fetta di pubblico (Movimento incluso) si stava inesorabilmente sottoproletarizzando, e il nonsenso stava rapidamente soppiantando l’impegno militante.
Così, quando all’alba degli anni Ottanta gli ascoltatori cominciarono a richiedere prodotti ben più sintetizzati, il modello satirico-iconoclasta di Rino non resse alla prova dei tempi.
In più, a peggiorare la situazione, provvide anche il passaggio alla RCA che, insensibile al suo dualismo poetico e alla sua ritrovata coscienza sociale (Io scriverò, e la bellissimaTi ti ti), lo volle ad ogni costo campione di vendite.
Lo costrinse ad un’improbabile tournée con Cocciante e il New Perigeo, e come se non bastasse, gli impose persino un autore come Mogol (Resta vile maschio dove vai): paroliere distante anni luce dalla sensibilità di Rino, e la cui grande firma comunque non bastò a risollevarne le sorti commerciali.
Una serie di delusioni insomma, che credo acuirono in lui quell’inguaribile malinconia che lo condusse a spegnersi sotto tutti i punti di vista, nonché ad abbassare la soglia d’attenzione su se stesso sino a quella maledetta notte del 2 giugno del 1981.
E allora, meglio ricordarlo strafottente, donnaiolo, popolare e veracemente pazzo, quando, sotto gli occhi sconsolati di Vincenzo Micocci, spostava il piano dappertutto per trovare il giusto sound, e ci raccontava di zie, nonni, provincie, tramonti, migranti, fabbriche, cortili e metropoli.
Perché quella, e non altre, era probabilmente la sua dimensione più autentica.
SU RINO GAETANO CLASSIC ROCK CONSIGLIA: Alfredo Del Curatolo, "Se mai qualcuno capirà" (Selene Edizioni, Milano 2003)

