Visualizzazione post con etichetta CORTE DEI MIRACOLI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CORTE DEI MIRACOLI. Mostra tutti i post

Corte dei miracoli: Corte dei miracoli (1976)

La Corte dei Miracoli si forma a Savona nel 1973 sulle ceneri dei disciolti Tramps di Alessio Feltri: un tastierista che aveva militato ne “Il giro strano”, si era esibito in Festivals Pop di una certa rilevanza quali Villa Pamphili a Roma e il Pop Meeting di Genova, ma non era mai riuscito a pubblicare nulla.

In realtà, ai Tramps era stata data la possibilità di firmare un contratto discografico, ma per onorarlo avrebbero dovuto trasferirsi a Roma e nessuno dei componenti accettò.

Fortunatamente, nel 1973 alcuni dei vecchi membri del gruppo decisero di ritrovarsi e riprendere in mano il discorso musicale fondando la “Corte dei miracoli” ed entrando successivamente nelle fila della scuderia Grog di Vittorio e Aldo de Scalzi che all’epoca aveva già prodotto lavori per Mandillo, Celeste e Latte e Miele.

Dopo l’ultimo rimpiazzo dell’ex tastierista dei Tramps Michele Catalone con il jazzista Riccardo Zegna, la formazione stabilizzò la sua line up (due trastiere, voce, basso e batteria) ed entrò finalmente in sala d’incisione per produrre il loro primo album omonimo che vedrà la luce nel 1976.

Il disco, oggi piuttosto considerato in ambito collezionistico è dotato di una piacevole copertina apribile dal sapore underground, comprende cinque brani per un totale di circa 40 minuti e almeno nella prima parte, colpisce per freschezza e dinamica.

Per cominciare, il primo brano “... E verrà l’uomo” lascia piacevolmente sorpresi, palleggiato com’è tra una curiosa sequenza iniziale e diversi breaks armonici con tanto di raggiante assolo di Vittorio de Scalzi, le cui azzeccate complessificazioni e le larghe aperture melodiche creano un equilibrio sonoro del tutto particolare.
Ci si metta anche un finale in stile Banco contrassegnato da un buon duetto di tastiere su base hard e occorre effettivamente ammettere che la "Corte", fa davvero miracoli.


Naturalmente, trattandosi del 1976 in piena fase di “progressivo calante”, è quasi naturale che i riferimenti esterni fossero già piuttosto abbondanti, dai contappunti degli Yes ai barocchismi dei Genesis; dagli Emerson, Lake & Palmer ai Camel, ma almeno nel primo brano si coglie ancora una saporita dose di mediterraneità.


In “Verso il sole” però, l’apparente autonomia della “Corte” inizia a vacillare sotto i colpi delle similitudini: giusto il tempo di un buon attacco in stile prog-fusion con tanto di percussioni in evidenza, e si ci si ritrova davanti a dinamiche acustiche che hanno ben poco di nuovo.

Un cantato non particolarmente gradevole (il cantante Graziano Zippo sembra a tratti un Pino Ballarini in minore) segna un brano che vorrebbe essere hard, ma che in realtà suona come uno strano mix di RRR, Rovescio della Medaglia e Alluminogeni.

Forse per la mancanza di una chitarra, forse per gli arrangiamenti non proprio adamantini delle tastiere portanti o per l’eccessiva brillantezza delle percussioni che in un simile contesto sembra davvero fuori luogo, anche la lunga sequenza strumentale che contraddistingue la maggior parte del secondo brano finisce per apparire magniloquente e confusa.


I sette minuti della successiva “Una storia fiabesca” poi, sembrano invece presi a prestito alle Orme del tempo che fu e a questo punto, la voce di Zippo si trasforma in un incrocio tra Aldo Tagliapietra e il Camillo Ferdinando Facchinetti. L’incipit è decisamente in stile pop melodico e a poco servono gli stacchi centrali e il finale in stile “Selling England”.

Certamente, in favore della formazione savonese si potrebbe spezzare una lancia per il fatto che a differenza di molte produzioni dei De Scalzi, la “Corte dei Miracoli” non attinge minimamente al sound dei New Trolls, ma ciò non giustifica il ricalco altri schemi altrettanto abusati.

Per sentire le cose migliori dopo “... e verrà l’uomo” bisogna voltare il disco.

Nel lato B infatti, si aprezzano finalmente le cose migliori della band. Qui troviamo la sorprendente “Il rituale notturno” che malgrado l’evidente retrogusto di BMS ha tutte le sue parti ben strutturate e funzionali all’insieme del brano.
Seguirà infine la lunga “I due amanti” (11 minuti) che chiude il disco in grande stile quasi come se dopo la prima mezz’ora di musica, il gruppo si fosse definitivamente sbloccato a favore di una dimensione più sciolta e personale.


L'insieme lascia tuttavia un senso di piacere e di rimpianto allo stesso tempo.

Piacere” perchè effettivamente "I due amanti" è una suite varia e ben costruita. “Rimpianto” perchè obiettivamente, se la “Corte” avesse insistito di più su quel sound, il rock progressivo avrebbe (forse) avuto una coda più lunga e un nuovo ambasciatore in più.

Più verosimilmente però, un piccolo gruppo e una piccola etichetta non potevano bastare a colmare il deserto che stava accerchiando il Prog classico, tant’è che lo stesso De Scalzi aveva già in testa cose ben più pregnanti sia come manager, sia per i suoi New Trolls.

Per fortuna o purtroppo? Fate voi.