I Raminghi: Il lungo cammino dei Raminghi (1971)
NEI COMMENTS INTERVIENE ANGELO SANTORI, TASTIERISTA DEI RAMINGHI
Il primo nucleo dei Raminghi si forma a Bergamo nei primi anni 60 grazie all’estro del bassista - cantante Franco “Herr” Mussita che da vita al quintetto “Herr Mussita e i Nomadi”, molto attivo nelle balere e nei night della zona orobica ed in particolare al “Bla Bla” di Scanzorosciate.
Nel 1964, assestata la formazione a quartetto e accorciato il nome in “Nomadi”, la band inizia a mietere successi quali un primo posto al Festival di Treviglio del 1967 e la sua fama inizia a consolidarsi.
Caso vuole però che una sera di quello stesso anno, "I Nomadi" (quelli "veri" di Carletti e Daolio), vennero a suonare lo stesso giorno, la stessa ora e nella medesima città in cui avrebbero dovuto esibirsi i loro omologhi bergamaschi che a quel punto preferirono cambiare il nome.
Sul sito ufficiale del gruppo si parla di un “atto di cavalleria", ma onestamente non sappiamo quanto sarebbe convenuto a Mussita e soci continuare a condividere la stessa denominazione con un complesso ben più blasonato di loro.
Sta di fatto che con acume padano e per non staccarsi troppo dall’iniziale marchio di fabbrica, venne scelto come nuovo nome “ I Raminghi".
Rivoluzionata nuovamente la line-up e approdati nel 1970 alla minuscola etichetta "Bentler" di Gualtiero Guerini, i neonati Raminghi pubblicarono prima una nuova versione di "Come Viviamo" (1970) e due anni dopo, un album di otto canzoni sull’onda delle nuove tendenze d’oltremanica: "Il lungo cammino dei Raminghi".Corredato di una splendida copertina apribile, opera di un pittore bergamasco, il disco si inserì naturalmente tra i vari tentativi di superare il tardo beat e di aprirsi a nuove modalità espressive, ma sin già dalla fase di produzione insorsero i primi problemi.
Infatti, contrariamente all’opinione di Mussita che avrebbe voluto catturare su vinile la vulcanica energia dal vivo della band – che nel frattempo si era molto più inspessita - Guerini propendette per una via di mezzo dissotterando alcune vecchie composizioni del gruppo tra cui “Guarda tuo padre” e levigando tutte quelle parti più spigolose che invece caratterizzavano le esibizioni dal vivo.
Morale: malgrado le ulteriori affermazioni dei Raminghi che nel frattempo vincevano il premio Timex della popolarità, l’”Oscar nazionale della musica leggera” (1971), venivano chiamati come spalla da patti Pravo, Lucio Dalla, i New Dada, i Dik Dik e Gianni Morandi e comparivano persino sulla TV nazionale (“Chissà chi lo sa” presentato da Febo Conti e “Io vieto, tu vieti” per la regia di Luigi Costantini) e Tele Capodistria, l’assetto finale dell’album restituì poco o nulla dell'energia promanata dalla band nei concerti (dove pare addirittura regalassero il loro disco).Di fatto c’è veramente un abisso tra l’esuberante energia promanata per esempio dall’unica clip del brano “Cose superate” presentata a Tele Capodistria e la timida levigatezza del 33 giri che oltretutto fu inficiato anche da una confusa miscellanea stilistica.Forse, solo le prime tre tracce rispecchiarono in modo attendibile quella potente energia desiderata da Mussita: “Donna hai ragione tu” è un sanguigno blues venato di rock e psichedelia già proiettata verso un futuro progressivo, “La nostra verità” è un interessante boogie esistenzialista e la spigolosa “Cose superate” miscela con classe temi hard con le più selvagge ambientazioni beat.Purtroppo però, la successiva “Partire” e soprattutto la modesta “Every day Jesus”, riportano le lancette della creatività ad atmosfere già superate da almeno un lustro il e da qui, la scaletta dell’album diventa sempre più debole. “Non moriremo mai” ad esempio, raggiunge l’apice della confusione accorpando sonorità da ogni dove, ma senza collocarsi realmente in alcuna dimensione.
Nel finale, l’LP precipita di tono con la geniale ma scialba “Buio mondo nero e giallo” (pubblicata anche su 45 giri) e col ripescaggio di una ballata davvero poco incisiva come “Guarda tuo padre” che, detto onestamente, avrebbe potuto lasciare il posto a una conclusione più convincente.
Fu dunque per il modesto impatto del disco o più verosimilmente per un distribuzione troppo timida che “Il lungo cammino dei Raminghi” (oggi tra i 10 dischi più rari del pop italiano), non ottenne alcun riscontro commerciale rigettando il gruppo in un contesto di nicchia.
Terminata l’esperienza dei Raminghi, Mussita pubblicherà alcuni lavori da solista e proseguirà le attività nell'ambito manageriale, artistico e organizzativo.
Nel 1978 Angelo Santori raggiungerà i Daniel Santacruz Ensemble per collaborare al loro hit "Mezzanotte".