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Gianfranco Manfredi: Zombie di tutto il mondo unitevi (1977)

Ultima spiaggia

Con il Festival del Proletariato Giovanile di Re Nudo del 1976 si chiuse per sempre la stagione della Controcultura. 
Da quel momento in poi infatti, fu evidente che non si poteva più proseguire sulla strada tracciata negli anni precedenti e nulla sarebbe tornato come prima.  
Disincanto e separatismi avevano ormai dilaniato un’intera generazione di militanti, e di lì a poco il riflusso neoliberista avrebbe richiesto ben altre strategie di opposizione. 

Un trauma che investì anche quel pop italiano che aveva proliferato all’interno del Movimento, e spesso se ne era fatto interprete attraverso un percorso creativo durato almeno otto lunghi anni. Sin quando cioè, le sue sofisticate architetture dovettero cedere il passo all’ironia iconoclasta del Movimento del 77 e all’immediatezza violenta e rabbiosa del punk. 

Tornando comunque ai mesi successivi al giugno 76, furono in molti a chiedersi il perché si fosse arrivati sino a quel punto, ma non sempre sapendo cosa rispondere, anzi: il dibattito fu talmente sofferto e complessso da occupare un intero numero speciale di Re Nudo. 

E vi contribuì anche il cantautore Gianfranco Manfredi, già da tempo raffinato lettore dei mutamenti sociopolitici in corso, condensando in un solo Lp tutti gli scenari, le aspettative, le delusioni e le contraddizioni che trasformarono un grande sogno in una bruciante sconfitta.

Zombie di tutto il mondo unitevi  1977L’album in questione era Zombie di tutto il mondo unitevi (Ultima Spiaggia, 1977), lucido ritratto di pratiche e soggettività proprie dei primi anni Settanta, ma anche impietoso nel raggranellare i cocci di quegli “zombie” che nella rivoluzione ci avevano creduto sul serio, e ora si sentivano lasciati soli a se stessi. 

Ed è proprio questa solitudine interiore e politica che produrrà l’Ultimo Mohicano: militante con ancora in mano il suo ultimo sanpietrino che chiede all’amico spazzino dove siano finite le barricate e la madama in assetto di guerra: “Non ci sono più, dove le han portate?” 

La speranza in una ricomposizione impossibile è invece protagonista di Nella Diversità in cui si auspica come, superando i fatti del Lambro, le divergenze tra Autonomia e Movimento possano ricompattarsi in una collettivizzazione contro merci, martiri, santi ed eroi.  Purtroppo invano.

Ciò che però rese epocale l’album di Manfredi, furono sicuramente i due brani più ricordati: Un tranquillo festival pop di paura e Zombie di tutto il mondo unitevi. 

Il primo, scritto insieme a Ricky Gianco, è un circostanziato e fedele affresco scevro da qualunque ipocrisia sui giorni del Festival. Anzi: quasi un reportage, ma esteso sin dentro le coscienze. Un poster di umanità, diversioni e solitudini che confluirà in una tormentata cosapevolezza: “abbiamo fatto il punto, e niente è come prima”. 

È però "Zombie" il vero capolavoro del disco: cinque minuti densi e crudeli in cui le tipiche rime manfrediane si dipanano su un tappeto sonoro liquido e avvolgente, quasi fosse un mantra. 

John's Classic Rock
Un continuo alternarsi di nitide analisi politico-esistenziali e di pura poesia che non si limitò soltanto a restituire un passato ormai dismesso (quello degli "zombi proletari che solo nel silenzio sanno illudersi uguali"),  ma si aprì nei versi finali ad una straordinaria quanto inaspettata solarità:

 “Oltre questa storia ce n'è una più bella. E non è la memoria, non è la nostalgia […] È la storia segreta, la storia parallela. Là dove íl nostro inverno, diventa primavera”. 

Registrato negli studi milanesi della Ricordi tra il 18 aprile e il 5 maggio del 1977, Zombie di tutto il mondo unitevi sarebbe stato l’ultimo e il miglior disco incentrato sulla fine di un’epoca, prima che la repressione poliziesca e l’urbanistica silenziassero e inghiottissero intere metropoli con tutto il loro carico di creatività, intelligenza e conflittualità. 
Un album che senza parafrasi è un pezzo di storia, e come tale va ascoltato e letto. 

Per inciso, alla sua realizzazione collaborò il fior fiore dell'avanguardia di allora, ma anche molti musicisti fuoriusciti dal prog. Qualche nome: Gianluigi Belloni, Julius Farmer, Claudio Bazzari, Mauro Pagani, Roberto Colombo, Lucio Fabbri, Massimo Luca, Claudio Pascoli, Gianna Nannini, Ivan Cattaneo, Toni Esposito e naturalmente, il fedele amico Ricky Gianco.