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Area: Arbeit macht frei (1973)

area arbeit macht freiI MIGLIORI ALBUM DI ROCK PROGRESSIVO ITALIANO N° 4


La prima formazione degli Area (Stratos, Capiozzo, Djivas, Lambizi, Gaetano e Busnello) nacque intorno al 1970 lasciando presagire qualcosa di straordinario e inedito nel mondo discografico Italiano.

Eustratios Demetriou (Eustratios di nome e Demetriou di cognome) era nato da genitori greci ad Alessandria d'Egitto dove aveva studiato pianoforte al prestigioso conservatorio locale. Dopo un periodo trascorso a Cipro, si trasferì a Milano per seguire gli studi di Architettura che però lasciò per entrare nel circuito musicale: prima con i Ribelli e poi da solo (il suo primo 45 giry "Daddy's Dream" del 1972 fu per la Numero Uno di Lucio Battisti) .

Giulio Capiozzo
studiò anch'egli al Cairo dove imparò le poliritmie: emiliano di lontane origini Turche passò anche molto tempo a Parigi dove conobbe Kenny Clarke e il Be Bop. Tornato a Milano nel 1969, conobbe Stratos.

 

L'eccellente fiatista Victor Edouard Busnello era invece un giramondo che si dice abbia conosciuto Miles Davis a Parigi e che sempre nella ville lumière incontrò Capiozzo mentre militava nell'orchestra dello stesso Kenny Clarke. 

Il bassista francese Yan Patrick Erard Djvas arrivò in Italia con il gruppo di Rocky Roberts e suonò per breve tempo nella band di Lucio Dalla insieme al tastierista Leandro Gaetano.
 
Johnny Lambizi era  un chitarrista ungherese su cui non si hanno molte notizie, ma che fece parte anche lui dei primissimi Area, dando un notevole contributo a tracciare gli abbozzi dei 

primi brani originali della band. 

area arbeit 02
Contattato dal manager Franco Mamone, il neonato gruppo "Area" iniziò una serie di concerti a stampo prevalentemente "free jazz": non molto riusciti da un punto di vista spettacolare, ma che diedero modo al quintetto di affiatarsi e di suonare sia "live" a fianco di stelle di prima grandezza quali Nucleus e Gentle Giant, sia in studio a fianco di Aberto Radius nel suo primo album solista.  

Nel 1972, Gaetano e Lambizzi abbandonano la formazione per problemi di compatibilità ed entrano il tastierista jazz Patrizio Fariselli (già sodale di Capiozzo) e il chitarrista Paolo Tofani che dopo un'intensissima esperienza inglese, conosce gli Area tramite Mamone e Gianni Sassi. 
Così definitivamente stabilizzato, il sestetto comincia a provare insieme, organizzando collettivamente del materiale già pronto, ma ancora frammentario.
 
La presentazione ufficiale di alcuni brani avviene nell'estate del 1973 durante una jam-session all'Altro Mondo di Rimini lasciando allibiti stampa e colleghi. Scritturati dalla Cramps di Gianni Sassi entrarono immediatamente in studio per esordire nel settembre del 1973 con il loro primo album: "Arbeit macht frei": un disco destinato a rivoluzionare la storia della musica Italiana.

Sin dal controverso titolo (riportante la celebre frase di Diefenbach mostrata all'ingresso di molti lager nazisti), dalla copertina raffigurante un'angosciante scultura di Edoardo Sivelli e dalla famosa pistola di cartone all'interno (che non è affatto una P38 come vorrebbe qualche critico), il long playing si rivela stridente e provocatorio e di fatto, l'ascolto è un vero shock.
 


Una voce femminile che recita una poesia pacifista e d'amore in dialetto egiziano ("abbandona le armi amore mio e vieni a vivere con me in pace") viene bilanciata improvvisamente dalla voce di Demetrio e dal VCS3 di Fariselli che attaccano uno dei più bei riffs della storia della musica Italiana: si tratta di "Luglio, Agosto, Settembre (nero)", sintesi suprema di tutta la loro filosofia 

area arbeit 03Qui viene denunciata la guerra, l'attacco contro il vissuto e la conoscenza popolare, contro l'azzeramento dell'esperienza sensoriale che spinge gli individui verso l'omologazione, contro la soppressione della dialettica e del confronto umano.
 
Un vero e proprio schiaffo in faccia all'ipocrisia borghese che caratterizzerà tutto il resto dell'album attraverso episodi violenti e soluzioni musicali nuove e straordinariamente trasgressive. Esempio pratico: la title track in cui l'evocazione dell'antisemitismo viene contrapposta alle stragi che gli stessi Ebrei stavano commettendo a danno dei Palestinesi.


 Il sound è violento e inusuale, sintesi di Jazz Rock, John Cage, Nucleus e Soft Machine miscelata al jazz di Derek Bayley, Cecil Taylor e Art ensemble of Chicago.
L'innesto anche simultaneo di poliritmie arabe e balcaniche, supportano con straordinaria compattezza un estroso e sperimentale uso della voce di Demetrio Stratos, cosa che valse al cantante ben più di un riconoscimento artistico, misto a notevoli attenzioni scientifiche (è comprovato che riuscì a emettere suoni prossimi ai 7.000 Hertz, nonché diplo e tetrafonie).
 
  
rock progressivo italianoMa non solo: dove presenti, i testi sono curati con una meticolosità e una attenzione sociologica al limite della militanza: diretti o allegorici che fossero, non furono mai banali e rasentarono spesso elevati livelli evocativi e di poetica. 
 
Onnipresenti a tutti i maggiori festival Pop gli Area svilupparono una conflittualità musicale e visiva che non solo li cementò all'allora nascente movimento della Controcultura, ma li portò rapidamente ad un enorme livello di popolarità.

Ora, non voglio dilungarmi in questa sede su argomenti già ampiamente trattati. Semmai, per i più curiosi consiglio "Il Libro sugli Area" di Domenico Coduto (Auditorium Edizioni, Milano, 2005).

 
So che su "Arbeit" si potrebbero scrivere ancora moltissime pagine, ma per il momento credo che il miglior modo di prendere coscienza di questo album sia di ascoltarlo e parlarne.


AREA - Discografia 1973 - 1978:
1973: ARBEIT MACHT FREI
1974: CAUTION
1975: CRAC
1975: ARE(A)ZIONE
1976: MALEDETTI
1978: GLI DEI SE NE VANNO, GLI ARRABBIATI RESTANO

Area: Parigi-Lisbona (1996, registrato 1976)

recensione
Correva la fine degli anni Novanta, mentre il mercato discografico aveva sempre meno da proporre e ancor meno da pubblicare, gli scaffali dei mediastore e i cestoni degli autogrill si riempivano di merce anomala
Di solito CD e DVD dal packaging convincente e dal prezzo ancor più attraente, ma che contenevano in realtà materiale di dubbia provenienza: video riversati da VHS, prese audio di fortuna, o comunque scarti e provini rinnegati dagli stessi protagonisti. 
Operazioni spesso giustificate come ”rivalutazioni culturali” ma che di culturale non avevano niente. Anzi, alcune facevano talmente pena da far rimpiangere certi bootlegs in vinile di gloriosa memoria che un senso almeno ce l’avevano 

Eppure, in un contesto così sfacciatamente mercantile, qualcuno che investì tempo e denaro per riportare alla luce con passione e competenza testimonianze inedite della storia del rock ci fu sul serio, specie per restituire quanto ancora ignoto del Prog Italiano: imprenditori seri ed onesti che ci hanno trasmesso importanti frammenti sonori e visuali altrimenti perduti o hanno prodotto Cd e Dvd dalla valenza straordinaria. E scusate se non faccio nomi.

Comunque sia, tornando alla fine degli anni Novanta, una delle migliori proposte che mi capitò sotttomano fu Parigi-Lisbona: compendio live della mini-tournèe europea che gli Area tennero nel 1976 poco prima di registrare Maledetti. Nello specifico, alla Fête de l'Humanité di Parigi e al Festival do Avante tenutosi a Lisbona nel periodo in cui gli eredi di Fernando Pessoa approvavano la loro nuova Costituzione. 

festival do avante
Il Cd invero non era tecnicamente un granché: foto di copertina ricavata da uno scatto del 73, poche informazioni, qualità sonora prescindibile, forse qualche editing di troppo, ma questa volta il famigerato ”recupero culturale” riuscì in pieno
Al di là di Are(a)zione e di qualche registrazione come quella del Lambro 76 infatti, le pubblicazioni non-postume degli Area dal vivo furono decisamente poche, probabilmente perchè il gruppo teneva una mole di concerti talmente imponente (200 nel solo 1975) che la Cramps ritenne inutile andare oltre un solo live. 

Ciò che però mi colpì maggiormente di questo Parigi-Lisbona, non fu solo la consueta abilità dei musicisti che traspariva persino da un audio mediocre, ma la loro scioltezza nel conquistarsi le platee internazionali. Ad esempio quella di Parigi alla quale Demetrio illustrò i brani in lingua locale e che venne letteralmente ipnotizzata da una sconcertante versione di Lobotomia. 

Altra perla del disco, se non proprio il suo momento clou, fu l’intro della vivace presentatrice portoghese che lanciò la serata con una consapevolezza magistrale. L’ovvio sospetto è quello che stesse leggendo un testo promozionale della Cramps, ma se invece lo avesse redatto lei, avrebbe dato una prova di una lucidità storica davvero sorprendente. In più, con una perfetta pronuncia italiana dei componenti della band.

Area Parigi Lisbona“È già tutto pronto! Acora una volta la presenza dell’Italia con il gruppo Area. E in questa meravigliosa serata vale la pena presentarli. 

Ma prima vorrei ricordare che secondo il gruppo Area, composto da cinque uomnini italiani provenienti da ambienti professionali molto diversi, la musica jazz sta oggi perdendo molte delle sue caratteristiche di composizione, di attualità e di comunicazione. 

Per questo il gruppo ha intrapreso una strada molto avanzata, tentando di sorpassare ciò che separa il jazz dalla musica pop. Il suo obiettivo è stabilire un contatto il più possibile diretto col pubblico senza compromettere le sue caratteristiche essenziali. 

E ora vorrei presntarvi uno ad uno i componenti del gruppo: Giulio Capiozzo: batteria. Giulio alla batteria! Patrizio Fariselli: piano e clarinetto. Demetrio Stratos: voce e organo. Ares Tavolazzi: contrabbasso, basso elettrico e trombone. E infine, Paolo Tofani: chitarra elettrica e sintetizzatore. 

Il primo pezzo in scaletta è Il lavoro rende liberi. Questa frase era scritta sulle pareti dei campi di concentramento nazisti e mantiene ancora oggi la sua forza e il suo significato. Nella città di Milano che è un campo di battaglia permanente nella lotta di classe, la frase Il lavoro rende liberi persiste come un simbolo contro l’oppressione dell’uomo sull’uomo.” 

Così, a distanza di due anni dalla fine della dittatura di Marcelo Caetano, i ragazzi regalarono al pubblico lusitano e alla loro splendida presentatrice un concerto da mille e una notte, concluso come giusto dalle note dell’Internazionale davanti a una platea entusiasta. Anzi, talmente infervorata che per qualche mese, nelle classifiche di vendita portoghesi, sarebbero stati secondi solo ai Pink Floyd.

Area: un gruppo dal valore aggiunto.

rock progressivo italiano

  NEI COMMENTI: CLAES CORNELIUS dei BLUES RIGHT OFF.

Che gli Area siano stati un gruppo fondamentale per lo sviluppo del rock italiano è cosa nota: c’è una vasta bibliografia in merito tra cui ricordo lo splendido “Libro degli Area” di Domenico Coduto, c'è un passaparola che rivitalizza incessantemente le loro gesta e la loro arte, nonché un periodico fiorire di iniziative, concerti e tributi che dimostrano come la musica e il messaggio di Demetrio e compagni abbiano ancora oggi ancora un valore inestimabile. 
Già. Ma quale valore? 

Innanzitutto la conflittualità: ambasciata dai loro cinque album in studio che, tra il 73 e il 78, traghettarono il rock progressivo da espressione stilistica a strumento di comunicazione antagonista, riflettendo così sogni e rivendicazioni di un’intera generazione di militanti.  

Poi, parlerei anche di una forza comunicativa ben al di sopra della media: certamente debitrice a quella straordinaria macchina da marketing che fu Gianni Sassi, ma anche autoctona nella capacità di inventarsi sempre nuove strategie per dialogare col pubblico. Dal famoso “offertorio delle mele” alla geniale trovata del cavo elettrico tirato in mezzo al pubblico che modulava il sequencer di Paolo Tofani

stratos fariselli tofani capiozzo tavolazzi
Foto: Roberto Masotti
Infine, lo stakanovismo quasi eroico nell’esibirsi sempre, comunque e dovunque, gratis o no: per non perdere di vista neppure un ascoltatore e diffondere quel messaggio rivoluzionario del quale erano convinti tutti e cinque senza esenzione alcuna. Un costante lavoro di sperimentazioni e di contaminazioni, che Demetrio portò anche avanti per conto suo, esplorando a suo rischio e pericolo le possibilità più estreme della voce umana.

Difficilmente, credo, queste istanze furono proprie di altri gruppi degli anni Settanta, ma neppure di quelli successivi se escludiamo alcune formazioni ultraradicali dell’hardcore anni 80 o dei Centri Sociali che però, a parità di impatto, non godettero mai nè della stessa popolarità, né riuscirono (salvo rarissime eccezioni) ad uscire dalle maglie dell'underground. E questo  sia perché, nel frattempo la forza repressiva del sistema era aumentata , sia perché, in effetti, gli Area ebbero alla base una strategia operativa molto più efficace.

Di fatto, essi difesero la loro unicità intellettuale con un comportamento tanto aperto nei confronti delle masse quanto critico al limite dell’accidia nei confronti di certi loro colleghi: primi tra tutti, la Premiata Forneria Marconi. Ma in fondo, non fu una scelta sbagliata. 
Del resto, in un mondo ipercompetitivo e pericolosamente instabile come quello dei movimenti, arroccare la propria ideologia dietro un’immagine forte e impermeabile ai contraddittori, era forse l’unica soluzione possibile per mantenerla intatta. 

rock progressivo italianoE se molti dei loro proclami sembravano calati dall’alto - per non dire supponenti - è anche vero che nessuna delle loro provocazioni passò mai inosservata: perché innovativa, perché attendibile, ma soprattutto perchè frutto di basi e progettualità solidissime, nate dalla perfetta armonizzazione tra la band e i suoi collaboratori. 

In più, a differenza di molti colleghi che si contraddissero corteggiando il mercato americano, gli Area non commisero mai quell'errore, preferendo piuttosto concentrare la loro attività in Italia, o, al limite, sperimentare le loro potenzialità in nazioni più libertarie: Francia e in quel Portogallo appena fresco di democrazia. Sicuramente perdendoci commercialmente, ma mantenendo illibata la loro coerenza

Anzi, è davvero straordinario appurare come, proprio oltralpe, il loro percorso artistico e politico venne recepito addirittura meglio che da noi, dove spesso era oggetto di attacchi e fraintendimenti. Lo dimostrò ad esempio, la lunga introduzione della presentatrice portoghese al loro live set di Lisbona, la quale tracciò un profilo straordinariamente lucido non solo dei musicisti, ma dell’intera situazione italiana: privilegio che, all'epoca e a livello nostrano, apparteneva solo a pochissime avanguardie intellettuali

Dopo la morte di Demetrio nel giugno del 79, e la successiva agonia del gruppo, nessuno come loro si sarebbe mai più ripresentato sulla scena italiana: da un lato perché si chiuse l’era dei movimenti e mutarono le condizioni politiche, ma soprattutto, poiché venne meno uno dei più solidi collettivi musicali della storia musicale italiana, là dove ogni singola personalità era imprescindibile per la sua esistenza. Ancora oggi un esempio, direi, per chiunque voglia fare della propria musica, una professione.

Area: Are(A)zione (1975)

area arazione 1975Il 1975 rappresentò uno spartiacque nella carriera degli Area, dividendola stilisticamente in due fasi distinte.
La prima fu quella più agguerrita e fortemente influenzata dalla violenza urbana (1973/74).
L
a seconda, quella più distesa e intimista, inaugurata proprio nella primavera del ‘75 con la pubblicazione di “Crac”.

Crac” infatti, non solo aveva perfettamente, fotografato - come di consueto - il suo periodo storico, ma preluse chiaramente (es. con “Area 5”) a quella svolta stilistica che si sarebbe effettivamente concretata l’anno successivo con “Maledetti”.

A coronamento di quel "momento di transizione" dunque, non rimase che fare il punto della situazione con un prodotto fortemente simbolico che celebrasse i primi tre anni di attività della band, proponendola nella sua dimensione più popolare e coinvolgente: quella dal vivo.

Uscì così Are(A)zione, che rappresentò non solo un compendio live dei brani più significativi del gruppo, ma certificò definitivamente che gli Area erano soprattutto una straordinaria forza dialettica e comunicativa, capace di stimolare il pubblico e di abbattere con la forza dell’interazione, qualsiasi barriera tra musicista e spettatore.

Riascoltando il disco ai giorni nostri, è difficile cogliere a fondo quello sforzo comunicativo, ma certo è che tutti coloro che videro la band in concerto, rimpiangono ancora oggi quel profondo senso di biunivocità che si veniva a creare tra la platea e il palcoscenico.

Gli Area erano in grado di trasformare il disinteresse in coinvolgimento, la diffidenza in dialogo, la musica in passione, al punto di non programmare mai i loro happenings, ma di variarli di volta in volta a seconda della reazione degli astanti.
Una cosa oggi assolutamente impensabile.

Area Area(A)zioneTutti i brani della scaletta venivano di norma stravolti, contaminati, accelerati, spezzati o riadattati a seconda dei casi e, non era raro, che molte esibizioni prendessero alla fine una piega completamente diversa da quella prevista inizialmente.
Casi emblematici furono lo sventolamento degli ombrelli durante l'esecuzione di “Caos” all’Università Statale nel 1976 o i “cavi scoperti” del Parco Lambro ’75 o ancora, il celebre “offertorio delle mele” durante la “Mela di Odessa”.

Caso limite fu quello in cui, a fronte della freddezza degli spettatori durante un concerto a Sanremo, Demetrio Stratos cominciò a lavarsi i piedi in una bacinella d’acqua, Capiozzo e Tavolazzi si misero a piantare dei chiodi sul palco, mentre Tofani e Fariselli lo lavavano con uno straccio.
Insomma, con gli Area erano dei veri situazionisti.
Con loro, la destrutturazione diventava spettacolo: un po’ come quando Jannacci cominciava i suoi concerti stando zitto per dieci minuti.

Tecnicamente, Are(A)zione fu un album molto sofferto, malgrado alla fine risultò uno dei migliori prodotti live degli anni ’70.

la mela di odessaRegistrato in presa diretta su un Revox a due piste installato su un furgoncino esterno allo stage (in certi casi anche con l’aiuto dei mezzi della Pfm), il vinile catturò sostanzialmente quattro apparizioni: quella del Parco Lambro a Milano, della Festa de l’Unità di Napoli, del Festival della Gioventù di Rimini e del Teatro Comunale di Reggio Emilia.
La scelta dei brani venne affidata a Tofani che, in sede di mastering, aggiunse solo qualche minima coloritura tecnica.

Per il resto, tutto ciò che si sente, sono gli Area al 100%: le lunghe spiegazioni introduttive di Stratos, la straordinaria perfezione esecutiva, i breaks provocatori (la famosa sgranocchiata della “mela”), la consumata capacità d’improvvisazione e soprattutto, la struggente tensione emotiva che raggiunse il suo apice nell’epocale versione de “L’Internazionale”.

In sintesi, Are(A)zione non fu solo un “disco live” ma lo specchio di un’epoca: un documento imprescindibile degli anni settanta la cui essenza non cesserà mai di stupire e di coinvolgere.

Spero per tutti Voi che riascoltandone l’energia e introiettando il calore e la sincera progettualità di quel
le note, Vi venga voglia di creare e disobbedire, di “non delegare mai niente a nessuno" e spingervi sempre e comunque verso nuove immaginazioni.
Perchè questo, è quello che ci insegnarono gli Area.


AREA - Discografia 1973 - 1978:
1973: ARBEIT MACHT FREI
1974: CAUTION
1975: CRAC
1975: ARE(A)ZIONE
1976: MALEDETTI
1978: GLI DEI SE NE VANNO, GLI ARRABBIATI RESTANO

Giulio Capiozzo (Area): " il motore dell'instabilità"

Giulio Capiozzo AreaGiulio è stato ed è tuttora uno dei miei batteristi italiani preferiti. Lo incontrai più volte e più volte scambiammo quattro chiacchiere.
Non era un tipo “simpatico di natura” come del resto quasi tutti gli Area, ma aveva in se la forza del rigore, della professionalità, del credo, dell’abnegazione verso il suo strumento che facevano di lui un corpo solo con le sue percussioni. I suoi compagni lo chiamavano “il motore dell’instabilità” e chi lo ha conosciuto, sa bene il perchè.

Non si fermava mai un istante: creava sempre scenari ritmici anche solo nella sua mente al punto che durante un viaggio in macchina, in treno o semplicemente conversando, continuava ad agitarsi per allenarsi, per strutturare nuove dinamiche, per inventare nuove tensioni che conferissero al suo drumming un sapore unico :“bisogna sempre tener calde le articolazioni”, diceva lui.

E non erano solo sogni o visioni quelle che gli elettrificavano testa e mani: erano semi di progetti concreti che sarebbero fioriti nei suoi lavori, in quelli con gli Area o con chissà chi altro.
Nella vita, mi diceva, occorre “essere presenti e consapevoli”, e “ragionare su tutto perchè nulla è facile” ed ognuna di queste sue convinzioni ben si ripercuotevano nella realtà. E non solo quando accompagnava altri artisti, ma soprattutto quando era in assolo.

Si perchè, quei suoi momenti solisti non erano soltanto uno show personale, ma dei veri e propri dialoghi: un condensato di tecnica, abilità e consapevolezza.
Fateci caso.
Da solo con la sua batteria Giulio soppesava ogni colpo. Dinamizzava ogni tocco e non si faceva nemmeno un problema a pulirsi il naso se pensava fosse opportuno per colorare una pausa.

giulio capiozzoScomponeva metriche cervellotiche con rigore leninista, poi si assestava sui piatti, pensava, si rimetteva in gioco, osava anche là dove non era perfettamente cosciente di farlo ma la sua sensibilità gli permetteva di immedesimarsi in ogni groove qualora la sua arte lo richiedesse.
Conosceva i suoi limiti e se questi apparivano invalicabili, erano per lui motivo di sfida, di studio e di ricerca.

Non si faceva problemi a concedersi persino alle tecnologie più estranee alla sua indole acustica.
Ricordo quando lo incontrai secoli fa al “Salone Internazionale della Musica” di Milano in qualità di promoter delle batterie elettroniche Simmons. Là uscì fuori il suo lato di teppista.
Nel momento in cui erano presenti i dirigenti, si limitava ad eseguire patterns in quattro quarti modello anni ’80 senza alcuna enfasi, poi, quando i boss se n’erano andati, riacchiappava il discorso col suo pubblico.

Vedete”, diceva, “questa è una batteria che va bene per certe cose, ma se facciamo così...
E a quel punto si divertiva ad attaccare una rullata talmente stretta che mandava in tilt tutta la baracca che impazziva ululando furiosamente. Si innescavano i circuiti d’allarme e la Simmons non funzionava più.
Giulio rideva come un pazzo e diceva: “Oh! Non ditelo in giro che se no mi licenziano”.

area giulio capiozzoDa vero uomo e musicista, finita l’esperienza con gli Area fonda gli Area 2 e poi procede spingendosi sino a collaborare con Kenny Clarke, Elvin Jones, Trilok Gurtu e persino con un gruppo caraibico di steel drums con il quale si lancia ancora una volta verso nuove immaginazioni.

Fedele alla sua nativa Emilia-Romagna, vi torna ogni anno per esibirsi sino a che il 23 agosto del 2000 gli Dei decidono che è venuto il momento di far le valigie.
Colto da malore in un bar di Cesenatico, Giulio intraprenderà una nuova esperienza di cui però non possiamo sapere nulla.
Ci rimarranno i suoi insegnamenti, la sua straordinaria generosità e la sua bravura.

A me, come a tanti che l’hanno incontrato, piace ricordarlo così: una persona genuina e semplice ma che diventava rigorosamente drastica quando doveva sfidare la vita o i propri limiti.

E ancora, un compagno che a differenza di tanti altri non ha mai tradito le sue e le altrui idee.
Una persona che un giorno mi disse:“Si lo so che quello che sto per fare è difficile. Forse impossibile, ma sicuramente non impraticabile.”
Capisci John, dobbiamo spremere noi stessi per smuovere le cose, se no rimangono lì dove sono. Ma a quel punto, che cazzo di senso avrebbe la vita?

Area: Maledetti (1976)

area maledetti 1976Dopo un anno di intensa attività live immortalata dall’eccellente “Are(A)zione”, gli Area che erano ormai l’unico gruppo realmente rappresentativo della Controcultura, celebrò con “Maledetti” (1976) un ulteriore fase della sua complessa evoluzione.
Dopo le provocazioni di Arbeit e di Caution e l’apparente distensione di Crac, si profila nella mente del quintetto milanese la celebrazione del caos post-industriale.

Siamo nel 1976 e si respira aria di piena crisi, e non solo quella economica che si manifestò attraverso la svalutazione della lira e l’austerity ma, soprattutto, quella inerente il mondo del lavoro che doveva fare i conti contro una pesante offensiva padronale volta ad azzerare almeno 15 anni di lotte operaie. Si aggiungano anche le lotte per la casa, delle donne, la lotta armata, e si avrà molto da ragionare su un sistema in transizione da una fase “post-bellica a matrice pre-industriale” a quella “post fordista” che anticiperà il terziario.
Una transizione profonda che avrebbe anche
parzialmente modificato uno dei collettivi più importanti della storia del Prog Italiano.

Iin giugno il movimento entrerà in stallo e le occasioni per esibirsi dal vivo saranno sempre di meno, parallelamente ad un radicale mutamento dell'audience. Gli Area decideranno quindi di dedicare la maggior parte del 76 agli studi individuali che si concreteranno sia nei dischi solisti di Stratos, Tofani e Fariselli, sia in diversi viaggi iniziatici. Demetrio in Grecia, Giulio e Ares nei Paesi Baschi e in Italia dove suoneranno per un breve periodo dell’orchestra di Mingardi, maturando la decisione di volersi concentrare molto più sul Jazz che non sulla sperimentazione.


stratos fariselli tofani lacy bullenLe occasioni di esibizione collettiva non mancano da Parigi a Lisbona, ma poco prima di entrare in studio, Capiozzo e Tavolazzi stabilirono che per loro, la strada degli Area non era più la sola praticabile.
Fortunatamente, la decisione non precluse loro di collaborare al nuovo album ma, prescindendo da questo, era già evidente da tempo che il gruppo si sarebbe comunque allargato a esperienze più aperte e ciò
si concretò effettivamente in autunno col reclutamento del sassofonista Steve Lacy e del percussionista Paul Lytton con cui Tofani, Stratos e Fariselli avevano già tenuto un concerto alla Statale di Milano.

In buona sostanza, “Maledetti”, uscito alla fine del 1976 passerà alla storia per essere stato uno degli albums più eclettici degli Area, pur senza rinunciare a una forte poetica sociale che, se ci pensiamo, suona ancora oggi incredibilmente moderna.
Concettualmente si immagina che un cervello elettronico al plasma contenente
tutta la memoria dell’umanità, vada in tilt a causa della forte confusione sociale (“Diforisma urbano”) e ne disperda ogni traccia: dall'era classica a quella moderna (“Evaporazione”, "Massacro di Brandeburgo").
A questo punto, gli Area propongono indifferentemente tre soluzioni:

1) Affidare il potere agli anziani che, con la loro memoria storica, potrebbero non solo guidare la società, ma riapplicane i contenuti in maniera rivoluzionaria (“Gerontocrazia”)

2) Dare il potere alle Donne che, essendo state sempre messe in disparte, potrebbero risolvere il caos con regole nuove. (“Scum”, dall'omonimo libro ultra-femminista di Valeria Solanas, l’attentarice di Andy Warhol)

3) Ricreare la storia con la libertà della fantasia, dando il potere ai bambini (“Giro, giro, tondo”)


gerontocrazia 1976Se la maggior parte dell’album è affidata alla narrazione del tema portante (includendo in essa lo smembramento della cultura classica) , proprio per non aver definito alcuna soluzione, la sua conclusione (“Caos II”) viene affidata alla celebrazione della libertà di scelta attraverso un uso correlato delle sensazioni.
Tecnicamente, ogni musicista estraeva a caso dei bigliettini corrispondenti a diverse sensazioni e le improvvisava consecutivamente per circa novanta secondi, sganciandosi e riallacciandosi occasionalmente al resto del gruppo. Il tutto a ribadire che "anche nella destrutturazione, c'è spazio per la consapevolezza":
un'idea dal sapore “situazionista” che, ribadì non solo l'immensa creatività del gruppo, ma anche la sua straordinaria capacità di lettura degli eventi sociopolitici.

Musicalmente il disco risente molto dell’iniezione Jazz portata anche da altri collaboratori tra cui Walter Calloni, Hugh Bullen, i fratelli Arze e Eugenio Colombo, ma questo senza mai rinunciare a reali momenti di Prog mediterraneo o di cosciente avanguardia.
In alcuni momenti le “digressioni” individuali prevalgono (es: “Scum”) e molti ritennero l'album dispersivo, ma il grande rigore intellettuale dell’album ci impone di considerare “Maledetti” come un tassello straordinario e imprescindibile della storia del Prog Italiano.


AREA - Discografia 1973 - 1978:
1973: ARBEIT MACHT FREI
1974: CAUTION
1975: CRAC
1975: ARE(A)ZIONE
1976: MALEDETTI
1978: GLI DEI SE NE VANNO, GLI ARRABBIATI RESTANO

Area: 1978 gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano! (1978)

area 1978 gli dei se ne vanno gli arrabbiati restanoIl 1977 rappresentò per gli Area un'intensa verifica di cinque lunghi anni di carriera con la release del loro primo album antologico “Anto/logicamente” ed un’omonima tournee iniziata il 29/4/1977 al Teatro Uomo di Milano e proseguita per tutta l’estate.

Tuttavia, malgrado il successo collettivo e i numerosi riconoscimenti individuali, il clima incandescente instauratosi dopo il disastro del Parco Lambro ’76 e la nascita di nuovi attriti artistici nel quintetto, vi provocarono almeno due cambiamenti notevoli: la dipartita di Tofani, desideroso di un nuovo appiglio spirituale e di nuove musicalità e l’abbandono della storica discografica Cramps a vantaggio della Ascolto di Caterina Caselli.

Gli Area perdevano quindi da un lato, il loro geniale malipolatore elettronico e dall’altro, la fraterna collaborazione di Gianni Sassi e, anche se il solo Demetrio continuò a lavorare da solista con la Cramps. Il marchio “Area” però, faceva ormai parte di una nuova scuderia.
Il nuovo ingaggio venne comunque soppesato e accettato con molta attenzione: al quartetto sarebbe stata garantita non solo la massima libertà espressiva ma finalmente, anche una buona retribuzione.

Per contro, il gruppo dovette rapidamente imparare a gestirsi quasi totalmente da solo: musiche, testi e concept e per facilitare questo compito, si avvalse dello scrittore situazionista Gianni Emilio Simonetti, che aveva già ai suoi tempi collaborato con Sassi ed era assistente di Demetrio nelle sue ricerche vocali.

area 1978Arriva così il nuovo disco: “1978; gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!”, registrato da Allan Goldberg agli Sciascia Sound di Milano, che si rivelò allo stesso tempo l’apertura di una nuova fase artistica e pochi mesi dopo, un inatteso canto del cigno.

Il 30 marzo del 1979 venne diagnosticata a Stratos un'aplasia midollare (o "talassemia mediterranea" come riferirono ai tempi alcuni media).

Il 2 aprile venne ricoverato
al Policlinico di Milano ma, vista l'impossibilità di curarlo, fu trasferito al Memorial Hospital di New York dove morì il 13 giugno, poco prima di quello che avrebbe dovuto essere l'intervento risolutore.
A nulla valse il concerto all’Arena di Milano (14/6/79) organizzato da Gianni Sassi per raccogliere fondi per l’operazione.

L’ultima fatica degli Area però, non è da leggersi con spirito malinconico, anzi: “Gli Dei se ne vanno...” fu l’ennesima dimostrazione che anche senza Sassi, la band fu perfettamente in grado di produrre brani di enorme consapevolezza sociale e musicalmente al passo con i tempi.

Sin dal suo titolo degno di un classico della letteraura, l’album rifletteva perfettamente la storia degli ultimi 10 anni: è vero che il ’68 non aveva mantenuto le sue promesse aprendo l’epopea dell’individualismo ma, anziche disilludersi sul potere delle rivoluzioni, rinnegarne la forza critica e rifugiarsi nell’establishment, occorreva immediatamente trovare una nuova linfa propulsiva attraverso l’impegno e la militanza.

area demetrio stratosEcco che allora il disco ci offre una splendida serie di soggettività dense di umanità ed energia.
Si parla di Shànfara, poeta e fuorilegge dell’Arabia pagana che si muove in mezzo agli sciacalli delle sabbie (“Il bandito del deserto”); della parricida Violette Noziere che i surrealisti elevarono a simbolo dell’antiautoritarismo familiare (“Hommage a Violette Nozieres”); delle pletore di spettatori ingabbiati dalle centinaia di Festival popolari non capendo che “non serve desiderare uno spazio immaginario, ma occorre essere spettatori di se stessi” (“Festa farina e forca”).

Infine, svettano come icebergs le suggestive atmosfere di “Acrostico in memoria di Laio” e soprattutto della struggente e conclusiva “Vodka Cola”.

Acrostico” fu la dimostrazione che l’ironia aveva preso il posto della proverbiale aggessività degli Area, liberandosi così dai rigidi intellettualismi in cui si stava asserragliando la post-controcultura: “una generazione di sconfitti che ha dato i suoi figli in pasto alle belve”. (Fariselli)

Vodka Cola”, tratta dall’omonimo libro di Charles Lewinson, fu invece probabilmente la canzone più moderna dell’album: “una struttura musicale in bilico tra ironia e divertissement, cui fa da controcanto un’idea concettuale che precorre gli attualissimi temi della globalizzazione(cfr. Domenico Coduto :”Il libro degli Area”, Auditorium, Milano, 2005).

Di fatto, è davvero incredibile pensare come nel 1978 un artista rock potesse essere così lungimirante rispetto a certi segnali d’allarme:
1) le banche dell’area liberale hanno filiali nei paesi comunisti. 2) I paesi comunisti affittano i loro lavoratori a bassissimi salari e senza diritto di sciopero alle multinazionali. 3) L'economia liberalcapitalista sorregge quella socialcomunista con un flusso continuo di credito agevolato.
Tutto ciò nel '78... vi rendete conto?
A quel punto gli Area non solo dissero:noi non berremo questo cocktail, ma reagirono con decisione avviando un percorso artistico totalmente rinnovato: jazz, apparizioni televisive e un più libero sviluppo delle proprie personalità individuali a partire dalle singole progettualità.

Poi, la storia ce li ha portati via.


Quel 13 giugno del ’79 in un certo senso me lo aspettavo.
Sapevamo tutti che Demetrio stava male ma, si sa, certi personaggi sono immortali.

Mi diede la notizia un amico la mattina di giovedì 14.
Piansi molto e
quella sera, non so perché, non andai all’Arena Civica.


AREA - Discografia 1973 - 1978:
1973: ARBEIT MACHT FREI
1974: CAUTION
1975: CRAC
1975: ARE(A)ZIONE
1976: MALEDETTI
1978: GLI DEI SE NE VANNO, GLI ARRABBIATI RESTANO

Area: Crac! (1975)

area_crac 1Malgrado la difficile situazione socio-politica che non di rado assumeva aspetti tragici, tra il 1974 e il '75 arrivarono in Italia alcuni segnali di distensione che le realtà più conflittuali non mancarono di cogliere: la fine del regime in Portogallo (4/1974), la caduta della dittatura in Grecia (7/1974), la fine della guerra del Vietnam (1975) nonché, l'avanzata delle Sinistre in Francia.
Naturalmente, tutto questo non servì a riportare stabilità all'Italia ma perlomeno, contribuì ad iniettare nelle avanguardie più radicali un certo sentore di positività che, come al solito, gli Area furono tra i primi a recepire.
Infatti, a fronte di questa nuova ondata democratica e dopo un massacro sonoro come "Caution", emerse dagli stessi musicisti una necessità di "pulizia" artistica ed interiore che li portasse a sottolineare anche i punti più fruttuosi della lotta in corso.
Per parafrasare le parole di Gianni Sassi, bisognava fissare in musica il momento in cui "i guerriglieri stanno seduti intorno al fuoco dopo un giorno di battaglia e si preparano per la battaglia del giorno dopo".

Certamente non fu facile interpolare gli storici concetti di "impegno" e "trasgressione" con nuove forme di conflittualità più aperte e comunicative, ma è pur vero che il quintetto milanese era dotato di una consapevolezza musicale e politica talmente solida, da poter osare anche in questo senso.

area_crac 2Nasce così tra gli studi Fono-Roma di Milano e gli Advision Studios di Londra il terzo album ufficiale della band il cui titolo è già l'emblema stesso della rottura: "Crac!".
Nella sleeve-art niente più manichini luchettati, pistole di cartone, segnali di pericolo, ma una variopinta illustrazione di Gian Michele Monti in stile Pop Art e una frase del sindacalista anarchico spagnolo Buenaventura Durruti che sembra essere essa stessa un'esortazione alla speranza:
"Le rovine non le temiamo. […] Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te."
Come spesso accadeva per gli album degli Area, molti dei brani erano già stati testati dal vivo ed anche in questo caso, alcuni pezzi erano stati proposti durante la tournèe di "Caution" con un certo successo: uno in particolare, aveva scatenato consensi talmente ecclatanti da lasciare allibiti gli stessi Area.
Era una ballata di facile presa con un testo immediato, un incipit trascinante ed un finale ritmato e festoso che induceva automaticamente al ballo.
Si trattava di "Gioia e Rivoluzione" che da lì a poco, sarebbe diventato non solo uno dei cavalli di battaglia del quintetto, ma anche un vero e proprio slogan.

Introdotta da un accomodante "Canto per te che mi vieni a sentire […] suono per te che non mi vuoi capire", la canzone è un vero fulmine a ciel sereno con tanto di assolo pop di tastiere e riffs acustici di chitarra (di cui una parte venne registrata a Londra perché quelle incise a Milano si rovinarono): tutto liscio, ordinato comprensibile pur senza sfociare nell'ordinarietà.
Con intelligenza, la grande provocazione "pop" non venne posta all'inizio dell'album, anzi, la troveremo dopo la prima traccia della seconda facciata, esattamente come in uso all'epoca per molte hits che si rispettassero: prima c'erano altri gioielli di cui alcuni davvero straordinari.
L'apertura del disco è invece affidata all'"Elefante Bianco", fulminante e perfetta nel suo contesto: in essa gli Area dimostrano immediatamente non solo di aver intrapreso una nuova strada dialettica, ma di non aver neppure abbandonato le loro velleità rivoluzionarie:
"Corri forte ragazzo, corri […] guarda avanti non ci pensare: la storia viaggia insieme a te. […]Impara a leggere le cose intorno a te finché non se ne scoprirà la realtà. Districar le regole che non ci funzionan più per spezzar poi tutto ciò con radicalità."
Il trend prosegue con un'intrigante racconto in 10/8 ("La mela di Odessa", basata su un fatto realmente accaduto nel 1920) che diventerà anch'esso un leit-motiv del gruppo e che sarà condito dal vivo con divertenti sketches e improvvisazioni tra cui il famoso "offertorio delle mele".
area_crac 4Dopo la follia Dadaista , "Megalopoli" chiude il lato A riportando l'ascoltatore ad un altro tipo di pazzia umana, quella della smania di prevalere su tutto, anche sulla natura: il pretesto del brano è la costruzione di Brasilia che viene restituita con atmosfere tecnologiche e tese in cui la voce dell'uomo non ha parola. E' solo un un fonema perso nella confusione.
Quasi a voler cementare i due lati, aprono la facciata B le note acide e tese di "Nervi Scoperti" che rappresenteranno l'ultimo estremo stretching timbrico prima della distensione finale.
Di fatto, dopo "Gioia e Rivoluzione", anche la strumentale "Implosion" si aprirà ad atmosfere più liquide quasi a voler operare uno Yoga sonoro di grande coinvolgimento emotivo.

E a questo punto "Crac!" è finito.

Resta ancora un brano, è vero, ma "Area 5", scritto da Hidalgo e Marchetti non fa più parte di questo disco: gli Area sono già avanti rispetto a loro stessi e l
a destrutturazione fanta-sociopolitica di "Maledetti" sembra quasi alle porte.


AREA - Discografia 1973 - 1978:
1973: ARBEIT MACHT FREI
1974: CAUTION
1975: CRAC
1975: ARE(A)ZIONE
1976: MALEDETTI
1978: GLI DEI SE NE VANNO, GLI ARRABBIATI RESTANO

Area: Caution (1974)

area caution 01Detto così sembrerà brutale, ma c'è stato un momento tra il '73 e il '74 in cui gli Area erano sul punto di sciogliersi.
A parte la stanchezza per l'incessante attività dal vivo (inclusa una tournèe in Cile), due eventi fondamentali minano fortemente la stabilità e il morale del gruppo: il primo fu il necessario allontanamento di Eddy Busnello, ormai obnubilato dall'alcool e il secondo, ben più grave, l'abbandono di Patrick Djivas che se ne andò con i rivali della PFM.
Quest'ultima defezione, assurse a vero e proprio dramma non tanto per la liceità o meno del gesto di Djivas (nel mondo del Rock le rotazioni dei musicisti sono all'ordine del giorno), quanto per il modo in cui lo fece.

Appena registrato "Arbeit macht frei", nell'Estate del '73 gli Area avevano in progetto un'importante data all'Olympia di Parigi per la quale, sia loro che il manager Mamone, avevano già organizzato tutto: caricato gli strumenti sul camion, pesato tutta l'attrezzatura per evitare problemi alla frontiera e naturalmente, provato più volte i brani da eseguire.

area caution 02Sta di fatto che, col pretesto (reale) di incontrare una ragazza, Djvas si recò all'Altro Mondo di Rimini dov'era in corso una delle tante Jam sessions tra colleghi, PFM inclusa.
Patrick fece una riuscitissima jam con Demetrio, Di Cioccio e Pagani e infine, siccome la ragazza non si presentò, si rirtovò a far mattina da solo con la PFM al ristorante Chez Vous, abituale luogo di ritrovo riminese di molti artisti di passaggio.
Tra un bicchiere e l'altro, Di Cioccio gli chiese "Allora, vuoi venire a suonare con noi?" e Djivas non ci pensò due volte lasciando i compagni in braghe di tela: addio bassista e addio Olympia.
Ricorda Fariselli:

"Non è stato facile, […] ma se queste difficoltà contibuirono a plasmare tutti noi, […] in lui crollò la capacità di vedere un futuro nel gruppo e se ne andò in un modo veramente brutto. La sera prima si brindava […] e il giorno dopo se n'era andato. Gli altri ci hanno fatto pace, io no"

area caution 03Chiuso l'incidente, ora il problema era trovare un nuovo bassista ma, con un po’ di fortuna e dopo tante audizioni tra cui Massimo Villa degli Stormy Six che rifiutò e Roberto Della Grotta che collaborò appena una settimana, venne scelto Ares Tavolazzi. Questi infatti non solo diede prova di grande scioltezza seguendo i compagni in un intricato brano in sette ottavi che non aveva mai sentito prima, ma si rivelò anche umanamente coerente al resto della band.
Busnello non venne più sostituito (a parte per sei mesi tra il settembre del 73 e il febbraio del 74 dalla nascente stella del jazz Massimo Urbani) e gli Area si stabilizzarono per tutta la loro carriera.

Nel frattempo, Sassi aveva inserito nel catalogo Cramps una nuova collana di dischi (la "Nova Musicha") che portò Paolo, Demetrio, Ares, Giulio e Patrizio a interagire con musicisti d'avanguardia del calibro di Juan Hidalgo, Walter Marchetti e soprattutto con John Cage, da cui astrassero nuove filosofie di vita e soprattutto stimoli musicali sempre più estremi. Una scelta che, detto per inciso, portò ad un'ultima defezione: quella del manager Mamone che non gradì affatto il nuovo orientamento elettronico-radicale della band. "Da adesso sono cazzi vostri", sembra che siano state le diplomatiche parole di commiato.

area caution 04In sintesi: senza più un manager e con un nuovo elemento, gli Area diventarono un gruppo militante a tutto tondo e, risultante di ciò, fu nel 1974 la pubblicazione del secondo album:
"Caution! Radiation Area".

Con un packaging senza orpelli, senza l'ausilio strumentale dei fiati e con una diversa accezione strutturale rispetto al primo album, l'impatto fu tremendo: Tofani violenta i sui suoi macchinari elettronici e Demetrio inizia a liberare la voce ("Cometa Rossa") interfacciandola a mo' di strumento con la musica.
In "Caution", la "macchina da suono" degli Area non si ferma nemmeno un istante: si impossessa di schemi e li disarticola ("ZYG"), spinge il linguaggio ben oltre la comunicazione "normata" sino a rendere incerto il confine tra musica, spiritualità, angoscia e sperimentazione ("Brujo"), sposta il baricentro della dialettica dal testo alla sensazione pura ("Mirage! Mirage!"), ammonisce e coinvolge l'ascoltatore sui rischi della massificazione con la stessa crudeltà con la quale essa pilota subdolamente le coscienze ("Lobotomia").

area caution 05Se "Arbeit" poteva essere condiserato un disco "aggressivo", "Caution" è ancora più ostico e lancinante: figlio diretto di sofferenze personali e di una società violenta (citiamo in proposito: la bomba in Piazza delle Loggia a Brescia e la sospetta lobotomia a Ulrike Meinhof), il disco taglia come una lama ipocrisie e mediazioni. Non delega: grida avverte e minaccia, conferendo agli Area il ruolo di band più scomoda del panorama Italiano.
Il gruppo naturalmente raccoglie la sfida e la sua coesione al movimento diventa praticamente diadica.

Com'è noto, non andranno avanti per molto su questa strada alleggerendosi con "Crac", ma al di là del dibattito sui lavori successivi, "Caution" è desinato a passare alla storia non solo come uno dei dischi più rappresentativi del suo tempo, ma soprattutto, ci fornisce la definitiva conferma che il quintetto milanese si è definitivamente assestato ed ha ancora molte pallottole da sparare.
Attenzione! Questo gruppo è radioattivo!


AREA - Discografia 1973 - 1978:
1973: ARBEIT MACHT FREI
1974: CAUTION
1975: CRAC
1975: ARE(A)ZIONE
1976: MALEDETTI
1978: GLI DEI SE NE VANNO, GLI ARRABBIATI RESTANO