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Fili D'Erba: Fili D'Erba (1972)

rock prograssivo italiano
QUANDO LA PRODUZIONE FA LO SGAMBETTO...

Quando dal 1970 il pop italiano cominciò ad imporsi su scala nazionale, centinaia di gruppi tentarono di cimentarsi in quel nuovo genere così suggestivo e complesso: alcuni con risultati notevoli, altri in modo meno convincente non possedendo i codici atti ad interpretarlo (Dik Dik, Equipe 84, Gruppo 2001 ecc.) oppure non essendo riusciti a staccarsi del tutto dal beat anni Sessanta (es: I Santoni, e La Grande Famiglia). 

Stesso discorso vale per il mondo delle discografiche dove, parallelamente all’affermarsi di alcune etichette specializzate quali Bla Bla, Trident, Magma e Cramps, si scatenò una vera e propria caccia all’artista pop. Talora con audace spirito innovativo come nel caso della Derby per i Triade o della Picci per i Seconda Genesi, ma a volte facendo disastri come la Italdisc con i Fili D’Erba

Fondata nel 1956 da Davide Matalon, ex direttore artistico della Cgd, la Italdisc si fece subito notare per il suo spirito innovativo, cavalcando l’onda del neonato rock’n’roll italiano e producendo artisti di gran classe quali Ricky Gianco, Roberto Vecchioni, ma soprattutto Mina Mazzini (allora Baby Gate), che proprio grazie a Matalon inanellò una serie di successi dagli indotti stratosferici. 

Nel 1963 però Mina passò alla Ri-Fi, in capo a qualche anno la spensieratezza degli anni Sessanta cedette il posto a rivendicazioni e pragmatismi, il pubblico cambiò radicalmente, e all’alba del decennio successivo anche per la gloriosa Italdisc venne il momento di tirare le somme: o adeguarsi ai tempi, o chiudere. 

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Alché, nel 1972 Matalon decise di tentare la carta del pop, e a questo punto entrarono in gioco i Fili D’Erba, gruppo formatosi a Milano nel 1971 e composto da quattro musicisti già piuttosto esperti: il bassista Frank Del Giudice che si era fatto le ossa in Canada collaborando tra gli altri con Dave Clinton Thomas dei Blood Sweat & Tears; il chitarrista Lino Liguori, fratello del celebre jazzista Gaetano e imparentato con Gegè di Giacomo, nota spalla di Renato Carosone, il batterista Jean Pierre Olivas che aveva militato nell'orchestra di Perez Prado, e il tastierista classico Paolo Moderato

Attivissimi dal vivo nel Nord e nel Sud Italia, ma anche in Svizzera dove condivisero una tournee teatrale coi Pooh, i quattro suscitarono ben presto l’attenzione della manager italo-egiziana Dina Piattoli della Chappel Music la quale, dopo aver ascoltato due loro provini per un potenziale 45 giri That's my life / I want you back, li apprezzò al punto da dirottarli proprio da Matalon per registrare un intero Lp
Nacque così nell’aprile del 1972 Fili D’Erba: album di undici brani prodotto da Renato Pareti e registrato su otto piste dal fonico Alberto Trevisan, lo stesso che cinque anni dopo si sarebbe occupato della Pentola di Papin. Otto i pezzi originali e tre le covers tra le quali spiccava Il Cieco: versione italiana di Jo’s Lament di Rod Steward su testo di Roberto Vecchioni e dello stesso Pareti

Il disco invero non fu propriamente d’avanguardia, anzi: fatta eccezione per Confusion e V.i.p. (che da sole valgono comunque l’intero l’album), esso apparve più come un collage poco omogeneo, stilisticamente ondivago, e spesso datato sia come sound che come testi. 

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Però, si trattò anche di un lavoro solido, professionale, molto ben eseguito, e che tra l’altro la band promosse massicciamente all’interno del cicuito controculturale: partecipando a numerosissimi festival Pop in tutta Italia accanto a nomi storici del prog quali Delirium, Banco, Osage Tribe, Capsicum Red, Teoremi e Numi, e persino ad un singolare concerto per i detenuti del cacere minorile Beccaria di Milano. 

Ma allora: cosa non funzionò al punto di riconsegnare i Fili d’Erba all’anonimato
Stando a Frank Lo Giudice, la causa principale fu al 90% la produzione di Renato Pareti: un compositore leggero (Donna Felicità per i Nuovi Angeli; Mister Amore per Toni Dallara) e poco avvezzo al rock, che non solo impose a Frank un modo di cantare a lui inadeguato, ma non si occupò nemmeno di spingere il disco. 
Si aggiungano poi gli esigui investimenti della Italdisc, ed ecco perché i Fili D’Erba furono lasciati a se stessi. Insomma, un’occasione sprecata

In fondo il gruppo possedeva tecnica, intuito, perseveranza, ed anche una certa consapevolezza per bypassare i limiti del loro primo album, e come nel caso dei Flashmen, anche a loro sarebbero bastate un po’ più di fiducia e sicuramente una produzione più oculata

Si ringrazia per le immagini il SITO UFFICIALE DEI FILI D'ERBA