J.e.t.: Fede, speranza, carità (1972)
A partire dalla seconda metà degli anni '60, si sviluppò in Italia un nuovo filone: quello della cosiddetta “musica di fede”.
La sua origine risiedeva sostanzialmente nell’applicazione di alcuni suggerimenti del Concilio Vaticano II° che, a fronte della crisi delle vocazioni, esortava i fedeli ad utilizzare qualsiasi mezzo, anche il più moderno, per riportare i giovani alla fede cattolica.
Nell’ambito della musica giovanile la strategia funzionò e il fenomeno, inizialmente circoscritto alle sole messe beat e alle opere di qualche musicista devoto (es: Marcello Giombini e la sua “Messa dei giovani”), si espanse rapidamente coinvolgendo persino le sensibilità più progressive: i Delirium di “Canto di Osanna”, i Metamorfosi “con “Inno di Gloria”, i Latte e Miele di “Passio secundum Matthaeum”, i Samadhi con “L’Angelo” e i genovesi J.e.t. di cui parleremo tra poco.
Pur non disprezzabile nel suo intento però, la rivoluzione conciliare non riuscì mai ad avere una reale valenza presso le controculture, ne tantomeno a crearsi uno stile realmente autoctono, ricalcando invece stilemi e moduli espressivi già ampiamente collaudati: Blues, Rock, Folk, Beat, Psych e via dicendo.
Del resto, era assolutamente impensabile coniugare una dottrina fondata sull’abnegazione e la rinuncia con le nuove pulsioni libertarie (lo stesso termine “messa beat” è una contraddizione se si pensa che il movimento Beat era quanto di più anticlericale ci fosse) o comunque, sedurre un “movimento” che lottava su ben altre basi rivendicative.
Quindi, dopo un beve momento di boom che si estinse grosso modo con la fine dell’underground, la “musica di fede giovanile” ritornò appannaggio dei fedeli e dei loro circuiti e ivi rimarrà sino a i giorni nostri.
In ogni caso, perlomeno fino al 1972 alcuni aspetti della spiritualità che permeava la musica cristiana, attecchirono effettivamente anche in una certa parte del Prog che all’epoca viveva il suo momento più mistico e desiderante.
I J.e.t. per esempio, furono uno dei gruppi che più si lasciarono trasportare dal contesto conciliare al punto da apparire persino quasi dei controrivoluzionari.
Tra l’altro, conoscendo bene il fiuto commerciale del leader Carlo Marrale, si potrebbe anche pensare che la loro devozione fosse molto più funzionale al mercato che non a una reale spiritualità. Ma queste, forse, sono cattiverie.
Costituitisi a Genova intorno al 1970 come quartetto e formati per 3/4 da quelli che saranno i futuri Matia Bazar, i J.e.t. esordiscono nel 1971 al "Disco per l'Estate" con un 45 giri di stampo melodico ("Vivere in te"), a cui fanno seguito altre due produzioni simili ("Non la posso perdonare" e "Il segno della pace") e nel 1972, un LP per la Durium, tanto progressivo quanto massicciamente venato da citazioni religiose.
Di fatto, sin dalla declamazione iniziale della title track ("Credi in Dio e in te stesso e spera nella carità degli uomini") l'ascoltatore viene immerso in un misticismo solenne che lo condurrà via via ad un punto di non ritorno.
Le atmosfere marcatamente progressive, si dipanano solide ed aggressive trasudando una maestosità che ben si sposa con le tematiche trattate nel testo e la compattezza sonora non lascia dubbi sulla qualità della produzione che, si dice, fosse stata miracolosamente effettuata su un registratore a 4 piste nell'arco di 6 giorni.
Il massiccio uso di distorsore sulla chitarra ed i riferimenti prog proseguono anche in "Il prete e il pescatore" ma, da questo punto in poi, le declamazioni spirituali cominciano a farsi davvero incombenti: "Prega Dio, prega Dio", "Mio Dio", "La croce lui portava ed il mondo salvava" e via discorrendo.
Lo stile vocale della band attinge prepotentemente dai New Trolls, mentre il groove spazia dall’ hard-blues al prog, senza trascurare momenti di ispirazione spiritual che, a ben guardare, sarebbero i più coerenti di tutto il contesto.
Da una sostanziale coazione al ripetersi e dalle infinite citazioni ai New Trolls si salvano solo i due brani centrali della seconda facciata ("Sinfonia per un Re" e soprattutto "Sfogo") che a parte il consueto proselitismo, possiedono perlomeno una dinamica pungente ed appetitosa.
“Deep Purple in salsa New Trolls”, dirà un comunque un acuto osservatore di Progarchives.
In sintesi, pur se permeato di ottime intenzioni e realizzato molto accuratamente, “Fede speranza carità” diede comunque l’impressione di un lavoro concettualmente troppo invasivo e di questo se ne accorse anche il pubblico (credente e non) che lo relegò ai margini del mercato.
Infine, dopo una fallimentare esperienza a Sanremo nel 1973 col brano “Anikana-o”, i Jet si sciolsero.
Com’è noto, ben altro indotto avrebbero ottenuto nel 1974 Stellita, Marrale e Cassano reclutando l'ex Museo Rosenbach Giancarlo Golzi e la cantante Antonella Ruggiero per dar vita ai Matia Bazar.