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New Trolls: Ut (1972)

new trolls ut 1972Se non fosse per l'imminente ciclone che di lì a poco avrebbe devastato lo storico gruppo genovese, potremmo definire il loro quinto ellepì "Ut", uno dei meglio riusciti della loro produzione.
Purtroppo però, tutte le meraviglie che appaiono in quest'album si presenteranno all'ascoltatore quasi a comporre un epitaffio la cui stesura era già iniziata da qualche tempo.
 

Vittorio de Scalzi per esempio, dopo un momentaneo abbandono del gruppo decide definitivamente di rinunciare al suo storico ruolo di autore e di comparire solo come chitarrista, lasciando quindi carta bianca a Di Palo, Belleno, Laugelli e Maurizio Salvi, già collaboratore del gruppo all'epoca del singolo "Una Storia". Per inciso, il brano di Sergio Endrigo che i new Trolls portarono a Sanremo nel 1971 perché gli Alluminogeni si rifiutarono di farlo! "Non volevamo far perdere Endrigo", mi confidò personalmente Patrizio Alluminio. E aveva ragione.)

Malgrado gli attriti comunque, il sound che esce da "Ut" è sorprendentemente variegato e brillante quasi come se il gruppo, già conscio del suo futuro, volesse rilassarsi senza calcare troppo la mano sulle implicazioni della loro imminente separazione.

Già dal titolo (Ut è l'antico nome della nota "Do"), si capisce che la band voglia concentrarsi solo sulla musica: intenzione che nella pratica sarà mantenuta restituendo in otto brani tutte le sfaccettature musicali appannaggio dei musicisti.

Si comincia con una rielaborazione di Salvi di uno studio per piano di Johann Baptist Cramer per entrare senza soluzione di continuità in un breve ma infuocato prog-rock di marcato sapore fusion ("XII Strada").

 
Fin qui, la coesione della band è probabilmente la migliore che si possa ascoltare da "Concerto grosso" e la successiva prog-song, "I cavalieri del Lago d'Ontario" (testi: Laugelli, voce: Di Palo), non è solo una conferma di questo evidente stato di grazia, ma supera addirittura ogni aspettativa restituendo uno dei migliori brani in assoluto del quintetto.
Ancora una volta, viene da chiedersi come una formazione del genere stesse per dividersi.

 
ut 1972 new trollsSe "Storia di una foglia" e "Nato adesso" rispecchiano rispettivamente le due anime contrapposte di De Scalzi e Di Palo, riportando il disco su una dimensione più soffice, la dignitosa "Nato adesso" ci catapulta nella seconda perla di questo disco,"C'è troppa guerra," che è di fatto un micidiale cocktail di hard-rock e unplugged a mezza via tra le cose migliori dei Led Zeppelin e dei Black Sabbath.
 

In dieci minuti di compattezza granitica i New Trolls mettono in riga tutte le altre formazioni che si sono cimentate nell'hard, o che avrebbero appena voluto imitarli. Personalmente, trovo che in questo brano la voce di Di Palo raggiunga uno dei suoi massimi vertici espressivi.
Con grande raffinatezza segue poi una ballata pop soft di stampo "estivo" ("Paolo e Francesca"), nobilitata da un particolarissimo assolo di chitarra ma complessivamente non proprio imprescindibile.
Chiude l'album
la struggente "Chi mi può capire" che completa il vasto catalogo di umori che hanno attraversato il long playing e che, insieme ai "Cavalieri del lago di Ontario", si contende il titolo di miglior brano di Ut.


new trolls dal vivoSulle ultime malinconiche note di pianoforte, calèrà infine il sipario sulla prima grande epopea dei New Trolls.
In poco meno di sei mesi De Scalzi abbandonerà definitivamente gli altri per dar vita a una sua casa discografica (la "Magma") e costituire con D'Adamo gli NTAtomic System.

 

Di Palo formerà gli gli Ibis con Belleno, il quale a sua volta fonderà successivamente i Tritons.
Infine, nel 1976, proprio grazie a Gianni Belleno, nel frattempo tornato con De Scalzi, il gruppo originale si ricompatterà ma con obiettivi più votati al commerciale. Musica di classe s'intende, ma pur sempre Pop.


Malgrado la vacillante situazione del gruppo, "Ut" vendette piuttosto bene, al punto che furono in molti a caldeggiare i due leaders di restare insieme. La stroria però era già scritta.
Data la vastità di inputs e di riferimenti, la critica fu ovviamente divisa sul suo effettivo valore.
Da un lato c'è chi lo considerò un collage non particolarmente innovativo e neppure troppo omogeneo, per non dire "discontinuo e inconcludente", dall'altro non furono in pochi a considerarlo un disco quasi miracoloso (considerando la situazione) e di gran lunga superiore ai precedenti Concerto Grosso e Searching for a land.
In questo caso probabilmente la verità sta nel mezzo e, personalmente, amo pensare a questo disco come un valido compendio delle capacità della band che perlomeno, premiò una
una breve ma ritrovata conflittualità.

O MÆ VITTÖIO ( = Il mio Vittorio)

Vittorio De Scalzi
Come qualcuno forse gia sa, io ho vissuto molti anni della mia infanzia / adolescenza a Genova, ed proprio per quella curiosa magia che stregò tra gli altri Mary Shelley, Charles Dickens e George Byron, che non ho mai smesso di amarla, né di trovarmi a mio agio ogni volta che ci vado. 

Amo la sua gente, ispida ma generosa, il cibo con particolare adorazione per la focaccia al formaggio, le sue architetture che come diceva Fossati sono ancora più affascinanti se viste da una nave, ma soprattutto per quello splendido clima che si resipra ogni volta che ci si inoltra nella città, o si passeggia in riva al mare. 

E anche se oggi non sono più così tanti come un tempo, considero i miei grandi amici genovesi con cui sono ancora in contatto, come fratelli e sorelle. 

E già molto tempo fa, tra questi c'era la Paola, futura eccellente pianista classica che conobbi ai Bagni Scogliera di Nervi quando ero ancora bambino, suo marito Vittorio, esimio avvocato che invece incrociai anni dopo quando si sposarono, e non ultimo il fratello di Paola, Giulio, in gioventù accanito collezionista di gadget della Coca-Cola.

Ovviamente da ragazzo andavo spessissimo a trovarli, ma anche a soggiornare per settimane nelle loro case sulle alture di Quarto

A volte ci passai addirittura estati intere perché, quando qualcuna rimaneva disabitata, io andavo a fargli volentieri la guardia. Stesso vale per mia madre e mio padre che ovviamente ricambiavano quando Paola chiedeva asilo a Milano. Insomma, una grande amicizia tra due famiglie che dura ancora oggi.

Ma perchè vi parlo di questo? Si chiederà giustamente qualcuno...

  

A me moæ (=mia mamma)

... perché il vicino di casa della Paola e del Giulio, era nientemeno che il Vitöio dei New Trolls, che io non ho mai conosciuto di persona, ma di cui mi parlavano tutti.

 Per cui, non solo venni sempre a sapere notizie esclusive sul gruppo (in particolare sulla salute di Nico ai tempi dell'incidente per esempio), ma ogni tanto mi capitò pure di sentire qualche anteprima esclusiva attraverso le mura del salotto di casa che, guarda un po', confinavano col suo pianoforte. 

John's Classic Rock
Ovviamente cercai sempre di farci una chiaccherata in qualche modo, ma chissà perché non ci fu mai l'occasione. Un pò per pigrizia, forse per timore reverenziale (parliamo veramente di molti anni fa), un po' perché ad un certo punto mi stabilii definitivamente a Milano, o più realisticamente perché lui era davvero imprendibile. 

"Paola, ma è a casa Vittorio?" "Belin no, adesso è in Giappone / in tournéè / in studio / sta provando / sta dormendo / aspetta che lo chiamo / Belin non risponde, eccetera."

Lo conobbe persino mia mamma Lisy quando un giorno, mentre riposava nel giardino di casa, sentì una voce arrivare dall'altra parte della siepe: 

"Scia me scûse sciâ Lisy (= mi scusi, signora Lisy)... ma lei quanto resterebbe ancora qui?" Era ovviamente il Vittorio, che però lei, pur avendolo visto spesso non sapeva esattamente chi fosse, abbozzò qualcosa tipo: "mah guardi, due settimane, poi tornano i ragazzi".

"Ecco appunto" precisò cautamente lui : "perché... siccome io domani andrei in tournée...  non è che gentilmente potrebbe annaffiarmi le piante?. Le lascio le chiavi, poi quando tornano Paola e Giulio ci pensano loro...". Stand-by.

"Ma si figuri sciô Vitöio, vada pure tranquillo", e lui raggiante si produsse in infiniti ringraziamenti seguiti da un presente che non ho mai capito cosa fu (spero non un disco degli Alphataurus perché mia madre sarebbe stata capacissima di regalarlo), e da un'amicizia che li vide protagonisti di tante lunghe telefonate.

"Però... mi scusi Vittorio. Una cosa sola. Lei è un musicista, vero? E cosa suona esattamente?" "Ah un po' di tutto. Comunque faccio parte di questo gruppo che si chiama New Trolls, non so se ne ha mai sentito parlare".

Vittorio De Scalzi
"Ah si? Ma che bello ...   grazie"


E fu per questo che da quel giorno, Lisy e Vittorio continuarono a sentirsi, e tutte le volte che mia madre vedeva i New Trolls (che nemmeno conosceva prima) in televisione, veniva giù mezza casa. "Venite, venite , C'è il
Vitöio che canta!!!!".

E noi, tutti davanti alla televisione a fare il tifo...

 

Faccia di cane.

Autunno 1884. Avevo 21 anni appena compiuti. 

E mentre  tutta Genova e tutta Italia non si erano ancora riprese dallo shock di Creuza de mä, il capolavoro di Fabrizio De Andrè pubblicato due stagioni prima, i poveri New Trolls tentavano caparbiamente di riprendersi dopo due album non proprio memorabili (F.S. e America Ok). E lo fecero proprio coinvolgendo l'amico Fabrizio che ben volentieri scrisse loro i testi di Faccia di Cane, brano poi ammesso alla finale della kermesse sanremese.

Ora, tralasciando che la canzone faceva davvero schifo e si piazzò ventiduesima su ventidue, è buffo pensare che, durante i miei fugaci incontri autunnali con Paola, impegnata al Teatro alla Scala, lei mi parlasse sempre di un motivo che sentiva frequentemente provenire da casa De Scalzi. 

"E com'è, bello?" le chiedevo io. "Belin, non so se è bello o no perché non è ancora completo. Però deve essere importante perché se lo aggiusta quasi tutti i giorni...".  

Era sicuramente "Faccia di Cane" in embrione... e infatti quando gli NT lo portarono a Sanremo, Paola la conosceva già a memoria, e  sapeva pure suonarla perfettamente al piano ancora prima che apparissero in TV.


E questo, dear Sis and Bros, è stato O mæ Vitöio, che vi ho raccontato un po' per entertainment,  e un po' per ricordare una delle figure più generose, competenti ed importanti della nostra musica contemporanea.  Che passò dal beat al progressivo, e dal hard al pop con una dignità straordinaria, propria solo dei grandissimi.

Di quelle figure che se non fossero esistite avremmo dovuto inventarle.

Buon Viaggio caro Vittorio. Da tutti noi.

New Trolls: Senza orario, senza bandiera (1968)

new trolls senza orario senza bandiera 1968NEI COMMENTS: INTERVENTO DI UGO MANNERINI


Le origini dei New Trolls si perdono nel lontano 1965 quando il pianista livornese Pino Scarpettini, trasferitosi a Genova per completare gli studi di composizione e orchestrazione presso il conservatorio Niccolò Paganini, conosce nel quartiere di Sturla il chitarrista Vittorio De Scalzi, figlio del suo albergatore.  

Pino chiama Vittorio a suonare nel suo gruppo "Gli Astratti" ma dopo poco tempo i due musicisti formeranno una band a sé che si chiamerà prima "The Goldfingers" (dal nome del film di James Bond uscito l'anno prima) e infine "The Trolls", ispirandosi al nome di un pupazzo raffigurante il mitico gnomo nordico, notato per caso in un negozio nei vicoli di Genova.

 Dopo due anni di successi ("1° Torneo Rapallo Davoli" e "Complessi per l'Estate"), tre singoli e numerose apparizioni pubbliche, i Trolls si sciolgono e il solo Vittorio prosegue la carriera chiamando accanto a se il chitarritsta-vocalist Sergio Blandini (poi sostituito da Nico di Palo), il tastierista Renato Rosset (poi sostituito da Mauro Chiarugi), il bassista Giogio D'Adamo, il batterista Gianni Belleno e dando ad una nuova formazione il nome di New Trolls. La diceria secondo la quale il gruppo fosse stato assemblato attraverso una classifica dei migliori strumentisti genovesi del '67, è stata ripetutamente smentita dallo stesso De Scalzi. new trolls_02 

Esattamente com'era successo per i Trolls, anche i New Trolls iniziano immediatamente a mietere consensi ed affascinare il pubblico con il loro beat-psichedelico: pubblicano 3 singoli di successo, vincono il Festival di Rieti, partecipano con "Visioni" al "Disco per l'Estate 1968" vendendo oltre 200.000 copie e vengono scritturati come gruppo spalla nella tournèe italiana dei Rolling Stones.  

Finalmente, il 23 ottobre del 1968 arriva anche il loro primo album col quale riusciranno mirabilmente ad amalgamare il loro sound con la più raffinata musica d'autore.  

Pubblicato dalla Fonit-Cetra e dotato di un'azzeccata veste grafica (il disegno di copertina è opera del pescatore, pittore e poeta dialettale "Bunny"), il disco porta il nome di "Senza orario, senza bandiera" e può essere a tutti gli effetti considerato il primo "concept-album" italiano laddove senza soluzione di continuità, tutti i brani sviluppano un solo tema portante: la visione del mondo agli occhi di un poeta. Un viaggio che potrà compiersi solo attraverso l'osservazione ragionata delle cose, ma senza che queste vengano travisate dalla fede. 

  new trolls_03Ad occuparsi dei testi ci sono due figure di spicco: il poeta libertario Riccardo Mannerini e il cantautore Fabrizio de Andrè che all'epoca ha già al suo attivo almeno sette singoli e quattro Lp. A parte per soli tre brani ("Susy Forrester" di De Andrè, "Padre O'Brien" di De Andrè-Leva e "Al bar dell'angolo" di D'Adamo) tutti i testi sono tratti da bozzetti originali del Mannerini che Fabrizio adatta alle musiche di De Scalzi e Di Palo, con la sola eccezione di "Signore io sono Irish", al cui arrangiamento metrico colabora il M° Gian Piero Reverberi

 Il risultato finale è una straordinaria "antologia" di luoghi, eventi e persone in cui ciascuno dei 10 brani è allo stesso tempo un'esortazione alla vita e alla libertà di pensiero. Tecnica, esecuzione, incisione, arrangiamenti e produzione sono assolutamente impeccabili.

 Dopo l'introduttiva "Ho veduto" che ben fotografa la concezione del viaggio come percorso mentale (i luoghi geografici sono solo un pretesto), ecco che appaiono in sequenza tutti i personaggi della storia, sospesi tra desiderio e realtà e restituiti con lo stesso concetto che De Andrè trasporrà nel contrasto vita-morte in "Non al denaro, non all'amore ne al cielo". 'è il newyorkese William che sogna di comprarsi una strada, Irish che prega Dio perché gli doni la fede pur sapendo che questa non potrà mai sollevarlo dalla dura realtà, Susy Forrester la cui bellezza viene poco a poco scalfita dalle ingiurie del tempo, Joe che ricorda la guerra ripudiandola, Padre O'Brien che invoca la pietà pur sapendo che anch'essa ha bisogno di denaro per realizzarsi e infine Tom Flaherty, l'eterno innamorato che però non avrà mai il coraggio di dichiararsi. new trolls_05 

Se la poetica del disco è sublime, la musica non è da meno: ci sono sì riferimenti ai Beatles e larghi e ieratici arrangiamenti di stampo barocco ma, coma fa notare Dario Piccotti, "semplici ma mai banali nella loro costruzione armonica". Grazie soprattutto al lavoro De Andrè', persino le allusioni politiche traspaiono sempre in forma traslata e senza mai aggredire l'ascoltatore, aumentando alfine quella conflittualità che premierà l'album con un'enorme mole di consensi nel mondo giovanile. 

  A conti fatti, probabilmente gli unici che non riuscirono a catturare l'eredità intellettuale di questo capolavoro furono proprio i New Trolls, ma la loro operazione culturale e i concetti espressi in "Senza Orario, senza bandiera" posero le basi del nascente Progressive Italiano.

New Trolls: La prima goccia bagna il viso (1971)

new trolls  1971

  Prima  pubblicazione 20 marzo 2017

“"La prima goccia bagna il viso" è un pezzo lunghissimo che occupa tutte e due le facciate di questo 45 giri dei "New Trolls", che è una conferma delle capacità del complesso che nonostante i continui attacchi di altre formazioni pur preparate, seguita a recitare, nel nostro modo musicale, una sua parte determinate.

Sicuramente i "New Trolls" sono tra i pochi complessi, venuti ultimamente alla ribalta, che sono riusciti a dire qualcosa di nuovo e rimanere attaccati alla loro dimensione musicale ritoccando solo di tanto in tanto le loro "idee", e quelli che sono i cardini del loro suono, senza saccheggiare a piene mani "sound" estranei ma estraendo dalle esperienze altrui le novità per ritoccarle e ripresentarle sotto una nuova veste: la loro”. 

Con questa tortuosa scheda pubblicata sul Ciao 2001, e che ho fedelmente riportato “virgolette” incluse, Fabrizio Cerqua recensiva nel settembre del 1971 il nuovo 45 giri dei New Trolls targato Cetra SP 1460. Singolo che seguiva a corto muso Adagio/Allegro, estratto qualche mese prima dall'album Concerto Grosso.

Ma se in quell'occasione il gruppo si divise tra romanticismo e digressioni blues-psichedeliche, La prima goccia bagna il viso disvelò la loro indole più progressiva: atmosfere e testi evocativi, tecnicismi, intarsi, stacchi, e gigantismo sonoro con tanto di gong e tuoni registrati dal vivo.. 
Insomma, un brano perfettamente in linea con quell’avanguardia musicale che nel 71 cominciava a dare il meglio di sé: Premiata Forneria Marconi, Orme, Trip, Osanna e Nuova Idea. Ma non è tutto. 

la prima goccia bagna il viso
Il disco si presentava infatti con un design essenziale ad opera dello studio grafico Gian Carlo Greguoli, raramente utilizzato in Italia, e che rimandava al miglior minimalismo grafico degli anni Sessanta: nome del gruppo, titolo del brano, casa discografica, numero di catalogo, e in 'corpo quattro' una menzione d'onore alla tipolitografia Silvestrelli e Cappelletto.

Quasi un invito insomma a concentrarsi esclusivamente sulla musica, che a sua volta sorprendeva l’ascoltatore con i suoi otto minuti e mezzo spalmati su due lati
Una soluzione inevitabile data la lunghezza della composizione, ma che conferivano al brano un fascino transnazionale, magnificato peraltro dal nuovissimo sintetizzatore Arp 2600 che De Scalzi sfruttò senza alcun timore reverenziale. 

 “Abbiamo fatto una cosa che non ha mai fatto nessuno, e siamo stati anche diversi da altri gruppi tipo i Pooh che battevano il ferro finch'era caldo”, dirà Nico in un’intervista a Radio Luxembourg. “Loro facevano una canzone guida e tutte le altre sullo stesso stile. Noi no: eravamo curiosi, cambiavamo improvvisamente genere. Il pubblico magari non recepiva subito il messaggio, ma poi alla fine lo acclamava”. 

Ma anche le liriche furono particolari. Brevissime. Appena 300 battute sospese tra un’invocazione in stile beat e una rivendicazione disperata e concreta: quella di una contadino che, preoccupato per una lunga siccità non solo fisica ma spirituale, prega l’Onnipotente di mandargli una pioggia riparatrice. Che lo sollevi dal suo spleen, e soprattutto rigeneri il suo campo quasi bruciato. 

Il temporale arriverà, farà da spartiacque tra i due lati del disco, trasformando ogni nota del lato cadetto in una celebrazione della vita, della natura e di Dio
E a questo punto aveva ragione Nico: mai in Italia si era sentita una cosa simile

Unica nota blasfema: quando i New Trolls la presentarono al Festival di Venezia, proprio a Nico si ruppe la cintura dei pantaloni. Per la precisione dei bellissimi jeans rotti e strappati. Rimediò con una corda trovata nel backstage.
I New Trolls portarono a termine l’esibizione, e poco importa se vinsero la sciantosa Milva e gli svenevoli Middle of the Road.

Il prog italiano era ormai una luminosa certezza.

New Trolls: Concerto grosso (1971)

New Trolls concerto grosso n°1 1971

Prima Pubblicazione: 10/10/2014

Ecco una pietra miliare del Pop Italiano. Uno di quegli album che per popolarità, forza d'urto e novità, fu l'apripista di una nuova stagione musicale: il "Pop Italiano".

Forti della loro visibilità e dei loro successi a 45 giri (per non citare lo splendido album "Senza orario, senza bandiera" in collaborazione con De Andrè), i New Trolls decidono nel 1971 di intraprendere strade musicali più impervie.
Ed è proprio in quell'anno che al Festival d'Avanguardia di Viareggio, i nostri presentano "Concerto Grosso", primo tentativo Italiano veramente riuscito di fondere in un solo album musica classica, popolare e rock.
Il successo fu enorme; e non solo perchè gli esecutori erano già all'epoca famosissimi, ma in quanto l'operazione fu realmente ben curata, sia strutturalmente che negli arrangiamenti.

Ovvio, ripeto e insisto, non fu una mossa originale al 100%. Già altri avevano sperimentato una simile contaminazione (dai Beatles ai Nice), ma i New Trolls riuscirono ad importarla in Italia con grande professionalità e dignità stilistica.

Mente geniale dell'operazione fu il maestro Luis Bacalov a cui venne in mente di iniettare nella struttura seicentesca del "Concerto Grosso" (una specie di "botta e risposta" tra solisti ed orchestra) strumenti contemporanei quali chitarra ed organo elettrico.
Nico di Palo e soci si trasformarono così da un gruppo autonomo di autori-compositori quali erano, in un team di perfetti esecutori che, per almeno 11 minuti, si posero al servizio del grande maestro.

new trolls concerto grosso n°1Il risultato dei dialoghi fu eccellente e così esente di forzature, da far risultare "Concerto grosso" privo di qualunque astrattezza.
E questo era il lato A del disco.

Il lato B restituiva invece i soli "New Trolls" nei loro abituali momenti di improvvisazione che erano soliti portare ai concerti.
Un perfetto bilanciamento quindi tra presente e futuro.
Tra classico e rock. Un pezzo di storia, insomma.

Dicono alcuni critici: "riascoltato oggi, si capisce che il feeling presente in questo disco è esattamente ciò che manca da anni alla musica Italiana.
Personalmente condivido pienamente. Ed è un vero peccato.
Se siamo stati capaci di tali capolavori in passato, perchè non riprovarci?
Magari con altri mezzi e nuove contaminazioni?"

New Trolls: Concerto grosso n°2 (1976)

Prima  edizione: 4/10/2010

  “Per scrivere qualcosa, bisogna prima avere qualcosa da scrivere”. Così - parafrasando Primo Levi - mi disse un giorno un amico mentre ascoltavamo per la prima volta “Concerto grosso n° 2” dei ricostituiti New Trolls. Ancora oggi penso che avesse ragione: per produrre un'opera attendibile non basta avere un’idea "qualsiasi" o "riciclata", perchè non ne sortiranno che "opere qualunque" o "brutte copie" dell'originale. Certo, non tutti hanno il genio di un Picasso, di un Dalì o di Miles Davis, ma quando ci si trova davanti all’agognata reunion di uno dei più autorevoli gruppi Rock italiani, non ci si immagina neppure lontanamente che ne venga fuori il pallido sequel di un successo precedente.  

Sempre andando avanti per citazioni, ricordo di aver letto da qualche parte anche le parole che il grande crooner spagnolo Julio Iglesias (che probabilmente aveva ben assimilato le teorie di Norbert Wiener sulla memoria umana) disse a suo figlio Enrique prima del suo esordio nel mondo dello show business: “Ricorda: uno spettacolo deve cominciare con un botto e finire con un botto. In mezzo, mettici quello che ti pare”. Stesso concetto venne fuori dalla saggezza di Antonio Carlos Jobim quando Chico Buarque e Caetano Veloso (allora esuli rispettivamente a Roma e a Londra) gli chiesero come avrebbero dovuto comportarsi una volta tornati in Brasile. Non tornate in sordina.” consigliò loro Tom, “Arrivate con già pronti uno spettacolo e un disco nuovo. Fate una tournèe nazionale, andate in TV, date interviste dappertutto e fate casino. Tutti devono rivedervi e ascoltarvi”. Va da sè che sia Chico che Caetano fecero così, e la loro carriera proseguì verso il luminoso successo che tutti conosciamo. 

I New Trolls evidentemente avevano in testa tutta un'altra strategia o forse non ebbero consulenti del calibro di Iglesias o Jobim. Finalmente riunitisi nel nucleo originale (Di Palo, De Scalzi, D’Adamo e Belleno) dopo anni di litigi e di altalenanti prove discografiche (Atomic System, Ibis, Tritons), i quattro reclutano con mossa astuta l’ex chitarrista prodigio dei Nuova Idea Ricky Belloni e preparano meticolosamente l’esordio nella loro seconda fase artistica.  

Tuttavia, la grande attesa viene tradita da una manovra discografica che non solo si rivelerà poco originale ma addirittura disarmante, mettendo nuovamente il gruppo in crisi e spingendolo inesorabilmente verso il pop melodico. Intelligente e raffinato, ma pur sempre melodico. Ma cosa successe effettivamente? 

L’azzardo che commisero i New Trolls fu sostanzialmente pensare che il riproporsi al pubblico con un vecchio clichè di successo (remake classico + gruppo rock + grande arrangiatore), potesse essere allo stesso tempo comunicativo, attraente, redditizio e confermare contemporaneamente il raggiungimento di una nuova identità stabile

Ma non fu così. Come abbiamo spesso detto sulle pagine di Classic Rock, i tempi erano cambiati e specialmente nel 1976 i nuovi soggetti sociali emergenti avevano già da tempo messo in crisi il modello “romantico-trasgressivo” del Progressive. Quindi, riciclare quello stesso linguaggio quasi cinque anni dopo, con gli stessi artefici, ma a fronte di una società completamente trasformata, equivalse sostanzialmente a un grave errore di valutazione. 

 La conseguenza fu che vista l’impossibilità di proseguire sulla strada del “repechage”, i cinque musicisti scelsero l’alternativa a loro più congeniale, ossia l’implementazione di quella "forma canzone" che già era apparsa in molti lavori pregressi e nello stesso “Concerto Grosso n°2”. Tutto questo non è per dire che il nuovo album del ’76 non fosse dignitoso dal punto di vista musicale o esecutivo, tutt'altro, ma che purtroppo la pochezza della sua “sostanza teorica” ebbe il sopravvento su qualunque altro tipo di encomio. 

Ecco allora che la maestria del gruppo nel rileggere Haendel, nel rifare Becaud (“Let it be me”), nel cimentarsi agilmente in tempi complessi ( l’11/8 di “Moderato”), nell’intessere ardite trame orchestrali (“Vivace” e “Adagio”) e nel rimaneggiare la positività del freak in “Quiet sun”, venne di colpo bypassata da un impietoso assunto pratico: “Se un’idea non funziona, non funziona nemmeno la sua realizzazione”. Un vero peccato perchè si suppone che la band genovese ce l’avesse messa tutta per restituire un’opera che celebrasse in grande stile la rinnovata amicizia del suo nucleo storico.  

Belloni poi fu un acquisto davvero azzeccato, vista soprattutto la sua brillante performance in tutto il corso dell’album. In ogni caso, ci vollero diversi mesi affinchè quello straordinario kernel di strumentisti capisse che doveva necessariamente (e forse a malincuore) cambiare rotta. 

Tempo ancora un brutto album dal vivo nel 1977 e finalmente la buona stella di Adebaran avrebbe guidato i nostri marinai verso l'eldorado. Una svolta che certamente non piacque a tutti ma, come nella vita di tutti i giorni, capita che a volte non si possa più tornare indietro.

New Trolls: Searching for a land (1972)

New Trolls Searching for a land 1972
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Pur se non conflittualmente memorabile, il terzo lavoro dei New Trolls passerà alla storia per essere stato il primo album doppio di rock Italiano.
Lungo, ambizioso e palesemente orientato al mercato estero, "Searching for a land" presenta due situazioni molto diverse tra loro, quasi a voler presagire l'imminente sbandamento del gruppo che già con quest'album soffre delle prime defezioni. Giorgio D'Adamo infatti non c'è già più, sostituito degnamente dal nuovo bassista Italo-Canadese Frank Laugelli.
Dicotomico al punto di sembrare tagliato con la scure, l'ellepì si apre con 4 composizioni di stampo acustico-orchestrale cantate da De Scalzi e basate principalmente su raffinati arpeggi di chitarra, in cui si innestano con grande discrezione preziosismi vocali ed orchestrali.
In questo contesto, veramente encomiabili sono la malinconica "St. Peter's Day", nobilitata da una azzeccata linea di basso e la raffinata "Once that I prayed".

New Trolls Searching for a land 02Trascorsi i 20 minuti della prima facciata, si gira il disco e si cominciano a percepire i primi segnali di cambiamento.
Di fatto, in "A land to live, a land to die" le atmosfere si fanno più blues-rock: sparisce la chitarra acustica e svetta una lunga improvvisazione d'organo in stile tardo psichedelico.

Trascorso un breve break a mezza via tra il medioevo e i Beatles (intitolato "Giga" e riferito a uno strumento a corde del trecento), arriva la "summa" dei sei brani precedenti nella spendida "To Edith", il cui testo è tratto da una poesia di Bertrand Russell che ben sintetizza il concetto dell'album: "l'amore, se valido e consapevole, è un approdo nella ricerca del senso della propria esistenza".

New Trolls Searching for a land 02Fin qui, per quanto ne dicano molti critici, il lavoro scorre fluido e ben strutturato e le presunte divergenze artistiche tra Scalzi e Di Palo (nella vita comunque sempre amicissimi) non sembrano minarne più di tanto la coerenza, anzi, le prime due facciate di "Searching for a land" ritengo restituiscano un'ottima prova di omogeneità compositiva e strutturale.

La dicotomia di cui abbiamo parlato prima però, si fa sentire prepotentemente con l'accesso al secondo disco: a partire dal terzo lato infatti, sembra di trovarsi davanti ad un altro gruppo.
Cessano di colpo le atmosfere suggestive e poetiche dei primi due lati per lasciare spazio ad un rock selvaggio di pura matrice elettrica (quasi "punk", oserei dire) che richiama le prime fulminanti esibizioni live del gruppo Genovese.
Questo secondo disco, si dice sia stato inciso dal vivo, ma non sono in pochi a sostenere che gli applausi furono sovraincisi su un lavoro di studio.
Comunque sia, tra un fraseggio hard rock-blues di chiara matrice Zeppeliniana ("Muddy Madalein") e una mostruosità energetica come "Bright Lights", l'album si chiude con "Lying here" che pare sospesa tra un brano dei Black Sabbath, un trip di Hendrix e i migliori Deep Purple.

Va da se che questa coniugazione tra generi tanto diversi non giovò molto alla coerenza dell'album che
rimase in una sorta di "limbo" artistico e commerciale: diversi critici dell'epoca lo videro come un'encomiabile manifestazione di potenza e di completezza dei New Trolls.
La maggioranza dei recensori e del pubblico fu però più realista biasimandone l'inoppugnabile frammentazione.
Meglio sarebbe stato se le due anime del disco fossero state pubblicate separatamente, ma nel 1972 era evidente che un "qualcosa" nella macchina dei New Trolls stava cessando di funzionare.

Ancora un disco insieme ("UT", dello stesso anno) e poi le strade si sarebbero separate.
Ciò nonostante nessuno mai potrà appigliarsi a certi dissidi interni per svilire l'autorità musicale ed innovativa di uno dei più importanti gruppi di rock Italiani.