Nova: Blink (1975)
Una delle tendenze discografiche proprie degli anni Settanta, fu quella di esportare il Pop italiano all’estero, e di sicuro gli ex Osanna Elio D'Anna e Danilo Rustici presero la cosa molto sul serio.
La loro nuova formazione, i Nova infatti, rappresentò addirittura l’unico caso di gruppo nostrano che sviluppò la sua triennale carriera esclusivamente oltreconfine e in modo totalmente avulso dalle dinamiche del mercato italiano: discografica americana, marketing e promozione inglesi, ospiti inglesi (Pete Townshend degli Who e il paroliere Nick J.Sedwick) e soprattutto, l’adozione di un sound molto più simile ai Soft Machine, alla Mahavishnu Orchestra o ai futuri Brand X che non al Prog di casa nostra.
Del resto, sin dai tempi di “Landscape of life” si era capito che i due fondatori degli Osanna, rimasti a Londra dopo la fallimentare esperienza degli Uno, preferissero la scintillante tecnologia britannica al provincialismo italiano, anche se nessuno poteva prevedere che la loro affezione alla terra d’Albione potesse radicarsi così profondamente.
Costituitasi a Londra nel 1975 la band comprendeva oltre a D’Anna e Rustici, il batterista Dedè Lo Previte (ex Circus 2000), l’ex Cervello Corrado Rustici (fratello di Danilo) e l'allora venticinquenne bassista Luciano Milanese, già sostituto di Vittorio de Scalzi nei Trolls.
Ottenuto un contratto con la statunitense Arista Records, il quintetto si mise subito al lavoro presso gli “Eeel Pie Studios” di Peter Townsend e nell’arco di pochi mesi partorì il primo album “Blink” che venne distribuito, oltre che in Inghilterra, anche in Olanda e in Francia
Per inciso, “Blink” sarà anche l’unico Lp dei Nova ad essere stampato in Italia (edizioni Ariston, 1976), pur se con una promozione talmente effimera da renderlo quasi irreperibile (valore al gennaio 2010: circa 150 euro per una copia mint).
Musicalmente parlando, sin dalle prime note si percepisce subito che l’anglofilìa trasuda da tutti i solchi ed è talmente marchiana che ancora oggi sono in molti a chiedersi perchè un prodotto del genere venga spesso citato negli annali del Prog italiano.
In effetti, se si eccettua l’inconfondibile impronta del sax di D’Anna e il familiare tocco chitarristico di Danilo Rustici, per il resto, di italiano non c’è proprio nulla.
Acluni potrebbero rimarcare che l’aggressività del groove richiama un po’ quella dei primi Osanna (“Mirror Train”, “Non sei vissuto mai”) ma in realtà, ci troviamo al cospetto di un selvaggio jazz-rock tipicamente angloamericano che certi critici associano per esempio ai i Nucleus o ai Colosseum.
Il tutto, condito da delle occasionali spruzzate di funk (es: "Nova parte 1”) che rendono il sound ancora più esotico.
Tra l’altro, a dispetto di molte produzioni nostrane per l’estero, il disco era non solo cantato con un’invidiabile pronuncia inglese, ma gli stessi testi di Sedwick aderivano perfettamente sia alla musica che al mercato d’oltremanica, al punto che, chi non conosceva i trascorsi italiani del quintetto, poteva tranquillamente confondere i Nova per una band straniera.
Composto da sei movimenti divisi in due tracce, “Blink” è un vinile che non concede un attimo di respiro, rivelando la straordinaria tecnica dei musicisti che sembrano ricalcare il leggendario "wall of sound" di Phil Spector.
I brani sono tutti "tirati" dall’inizio sino alla fine e anche la stessa chitarra di Townsend, cristallina e preponderante negli Who, viene inglobata dal marasma sonoro che in certi momenti diventa anche un po’ pesante da digerire.
Ill costante regime di piena orchestra spezzato appena in pochi punti qualche break di sax e chitarra (“Something inside keep you down”), fa si che il lavoro risulti alla lunga monocorde, malgrado la mirabile quanto vorticosa ritmica di Milanese e Lo Previte che però riempie incessantemente tutte le frequenze disponibili (es: “Stroll on”).
Al di là delle plausibili pecche di un gruppo esordiente comunque, “Blink” destò una certa attenzione presso la stampa europea al punto che i futuri lavori sarebbero stati editi anche in Usa, Canada, Germania, Cile e Argentina. Ma, come abbiamo detto, non più in Italia.
Da noi i ragazzi ottennero un riscontro men che minimo e non solo presso il pubblico e gli addetti ai lavori, ma soprattutto agli occhi del movimento giovanile che li ricambiò con altrettanta snobberia.
Dal successivo album “Vimana” (1976) poi, la band di D’Anna e Rustici creò addirittura un abisso tra se e il pubblico italiano che, a parte qualche eccezione, non avrebbe più neppure sentito il bisogno di acquistare i loro dischi.