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Alan Sorrenti : Come un vecchio incensiere... (1973)

Alan Sorrenti
UN GIOIELLO MANCATO PER COLPA DELLA FRETTA, O PERCHE' L'ISPIRAZIONE ERA FINITA?

Se  è vero che definiamo ‘capolavoro’ il picco espressivo della carriera di un artista, allora è impossibile che ce ne siano due”, mi disse una volta un amico parlando di Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto: secondo album di Alan Sorrenti, e successivo al folgorante Aria
E in effetti non aveva tutti i torti perché, sin da quando uscì nella primavera del 1973, nessuno potè esimersi dal paragonarlo con il suo illustre predecessore

Invero nulla di strano: la storia del rock pullula di conflitti simili: È meglio Dark Side Of The Moon o Wish You Were Here? Rubber Soul o Revolver? Led Zeppelin III o IV? The Doors o Strange Days? Storia di un minuto o Per un amico?  

Sono confronti praticamente obbligatori quando lo stile del lavoro successivo non si discosta molto da quello precedente e, nel caso specifico di Alan Sorrenti, quando ci si trova davanti agli unici due lavori d’avanguardia della sua produzione, e per giunta molto simili tra loro: entrambi di pop sperimentale, stessa discografica, la Emi-Harvest, stesso produttore, identici nella struttura formale (una suite da un lato e canzoni dall’altro) ed ambedue supportati da ospiti prestigiosi

Di norma, bisogna riconoscere che in questi scontri generazionali sono quasi sempre i figli a vincere, poiché per un naturale processo evolutivo, l’artista affida loro la propria crescita, ma non è sempre così. 
Il match può anche finire in parità se l'ispirazione è incontenibile in un solo Lp, oppure vince il padre, ma quello è un brutto segno
AriaE infatti lo fu per l’Incensiere che (scusate la battuta) venne mandato “a gambe all’Aria” dal 'genitore', costringendo l’autore a un repentino esame di coscienza

Del resto, va anche detto che non è mai facile bissare un capolavoro, anzi: credo sia una delle imprese più ardue per un musicista, anche se a volte, con un po’ di pazienza e molto impegno, si può persino fare di meglio (vedi appunto i Floyd con Wish You Were Here)
Ad Alan però, reduce da un botto di vendite ed elogi che lo portarono ad essere aprezzato persino dall’ala più oltranzista del Movimento, non fu lasciato il tempo materiale di smaltire la sbornia
Catapultato in tutta fretta agli Island Studios di Londra, non solo gli fu sostanzialmente imposto un sequel del suo capolavoro, ma credo gli fu fatta anche una certa pressione, come spesso capita in questi frangenti. 

Di fatto, era evidente che la Harvest avesse investito molto sul personaggio Sorrenti, e non a caso, questa volta gli mise a disposizione una pletora di turnisti selezionatissimi. Forse anche troppi al punto di relegare spesso la personalità di Alan in secondo piano:   Francis Monkman, all’epoca nei Curved Air (poi con gli Sky di John Williams), David Jackson dei Van Der Graaf, il famoso jazzista Ron Mathewson, la violinista d’avanguardia Talia Marcus, collaboratrice di Van Morrison, Pavarotti, La Monte Young, Ornette Coleman e di un’altra marea di artisti (suo il violino in “Ufficiale e Gentiluomo”), e il fido Toni Esposito alle percussioni. 

Ne risultò infine non dico un clone di Aria, ma poco ci manca, almeno per quanto riguarda la suite: magistralmente introdotta dalla lunga parte strumentale, ma alfine sfociata in una litania greve, monocorde, per non dire forzata.

Alan SorrentiSuperbe invece invece L’Angelo, A te che dormi per sola voce e chitarra, e soprattutto Serenesse, frutto di uno dei momenti più ispirati del cantautore italo-gallese, ma non bastò. E alla resa dei conti, l’Incensiere non restituì neppure lontanamente quella rinnovata magia che tutti si aspettavano.
"Tutti" incluso la Harvest che probabilmente consigliò ad Alan di frequentare più assiduamente l'ambiente funk americano. Cosa che lui fece immediatamente.

In più, c’è da considerare che tra il 72 e il 73, una larga fetta di pubblico, così come l’intero Movimento, erano profondamente cambiati. Il pragmatismo politico aveva preso il posto della sognante epopea dell’Underground, e probabilmente fu anche per quello che il ricalcare gli stessi stilemi dell’anno precedente fu sostanzialmente un azzardo.  
Non a caso, in merito alla suite, Enzo Caffarelli sul Ciao 2001, parlò espressamente di "sensazioni prive di aggancio con la realtà".

Morale: malgrado almeno un terzo del disco fosse più che accettabile - per non dire bello - la platea pop cominciò a disaffezionarsi a Sorrenti, e lui si ritirò in America adducendo di volta in volta scuse diverse (sono stato strumentalizzato, ho problemi di voce, voglio starmene un po’ tranquillo ecc.). 
Lo ritroveremo nel 74 sulla strada del pop di cassetta, ma forse fu meglio così: sia per il pubblico che evitò di sorbirsi un poco auspicabile Aria n°3, sia per lui che con la sola Dicinteciello Vuje fece probabilmente più indotti che con i primi due album messi insieme.

Alan Sorrenti: Aria (1972)

alan sorrenti aria 1972A distanza di oltre 35 anni dal disco d'esordio, è davvero difficile oggi rendersi conto di quanto fosse innovativo Alan Sorrenti nel 1972.
Eppure a quei tempi, e per almeno due anni consecutivi, il cantante italo-gallese (classe 1950, nato a Napoli) non scese a compromessi con nessuno inventandosi uno stile canoro personalissimo ed emotivamente psichedelico.

E' stato certamente abilissimo anche dopo il secondo album, ma molto più nel vendersi che nel cesellare situazioni inedite: probabilmente, Sorrenti aveva capito prima di molti altri che il Pop Italiano non sarebbe durato a lungo e comunque, fu evidente sin di tempi di "Dicitenciello vuje" che l'ambiente Prog cominciava a stargli stretto: il movimento lo ricambiò con la stessa diffidenza e lui prese la strada dei "Figli delle Stelle".

"Problemi alla voce", si disse allora. Non credo.

Accadde ad Alan semplicemente quello che accadde a tutti: si chiudeva un'era rivoluzionaria e se ne apriva un'altra di riflusso in cui un'Aria" o un Fetus non sarebbero stati più capiti e certamente, non attendibili commercialmente.

Le case discografiche diventavano sempre meno sensibili all'innovazione e ciascun artista d'avanguardia doveva scegliere come reagire al crollo dei Festival Pop.
Ciascuno quindi prese le sue decisioni. In molti casi pagandone le conseguenze dal punto di vista della conflittualità alternativa.

alan sorrenti aria 02Aria però fu una vera ventata d'aria fresca e, ancora prima di far capolino sugli scaffali dei negozi, aveva attirato l'attenzione di pressocchè tutta la critica nazionale:
"Tutto ad un tratto sono entrato nel mondo di Alan, ne ho avvertito il canto dolce, il pianto amaro delle ironie, delle favole moderne che ci riportano ai lontani e preziosi simbolismi, tutta la strana e suadente comunicativa universale, la sete esistenziale."
Così scrisse Marco Ferranti sul Ciao 2001 del 27/8/1972.

Ma, oltre alla musica di cui parleremo tra poco, il "caso Sorrenti" esplose sicuramente anche in virtù delle sue scioccanti performances in cui la voce assurgeva a ruolo di strumento: cosa che non aveva paragoni in Italia se non per qualche spruzzata di Claudio Rocchi.
Demetrio doveva ancora arrivare.

Il pubblico era letteralmente frastornato e, per qualche anno, la suadente voce del nostro fu allo stesso tempo il suo piatto forte e anche il suo carnefice: non sempre Alan venne capito e questo lo portò in fretta ad abbandonare il mondo della sperimentazione.

Prodotto da Corrado Bacchelli e Bruno Tibaldi e registrato agli Europa Sonor di Parigi, ai Sonic Studios di Roma e agli Seed Studios di Vallauris sulla Costa Azzurra con musicisti del calibro di Jean Luc Ponty, Albert Prince e Tony Esposito al meglio della sua capacità di improvvisazione, Aria si divide in due momenti distinti: una lunga suite psichedelica che occupa tutti i venti minuti del primo lato e tre canzoni di media durata sulla facciata opposta che ci presentano il lato più cantautorale dell'artista.

alan sorrenti aria 03Il capolavoro, va da sé, è la title track la cui tensione melodica dura dall'inizio alla fine della suite.
L'aria è ricondotta alla figura di una donna, prima cercata e poi amata dopo una crisi intermedia.
In questo senso, l'amplesso finale è un orgia sonora senza paragoni.
I testi, ermetici e dal sapore esistenzialista, sono supportati da un canto le cui modulazioni sembrano esse stesse far parte della sezione armonica.

La magia della voce non è semplicemente limitata alla sua notevole estensione, ma anche allo straordinario dell'uso delle accentuazioni che evocano di volta in volta situazioni cosmiche in stile Canterbury o declamazioni stridenti che riportano l'ascoltatore ad una sorta di materialismo timbrico.
Le musiche sono arrangiate in modo tale da lasciare al canto il massimo spazio possibile: improvvisando per la maggior parte, ma contrappuntando anche con precisione i vocalizzi melodici.

Presuntuoso per molti, ma sicuramente geniale, l'album di Aria lasciò tuttavia anche spazio ad ambienti più accessibili come la ballata folk "Vorrei Incontrarti" (che si chiude con un incantatorio vocalizzo che parve quasi un omaggio al Tim Buckley di "Starsailor" - anche se Sorrenti fu molto più soave del lisergico Buckley) e la dolce "Un fiume tranquillo" dove la tromba di Andrè Lajdli ricama note preziose su una voce che sembra ispirata dal miglior Peter Hammill.
Curiosa anche la piccola ghost-track del finale che da un ulteriore tocco di innovatività ad un disco già di per se unico nel nostro panorama italiano.

Straordinario innovatore del canto napoletano, modulando sino allo stordimento vocali che diventavano esse stesse "ragione d'essere" della melodia, Sorrenti lasciò sicuramente un segno indelebile nella musica italiana e qualunque giudizio sul suo periodo più commerciale, non svilirà mai una singola nota di questo suo straordinario capolavoro.

Un talento bruciato forse troppo presto dalle suadenti lusinghe del mercato.
Tanto meglio per Alan e tanto peggio per noi.