Ivan Graziani: I lupi (1977)
CIRCONDATO E CORTEGGIATO DALL'AMBIENTE PROG, MA SENZA MAI FARNE PARTE.
Ivan Graziani nasce a Teramo il 6 ottobre 1945. Sin da tenera età si diletta con la batteria ma coltiva soprattutto la passione per il disegno. Le cose però cambiano radicalmente quando comincia a strimpellare una chitarra lasciata in giro per casa dal fratello maggiore. Da quel momento in poi, quello diventerà il suo unico e inseparabile strumento.
Inizia a suonare con l’amico Gianni, pianista e figlio del fiatista dei Modernists Nino Dale, poi entra negli stessi Modernists (allora molto popolari in Abuzzo), e una volta trasferitosi a Urbino per proseguire gli studi grafici, fonda insieme al batterista Velio Gualazzi e al bassista Walter Monacchi il trio Ivan & i Saggi col quale si esibirà all’Altro Mondo di Rimini e al Davoli Beat del 67.
Convertito il nome della band in Anonima Sound Ltd sarà poi protagonista di quattro singoli tra il 67 e il 70 tra cui la celebre Parla Tu, e di due aparizioni al Cantagiro nel 67 e nel 69.
Per inciso, su consiglio di Mogol, il gruppo inciderà anche una splendida versione di “Non credere”, poi portata al successo da Mina, ma chissà perché, senza mai pubblicarla.
La chiamata alla leva corrisponde per Ivan al congedo dall’Anonima Sound, fatta salva una fugace apparizione come bassista nel loro unico album Red Tape Machine del 1970, dopodiché, la sua costante frequentazione dell’ambiente milanese lo porterà a farsi gradualmente notare nel giro che conta: suoi ad esempio gli arrangiamenti dell’album Dedicato a Giovanna G. di Hunka Munka, di Megalopolis di Herbert Pagani, e sue le chitarre in Our Dear Angel di Marva Jean Marrow.
Nel 1972, dopo il matrimonio con Anna, si trasferisce definitivamente nella metropoli lombarda dove tra l’altro diventa socio di un locale con musica da vivo a Brera, il quartiere degli artisti. E con la nuova residenza, arrivano anche i suoi primi singoli da solista: Drop Out del 1972 a nome Rockleberry Roll e Longer Is The Beach del 1973, come Ivan & The Transport, pubblicato solo in edizione juke box. Accanto a loro, gli album Desperation (a nome Rockleberry Roll con la collaborazione di Nunzio Favia degli Osage Tribe), La città che io vorrei (1973) e nel 1974, anno della sua prima apparizione al Premio Tenco, un curioso Lp per la Dig It/ Ariston, Tatotomaso's Guitars Vol 1, dedicato alla nascita del figlio Tommaso, e stampato in tiratura limitatissima. Invero, tutta questa messe discografica rimarrà materiale di nicchia, ma il talento autodidatta dell’ormai trentenne teramano non lascia più indifferente nessuno: né la PFM che nel 1975 lo corteggia come cantante-chitarrista, né i Flora Fauna e Cemento con i quali collabora assiduamente, né tantomeno Lucio Battisti che da un lato lo vuole con sé per La batteria, il contrabbasso eccetera (1976) e dall’altro gli mette a disposizione tutti i suoi turnisti per il suo primo Lp con la Numero Uno, Ballata per quattro stagioni.
I risultati sono modesti ma convincenti quanto basta per attirare l’attenzione di Antonello Venditti che, fresco del successo di Lilly, non solo lo recluterà per il suo Ullàlla, ma gli diventerà amico al punto di aprirgli le porte dell’ambiente capitolino, nonchè di arrangiare e coprodurre quello che insieme a Pigro del 1978, verrà definito uno degli evergreen della discografia di Ivan, I Lupi. Forse non il suo l’abum migliore, ma sicuramente il primo in cui rivelerà la sua dimensione più autentica. Pubblicato nel 77 e registrato in tre studi diversi (Il Mulino, Regson e Rca), I Lupi consterà di otto brani tra cui la struggente Lugano Addio: una canzone inizialmente considerata gregaria, poi in Hit Parade.
Per il resto, esattamente da pittore qual’era, Ivan affresca paesaggi e personaggi di provincia immersi in pruriginosi chiaroscuri noir, ritrae con ironia soggetti e sentimenti sospesi tra innocenza e malizia, e inanella parole e immagini come se stesse componendo un fumetto. Il tutto impaginato in chiave rock grazie soprattutto alla straordinaria disinvoltura delle sue chitarre.
Un talento strumentale puro insomma, destinato a mietere ulteriori consensi negli anni successivi, ma il cui unico limite fu, a mio avviso, quell’inconsapevolezza che a differenza di molti suoi colleghi non gli permise mai di superare il suo basico provincialismo: caratteristica credo conferitagli dal suo disinteresse per la politica, e dalla frequentazione di circuiti non certamente progressisti. Ciò al punto di irridere i Festival Pop e di produrre testi spesso ben oltre il limite dell’ingenuità.
Nel 1977 però la Controcultura era finita, il nonsense era stato sdoganato dal Movimento del 77 e dal sottoproletariato giovanile. L'indifferenza ideologica se non addirittura il nichilismo entravano a far parte del gioco, e I lupi fu sicuramente un prodotto di questo contesto storico.
