Silvano Chimenti: Droga (1972)
DROGHE E VISIONI PSICHEDELICHE DEL TEMPO CHE FU
Il chitarrista Silvano Chimenti nasce a Taranto nel 1947 .
A 20 anni, inizia la sua carriera nel gruppo beat The Planets (un 33 al loro attivo) per poi comparire nei Gres e più brevemente nei Pataxo and the Others.
Divenuto successivamente un'icona della musica italiana grazie a prestigiose collaborazioni (Modugno, Baglioni, De Andrè, Morricone, Dario Argento e il "senatore del jazz" Oscar Valdambrini), si inserisce vrso la fine del 71 in un progetto della "Roman Records" che vorrebbe restituire in musica quelli che vengono reputati "i grandi problemi dell'uomo".
A Chimenti viene affidata la Droga, mentre altri suoi colleghi si occuperanno di Lavoro, Spazio, Traffico, Nevrosi e via dicendo.
Essendo tuttavia un progetto nato esclusivamente per rimpolpare le alterne finanze della RR, (che poi, secondo lo stesso Chimenti, non fu affatto generosa con i suoi collaboratori), il risultato finale fu più commerciale che conflittuale: quanto basta però, per fare entrare questo disco nella leggenda.
Di fatto alcuni lo considerano addirittura "il primo album prog italiano", anche se sarebbe meglio definirlo "psichedelico", "tardo beat" o, più malignamente, un "esercizio di stile". Molto ben curato, ma sempre tale.
Non stupisce dunque che il disco restituisca in maniera assai paternalistica quelli che potevano essere tutti i vari aspetti dei "trip" più gettonati del tempo che fu:: maria, fumo, lisergici, funghi, anfetamine.
Si parte dunque con il primo brano "Aromi esotici" che evoca le erbe più cordiali, quelle dei "freak", per intenderci: lunghi viaggi comunitari in cerchio (o in salotto) in cui ci si scambiava il joint fino all'ultimo tiro, poi ci si faceva una marea di paranoie, e si finiva spesso in stato letargico. "Essenze e vapori" e "Contrazioni" sono invece più dinamiche: richiamano quella tossicologia più raffinata e lisergica che ti portava a ballare come un invasato, pensare che tutto il mondo fosse "amico", e volare col corpo e l'anima verso una Woodstock mai vista.
"Colori, Illusioni" poi, è la giusta trasposizione delle due precedenti, ma in chiave più casereccia: da Piper o da locale tardo-esistenzialista ben celebrato dai mitici versi della Formula Tre: "la luce rossa, la luce gialla, diventi bella sempre di più".
In "Conflitti" si presume che Chimenti voglia esplorare i sentimenti più oscuri del "viaggio" sino a toccarne i lati meno piacevoli: paranoia, incertezza, paura. Il tutto, celebrato da un assolo percussivo veramente teso che, sfocia in un sanguigno T-Bar Blues. Con "La via della droga" tornano prepotentemente i profumi Indiani: quasi a sottolineare che tutte le velleità psicotrope dovessero per forza provenire da là. Ovviamente non era vero ma, dopo i Beatles, l'India diventò davvero un punto cardine dell'immaginazione mistica collettiva.
Infine, dopo averci ricordato i sapori più acidi ("Evanescenze"), l'album si commiata con una tenera citazione della psichedelia più cosmica e sognante ("Visioni").
Del resto, era il 1972: l'eroina e la cocaina dovevano ancora invadere i mercati, o comunque erano patrimonio di pochi eletti. Per cui la gestione delle droghe leggere e soprattutto degli acidi era forse il problema maggiore di una generazione che non ne aveva ancora preso piena coscienza. Tant'è che non furono in pochi a compromettersi il sistema nervoso o, nel peggiore dei casi, finire come Janis, Jim e Jimi.
Certo: a veder le porcherie che circolano oggi, questa celebrazione in musica delle droghe fa quasi tenerezza, ma resta comunque uno splendido spaccato di come, per viaggiare in quegli anni, bastassero una canna, un fungo o al limite una micropunta: magari assunte consapevolmente, in compagnia e al momento giusto.
La televisione, i Bingo, le macchinette mangiasoldi, i gratta e vinci, il fanatismo, le religioni e le arrmi, a mio avviso, hanno fatto danni ben peggiori.
