AUTONOMI, AUTONOMIE e il sogno di una galassia fragile.

Autonomia e concerti rock
Chi ama il Rock Progressivo Italiano anni Settanta, e più in generale la storia di quel periodo, avrà sicuramente sentito parlare di autonomi: gli autonomi provocano incidenti, interrompono un concerto, sfondano vetrine, manomettono, sparano, eccetera. 
 

Una categoria demonizzata da tutto e da tutti insomma, vessata sia dalla stampa borghese che da quella riformista, odiati dal PCI e dai sindacati, ma che in realtà fu soltanto l'inevitabile deriva di una battaglia democratica iniziata dopo la ricostruzione. Quando i lavoratori reclamarono i loro diritti, e lo Stato rispose loro con le bombe. 

 Ma chi erano questi “autonomi” e cos'era mai l'autonomia

 Col beneficio della sintesi potremmo rispondere che, ancora prima di conclamarsi tra il 1976 e il 1977 col nome di Autonomia Operaia Organizzata (abbreviato A.O.O. con tutte le iniziali maiuscole), l'autonomia fu materialmente una galassia in cui, a partire dalla fine dei gruppi extraparlamentari (1974 ca.), confluirono tutte le realtà a sinistra del Pci. Ma prima ancora, fu soprattutto un ideale, un obiettivo.

Un progetto politico-associativo che, a partire dalla critica ai processi di produzione e di distribuzione del capitale, si propose di affrancare la lotta di classe dalle forme di rappresentanza tradizionale (partito e sindacato) e, parallelamente, di estenderne i valori sociali ad ogni livello del vissuto nell'auspicio di instaurare una società più sana e autenticamente democratica

Autonomia operaia e rock
Foto: Uliano Lucas
Idee chiare quindi, basate su solidi principi terzinternazionalisti, inizialmente ben incarnate dagli intellettuali e dai primi "gruppi" nati alla fine anni Sessanta (principalmente Lotta Continua e Potere Operaio, ma anche Avanguardia Operaia, MLS, i GAP di Feltrinelli ecc), ma la cui stabilità fisica e ideologica fu messa sempre a dura prova. Da un lato dalla continua escalation della strategia delle tensione, e dall'altro dalle infinite sfaccettature dell'eterodossia comunista. Un talent quest'ultimo che fece dell'autonomia un sistema aperto e vitale (“un insieme di tribù”, disse qualcuno), ma anche terribilmente fragile


 Motivi di destabilizzazione furono ad esempio la Strage di Stato del 1969 che accese il dibattito sulla lotta armata; la diaspora degli intellettuali successiva alla morte di Feltrinelli (1973), che spianò la strada ad improvvisazioni teoriche non sempre condivise (la cosiddetta “cultura fai da te”); l'apertura alle situazioni anarco-libertarie (1973-1976) che rivelò spietatamente molte incompatibilità tra le varie realtà operative, e non ultimo, la radicale mutazione della classe operaia e dell'intero sistema produttivo. La prima che passò da una generazione fedele all'ideologia del lavoro, a una sfruttata, infofferente e poco istruita, e il secondo che abbandonò la sua connotazione industriale per entrare nell'era dell'informatica e dei servizi


Così quando tra il 73 e il 75 la crisi dei gruppi extraparlamentari sancì il passaggio da una prima fase di lotte imperniata sulla centralità operaia, a una seconda in cui tutto il contropotere avrebbe dovuto, connettersi, organizzarsi e fare breccia nella cultura di massa (l'Autonomia Operaia Organizzata, appunto), qualcosa non funzionò. 

rock e politica
La costellazione autonoma si rivelò troppo fitta e diversificata per essere ricondotta a un movimento organico, l'agognata distruzione di ogni diaframma ideologico restò sulla carta, e già poco dopo il Festival del Parco Lambro del 1976, si capì che il tanto temuto “spontaneismo militante” avrebbe vanificato qualsiasi ulteriore tentativo di composizione. 

 È vero che molte delle successive pratiche ascrivibili all'A.O.O. furono tanto eclatanti quanto rivoluzionarie, come il Movimento 77 di Bologna, ma soprattutto in quel caso diedero più l'idea di una fiammata improvvisa o di un atto istintuale che non di un progetto a lungo termine

“Forse”, citando il politologo Toni Negri, “perché l'autonomia fu costretta ad agire ancor prima di aver concepito un progetto unitario”, o forse, aggiungerei, perché la prospettiva di una democrazia che non fosse neoliberismo, repressione e riflusso si stava drammaticamente assottigliando. E dopo vent'anni di lotte in cui si erano giocate tutte le carte possibili, era rimasto ben poco da fare.

 

 E queste erano le premesse. 
 La prossima volta vedremo in che modo le pratiche e i concetti espressi dall'Autonomia influirono (nel bene e nel male) sul Prog e sul Rock italiano, modificandone certi aspetti, introducendo tematiche del tutto nuove, e in certi casi, cambiando completamente l'approccio al modo di produrre e distribuire la musica. Buona lettura.

Battiato: Fetus (1972)

battiato fetus 1972Quando Francesco Battiato arrivò da Jonia a Milano nel 1965 con molte idee e pochi soldi, non era il distinto e posato signore che abbiamo conosciuto negli anni successivi, anzi, il perfetto contrario.
 Possedeva innanzitutto una determinazione fuori dal comune che lo portò non solo a superare le difficoltà di qualunque emigrato dell'epoca, ma a sopravvivere nel cinico mondo della musica leggera ed affermarsi come una delle principali realtà dell'avanguardia Italiana.

La prima fase di sostentamento si risolse già nel 1965 con la pubblicazione di due flexi disc per la NET (retribuzione: diecimila lire a disco) e nella costituzione del duo "Gli ambulanti" in coppia col pianista e compaesano Gregorio Alicata per cantare canzoni di protesta davanti alle scuole

Lo step successivo fu quando i due vennero notati da Giorgio Gaber che fece fare loro un provino. La cosa però non funzionò, e Battiato scelse di proseguire da solo senza Alicata, visto che nel frattempo Gaber gli aveva procurato un contratto con la discografica Jolly.
  Arrivano così altri due singoli ("La Torre" e "Triste come me", 1967) e infine il prestigioso passaggio alla Philips con la quale inciderà ben tre 45 giri tra il 1969 e il 1970: tutti di stampo romantico e tutti di un certo successo (si dice fossero quattro, ma l'ultimo non venne pubblicato), ma a
un certo punto qualcosa non va.

battiato fetus 02

Siamo al principio del 1971 e Battiato capisce che i tempi sono maturi per osare di più. Lui è un grande appassionato di biologia, esoterismo, letteratura tedesca e musica elettronica, e la fase romantica comincia a stargli stretta. Anzi, talmente stretta che più di una volta l'avrebbe rinnegata nel corso della sua carriera. Voleva invece "trovare una musica che fosse il corrispettivo letterario di ciò che lo interessava" e si diede da fare.

Si chiuse in un mutismo radicale rinunciando a molte serate e alle lusinghe delle majors, e iniziò a cambiare completamente frequentazioni avvicinandosi sempre di più al fervido ambiente dell'avanguardia milanese.
Intorno al 1970 si dota di un modernissimo sintetizzatore VCS3 e decide che da ora in poi inciderà qualcosa solo se ne avrà il pieno controllo.
Per realizzare i suoi piani, bussa alle porte della neonata etichetta Bla Bla di Pino Massara e lui lo accoglie a braccia aperte.
Risultato: il suo primo trentatrè giri "Fetus", concepito
nel 1971, registrato alla Sala Regson di Milano (la stessa di Celentano e Mina) e pubblicato nei primi mesi del 1972. 

battiato fetus 03battiato fetus 04Che Battiato abbia intenzione di scioccare, lo si capisce sin dalla celebre cover dell'A.l.s.a di Gianni Sassi raffigurante un feto maschile (presumibilmente morto), dall'esplicita foto pop al suo interno e dalla quarta di copertina che ritrae il nostro in una personalissima tenuta spaziale.

Concettualmente, il disco guida l'ascoltatore nel processo della genesi umana dal suo concepimento sino alla nascita, e musicalmente si rivela una novità assoluta per l'Italia: un misto tra elettronica e Bach, tra Oriente e Occidente, tra cantilene infantili e voci spaziali, tra melodia e rumoristica.
Ingenuità e aggressività si mescolano in un insieme omogeneo ed incalzante in cui Battiato sembra voler mettere a punto tutte le linee della sua filosofia artistica.


  Nell'incedere dell'ascolto non si trova nulla di scontato ed ogni nuovo movimento è una scoperta musicale e strumentale (con lui suonano sei musicisti) sempre funzionale al racconto. 
Si parte dalla descrizione del concepimento vista dalla parte del nascituro ("Non ero ancora nato che già sentivo il cuore […] M'incamminavo adagio per il corpo umano. Giù per le vene, verso il mio destino") per arrivare attraverso i vari processi biologici ("Cariocinesi", "Energia" "Mutazione" ecc…) alla luce della vita.

Dove non permeata da formule e citazioni scientifiche ("Fenomenologia"), la poetica di "Fetus" rivela una "pietas" straordinaria e una coscienza artistica che, pur se non ancora perfettamente sviluppata, è ormai solidamente parte di colui che diventerà uno dei più innovativi artisti del nostro secolo.

A dispetto di qualche polemica occasionale (la foto di copertina fu tra i bersagli favoriti della stampa borghese), "Fetus" otterrà un riscontro notevole che venne ulteriormente rafforzato da un 45 promozionale ("Energia" / "Una cellula") e da incessanti apparizioni dal vivo ai principali Festival Pop di cui fu sempre graditissimo ospite.

Il suo interesse all'Underground e alla Controcultura verrà favorevolmente ricambiato e, al di là di trascurabili contraddittori, porterà il ragazzo di Jonia ad una considerazione sempre più alta.
In questo senso, Fetus è da considerarsi tra i migliori album dell'avanguardia Italiana.

Ne esiste anche una versione in inglese mai pubblicata ufficialmente, ma infinitamente meno incisiva di quella originale.

FRANCO BATTIATO - Discografia 1972 - 1975:
1972: FETUS
1972/73: LA CONVENZIONE - PARANOIA (45 giri)
1973: POLLUTION
1973: SULLE CORDE DI ARIES
1974: CLIC
1975: M.ELLE LE GLADIATOR

Battiato: Autografo in Vetraplatz (1979 / 1980?)

 Ho ricordi un pò confusi riguardo a quel momento.

Era sicuramente in Piazza Vetra a Milano, e c'era un concerto di Sun Ra. O forse di Enrico Rava.

 Io riconobbi Battiato e gli chesi un autografo. 

Io ero piccolo, magrissimo e con un lungo codino giallo. Lui, un metro e novanta.

Lontano nei dischi i Krisma cantavano "Vetra Vetra, Vetra, Platz..."

Autografo Battiato


1981 - Battiato, supporter Garbo. - Genova - Parco dell'Acquasola. Io c'ero.

 Ho invece un ricordo nitido di quella sera. Tutta Genova che si riuniva in quello spazietto nel Parco dell'Acquasola, dove il Comune organizzava dei conceti gratuiti. Ripeto: "gratis" che per un genovese non è poco, ma neanche per noi giovani sedicenni squattrinati,

E difatti eccoci tutti lì. Io l'Ezio, il Danilo, l'Eliana, la Cristina , la Floriana e forse il Lele alla corte di 'sto tizio che stava rapinando le classifiche con un brano apparentemente etereo, Bandiera Biamca, ma che in realtà era già entrato nel Dna di una generazione.

Apre la serata un tipo strano, Garbo. Uno che da un trespolo modello Russia costruttivista anni Trenta declina cose mai sentite. "Il passato non esiste, è già oggi. Il futuro non esiste, non c'è ancora, Il presente non esiste, nel momento in cui lo pensiamo è già passato. Ma allora... che giorno è?" 

E poi ci suona due pezzi da panico "A Berlino va bene" e "On the Radio" e io mi innamoro.

Poco conta se  quando all'ennesimo "... a Berlino che giorno è",  l'Eliana rispose con un sonoro "e chi se ne frega!"...  penso ne avesse diritto. 

Poi arrivò Battiato .... "pieni gli alberghi a Genova, nell'aria della sera" e la folla fu ai suoi piedi. Noi inclusi. Io in particolare ero talmente invasato che ero saltato in piedi sulla sedia e ballavo come un pazzo. Felice come un gatto, sorridente e davvero al massimo della mia gioia.  E tutti noi della mia compagnia eravamo così. Felici, incoscienti, liberi, puri.

Grazie Dani per avermi ricordato quel momento, che comunque non ho mai dimenticato.


Franco Battiato

Battiato: pubblicità divani Busnelli (1971)

 

Franco Battiato 1971

 Studente di medicina con la passione della pittura, nel 1963 fonda il primo studio l'Al.Sa, Albergoni-Sassi, rispettivamente art director e copywriter e trasformatosi in seguito in agenzia e soci di una tipografia. La struttura si configura come una sorta di factory warholiana in cui trovano spazio intellettuali e artisti di ogni genere. L'intento di Al.Sa è quello di spaziare, colpire l'attenzione in modo inusuale inducendo alla riflessione.

«La nostra firma era non tanto mettere in evidenza le qualità del prodotto, ma utilizzare un gioco che a volte era sofisticato, a volte era violento, a volte era ironico, a volte scherzoso, ma mai di immediata intelligibilità: un esempio è il manifesto del divano Busnelli».
 

Grazie a un gioco che al contempo maschera e svela, Sassi si serve della semplice pubblicità di un divano per convogliare l'attenzione non solo sul prodotto ma sull'operazione in sé.
Sul divano fa sedere Battiato che indossa un paio di pantaloni a stelle e strisce (prestati da Claudio Rocchi), degli stivaloni neri e una maglia nera e rosa. La faccia è ricoperta con pittura bianca, pastosa, che tende a screpolarsi trasformando il volto in una sorta di maschera


Siamo nel 1971; racconta Battiato stesso: «Avevo un gruppo (gli Osage Tribe) e in scena ci dipingevamo la faccia di bianco. Un giorno Gianni mi ha chiesto se poteva farmi delle foto... Ha voluto che mi truccassi come quando salivo sul palco ma, sotto le luci, il make up si è seccato creando delle inquietanti crepe sul viso».
A condire il tutto c'è lo slogan: "Che c'è da guardare? Non avete mai visto un divano?"
I manifesti invadono tutta Milano e l'immagine di quello strano personaggio diventa popolare.

(dal sito www.urlodelsole.it) 


... e poi c'è la storia della famosa pubblicità del divano. Ma lui le aveva detto che avrebbe utilizzato quella foto?


“No. Busnelli, il padrone dell'azienda di divani, gli tolse la commissione. Arrivarono migliaia di lettere di protesta. La cosa andò così: Sassi mi disse che voleva fare un servizio fotografico, nel suo stile provocatorio, al gruppo con cui suonavo allora, gli Osage Tribe. Avevo degli orrendi pantaloni con la bandiera americana che mi aveva regalato Claudio Rocchi (grande musicista e cantautore, recentemente scomparso, ndr), degli occhiali, un paio di stivali e in faccia e sulle mani avevo messo del cemento che, sotto i riflettori, iniziò a creparsi. Mi fece sedere su un divano ma io non avevo proprio idea che volesse usare quella foto per fare la campagna pubblicitaria dei divani Busnelli. 

Fu una campagna massiccia: quella foto era ovunque. Quando la vidi mi arrabbiai, c'era questa foto con la scritta: 'Che c'è da guardare? Non avete mai visto un divano?'. In quel periodo andai a fare la visita militare. Mentre aspettavamo c'era uno che sfogliava una rivista. A un certo punto si ferma alla pagina dove c'era la pubblicità del divano e dice: 'Ma guarda un po' questo trans!'. E io: 'Ma no, è solo un trucco pubblicitario'. Non mi riconobbe nessuno. Non era facile del resto, per fortuna”.

(grazie a Repubblica.it)

Battiato: Palalido, Milano 2 febbraio 1982

 

Franco Battiato

Palalido, Milano - 2 Febbraio 1982

Supporter: Giuni Russo.

Non ci andai causa bestiale influenza. Di quelle che quando ti beccano a Febbraio e a Milano (stress + smog + menate varie) ti stendono per settimane.

Chi ci è stato, mi ha riferito che il concerto fu eccellente e che in particolare Giuni Russo spaccò i timpani a tutti.

Se magari qualcuno  potesse confermare...

Osage Tribe: Arrow Head (1972)

Osage tribeFormato nel 1971 da Franco Battiato, il trio genovese degli "Osage Tribe" (dal nome di una tribù pellerossa delle Grandi Pianure) ebbeuna vita brevissima ma intensa e ricca di soddisfazioni.
Praticamente neonati, vennero introdotti dallo stesso Battiato alla discografica Bla Bla e riuscirono a piazzare il loro primo 45 giri "Un falco nel cielo" in Rai quale sigla della trasmissione televisiva "Chissà chi lo sa?".

Reduci dal successo ottenuto, ne stamparono anche una versione in inglese col titolo di "
Prehistoric Sound".

Pur essendo il singolo d'esordio piuttosto commerciale e di marcato stampo freak, il gruppo entrò a pieno diritto nell'area progressive facendosi notare con una nutrita serie di concerti dal vivo. 

In quell'ambito, non solo fecero emergere le loro autorevoli abilità tecniche, ma proposero un particolare sound estremamente duro e innovativo, che avrebbero trasferito l'anno successivo sul loro primo lavoro a 33 giri: "Arrow Head", ritenuto dal critico e collezionista Paolo Barotto "una pietra miliare del pop italiano".

In effetti Barotto non ha tutti i torti e anche se il disco parte in sordina con una canzone ("Hajehanhowa", scritta in collaborazione con Battiato) che sembra ricalcare le atmosfere di "Un falco nel cielo".
 
osage tribe un falco nel cielo
Tuttavia, già in quei primi nove minuti si possono ravvisare delle particolari novità inedite per l'Italia, quali un piccolo "rap" tribale inserito a mò di esorcismo all'interno del brano.
A questo punto l'ascoltatore attento ha già drizzato le orecchie.
Di fatto, i successivi 5 minuti di "Arrow Head" sono da far impallidire il Rovescio della Medaglia e la PFM messi insieme… e non è uno scherzo.

Accadde realmente che al concerto del gruppo al Teatro Massimo di Milano, diversi componenti della Premiata rimasero ammutoliti dalla potenza del terzetto.
La title-track dell'album è effettivamente un rock vulcanico senza sosta in cui i tre strumenti (chitarra basso e batteria) sembrano fondersi in un solo kernel potente e aggressivo, supportato da rari ma incisivi interventi di voce precisa e asciutta.
Raramente in Italia si era sentito un dinamismo del genere, coadiuvato da tanto stile.
E le sorprese non sono finite.

La terza traccia, l'articolatissima "Cerchio di luce" vede comparire, quasi come impiantati in un strampalata forma canzone, dei poderosi innesti jazz che fugano ogni dubbio sull'abilità del trio Genovese.
 
I passaggi del bassista Bob Callero si alternano tra swing, rock e assoli mozzafiato, la batteria di Nunzio "Cucciolo" Favia viaggia incessantemente tra accompagnamento e contrappunto melodico. Marco Zoccheddu, autore di tutte le canzoni, si destreggia qui con nonchalance tra piano e chitarra, dimostrando le sue eccellenti doti di polistrumentista.
Il tono del disco non cala minimamente in "Soffici bianchi veli" che parte in quarta a mò di Rock sincopato tra atmosfere Zeppeliniane e un bel po’ di Grand Funk Railroad, senza però mai perdere di vista quel gusto di trasgressione mediterranea che era tipico del miglior pop Italiano.

Chiude l'album l'eccellente "Orizzonti senza fine" in cui le citazioni Hendrixiane si innestano con grande gusto in una struttura articolata e mista che rende il brano molto difficile da ascoltare, ma assolutamente personale.
Caso a sé del panorama Italiano, gli Osage Tribe si riformarono per breve tempo dopo un primo scioglimento dovuto all'insuccesso commerciale dell'album.

Posta fine all'esperienza di gruppo, tutti i musicisti del trio furono giustamente convocati dalle più importanti formazioni Pop dell'epoca dove ebbero modo di pepetrare le loro qualità professionali: Nunzio Favia nei Trip e nei Dik Dik, Callero e Zoccheddu nel Duello Madre e infine il solo Callero nel Volo.
Pur nella sua scarsa conflittualità, "Arrow Head" è sicuramente uno dei migliori album del 1972.

Battiato: La convenzione/Paranoia (45 giri, 1972/73)

Battiato La Convenzione Paranoia

 
Prima dell'uscita di Pollution e poco dopo quella di Fetus, l'iperattivo Franco Battiato da alla luce tra il 1972 e il 1973, un 45 giri per l'etichetta "Bla Bla" destinato a non apparire mai su qualunque album o ristampa degli anni '70 e restando quindi materia per fans e collezionisti.
Dotato di un'eccellente veste grafica con tanto di copertina apribile, testi e persino un pentagramma originale, il singolo contiene due brani (
La convenzione/Paranoia) prodotti dal maestro Vigevanese Giuseppe Previde Massara detto "Pino", e scritti in collaborazione con Sergio Albergoni che  si presenta sotto lo pseudonimo di Frankestein. (su questo punto, vedere i comments a tergo)

Molto più vicini alle tematiche ed allo stile di
Fetus che non all'album successivo, i due pezzi del singolo si pongono a conti fatti come logico passaggio temporale tra le due fasi artistiche dell'artista Siciliano.battiato la convenzione paranoia 02"La convenzione" è per esempio una sorta di boogie-rock che potrebbe essere "tirato" quasi a livelli "metal", ma che in sostanza viene presentato in un bizzarra forma etnico-astrale, laddove il suono di uno scacciapensieri introduce un'orgia di sintetizzatori e percussioni "preparate".

La voce è
incisiva ed incalzante come non mai e le liriche, potenti e scandite, si pongono nel preciso luogo mediano tra il misticismo di Fetus e la concretezza di Pollution: la vita sulla terra è stata rivoluzionata da una non meglio definita "convenzione" che ha costretto molti dei suoi abitanti a riparare su Giove, su Venere, o "sotto il mare".
Un primo monito ecologista quindi, a cui faranno seguito quelli ben più maturi e misurati di
Pollution. La coscienza sociale dell'artista, si sta qui sviluppando in maniera univoca.

battiato la convenzione paranoia 03Con "Paranoia" invece Battiato da l'addio alle visioni acide del movimento freak ("Non trovo più il guru/ Sarà in cielo"): mai più negli anni '70 avrebbe composto una canzone così ironica.
Il tono è marcatamente surreale, ma gli intenti sono smaccatamente orientati ad una dissacrazione dell'underground "
La birra gelata ti fa molto male [...] perchè non bevi dell'acqua con me?".


Sorretta da una languida base blues, la voce inizialmente algida e sorniona ("
offriremo cipolle agli amici") si inacidisce sempre di più fino ad esplodere in un vero e proprio urlo isterico che non si sa quanto sia ironico e quanto profumi invece di premonizione: "romperemo l'asfalto con dei giardini colorati!!!". In altri termini: un sogno è finito. Occorre riportare la musica su un livello sociale e portare la lotta all'interno delle città. La Lucy nel cielo con i suoi diamanti è ormai lontana.

Il sentore generale che si ricava di questo lavoro, è quello di un
artista cosciente e "centrato" con il suo tempo e che soprattutto, non ha nessuna paura nell'interpretarlo e nall'anticiparne i mutamenti: un genio, insomma, anche nelle produzioni più "trasversali".

Franco Battiato
PS: Il 45 giri in oggetto ebbe due versioni: quella di cui abbiamo parlato che fu incisa su label standard di colore verde e un'altra promozionale e completamente diversa pubblicata invece su etichetta arancione e decisamente più rara.
Quest'ultima venne inclusa anche in diverse compilations economiche tra cui "Superissimi - Gli eroi del Juke Box". 

(GRAZIE A UGO PER LA DRITTA, A  MICHELE PER LA FOTO E A STEFANO ABDULQASIM PER LA COLLABORAZIONE)

Ecco le differenze tra le varie versioni:   

1) La Convenzione etichetta verde (1972- min. 3' 10'' ca.''): 
Questa è la versione ufficiale e definitiva e pubblicata su etichetta verde (quella recensita in questo post)

2) La Convenzione etichetta arancio (promo-1972 + CD-2002 - min. 3' 36''): 
Questa è la versione promozionale che differisce da quella commercializzata per alcuni particolari del mixaggio, molto evidenti ad esempio sul "sottovoce" centrale" che include anche la parte iniziale del ponte, nonché per la durata superiore di circa una trentina di secondi. E' la stessa pubblicata come traccia 1 sul CD AAVV: La convenzione - D'autore DA 1008; 2002 

3) La Convenzione (2002- min. 3' 10''): 
Pubblicata sul suddetto Cd, si dice sia stata registrata negli Studi Dr.One di Bergamo nel 1997. 
Molto più che una registrazione, si tratta in realtà di un vero e proprio remake costruito ex-novo sulla voce della versione originale, identica appunto a quella su etichetta verde. Il resto è stato interamente ricreato e riarrangiato con strumentazione anni '90. 

NOTA: La convenzione e Paranoia sono depositati da Franco Battiato (musica) e Battiato e ALbergoni (testi). Siccome però ALbergoni è il proprietario dello pseudonimo Frankenstein, è probabile che i testi siano di Battiato Sassi e ALbergoni ma che gli ultimi due abbiano depositato solo come Albergoni (Frankenstein) perché il primo non era iscritto alla SIAE. Massara non c'entra nulla in questo caso. Invece lo pseudonimo Ed De Joy, ufficialmente di Massara, è stato usato qualche volta da Battiato. (nota di Michele Neri) 
 
FRANCO BATTIATO - Discografia 1972 - 1975:
1972: FETUS
1972/73: LA CONVENZIONE - PARANOIA (45 giri)
1973: POLLUTION
1973: SULLE CORDE DI ARIES
1974: CLIC
1975: M.ELLE LE GLADIATOR

Battiato: "Pollution" (1973)

battiato pollutionNon era infrequente nell'Italia degli anni '70, avere il privilegio di ascoltare il prodotto di un genio e non accorgersene, anzi.
Nel variegato clima politico e controculturale di allora, bastava che l'autore affiancasse al proprio lavoro una qualche sovrastruttura commerciale per alienarsi inconsapevolmente una parte di pubblico e di critica: specie quella movimentista che mal tollerava la giustapposizione di arte e danaro.

 
Questo successe proprio al buon Battiato al principio del 1973, quando il suo secondo album "Pollution" (pubblicato nel novembre del 1972) venne inserito in un'astuta "doppia operazione promozionale" in quel di Bologna.
In sintesi accadde che l'"Al.Sa.", l'azienda di Gianni Sassi, già curatore artistico della discografica dello stesso Battiato, si fece promotrice di una performance multimediale a stampo ecologista (chiamata appunto "Pollution") in Piazza Santo Stefano invitando a suonare lo stesso Battiato.
Franco Battiato 
I costi sarebbero stati sostenuti dallo sponsor (le ceramiche Iris) e dal Comune di Bologna cosicchè sia Sassi che Battiato, si sarebbero portati a casa un bel gruzzoletto (oltre che un bel po’ di pubblicità) ottenuto in parte con denaro pubblico.
 
L'operazione, di per se commercialmente geniale, non venne ben vista dai puristi della controcultura i quali accusarono l'artista di "paraculismo", di essersi "venduto", "servo delle multinazionali" ecc.. ecc...
 
Per fortuna il disco vendette bene consacrando giustamente il Franco nazionale a stella dello sperimentalismo nostrano.

Franco BattiatoPolemiche a parte, "Pollution" è un album eccellente.
Pur nella sua brevità (33 minuti circa), esso si pone come "momento evolutivo" dell'artista il quale supera le visioni oniriche e scioccanti di "Fetus" per approdare ad una composizione più complessa e strutturata.
I frutti della sua ricerca musicale, sospesa tra strumenti classici e materiali concreti, è chiaramente palpabile nella straordinaria varietà di timbriche proposte, laddove ogni singolo suono, ogni provocazione, ogni apertura melodica risultano perfettamente funzionali al contenuto del disco: la complessa "estetica dell'inquinamento".
 La musica è "totale", mai scontata, complessiva, come l'unità che "congiunge grammatica e sintassi" (cit. Battiato).
 
Malgrado la pochezza dinamica dell'incisione (si sa… quelli della Bla Bla non erano delle cime), Battiato riesce a far trasparire da ogni solco un phatos raramente riscontrabile in qualunque suo contemporaneo.

rock progressivo italiano 
Al di là del valore delle singole tracce su cui non sto a dilungarmi, si ha realmente l'impressione di essere guidati dall'artista in una dimensione organica: ogni movimento è perfettamente coerente con il suo vicino, ogni ambientazione vive di vita propria ed è restituita in maniera talmente limpida, da creare infine un solido grattacielo musicale che ci si presenta al termine dell'ascolto, in tutta la sua magnificenza strutturale.

Melodia, rumoristica, rock, musica concreta, cosmica, frammenti classici, sillabazioni, recitativi ed elettronica non si disgiungono nemmeno per un attimo dal senso finale del disco: ammonirci sul pericolo del degrado, dell'inquinamento morale e materiale, della perdita del "se" e dei propri luoghi di riferimento.
E' già forte dunque in Battiato quella spiritualità che, col tempo, diventerà la sua guida interiore di un lungo percorso artistico.
"Pollution" è un album da dieci e lode e solo lo stesso Battiato saprà superare se stesso con "Sulle corde di Aries". E questa capacità di auto-sorpassarsi, ricordiamolo, attiene solo ai geni.


FRANCO BATTIATO - Discografia 1972 - 1975:
1972: FETUS
1972/73: LA CONVENZIONE - PARANOIA (45 giri)
1973: POLLUTION
1973: SULLE CORDE DI ARIES
1974: CLIC
1975: M.ELLE LE GLADIATOR

Battiato: Sulle corde di Aries (1973)

franco battiato sulle corde di aries (1973)Se i primi due albums di Battiato, "Fetus" e "Pollution" (1973), erano sorretti da pulsioni demistificatorie, violentemente sperimentali e giocate su istanze concrete quali la genetica e l'inquinamento, il terzo lavoro "Sulle corde di Aries" (1973), ci presenta un artista più maturo e rilassato.

Il primo indizio arriva dalla musica che passa dalla fase dello "sperimentalismo ad ogni costo" alla notazione vera e propria in cui nel frattempo il musicista si è affinato.
 
Il sintetizzatore, strumento onnipresente in ogni lavoro dell'artista siciliano, cessa di essere utilizzato come esasperato mezzo tecnologico per assurgere a strumento vero e proprio. Un "fine" e non un "mezzo", dunque: attraverso il VCS 3 opportunamente modificato, Battiato arriva finalmente a focalizzare in musica quel desiderio di spiritualità che lo accompagnerà per il resto della sua carriera.

franco battiato sulle corde di aries 1973L'area delle possibilità timbriche di ogni strumento è finalmente delimitata, sfaccettata e perfettamente conforme al risultato finale dell'opera.
 
I musicisti cominciano ad essere convocati più per le loro reali capacità interattive che non per il loro "livello psichedelico": i fiati sono presi direttamente dal Conservatorio di Milano, alcune parti di "Aries" vengono affidate nientemeno che a Gianni Bedori e spiccano per tecnica e lucidità l'oboe di Gaetano Galli, la chitarra di Gianni Mocchetti e la violoncellista Marti Jane Robertson (già con la "Organic music" di Don Cherry).

La fredda "italianità" dei due primi ellepì, viene superata da un contesto più sensualmente cosmopolita: ci sono l'Oriente con le sue magie e i suoi profumi, recitativi in Tedesco (di Jutta Nienhaus degli Analogy), ampie citazioni a John Cage, Stockausen, Terry Riley ed ai corrieri cosmici tedeschi.

Il tutto nobilitato da ricerche metriche ed armoniche che affondano nel profondo est europeo, a quei tempi mistificato o sconosciuto.
Il clima generale del disco è rilassato e meditativo e, a parte qualche episodio di duro stampo free-jazz (l'assolo di Bedori in "Aries"), induce nell'ascoltatore un profondo senso liberatorio
.
battiato parco lambroBattiato quindi va come al solito controcorrente, ma questa volta lo fa con solide basi tecniche e concettuali: nel 1973, anno stesso in cui saranno in molti a radicalizzare un "discorso Prog" già di per sé provocatorio, egli rifugge da qualsiasi tentazione di scontro frontale per produrre una musica che sia "viva, tonificante: da respirare piuttosto che da digerire" (cit. Battiato).
 
Le stesse rappresentazioni dal vivo diventano più "intime" a cercare un rapporto col pubblico più diadico piuttosto che invasivo come lo fu per "Pollution".
"Sulle corde di Aries", segna insomma il definitivo distacco di Battiato dalla scena Prog che, perderà si un suo valido e potenziale innovatore, ma consacrerà alla musica Italiana uno dei più raffinati ricercatori che siano mai stati ascoltati.

Per questo, e per molto altro ancora, l'album del '73 è considerato da molti un capolavoro di innovazione e conflittualità.
Diversi artisti non mancheranno di sottolinearlo tributandogli nel tempo omaggi e citazioni: dai "Dissoi Logoi" di Alberto Morelli,al "Consorzio Suonatori Indipendenti" di Ferretti.
franco battiato

Ultima curiosità:
le foto dell'interno di copertina sono del mitico Ghigo Agosti, lo stesso che 13 anni prima vendette un milione e mezzo di dischi del suo rock'n'roll "Coccinella", giudicato nel 2005 dalla Rai come uno dei "dieci migliori brani del novecento" (mah!?).
Solo Battiato poteva scegliersi un collaboratore così.

FRANCO BATTIATO - Discografia 1972 - 1975:
1972: FETUS
1972/73: LA CONVENZIONE - PARANOIA (45 giri)
1973: POLLUTION
1973: SULLE CORDE DI ARIES
1974: CLIC
1975: M.ELLE LE GLADIATOR

Battiato: Clic (1974)

battiato clic 1974Se dal precedente lavoro “Sulle corde di AriesBattiato stava voltando pagina rispetto alle follìe sperimentali degli esordi, con il quarto album “Clic” (1974) si completò il suo passaggio alla fase più “colta” della sua carriera.
Per rendersene conto, basta leggere l’unico testo del disco ,“No U turn”, che suona sia come una presa di coscienza del proprio percorso, sia come un'intenzione di cambiamento stilistico:

"Per conoscere me e le mie verità / io ho combattuto fantasmi di angosce con perdite di io. Per distruggere vecchie realtà / ho galleggiato su mari di irrazionalità. Ho dormito per non morire / buttando i miei miti di carta su cieli di schizofrenia."La fase della “sperimentazione antropologica” è quindi conclusa e, da questo momento in poi, la strada non ammetterà più inversioni di marcia. No U turn, appunto.
Le attenzioni si rivolgeranno tutte alla notazione classica sui modelli che l'artista siciliano ha sempre coltivato da anni: Stockausen (a cui “Clic” è dedicato), John Cage e, in parte, Frank Zappa.
Lo stesso titolo, richiama il suono di un interruttore che chiude (o apre) un'epoca creativa.

Oggi sembra strano a dirsi ma buona parte di questa cesura col passato, fu il risultato di uno strano viaggio in America alla fine del 1973 da cui Battiato tornò sconcertato: “Andavo ai concerti al Central Park e mi rendevo conto che i ragazzi […] erano stati forgiati. Tutti questi giovani si ubriacano, si rincretiniscono di musica e non sono più in grado di pensare. Il rock […] nella sua apparente violenza, diventa “non violenza” e l’alternativa non esiste.
L’unica sarebbe fermarsi e ascoltare il silenzio. Ricominciare a pensare.”
(cfr: Battiato)Clic” è dunque un album “terapeutico” in cui la fase d’ascolto assume un valore sacrale.
Accanto a stilemi classici si aggiunge una copiosa dose di rumori quotidiani quasi a voler abbracciare ogni percezione possibile. Una totalità però, che se letta per "sintesi sottrattiva", diventa silenzio, spiritualità, contemplazione. Un percorso di sintesi ben riscontrabile anche in altri dettagli.
Ad esempio, la copertina, firmata Mario Convertino, è men che minimale. Niente più provocazioni o immagini dal gusto underground ma una semplice gabbia monocromatica di linee ordinate.


battiato francoAll’interno, solo poche note tecniche e due foto su sfondo nero tra cui spicca quella di Robero Masotti che ritrae l’artista bene illuminato e visto dall’alto seduto davanti alle tastiere.

A parte gli interventi di Juri Camisasca, Piero Pizzamiglio (voci) e del Quartetto Ensemble del Conservatorio di Milano, ora la backing-band solo di due elementi: Gianni Mocchetti (basso e chitarra) e Gianfranco d’Adda alle percussioni. Al resto, ci pensa l’autore con il pianoforte, l’organo, il fido VCS3, la mandola e dei non meglio definiti “cristalli e metalli”.

Davanti ad uno scenario del genere, si potrebbe a questo punto presumere che Battiato si stesse allontanando gradualmente dalla scena alternativa, anche considerato le sue provocatorie "dichiarazioni di odio" nei confronti del pubblico.
In realtà, egli continuò periodicamente a fornire consulenze ad altri artisti d’avanguardia (es: Aktuala e Camisasca) e a frequentare il movimento, prestandogli all’occorrenza parte della sua strumentazione, conquistandosi così il soprannome di “El Salvator” ed evitando di alienarsi una larga fetta di mercato.

Musicalmente, “Clic” viene registrato in pochi mesi dal fonico Gian Luigi Pezzera nell’immensa Sala Regson sui Navigli milanesi e si presenta nel complesso più come un collage di sensazioni che non un discorso organico vero e proprio.
I brani sono in tutto sette di cui solo uno cantato e, sin dalle prime note della splendida “I cancelli della memoria”, il groove si mostra subito rilassato e meditativo, laddove in un delicato crescendo di suoni si innesta una sequenza in 5/4 che si scomporrà gradualmente su continui interventi di piano Fender.


battiato clicCome abbiamo accennato, nella successiva “No U turnBattiato fa il punto della situazione e da lì, terrà fede al titolo non tornando più indietro. Prova lampante sono le oniriche atmosfere del “Mercato degli Dei” che, non a caso, è accodata a “No U turn” quasi come se l’artista volesse darci conferma di quanto deciso.
Seguiranno le sommatorie acustiche di “Rien ne va plus”, l’ipnotica sequenza di “Propriedad prohibida”, la torbida “Nel cantiere di un’infanzia” e lo scherzoso quadretto di “Ethika fon Etica”, vero e proprio omaggio a Stockausen e al suo “Canto degli adolescenti”.

Qualche provocazione dunque c’è ancora, ma mai aggressiva come nei primi anni ‘70: la concentrazione è tutta giocata sulla composizione e sul’assemblaggio acustico.
Con “Clic”, Battiato conferma non solo di essere avanti anni luce rispetto a molti contemporanei, ma anche consapevole delle sue scelte musicali e politiche.
Evidentemente il suo modo di porsi è onesto, piace e gli darà modo di andare avanti per molti anni
indisturbato sulla via della sperimentazione.
Pur avendo inserito in “Ethika fon Etica” frammenti di un discorso di Mussolini, non farà la fine dei Museo Rosenbach e questo, era evidentemente frutto di un’onestà che andava ben oltre l’apparenza.


FRANCO BATTIATO - Discografia 1972 - 1975:
1972: FETUS
1972/73: LA CONVENZIONE - PARANOIA (45 giri)
1973: POLLUTION
1973: SULLE CORDE DI ARIES
1974: CLIC
1975: M.ELLE LE GLADIATOR