Alluminogeni: Scolopendra (1972)

Gli Alluminogeni scolopendra 1972 NEI NUOVI COMMENTS 2022, LUCA CI PONE UNA DOMANDA MOLTO INTERESSANTE....  

SI ATTENDONO RISPOSTE INTERESSANTI...


 Anno 1970: dopo aver inviato diversi provini alle discografiche di mezza Italia, un gruppo di tre musicisti torinesi si trova improvvisamente sotto contratto con la Fonit. Il loro background si perde negli nell'ultima metà degli anni '60 quando, limitatamente ai periodi estivi, un quintetto di amici da vita a diversi gruppi musicali: i Green Grapes, i Vips e i Bats. 

E' tuttavia solo con il nome di Terza Sensazione (prima), Alluminium Sound (dopo), e infine Alluminogeni che vengono notati e scritturati dal maestro Achille Ovale che li porta alla discografica di stato.

La line-up definitiva è capitanata da Patrizio Alluminio, tastierista e diplomato al conservatorio, affiancata da Daniele Ostorero, batterista con molte idee in testa e Guido Maccario che alla lunga risulterà essere il primo di una lunga serie di chitarristi temporanei del gruppo (Aldo, Andrea Sacchi, Piero Tonello ed infine Enrico Cagliero).

Trascorsi pochi mesi in cui riescono finalmente a pubblicare il loro primo 45 giri ("L'Alba di Bremit" - 1970), i poveretti vengono letteralmente scaraventati dalla stanzetta in cui provavano alle immense platee del "Cantagiro" dove si esibiscono davanti a 15.000 persone in mezzo agli shows di Massimo Ranieri e Rossana Fratello e senza mai aver avuto alcuna esperienza dal vivo!

Joh's Classic RockSuperato lo shock iniziale, arrivano nel 1971 le esperienze più intense: altri tre singoli (tra cui "La vita e l'amore", 1970 - oltre 5.000 copie vendute) , "Un disco per l'Estate", due "Viareggio Pop", "Speciale tre Milioni" e diversi passaggi alla Rai e a Radio Montecarlo.

Nell'Estate del 1971 il settimanale "Ciao 2001" li considera il terzo miglior gruppo pop Italiano dopo Formula Tre e New Trolls e nientemeno che davanti alle Orme.

Ad essere onesti, gli "Alluminogeni" non erano propriamente dei fenomeni: a parte la grinta di Alluminio (sul cui Hammond s'impernia il sound dell'intero gruppo) e la genialità di Ostorero, mancava pur sempre quell'identità sonora data dall'assenza di un chitarrista fisso. La sostanziale flebilità della voce (sempre dello stesso Alluminio) faceva il resto.

Gli AlluminogeniPer giunta, erano costantemente vessati dal neonato movimento underground che non solo li considerava poveri musicalmente, ma letteralmente "stupidotti" nella maniera di esprimersi e di collocarsi politicamente rispetto alle masse giovanili (cfr. "Note di pop Italiano", Gammalibri, 1977).

Politica a parte, ogni tentennamento artistico venne comunque superato con la pubblicazione del primo storico album "Scolopendra" del 1972: disco estremamente raro e ricercatissimo soprattuttutto all'alba del fenomeno delle conventions.

"Scolopendra" rappresentò effettivamente un salto di qualità per la band che passò da un "groove" commerciale ad un discorso musicale inesplorato e, a tratti, di vera avanguardia.

Affinatisi nella tecnica, stabilizzati nella formazione con l'arrivo del nuovo chitarista Cagliero e fermamente coinvolti dalle loro nuove idee, gli "Alluminogeni" ci restituiscono con la loro opera prima almeno 40 minuti di musica fuori da qualunque schema.

Visioni astrali, ecologia, testi "stravaganti" e una sincera ricerca stilistica e timbrica, fanno di questo album uno dei più interessanti del 1972.

Nel primo lato ci sono un rock in 6/8 ("La natura e l'universo"), una surreale ballata soft-blues ("Scolpendra"), del buon hard-rock, e persino una canzone che avrebbe dovuto partecipare al successivo Festivalbar ("La stella di Atades").

Gli Alluminogeni Scolopendra

E' però la seconda facciata che esalta il lato più visionario del gruppo, sospeso tra "Kosmishe Musik" e ampie aperture heavy - psichedeliche ("Thrilling" e la splendida "Pianeta"). Il tutto, dicevo, pervaso da un sound generale che ai tempi non aveva paragoni in tutto il panorama Italiano.

Purtroppo, un grave intoppo sbarrò il futuro agli Alluminogeni: una furiosa litigata con la Fonit che il gruppo accusò di aver sconvolto senza autorizzazione il mixaggio originale del disco al fine di "renderlo più commerciale": volumi sbagliati, risalto a strumenti che in realtà avrebbero dovuto trovarsi in secondo piano, errori nell'effettistica ecc.

In sostanza, per quanto lo si possa apprezzare, "Scolopendra", così come possiamo ascoltarlo su disco, non é quello che gli "Alluminogeni" avrebbero voluto.

I musicisti si offesero moltissimo, i contratti andarono a monte e la band si disperse. Immeritata fine per un gruppo che avrebbe potuto dare molto di più. Enrico Cagliero ci ha lasciati nel 1996.

 ALLUMINOGENI - 1972: 1970 - 1971: I 45 GIRI DEGLI ALLUMINOGENI 1972: SCOLOPENDRA

ALAN WHITE (1949 - 2022)

Alan White

 

ALAN WHITE (1949 - 2022)

   Una potenza inaudita, una classe impareggiabile che gli consentiva di primeggiare sia nel progressive che nel rock e nel pop.

Un drumming solido e incrollabile che, per quanto potessero essere eterei gli Yes in certi momenti, fungeva sempre da punto di riferimento ritmico ed emozionale.

Con Alan dietro i tamburi non ti sentivi mai solo. Un suo colpo di piatti preciso e bene assestato ti metteva di buon umore per tutta la giornata. 

Non so perché ma mi piace ricordarlo nell'attacco di "Does it really happens" dove con Chris Squire lancia uno dei pezzi più controversi degli Yes, ma anche tra i migliori in chiave pop.

Per i puristi invece... beh... credo non ci sia biogno di dirlo : Close To The Edge e Relayer, anche se personalmente ho amato moltissimo i suoi interventi in Going For The one e Tormato.

E poi... ognuno ha il suo Alan White.

Buon viaggio roccia!

Matteo Guarnaccia (1954-2022)

 

MATTEO GUARNACCIA
Matteo Guarnaccia
artista psichedelico, storico delle controculture.

Ciao amico mio,
e grazie per tutto ciò che ci hai insegnato.

PARLIAMO DI LIBRI? Perché no.

 

Dear Sisters and Brothers,

un breve spot per dirvi che tra non molto, John's Classic Rock tornerà a trasmettere occupandosi non solo di musica, ma anche di LIBRI. Del resto, sono o non sono un autore?

Saggi musicali, monografie e crossover incentrati per lo più sugli anni Settanta, ma anche prima o dopo, a patto che contribuiscano a descrivere quella straordinaria vitalità, politica, sociale e creativa che fu la base di uno dei periodi più fervidi della nostra cultura contemporanea

Rileggeremo libri radicali come Il Libro Bianco del Pop in Italia e Riprendiamoci la Musica, altre pubblicazioni che si occuparono di rock in modo trasversale ma utilissimo a capire qual'era l'atteggiamento di allora nei suoi confronti, e anche opere monografiche di artisti che hanno fatto la nostra storia, e che normalmente sono ricche di informazioni inedite.

Introdurrà questa nuova stagione di John's classic Rock una mia prefazione su come la rete ha cambiato (o dovrebbe cambiare) le regole della saggistica musicale, e poi partiremo col nuovo ciclo di post, inaugurato da quelle che, a mio avviso, è uno dei migliori libri musicali degli ultimi dieci anni: SUPERONDA di Valerio Mattioli.

Spero che la novità vi interessi, io sono qui per parlarne, e.

ci sentiamo prestissimo. JJ


AUTONOMI, AUTONOMIE e il sogno di una galassia fragile. - Seconda Parte

Occupazione Mirafiori, 1973
 Nella prima parte del post abbiamo evidenziato come a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, il pensiero autonomo diffuso avesse coinvolto tutta la società italiana (politica, informazione, istruzione, sanità, giustizia, economia, tempo libero e gestione del territorio) al punto di modificarne profondamente le coordinate culturali, artistiche e di riflesso, anche la musica rock. Distogliendola ad esempio dal manierismo verboso che aveva caratterizzato la sua fase progressiva, limando certe tortuosità del primo cantautorato e indirizzandola verso un linguaggio più schietto e comunicativo

Per farlo, si rivalutarono la tradizione popolare, l'immediatezza dei primi canzonieri politici e comunque si optò sempre per la maggiore linearità possibile nel rapporto tra artista e ascoltatore.

Certamente, questa semplificazione non fu sempre un pregio perché non di rado trascese in banalità, ma è anche vero che, proprio per evitarlo, molti autori affinarono sempre di più la loro loro poetica distanziandosi dai luoghi comuni, contaminando, sperimentando soluzioni ancora inedite e producendo spesso opere di grande valore.

Autonomia Operaia, Rosso
Di questo ed altro parleremo più specificatamente nella terza e ultima parte del post dedicata alla musica, ma per ora, - per capire meglio il contesto storico in cui avvennero le trasformazioni di cui sopra - vediamo come nacque e come si sviluppò la cosiddetta “autonomia diffusa”.

Il concetto di "autonomia", concepito durante l'autunno caldo del 1969, si conclamò nel 1973 durante l'occupazione dello stabilimento di Fiat Mirafiori dove, accanto ai metalmeccanici in lotta, comparve un nuovo soggetto operaio dalle modalità rivendicative totalmente avulse dal comunismo storico e dall'ideologia compromissoria della ricostruzione.

Erano giovani proletari di cui molti immigrati dal Veneto o dal Sud, provenienti dai collettivi o dai consigli di fabbrica, che riversavano tutti voti sul Pci, ma che a differenza dell'operaio "socialista e colaborativo", erano caratterialmente spontanei, decisi e radicalmente refrattari a qualunque dialogo con le forme di rappresentanza tradizionale, cioè partiti e sindacato. 

La stampa li chiamava i “fazzoletti rossi", o anche il “partito di Mirafiori” per sottolinearne la consistenza numerica,  o più semplicemente “Autonomi”.

Inizialmente circa 20.000 compagni (ancora poche le donne) che, dando per persa la lotta di classe  all'interno delle grandi fabbriche ormai in odore di ristrutturazione, iniziarono a spostare il conflitto nelle città, allacciandosi con straordinaria rapidità alle realtà antagoniste già esistenti  nei vari quartieri.

Un movimento dal portato eversivo enorme quindi, ma che non annoverò più soltanto studenti, anarchici, donne e libertari come era accaduto nel '68-'69, ma un'imponente galassia composta da circoli, centri sociali, comitati di quartiere, associazioni, cooperative, commercianti, piccoli imprenditori, e soprattutto da quelle decine di migliaia di giovani nati e cresciuti per vent'anni nello squallore delle periferie metropolitane, e che ora volevano riprendersi in mano la vita. E lo fecero.

Cominciava così l'era del “tutto e subito”, del “personale è politico” e del “riprendiamoci la vita e le città”, che a quel punto non erano più semplici slogan, ma obiettivi politici e modelli di vita condivisi da milioni di persone. Quindi in grado di smuovere non solo un gigantesco bacino di voti, ma di evolversi continuamente anche a costo di sovvertire dall'oggi al domani le sue stesse modalità relazionali.

Autonomia operaia e musica rock
Era l'epoca delle Radio libere, del referendum sul divorzio, della controinformazione diffusa, delle free clinics e della legalizzazione dell'aborto, del femminismo militante, dei primi LGBT, e della metropolizzazione delle attività democratiche, di cui i primi Centri Sociali Occupati (es. il Leoncavallo di Milano) furono l'esempio più eclatante.

Tuttavia, se questa “democratizzazione delle lotte” fece del triennio73-75 uno dei periodi più prolifici e significativi della nostra storia contemporanea, è altrettanto vero che le lacerazioni prodotte dal pensiero autonomo in seno al comunismo storico e alla Controcultura, non si rimarginarono più. Come  dimostrò il disastroso Festival del Parco Lambro del 1976.

Ma il problema maggiore, quello che provocò veramente più danni che benefici, fu che a tanta euforia rivoluzionaria, spesso sin troppo ossessiva, non corrisposero né un'organicità condivisa, né un'ideologia sufficientemente omogenea da compattare tutta quell'immensa matassa di forze in gioco. 

E mentre i contributi di intellettuali raffinatissimi quali Negri, Piperno, Guattari, Bianchi, Berardi e Spazzali venivano recepiti solo parzialmente, o comunque messi regolarmente in discussione (cosa che non accadde nel 68 quando gli intellettuali erano rispettatissimi e anzi, quasi venerati), quel sincero ma disordinato spontaneismo che molti anarco-luxemburghiani credevano bastasse a costruire nuovi equilibri, si rivelò invece il loro peggior nemico.

Il confine tra intuito ed azione divenne talmente sottile da rendere alcune pratiche improprie o avventate, e questo (forse) fu il limite principale che causò la sconfitta del successivo Movimento del 77: ultima propaggine dell'Autonomia storica, apripista di una fase rivoluzionaria successiva e, se vogliamo, anticamera del Punk Italiano di cui vi rimando all'ottimo libro di Carlo Pescetelli "Lo Stivale è Marcio". Ma di questo avremo modo di discuterne ancora.

Questa in poche righe la sintesi di come si sviluppò l'Autonomia, mentre di come si ripercosse sul rock e sulla musica in generale, lo vedremo nella terza ed ultima parte del post.


Per chi volesse approfondire il discorso, consiglio il sito Autistici nella sezione di Derive / Approdi e la pagina "musiche" dell'Archivio Autonomia dove troverete alcuni contributi di Gianfranco Manfredi, Romano Madera, Claudio Lolli ed Eugenio Finardi.


WIKIPEDIA. FIDARSI È BENE, MA ...

... QUANDO WIKIPEDIA ITALIA FECE NASCERE EDDIE VAN HALEN A NIMEGA, 

E SOSTENNE CHE L'ALBUM "Year of the Cat" di AL STEWART (oltre un milione di copie vendute) 

SI ISPIRO' AL CALENDARIO CINESE. (Gli screenshot li ho trovati nei miei archivi.)

 

Wikipedia fake
(In realtà Eddie nacque ad Amsterdam/Slotermeer in Nico Van Suchtelenhof 6 al I° piano).     



 

(Peccato che nel calendario cinese l'anno del gatto non esista)

 

IL POST DELLA FOLLIA

fascio giù la maschera

Nel dicembre del 2021 ho augurato a tutti Buon Anno,

e  ho consigliato ai miei lettori di vaccinarsi

pensando fosse una buona idea.

 

 Guardate un po' cos'è successo...

Battiato: Fetus (1972)

battiato fetus 1972Quando Francesco Battiato arrivò da Jonia a Milano nel 1965 con molte idee e pochi soldi, non era il distinto e posato signore che abbiamo conosciuto negli anni successivi, anzi, il perfetto contrario.
 Possedeva innanzitutto una determinazione fuori dal comune che lo portò non solo a superare le difficoltà di qualunque emigrato dell'epoca, ma a sopravvivere nel cinico mondo della musica leggera ed affermarsi come una delle principali realtà dell'avanguardia Italiana.

La prima fase di sostentamento si risolse già nel 1965 con la pubblicazione di due flexi disc per la NET (retribuzione: diecimila lire a disco) e nella costituzione del duo "Gli ambulanti" in coppia col pianista e compaesano Gregorio Alicata per cantare canzoni di protesta davanti alle scuole

Lo step successivo fu quando i due vennero notati da Giorgio Gaber che fece fare loro un provino. La cosa però non funzionò, e Battiato scelse di proseguire da solo senza Alicata, visto che nel frattempo Gaber gli aveva procurato un contratto con la discografica Jolly.
  Arrivano così altri due singoli ("La Torre" e "Triste come me", 1967) e infine il prestigioso passaggio alla Philips con la quale inciderà ben tre 45 giri tra il 1969 e il 1970: tutti di stampo romantico e tutti di un certo successo (si dice fossero quattro, ma l'ultimo non venne pubblicato), ma a
un certo punto qualcosa non va.

battiato fetus 02

Siamo al principio del 1971 e Battiato capisce che i tempi sono maturi per osare di più. Lui è un grande appassionato di biologia, esoterismo, letteratura tedesca e musica elettronica, e la fase romantica comincia a stargli stretta. Anzi, talmente stretta che più di una volta l'avrebbe rinnegata nel corso della sua carriera. Voleva invece "trovare una musica che fosse il corrispettivo letterario di ciò che lo interessava" e si diede da fare.

Si chiuse in un mutismo radicale rinunciando a molte serate e alle lusinghe delle majors, e iniziò a cambiare completamente frequentazioni avvicinandosi sempre di più al fervido ambiente dell'avanguardia milanese.
Intorno al 1970 si dota di un modernissimo sintetizzatore VCS3 e decide che da ora in poi inciderà qualcosa solo se ne avrà il pieno controllo.
Per realizzare i suoi piani, bussa alle porte della neonata etichetta Bla Bla di Pino Massara e lui lo accoglie a braccia aperte.
Risultato: il suo primo trentatrè giri "Fetus", concepito
nel 1971, registrato alla Sala Regson di Milano (la stessa di Celentano e Mina) e pubblicato nei primi mesi del 1972. 

battiato fetus 03battiato fetus 04Che Battiato abbia intenzione di scioccare, lo si capisce sin dalla celebre cover dell'A.l.s.a di Gianni Sassi raffigurante un feto maschile (presumibilmente morto), dall'esplicita foto pop al suo interno e dalla quarta di copertina che ritrae il nostro in una personalissima tenuta spaziale.

Concettualmente, il disco guida l'ascoltatore nel processo della genesi umana dal suo concepimento sino alla nascita, e musicalmente si rivela una novità assoluta per l'Italia: un misto tra elettronica e Bach, tra Oriente e Occidente, tra cantilene infantili e voci spaziali, tra melodia e rumoristica.
Ingenuità e aggressività si mescolano in un insieme omogeneo ed incalzante in cui Battiato sembra voler mettere a punto tutte le linee della sua filosofia artistica.


  Nell'incedere dell'ascolto non si trova nulla di scontato ed ogni nuovo movimento è una scoperta musicale e strumentale (con lui suonano sei musicisti) sempre funzionale al racconto. 
Si parte dalla descrizione del concepimento vista dalla parte del nascituro ("Non ero ancora nato che già sentivo il cuore […] M'incamminavo adagio per il corpo umano. Giù per le vene, verso il mio destino") per arrivare attraverso i vari processi biologici ("Cariocinesi", "Energia" "Mutazione" ecc…) alla luce della vita.

Dove non permeata da formule e citazioni scientifiche ("Fenomenologia"), la poetica di "Fetus" rivela una "pietas" straordinaria e una coscienza artistica che, pur se non ancora perfettamente sviluppata, è ormai solidamente parte di colui che diventerà uno dei più innovativi artisti del nostro secolo.

A dispetto di qualche polemica occasionale (la foto di copertina fu tra i bersagli favoriti della stampa borghese), "Fetus" otterrà un riscontro notevole che venne ulteriormente rafforzato da un 45 promozionale ("Energia" / "Una cellula") e da incessanti apparizioni dal vivo ai principali Festival Pop di cui fu sempre graditissimo ospite.

Il suo interesse all'Underground e alla Controcultura verrà favorevolmente ricambiato e, al di là di trascurabili contraddittori, porterà il ragazzo di Jonia ad una considerazione sempre più alta.
In questo senso, Fetus è da considerarsi tra i migliori album dell'avanguardia Italiana.

Ne esiste anche una versione in inglese mai pubblicata ufficialmente, ma infinitamente meno incisiva di quella originale.

FRANCO BATTIATO - Discografia 1972 - 1975:
1972: FETUS
1972/73: LA CONVENZIONE - PARANOIA (45 giri)
1973: POLLUTION
1973: SULLE CORDE DI ARIES
1974: CLIC
1975: M.ELLE LE GLADIATOR

Deshedus: Il Brigante (2021)

Deshedus
Deshedus. Briganti in Babilonia.
 
Il loro nome evoca quello del divino Shédus, contraltare maschile della dea Lamassu, custode dello Zodiaco e dell'intimità familiare. Non poco per quattro ventenni già protagonisti di un promettente Ep d'esordio, un Sanremo Rock e un concerto virtuale ancora prima che lo facessero gli Abba .

L'album di cui parliamo oggi si chiama invece IL BRIGANTE,
prodotto da Mauro Paoluzzi, edito da  Warner Chappel e dalla Divinazione Music di Francesco Caprini, e distribuito coraggiosamente ed esclusivamente in vinile ai concerti o negli store musicali.

Entrando direttamente nel merito, l'impressione generale è quella di un tuffo nel grande passato del rock italiano, quando Bacalov dirigeva gli Osanna e la poetica dei testi profumava ancora di sensazioni psichedeliche. Quando le grafiche degli album e dei singoli venivano spolpate per conoscere anche i minimi responsabili di un mondo magnifico, e noi amanti del rock riuscivamo ancora a distinguere una canzone dall'altra.

Certo, in questo caso più che di Rustici, D'Anna e Vairetti dovremmo parlare di un progressive più simile a quello dell'Equipe o dei Dik Dik e, scusatemi l'aggiunta, di una poetica talmente lineare da non lambire neppure i refusi di un Mauro La Luce

Comunque sia, l'unione fa la forza, e il prodotto acquista coerenza solco dopo solco, proprio come un Palais Cheval o un mosaico sumero proiettato nel XXI° secolo.

Deshedus Cinecittà
E se il concept " brigante = icona dei mali della società contemporanea" non si svolge  proprio con la fluidità di un Close To the Edge, l'icipit dei Deshedus annovera comunque elementi che brillano di luce propria. Se non altro per coraggio e forza espressiva

Provocazioni? Qualcuna. Per esempio: vogliamo davvero incolpare Dylan per averci lasciato "un mondo colmo di problemi" come sostiene Mister Tamburino? La risposta è si, se solo avesse ragione un Freud in scimmia d'assenzio. 

Vogliamo davvero  affidarci a Mogol per evocare solidarietà e partecipazione? Perché no? Ma solo se pensate che i “boschi di braccia tese” piacessero anche alle Brigate Rosse.

Vogliamo infine rendere eccessivamente pessimisti gli Yardbirds? Si, perchè gli addii, specie se irreversibili, fanno davvero molto, ma molto male. "Love Hurts", dicevano i poeti, e avevano ragione. Per cui tutto a posto.

E ora parliamo di cose serie.

Deshedus
ALESSIO MIELI, FEDERICO PEFUMI
GABRIELE FOTI, FEDERICO RONDOLINI
Non mi chiamo né BertoncelliRobert Fripp, ma personalmente ho percepito in questo BRIGANTE , non dico sontuosità alla Colosseum, ma comunque soluzioni armoniche ben raffinate, una compattezza di gruppo che c'è e si sente, e una straripante freschezza in cui si annidano un mare di potenzialità. E queste non sono qualità scontate. Ma proprio per niente! Soprattutto oggi che l'affidabilità a lungo termine vale quanto due Turisti per Sempre.

Per concludere, se proprio dovessero chiedermi qual'è il brano migliore del disco, direi  sicuramente Il Matto che vale una vita. 

Perché è là, a mio avviso, che risulta davvero tangibile il trasporto e l'impegno che la band riesce a iniettare nella sua musica. Un energia che naturalmente mi auguro sopravviva all'evoluzione del gruppo, e si traduca in soluzioni sempre più conflittuali. .

Anzi, in futuro auspicherei che i ragazzi pretendessero dalla produzione di essere maggiormente guidati nello sviluppo delle loro idee, e che abbiano così la fortuna di poter fare quello che veramente vogliono e piace loro fare. 

Magari con un linguaggio meno retrò e che comunichi qualcosa della loro freschezza (anche progressiva, perché no) a una platea sempre più vasta.  

So che oggi non è facile guardare al futuro senza cedere a questo mondo liquido, ma in questo caso le premesse ci sono.

Buona fortuna.

AUTONOMI, AUTONOMIE e il sogno di una galassia fragile.

Autonomia e concerti rock
Chi ama il Rock Progressivo Italiano anni Settanta, e più in generale la storia di quel periodo, avrà sicuramente sentito parlare di autonomi: gli autonomi provocano incidenti, interrompono un concerto, sfondano vetrine, manomettono, sparano, eccetera. 
 

Una categoria demonizzata da tutto e da tutti insomma, vessata sia dalla stampa borghese che da quella riformista, odiati dal PCI e dai sindacati, ma che in realtà fu soltanto l'inevitabile deriva di una battaglia democratica iniziata dopo la ricostruzione. Quando i lavoratori reclamarono i loro diritti, e lo Stato rispose loro con le bombe. 

 Ma chi erano questi “autonomi” e cos'era mai l'autonomia

 Col beneficio della sintesi potremmo rispondere che, ancora prima di conclamarsi tra il 1976 e il 1977 col nome di Autonomia Operaia Organizzata (abbreviato A.O.O. con tutte le iniziali maiuscole), l'autonomia fu materialmente una galassia in cui, a partire dalla fine dei gruppi extraparlamentari (1974 ca.), confluirono tutte le realtà a sinistra del Pci. Ma prima ancora, fu soprattutto un ideale, un obiettivo.

Un progetto politico-associativo che, a partire dalla critica ai processi di produzione e di distribuzione del capitale, si propose di affrancare la lotta di classe dalle forme di rappresentanza tradizionale (partito e sindacato), , parallelamente di estenderne i valori sociali ad ogni livello del vissuto, nell'auspicio di instaurare una società più sana e autenticamente democratica

Autonomia operaia e rock
Foto: Uliano Lucas
Idee chiare quindi, basate su solidi principi terzinternazionalisti, inizialmente ben incarnate dagli intellettuali e dai primi "gruppi" nati alla fine anni Sessanta (Lotta Continua e Potere Operaio, ma anche Avanguardia Operaia, MLS, i GAP di Feltrinelli ecc), ma la cui stabilità fisica e ideologica fu messa sempre a dura prova. Da un lato dalla continua escalation della strategia delle tensione, e dall'altro dalle infinite sfaccettature dell'eterodossia comunista. Un talent quest'ultimo che fece dell'autonomia un sistema aperto e vitale (“un insieme di tribù”, disse qualcuno), ma anche terribilmente fragile


 Motivi di destabilizzazione furono ad esempio la Strage di Stato del 1969 che accese il dibattito sulla lotta armata; la diaspora degli intellettuali successiva alla morte di Feltrinelli (1973), che spianò la strada ad improvvisazioni teoriche non sempre condivise (la cosiddetta “cultura fai da te”); l'apertura alle situazioni anarco-libertarie (1973-1976) che rivelò spietatamente molte incompatibilità tra le varie realtà operative, e non ultimo, la radicale mutazione della classe operaia e dell'intero sistema produttivo. La prima che passò da una generazione fedele all'ideologia del lavoro, a una sfruttata, isofferente e istintiva, e il secondo che abbandonò la sua connotazione industriale per entrare nell'era dell'informatica e dei servizi


Così quando tra il 73 e il 75 la crisi dei gruppi extraparlamentari sancì il passaggio da una prima fase di lotte imperniata sulla centralità operaia, a una seconda in cui tutto il contropotere avrebbe dovuto, connettersi, organizzarsi e fare breccia nella cultura di massa (l'Autonomia Operaia Organizzata, appunto), qualcosa non funzionò. 

rock e politica
La costellazione autonoma si rivelò troppo fitta e diversificata per essere ricondotta a un movimento organico, l'agognata distruzione di ogni diaframma ideologico restò sulla carta, e già poco dopo il Festival del Parco Lambro del 1976, si capì che il tanto temuto “spontaneismo militante” avrebbe vanificato qualsiasi ulteriore tentativo di composizione. 

 È vero che molte delle successive pratiche ascrivibili all'A.O.O. furono tanto eclatanti quanto rivoluzionarie, come il Movimento 77 di Bologna, ma soprattutto in quel caso diedero più l'idea di una fiammata improvvisa o di un atto istintuale che non di un progetto a lungo termine

“Forse”, citando il politologo Toni Negri, “perché l'autonomia fu costretta ad agire ancor prima di aver concepito un progetto unitario”, o forse, aggiungerei, perché la prospettiva di una democrazia che non fosse neoliberismo, repressione e riflusso si stava drammaticamente assottigliando. E dopo vent'anni di lotte in cui si erano giocate tutte le carte possibili, era rimasto ben poco da fare.

 

 E queste erano le premesse. 
 La prossima volta vedremo in che modo le pratiche e i concetti espressi dall'Autonomia influirono (nel bene e nel male) sul Prog e sul Rock italiano, modificandone certi aspetti, introducendo tematiche del tutto nuove, e in certi casi, cambiando completamente l'approccio al modo di produrre e distribuire la musica. Buona lettura.

Battiato: Autografo in Vetraplatz (1979 / 1980?)

 Ho ricordi un pò confusi riguardo a quel momento.

Era sicuramente in Piazza Vetra a Milano, e c'era un concerto di Sun Ra. O forse di Enrico Rava.

 Io riconobbi Battiato e gli chesi un autografo. 

Io ero piccolo, magrissimo e con un lungo codino giallo. Lui, un metro e novanta.

Lontano nei dischi i Krisma cantavano "Vetra Vetra, Vetra, Platz..."

Autografo Battiato


1981 - Battiato, supporter Garbo. - Genova - Parco dell'Acquasola. Io c'ero.

 Ho invece un ricordo nitido di quella sera. Tutta Genova che si riuniva in quello spazietto nel Parco dell'Acquasola, dove il Comune organizzava dei concerti gratuiti. Ripeto: "gratis" che per un genovese non è poco, ma neanche per noi giovani sedicenni squattrinati,

E difatti eccoci tutti lì. Io l'Ezio, il Danilo, l'Eliana, la Cristina , la Floriana e forse il Lele alla corte di 'sto tizio che stava rapinando le classifiche con un brano apparentemente futile, Bandiera Biamca, ma che in realtà era già entrato nel Dna di chiunque lo avesse sentito anche solo di sfuggita.

Apre la serata un tipo strano, GARBO. Uno che da un trespolo modello Russia costruttivista anni Trenta declina cose mai sentite. "Il passato non esiste, è già oggi. Il futuro non esiste, non c'è ancora, Il presente non esiste, nel momento in cui lo pensiamo è già passato. Ma allora... che giorno è?" 

E poi ci suona due pezzi da panico "A Berlino va bene" e "On the Radio" e io mi innamoro.

Poco conta se all'ennesimo "... a Berlino che giorno è?",  l'Eliana rispose con un sonoro "e chi se ne frega!". Penso ne avesse diritto. 

Poi arrivò BATTIATO .... "pieni gli alberghi a Genova, nell'aria della sera" e la folla fu ai suoi piedi. Noi inclusi. Io in particolare ero talmente invasato che ero saltato in piedi sulla sedia e ballavo come un pazzo. Felice, sorridente e davvero al massimo della mia gioia.  E tutti noi della mia compagnia eravamo così. Ingenui, incoscienti, ma liberi e puri come (forse) non lo saremmo più stati.

Grazie Dani per avermi ricordato quel momento, che comunque non ho mai dimenticato.


Franco Battiato