Dire Straits - Vigorelli, Milano 29-6-1981

Dire Straits Vigorelli Milano 1981
DIRE STRAITS, Milano 29-6-1981
 Serie: VALS DEL RECUERDO  (I CONCERTI DI J.J. JOHN)


Merda! Se ci ripenso sembra ieri!

E invece sono passati ben 43 lunghi anni da quel caldo pomeriggio di giugno, in cui, alle quattro e mezza circa, io e il mio amico Marco (oggi stimatissimo dirigente) varcammo felici la soglia del Velodromo Vigorelli di Milano per assistere al concerto dei Dire Straits. Ora prevista: 21,30 – 22.

Ciò significa che, siccome eravamo appostati ai cancelli da almeno due ore, e ne mancavano sei all’evento, l'attesa totale ammontò a ben otto ore tonde tonde. Cose che fai solo a diciott'anni.

Per la cronaca, quel concerto era la terza data italiana del massacrante On Location world tour (115 concerti in tutto, incluse le apparizioni a Top Of The Pops e al Festival di Sanremo), cominciato a Vancouver il 22 ottobre 1980, e la sestultima prima della sua chiusura alla Hall Omnisports di Lussemburgo il 6 luglio 1981. 

Mister Fantasy 1981
29.12.1981 -  MISTER FANTASY:
CARLO MASSARINI intervista MARK KNOPFLER

Love Over Gold e Brothers in Arms dovevano ancora arrivare, quindi chi presenziò quella sera, ascoltò perlopiù brani dai primi tre album: Dire Straits del 1978 che fece il botto con Sultans of Swing, il successivo Communiqué da cui uscirono Lady Writer e Once Upon a Time in the West, e l’iper-osannato Making Movies (quello di Romeo and Juliet e Tunnel of Love) che convinse me ed il Marco ad acquistare istantaneamente i biglietti. Probabilmente - sostiene il Marco - da Transex, un negozio di dischi dietro il Duomo, all’epoca il rifugio privilegiato degli Heavy Metal Kids milanesi.

E chissà chi poi, ci avvisò del concerto. Internet non c’era. Ci si affidava ai manifesti, alle radio libere, alle riviste specializzate e soprattutto al passaparola, e i biglietti, appunto, te li andavi a comprare dove c’erano. Non li stampavi dal computer, e nessuno te li portava a casa col corriere. Fummo comunque tra i primi ad averli, il concerto era garantito, e pianificammo tutto al meglio.
Parole d'ordine "tre quattro panozzi a testa, altrettante bocce d'acqua, e birra a profusione. Si va prestissimo, e appena aprono ci scaraventiamo dentro, per stare davanti". E così fu.

Dire Straits Vigorelli Milano 1981
VIGORELLI 1981 - KNOPFLER e LINDES

Peccato che la nostra stessa idea la ebbero almeno altre due-tremila persone, cosicchè all’entrata si creò un ingorgo davvero spaventoso, con qualcuno che si fece pure male, e alla fine arrivammo non proprio davanti al palco ma quasi. E comunque in pieno centro per goderci la stereofonia, e tutto il resto.

Lo stage intendiamoci, era immenso ma essenziale. Niente fumi, botti,  scenografie digitali, congegni arcani, maiali volanti o quant’altro. Giusto le due torri laterali dell’amplificazione, gli spot, le americane in alto, e per il resto, tutto concentrato sulla band e sulla musica.

Non ricordo precisamente cosa facemmo durante l’attesa, ma so che ad un certo punto non riuscimmo più a stare sdraiati. E quando verso le nove il parterre fu bello pieno, arrivarono i Fisher Z, una band non particolarmente arrapante del Berkshire, ai tempi fresca del suo album più pop: Red Skies Over Paradise

Dignitosi ma nulla di più, ebbero comunque il merito di risvegliarci dopo sei ore d’attesa (del resto è a questo che servono i gruppi spalla, no?), e dopo una ventina di minuti ancora, ecco finalmente i Dire Straits. Ad accoglierli, trentamila persone.

Giù le luci, tutti i fari sul palco, “good evening ladies and gentlemen. Welcome to the Vigorelli!”, e vai con Mark Knopfler che in giacca rossa, maglietta bianca e fascia d’ordinanza, attacca Once Upon a Time in the West., limpido come Hank Marvin e sfacciatamente strappato ancor più del Marc Bolan di Ride a White Swan. Mai si era sentita una band che si appoggiasse solo su quel sound, e naturalmente, mai nessuno l’aveva vista dal vivo. 

Dire Straits Sanremo 1981
DIRE STRAITS A SANREMO 1981
Tre dita di intelligenza”, disse di Knopfler qualche arguto critico. Forse uno del Ciao 2001.
Sound chiaro e portentoso, tempo splendido, entusiasmo a mille. Esattamente quel che ci aspettavamo e che volevamo sentire. Poi la mia memoria si perde davanti al grande palco, e a questo punto, chiedo aiuto a chi c’era.

Due cose però ricordo molto bene.
La prima fu l’incredibile vitalità di una band che aveva pur sempre - e da oltre otto mesi - centodieci concerti sul groppone a ritmo di quasi uno ogni due giorni. “Una cosa normalissima”, direte giustamente voi. Eppure a me stupì quanto il sound fosse straordinariamente fluido e compatto. Nessuna flessione, nessuna incertezza.

Ma ciò che rimase davvero nel mio cuore, e che mi sembra di rivedere ancora adesso, fu quando, sulle prime note di Romeo and Juliet, un fascio di luce bianca centò in pieno la dobro metallizzata di Knopler, irradiando nel cielo, centinaia di raggi luminosi.

Una minuzia d'altri tempi? Sarò io che forse sono troppo romantico? Forse. Ma erano magie di un tempo in cui (Pink Floyd a parte), le grandi scenografie non erano ancora patrimonio di tutti, anzi. E le grandi emozioni del rock si coglievano dai particolari. A volte anche da una nota soltanto. E io me le ricordo tutte.

Che poi oggi sia meglio o sia peggio, non sta a me sindacare. Ma sono felice di aver vissuto quei tempi... e di poterveli raccontare.
A presto.

DIRE STRAITS, Velodromo Vigorelli,  Milano 29-6-1981
Mark Knopfler: vocals, lead guitar
John Illsley: bass
Hal Lindes
: guitar
Pick Withers: drums
Alan Clark: keyboards

PLAYLIST: Once Upon a Time in the West - Expresso Love - Down to the Waterline - Lions - Skateaway - Romeo and Juliet - News - Sultans of Swing - Portobello Belle - Angel of Mercy - Tunnel of Love - Telegraph Road - Where Do You Think You're Going? - Solid Rock

Alberto Radius: America Good-Bye (1979)

america good-bye
Nel 1979 il rock progressivo era ormai acqua passata, e molti dei suoi interpreti lo avevano da tempo rinnegato per un posto al sole. La PFM incubava il cantereccio Suonare Suonare, Alan Sorrenti deliziava le casalinghe, l'ex Rovescio della Medaglia Michele Zarrillo vinceva Castrocaro, e le Orme, chissà perché, regredivano al XVII° secolo

Gli aromi di un tempo però, erano pur sempre indispensabili per insaporire qualunque nuova produzione. Non a caso Gino Paoli chiamò a raccolta Elio d'Anna degli Osanna, Franco del Prete dei Napoli Centrale e Tony Esposito per il suo inestimabile Ha Tutte Le Carte In regola (omaggio all'amico Piero Ciampi appena scomparso).  

Pino Daniele reclutò Agostino Marangolo dei Flea/Etna, Tony Cicco della Formula Tre, Francesco Boccuzzi del Baricentro, e James Senese dei Napoli Centrale, mentre Paolo Conte registrò Un Gelato Al Limon insieme all'ex Locanda Delle Fate Ezio Vevey, a Renato Mantegna dei Dedalus, a Francone Mussida della Pfm, e al fu Area Patrick Djvas.  

Rino Gaetano intanto si era preso Gaio Chiocchio dei Pierrot Lunaire, e Guccini i Pleasure Machine al gran completo, più Antonio Marangolo dei Flea e Gianfranco Coletta della RAM

Eppure, mentre gli alfieri del pop italiano si accasavano sotto nuovi tetti, anche a costo di rinnegare il loro passato, c'è chi invece mantenne la propria coerenza, e tradusse quel momento di transizione in un album-capolavoro

alberto radius

Parliamo di Alberto Radius che tra una produzione e l'altra trovò il tempo di pubblicare il suo quarto Lp da solista, America Good-Bye, sospeso tra il disincanto per un passato in dissoluzione, e i miraggi sponsorizzati dal nuovo ordine mondiale

Un disco geniale che prese a prestito le incongruenze del mito americano per sbatterci in faccia le nostre, e rivelò una ad una tutte le contraddizioni in una società solo apparentemente sana

Tecnicamente: otto brani firmati dallo stesso chitarrista su testi di Daniele Pace e Oscar Avogadro, qui in particolare stato di grazia.
Arrangiamenti del sopraffino jazzista Sante Palumbo, e ritmica d'eccezione: uno scatenato Tullio De Piscopo in overdose di Synare
Il tutto registrato nel nuovo e fiammante studio di Alberto che di lì a poco avrebbe ospitato Alice, Battiato, Faust'o, Giuni Russo e molti altri. 

E veniamo al disco. 
Attacco fulminante con un omaggio al prog, ed è subito una parata di stelle spente: eroi sconfitti dal loro stesso mito, ma anche da quel potere rancido ben fotografato nella successiva Poliziotto

America GoodbyeÈ poi la volta di California Bll, in assoluto il mio preferito dell'album. Splendido affresco di una California popolata di "uomini e donne belli come nei sogni", dove persino  Dio "verrebbe a morire", ma talmente idealizzata da apparire infine irreale. Anzi, talmente posticcia da trasformare questo brano in una sorta di California dreamin al contrario. E scusate se è poco.  

Stop al primo lato con  Il Buffone, omaggio a Cassius Clay su una cassa ribattuta non particolarmente memorabile, e si riparte con la più grande leggenda metropolitana di Manhattan: i Coccodrilli Bianchi che qui incarnano magistralmente le fobie del vivere urbano in sala yankee, quasi fossero moderni Frankenstein o rifiuti tossici. 

Ed è nuovamente il turno di altri due gioielli Patricia e Giù. Nel primo c'è tutto il dramma delle minoranze latine immigrate nelle metropoli della West Coast, e nel secondo quello dei cosiddetti binge drinkers (gli alcolizzati del fine settimana), fenomeno diffussissimo anche nei nostri weekend degli anni ottanta. 

Chiude in bellezza l'ennesima icona a stelle e strisce: Las Vegas, Città posticcia e icona del gioco d'azzardo in cui si è benvenuti sinché si hanno soldi da spendere. “Fino all'ultimo gettone hai diritto alla moquette”, e dopo 35 minuti si ha la sensazione di aver ascoltato un lavoro eccellente sia musicalmente che per qualità poetica. 

Una riconferma di Alberto insomma dopo l'altrettanto avvincente Carta Straccia, che ci restituisce un Radius perfettamente a suo agio tra il suo passato di rocker progressivo e il suo nuovo ruolo di cantautore. Tanto di cappello infine alla preziosa copertina multistrato di un Luciano Tallarini al top della sua creatività.

Una serata con Francesco Coniglio (1957 - 2023)

Francesco Coniglio
FRANCESCo CONIGLIO - foto: dagospia.com

Francesco ci manca dal 6 luglio 2023, o così ha deciso quel maledetto ictus che se l’è portato via.

Sto parlando naturalmente di Francesco Coniglio, monarca assoluto del fumetto underground italiano, compositore di colonne sonore (per film porno), imponente nel fisico quanto nell’animo, e con qualche piccolo difetto di fabbricazione, come del resto ce l'abbiamo tutti.

I suoi, in particolare, erano due: un controverso rapporto con la contabilità, ma di questo preferirei non parlarne, e un appetito praticamente insaziabile. E non solo per l’impressionante mole di cibo che riusciva ad assumere, quanto per una ghiottoneria congenita che lo portava a cercare sempre ed ovunque i piatti più raffinati. Frank insomma, era un vero gourmet.

Inutile rimarcare quindi, che nel periodo in cui ci siamo frequentati, più o meno quando uscì il mio Gast(r)ocknomìa, parlavamo più di cibo che di musica.
«Ma tu l’hai mai magnato l’uovo più ‘bbono del mondo?», «No, e che roba è?»,
«Poi, senti. Me devi insegnà a fare il risotto alla milanese perché a me proprio nun me riesce…»

Francesco Coniglio, John N.Martin
IO E FRANK, 2018
E allora giù a spiegargli il concetto dell’“onda”, che sostituisce quello di mescolatura (guardate questo video di Blixa Bargeld ai fornelli, per capire come NON si prepara un risotto); che la presenza del midollo ha un senso, e che la mantecatura si può dare sia all’inizio alla che alla fine, anzi, secondo me si dovrebbe.

Usare rigorosamente Riso Carnaroli o Vialone Nano (che però si sfalda più rapidamente, quindi non è indicato per grandi quantità), e servirlo aperto su un piatto largo.
Ma la cosa magica è che, mentre parlvo, lui mi osservava attentissimo, non si lasciava sfuggire neanche un dettaglio, quasi come fossi stato Marchesi in persona. 

Chissà se poi ci ha mai provato, a fare quel cazzo di risotto... Spero gli sia riuscito benissimo. Meglio di tutti i miei messi insieme.

Comunque, ciò che ci rese Francesco indimenticabile, fu il massacro di Forte Apache, anzi, dell’Aventino, quando una sera di luglio, invitò me e Marina al Flavio Al Velavevodetto, zona Testaccio, cucina laziale.

Era la prima volta che lo incontravamo, non sapevamo neppure che aspetto avesse, ma la sera prima il nostro amico Franco Brizi, che nel frattempo stava esponendo in uno stand sul Lungotevere, ci aveva garantito che lo avremmo riconosciuto senza problemi. E difatti non ci volle molto. Era una montagna.

Le portate, naturalmente, lasciammo sceglierle a lui (precisando timidamente che di solito noi a cena non mangiavamo “moltissimo”), ma quando, Frank iniziò ad ordinare gli antipasti, capimmo subito che quella sera sarebbe stata un’eccezione.

John N. Martin, Francesco Coniglio, Michele Neri
IO, FRANK e MICHELE NERI, 2019
Due colossali piatti di polpette carne/verdura, (colossali per noi, s’intende) un piatto di fiori di zucchina fritti che erano a dir poco squisiti, e praticamente un assaggio di tutti i primi che c’erano (gricia, carbonara, matriciana, cacio e pepe).  

 Manco a dirlo, Frankie finì di buon gusto quello che noi (per quantità, no per qualità) non eravamo riusciti a mangiare, e poi, ovviamente…
   «... e di secondo che se magna?».
«Di secondo???» «Frank scusa... ti va di fare una pausa?».

Credo sarebbe stato criminale, nonché offensivo fermarsi al primo. L’unico problema che, se lui aveva ancora una fame boia, noi eravamo già sazi. Ma ad un certo punto chissenefrega. Non ne capitano tante di serate così. 

Ottima cucina, ottima compagnia, e dopo la faidica mezz’oretta ci gustammo un’insalata mista con pomodorini (Marina) un involtino al sugo (io, era una cosa spaziale), e credo una trippa alla romana (lui).  
Caffè, ammazzacaffè, e ci lasciammo nella magica notte romana che, in quel particolare periodo dell’anno, è davvero incomparabile.

E questo è il mio ricordo di Francesco Coniglio. Persona di grande sensibilità umana e intellettuale, curiosa, intraprendente, ma la cui temperie forse gli impedì di limitarsi in certe situazioni, e gestirne altre.

«Uno dei personaggi più divisivi dell’editoria italiana. O lo amavi o lo odiavi.», mi disse una volta un caro collega saggista, e credo avesse ragione.

Io, almeno, non ho avuto tempo di odiarlo.

Buon viaggio Frank.

JACULA: chi era FIAMMA, la "vampiressa dal viso d'angelo"? - 1a parte

fiamma rock progressibo italianoSul rock progressivo italiano è stato detto e scritto ormai di tutto. 
Tuttavia, trattandosi di un genere di nicchia e spesso alimentato dal passaparola, non c’è da stupirsi se, ancora oggi, emergano nuove testimonianze ad arricchirne la storia. 

Per esempio, poco si è parlato in questi anni di Vittoria Lo Turco, classe 1937, in arte Fiamma: giovane e bellissima cantante genovese che, nei primi anni Settanta, alcuni giornali annoverarono - a torto o a ragione -  negli Jacula insieme ad Antonio Bartoccetti, Charles Tiring e Franz Parthenzy, e che quindi potrebbe corrispondere a quella Fiamma dello Spirito, che comparve nei credits dell’album Tardo Pede In Magiam Versus pubblicato nel 1972. 

Personalmente, ho sempre associato lo pseudonimo "Fiamma dello Spirito" a Doris Norton, compagna del band-leader Antonio Bartoccetti, ma non solo io: è scritto in qualunque testo di prog italiano (incluso il mio e di Michele Neri), lo hanno affermato colleghi ben più autorevoli di me, ed è una tesi tuttora condivisa. 

Eppure, alcuni documenti d'archivio recentemente rinvenuti (prevalentemente ritagli di giornale tra il 72 e il 76, quindi materiale di dominio pubblico e ancora reperibile nelle relative emeroteche), attribuiscono proprio a Fiamma il ruolo di cantante del gruppo.

Certo, osserverà qualcuno, per fugare ogni dubbio sarebbe sufficiente leggere la recente biografia del gruppo, “Magister Dixit” per la Tsunami Edizioni, ma io non l’ho ancora fatto. Quindi, lascio a voi trarre le conclusioni, e mi limito ad offrirvi l'opportunità di fare un altro tuffo nel passato, e di respirare ancora un po' dell'atmosfera di quegli anni “magici”. Aggettivo che, in questo caso, mi sembra più che azzeccato. 
E ora veniamo al dunque.

jacula 1972
 In un articolo del quotidiano La Notte di sabato 16 dicembre 1972, intitolato “I quattro ragazzi del complesso Jacula scrivono musiche dettate dagli spiriti”, il/la giornalista c.g.z. (si firma solo con le iniziali) presenta il gruppo così: “due ragazzi italiani e due inglesi, Charles Tiring, organista e pluristrumentista, Anthony Bartoccetti, compositore, poeta, chitarrista e cervello del complesso, Franz Partenzy, famoso medium inglese” e, guarda un po’, “la vampiressa Jacula, identificabile nella cantante Fiamma” la quale, nella didascalia della sua foto a destra del testo, viene testualmente definita come: “La vampiressa Jacula, in arte Fiamma, all’anagrafe Vittoria Lo Turco. É genovese, ed è nata musicalmente al Festival del Luna Park di Monza nel 1968. Nonostante l’aspetto sorridente ed innocuo, il suo pane è la magia. Pane che consuma con gli spiriti sul piano dei tavolini a tre gambe”. 

Un secondo trafiletto non denominato né datato (lo stile sembra essere quello del Corriere della Sera), rimanda invece ad un altro articolo del torinese Stampa Sera in cui si collegano Franz Gartenzy (!), l’inglese Charles Tiring, organista e pluristrumentista, originario della Cornovaglia, e l’italiano Anthony Bartoccetti compositore, poeta, chitarrista e “lead” del complesso, ad una “cantante, attrice di cabaret, presentatrice e così via: Fiamma [...] Una graziosa bionda genovese che in questi giorni si sta imponendo nel campo della musica leggera per le sue canzoni. É la cantante del complesso Jacula”. 

Da una pagina del Corriere Mercantile di Genova, anch’essa purtroppo senza dati cronologici, apprendiamo ancora che “Fiamma, una cantante genovese che sta sfondando sulla piazza di Milano, fa parte del complesso Jacula, frutto dell’unione di due italiani e due inglesi”. Si legge poi che “la musica, di origine magica e vampiresca, è arrangiata dal maestro Federico Bergamini, un altro genovese. [...] Clavicembalo, moog, e flauto riproducono i suoni captati dal medium inglese Franz Partenzy durante le sedute spiritiche”.  

Bergamini, per inciso, fu coautore con Bartoccetti di U.F. D.E.M. (Uomo fallito dell'era moderna), brano d'apertura di Tardo Pede. 

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE

Juri Camisasca: La finestra dentro (1974)

juri camisasca la finestra dentro 1974Nel 1974, parallelamente alla frammentazione del Rock Progressivo, si stava affermando in Italia un nuovo genere cantautorale, volto a superare, per impegno e per stile, quello della generazione precedente: l'analisi prendeva il posto della spensieratezza e il "personale" cedeva il posto al politico. Non siamo ancora ai livelli di un Finardi, ma ormai la strada è tracciata: di lì a poco la forma-canzone diventerà lo strumento rivendicativo che prenderà il posto del Pop.
 

Prima della metà degli anni '70 però, c'era ancora spazio per quel genere di sperimentazione autorale ancora legata al Prog che, pur se confinata ad una ristretta cerchia di estimatori, produsse lavori di una forza straordinaria: per esempio quello di un ventireenne di Melegnano (MI) di nome Roberto Camisasca, in arte "Juri".Musicista per vocazione, Camisasca conobbe Franco Battiato durante il servizio militare.
 

Tra i due nacque subito non solo un profondo rapporto di amicizia e una sodalità artistica che porterà Juri a collaborare col del Maestro siciliano, ma anche un rapporto inverso che farà di Battiato il suo primo padrino artistico.Di fatto, dopo un'audizione presso la Bla Bla di Pino Massara (all'epoca discografica dello stesso Battiato) che lasciò impressionati un po' tutti, il cantautore milanese ricevette carta bianca per l'incisione del suo primo trentatrè giri: "La finestra dentro".juri camisasca 02 
Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, l'anno 1974 fu per il Pop Italiano un periodo di transizione a fronte dei violenti scossoni politici che si stavano verificando all'interno della galassia giovanile: c'è chi come gli Area e i Dedalus ne sottolinearono la drammaticità e chi, come ad esempio lo storico gruppo dei Delirium, dovette ritirarsi per una sostanziale incapacità di adattamento ai nuovi linguaggi.In questo contesto, l'album di Juri Camisasca, pur essendo di stampo marcatamente autorale, riuscì a porsi esattamente nel luogo mediano delle trasformazioni in corso, dando vita così aun lavoro perfettamente centrato tra passato e futuro: un fulgido ritratto di quella tensione diffusa che di lì a poco avrebbe pervaso il mondo giovanile, tratteggiato però con uno stile saldamente radicato nel Prog, se non addirittura antecedente. 

Si immagini in sintesi, una vocalità sospesa tra la timbrica di Fabio Celi e le serpentine melodiche di Alan Sorrenti; una freddezza lirica degna di Alvaro Fella e una base sonora minimalista partorita da due geni quali Lino Vaccina e lo stesso Battiato.La risultante di quanto detto è evidente all'ascolto: angoscia e disincanto si mischiano ad una vocalità timida ma irruenta, mentre certi testi sembrano anticipare di due anni l'avvento del Punk.

Nel mio corpo ci sono delle fognature: tutti quanti le chiamano vene ma dentro ci sono dei topi che corrono […]
Io mi gratto continuamente […]ma io non cedo, io sarò sempre un galantuomo sino alla morte. […]
Però quei topi mi danno un gran fastidio […]

Ora mi decido: prendo un martello me lo picchio sulla testa ed ecco che i topi mi escono dal naso.
juri camisasca 03 

Le costruzioni armoniche sono scarne ma mai strettamente cantautorali e il groove si dipana in un bilanciarsi di "pieni e vuoti dinamici" che non concedono flessioni percettive
Ci sono i momenti di reale intimismo ("Ho un grande vuoto nella testa" "John"), citazioni Kafkiane ("Metamorfosi") e grandi abbracci mistici che sembrano preludere alla conversione religiosa dell'autore ("Il regno dell'Eden").
 

Spinto fino ai limiti dell'espressività melodica, "La finestra dentro" è diventato col tempo un album di culto, ma non solo per il suo valore collezionistico, quanto perché, malgrado la apparente schizofrenia delle musiche e dell'autore, riuscì a restituire in modo unico le angosce del suo tempo. E lo fece in un maniera così intima e distaccata, che neppure un astronauta dalla luna avrebbe potuto fare di meglio. E quell'astronauta era lo stesso Juri che, come un alieno in gita, arrivò sulla terra, lasciò un segnale e se ne andò subito dopo.
 

Non a caso, malgrado le eccellenti critiche ricevute che avrebbero potuto preludere a un sequel del primo disco, Camisaca non proseguì la sua carriera atrtistica ritirandosi in convento per dieci anni e rimanendo successivamente sempre fedele alla sua intimità artistica e spirituale.
Dissero di lui: "la particolarità fatta arte".

... con Garbo

JJ e GARBO - Gennaio 2020
...ok, non sarà un artista prog, 
ma è un mito lo stesso.




PUNK ROCK
... E IL RAGAZZO GUARDÓ JOHHNY...

the boy looked johnny PIÚ CHE UNA MUSICA,
IL PUNK FU UN'ATTITUDINE. 
... O COMUNQUE...
QUANTO BASTÒ PER
CAMBIARE IL MONDO.

Si perché, a conti fatti, almeno l’80% del suo repertorio attingeva senza neppure troppi complimenti al rock’n’roll puro e semplice. Certo, lo sporcava un po’; di solito anteponeva l’impatto sonoro alla precisione strumentale; nei casi più estremi aborriva l’uso degli assoli; prevedeva un rapporto molto più diretto col pubblico, ma se escludiamo quelle pochissime band più raffinate tipo Stranglers o Damned, sempre di rock’n’roll si trattava. 
Never Mind the Bollocks in particolare, sembrava un disco di Eddie Cochran lasciato marcire in discarica per qualche mese, e poi centrifugato dal Pacojet.

Eppure, malgrado la sostanziale povertà armonica, fu proprio quella sua "attitudine” a rivoluzionare per sempre la musica popolare. E come accadde per i grandi movimenti precedenti quali il Beat e il Prog, anche dopo il Punk nulla sarebbe stato più lo stesso.
Al di là dei tre accordi che lo sorreggevano infatti, ancor prima di essere musica il Punk era una tendenza, un’indole. Una sorta di nobiltà underground molto fiera di sé stessa che, almeno inizialmente, intendeva opporsi alla mediocrità del sistema con la sola forza del suo look e della sua alterigia.

punk rockCosì apparivano i frequentatori del Let It Rock di Malcom McLaren al 430 di King’s Road quando nei primi anni 70 cercarono di far coincidere tutte le subculture inglesi in un solo kernel ispirato agli anni Cinquanta; i clienti del Too fast to live, too young to die che intorno al 73 iniziarono a modernizzare il loro nichilismo, e infine quelli del Sex da dove il punk incendiò il mondo intero a partire dal 76. Parola d’ordine “No Future”.

L’arroganza iniziale insomma, diventò verbo,vocazione e stile, filtrata da anni di noia, di disincanto, e dalla profonda cosapevolezza che ormai i lustrini del glam, così come tutti i modelli successivi dal pop ormai risciacquato al pub rock erano ormai armi di distruzione di massa
Io odio i Pink Floyd!” fu il primo messaggio di Johnny Rotten. Ricordate?

Il trucco fu quindi quello di atttingere alle origini, ma non a quelle del blues che era roba da vecchi ubriachi da pub, ma alle prime genuine avvisaglie di disobbedianza proletaria: il rock‘n’roll di Eddie Cochran appunto, piuttosto che di Gene Vincent, Buddy Holly, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Little Richard, Fats Domino, Carl Perkins, e di tutti quegli spaccatimpani che solo mettendo un dito su uno strumento, facevano saltare per aria generazioni di bassi ventre.

E anche se nesssuno dei Punk della prima ora aveva la voglia o la capacità di suonare come Danny Cedrone o Scotty Moore, pazienza. La situazione sociale era talmente allo sbando che a quel punto bastava attaccare la chitarra ad un ampli, alzare il volume, fare “bleng” e formare una band.

punk rock
E questo accadde realmente verso la fine del 76 quando i primi pruriti neocon della lady di ferro Margaret Thatcher stavano per innalzare il tasso di disoccupazione alle stelle, e innescare scioperi a catena che avrebbero paralizzato di lì a poco l’intera Inghilterra. 
E si che un'accozzaglia di drop out l'aveva messa in guardia durante il carnevale di Notting Hill.

Come sappiamo - a parte il Punk newyorchese che è un'altra storia - i primi a muoversi in terra d’Albione furono gentaglia tipo i London SS di Brian James poi con i Damned, The Chelsea, The Strand (poi Sex Pistols), The Guilford Stranglers poi abbreviati in Stranglers, gli 101’ers di Joe Strummer futuro Clash, i Bazooka Joe di Stuart Goddard successivamente Adam Ant, i Warsaw di Ian Curtis poi Joy Division, Siouxsie e i suoi Banshees che nei primi giorni della loro carriera ebbero come batterista Sid Vicious, e un altro marasma di gente sconosciuta che faceva caciara a suon di urla, sputi, e lamette: Buzzcocks, Dead Boys, London, Prefects, The Boys, Penetration, Abrasive Wheels, Vibrators, Wires, Eater, Subway Sect, Pork Duke, Rezillos e via dicendo.

Una mole di watt e sudore che qualcuno non la chiamava neppure musica, ma deiezione, pattume, ma era solo il canto del cigno della borghesia musicaleCaptain Sensible, Dave Greenfield, Topper Headon e Steve Jones erano anzi ottimi musicisti, e comunque ciò che interessava loro non era dimostrare la propria abilità, ma la loro efficienza sovversiva.

Ci riuscirono in pieno, e scombuiarono finalmente tutte le regole di un gioco che altrimenti ci avrebbe portato alla morte artistica e al dominio delle multinazionali già quarant’anni fa.
E se qualcuno sostiene ancora che il Punk è morto (e forse ha ragione) è per colpa sua. Non certamente per colpa nostra.

Area: un gruppo dal valore aggiunto.

rock progressivo italiano

  POST ORIGINALE: 24 APRILE 2015 -

Che gli Area siano stati un gruppo fondamentale per lo sviluppo del rock italiano è cosa nota: c’è una vasta bibliografia in merito tra cui ricordo lo splendido “Libro degli Area” di Domenico Coduto, c'è un passaparola che rivitalizza incessantemente le loro gesta e la loro arte, nonché un periodico fiorire di iniziative, concerti e tributi che dimostrano come la musica e il messaggio di Demetrio e compagni abbiano ancora oggi ancora un valore inestimabile. 
Già. Ma quale valore? 

Innanzitutto la conflittualità: ambasciata dai loro cinque album in studio che, tra il 73 e il 78, traghettarono il rock progressivo da espressione stilistica a strumento di comunicazione antagonista, riflettendo così sogni e rivendicazioni di un’intera generazione di militanti.  

Poi, parlerei anche di una forza comunicativa ben al di sopra della media: certamente debitrice a quella straordinaria macchina da marketing che fu Gianni Sassi, ma anche autoctona nella capacità di inventarsi sempre nuove strategie per dialogare col pubblico. Dal famoso “offertorio delle mele” alla geniale trovata del cavo elettrico tirato in mezzo al pubblico che modulava il sequencer di Paolo Tofani

stratos fariselli tofani capiozzo tavolazzi
Foto: Roberto Masotti
Infine, lo stakanovismo quasi eroico nell’esibirsi sempre, comunque e dovunque, gratis o no: per non perdere di vista neppure un ascoltatore e diffondere quel messaggio rivoluzionario del quale erano convinti tutti e cinque senza esenzione alcuna. Un costante lavoro di sperimentazioni e di contaminazioni, che Demetrio portò anche avanti per conto suo, esplorando a suo rischio e pericolo le possibilità più estreme della voce umana.

Difficilmente, credo, queste istanze furono proprie di altri gruppi degli anni Settanta, ma neppure di quelli successivi se escludiamo alcune formazioni ultraradicali dell’hardcore anni 80 o dei Centri Sociali che però, a parità di impatto, non godettero mai nè della stessa popolarità, né riuscirono (salvo rarissime eccezioni) ad uscire dalle maglie dell'underground. E questo  sia perché, nel frattempo la forza repressiva del sistema era aumentata , sia perché, in effetti, gli Area ebbero alla base una strategia operativa molto più efficace.

Di fatto, essi difesero la loro unicità intellettuale con un comportamento tanto aperto nei confronti delle masse quanto critico al limite dell’accidia nei confronti di certi loro colleghi: primi tra tutti, la Premiata Forneria Marconi. Ma in fondo, non fu una scelta sbagliata. 
Del resto, in un mondo ipercompetitivo e pericolosamente instabile come quello dei movimenti, arroccare la propria ideologia dietro un’immagine forte e impermeabile ai contraddittori, era forse l’unica soluzione possibile per mantenerla intatta. 

rock progressivo italianoE se molti dei loro proclami sembravano calati dall’alto - per non dire supponenti - è anche vero che nessuna delle loro provocazioni passò mai inosservata: perché innovativa, perché attendibile, ma soprattutto perchè frutto di basi e progettualità solidissime, nate dalla perfetta armonizzazione tra la band e i suoi collaboratori. 

In più, a differenza di molti colleghi che si contraddissero corteggiando il mercato americano, gli Area non commisero mai quell'errore, preferendo piuttosto concentrare la loro attività in Italia, o, al limite, sperimentare le loro potenzialità in nazioni più libertarie: Francia e in quel Portogallo appena fresco di democrazia. Sicuramente perdendoci commercialmente, ma mantenendo illibata la loro coerenza

Anzi, è davvero straordinario appurare come, proprio oltralpe, il loro percorso artistico e politico venne recepito addirittura meglio che da noi, dove spesso era oggetto di attacchi e fraintendimenti. Lo dimostrò ad esempio, la lunga introduzione della presentatrice portoghese al loro live set di Lisbona, la quale tracciò un profilo straordinariamente lucido non solo dei musicisti, ma dell’intera situazione italiana: privilegio che, all'epoca e a livello nostrano, apparteneva solo a pochissime avanguardie intellettuali

Dopo la morte di Demetrio nel giugno del 79, e la successiva agonia del gruppo, nessuno come loro si sarebbe mai più ripresentato sulla scena italiana: da un lato perché si chiuse l’era dei movimenti e mutarono le condizioni politiche, ma soprattutto, poiché venne meno uno dei più solidi collettivi musicali della storia musicale italiana, là dove ogni singola personalità era imprescindibile per la sua esistenza. Ancora oggi un esempio, direi, per chiunque voglia fare della propria musica, una professione.

BUON 2024 da JJ, e dai nostri meravigliosi maestri!

JOHN'S CLASSIC ROCK BUON NATALE
Prof. ANTONIO "TONI" NEGRI

AUGURI
DI TUTTO
A TUTTI 

 E GRAZIE PER ESSERCI,

DOPO BEN 15 ANNI 

DA QUANDO INIZIAMMO 

QUESTA AVVENTURA INSIEME

 SIAMO I FIGLI DEL ROCK,

E NON CI FERMA NESSUNO!

IL RITORNO DEL POP ITALIANO di Paolo Barotto (1989)

Paolo Barotto, Il Ritorno del Pop Italiano

DEAR SIS AND BROS, PARLIAMO DI PERSONE GENIALI NELLA NOSTRA "BIBLIOTECA ROCK" CON UN LIBRO E UN PERSONAGGIO FORMIDABILI. L'ACCOPPIATA CIOÉ, CHE ALL'ALBA DEGLI ANNI NOVANTA HA RESUSCITATO LA GRANDE PASSIONE ITALIANA PER IL ROCK PROGRESSIVO, E LE CUI VICISSITUDINI NON SONO STATE SOLTANTO UNO SPACCATO DI VITA E COSTUME, MA UN VERO E PROPRIO CAPITOLO DELLA STORIA MUSICALE ITALIANA. PERCHÉ SENZA DI LORO, FORSE, IL NOSTRO PROG NON SAREBBE SOPRAVVISSUTO, O LO AVREBBE FATTO IN MANIERA MOLTO MENO SIGNIFICATIVA.
UN GRAZIEDI CUORE QUINDI AL MIO AMICO PAOLO BAROTTO PER L'INTERVISTA E LE FOTO ESCLUSIVE CHE HA VOLUTO CONCEDERCI. 

BUONA LETTURA E NATURALMENTE...
BUONE FESTE E BUONE VACANZE A TUTTI. JJ.

  Quando comprai questo libro, nel lontano 1989, il Prog italiano stava gradualmente riprendendosi dopo quasi dieci anni di letargia, sia come musica, sia come riscoperta del suo mezzo di diffusione principale: il vinile. Una passione ufficializzata dalla prima edizione di "Vinilmania" il 6 settembre 1986 nella "Sala Venezia" di Via Cadamosto a Milano, e che prosegue ancora oggi grazie a un continuo florilegio di mostre, mercatini, pubblicazioni, concerti, union, reunion eccetera.
 
Ma torniamo all'89. Tra i dischi più ricercati dell'epoca c'erano Ad Gloriam, Tardo Pede e Scolopendra; il pubblico delle fiere era numeroso e curiosissimo, ma non sempre a tanto interesse corrispondeva altrettanta preparazione musicale.  Molte discografie erano lacunose, gruppi quali i Blues Right Off, il Richard Last Group e gli Psycheground Group non si sapeva neppure chi fossero, e c'era pure chi credeva che il Biglietto Per L'Inferno fosse di Lucca anziché di Lecco.

Allo stesso modo, vendere e acquistare vinile era un campo minato, grading e quotazioni si davano un po' a spanne (io ad esempio non ho mai capito la differenza tra un VG++ e un NM-), e il mondo era pieno di gente che aveva in casa dischi rarissimi e neppure lo sapeva.

Poi naturalmente c'erano gli espertissimi che sapevano (quasi) tutto: Franco Brizi, Raoul Caprio, Vinyl Magic, Augusto Croce, Mathias Scheller,  ma il primo che pensò di immortalare le sue conoscenze progressive nero su bianco, fu un ventiseienne di Luserna San Giovanni, appassionato di musica sin da tenera età, e che da teenager faceva incetta di riviste pop e dischi "strani".

Paolo BArotto, 1989
Paolo Barotto, 1989
Il suo nome era Paolo Barotto, ribattezzatosi per l'occasione Paul Bareight.
E fu così che nel 1989, redatto in proprio con una Olivetti Lettera 35 e stampato in 700 copie presso la tipografia Stiligraf (gestita da compaesani dell'autore) uscì "Il Ritorno del Pop Italiano".

In tutto 190 pagine in formato A5 contenenti oltre 200 monografie di gruppi pop tra il 1969 e il 1978, foto, interviste, alcune brevi osservazioni critiche e storiche, e naturalmente le discografie di ogni artista con tanto di grado di reperibilità del supporto. A = disco comune, D = disco raro, G = disco praticamente impossibile da trovare.

Malgrado qualche trascurabile refuso, non appena il libro entò nei circuiti di vendita (principalmente fiere e negozi specializzati), si capì subito che avrebbe rivestito un ruolo centrale nella conoscenza e nella diffusione del Prog italiano.

Innanzitutto perché era il primo di quella che sarebbe stata una lunga serie, ma soprattutto perché A) l'autore  intercettò perfettamente le esigenze di neofiti e collezionisti e B) lo fece esattamente nel momento in cui il mercato del Prog inziava la sua fase virale, contribuendo così a sviluppare sia un mercato che una cultura. Che non è da tutti.

Paolo Barotto Lettera 35
La  mitica Olivetti Lettera 35 con cui
  Paolo ha scritto Il Ritorno del Pop Italiano

E di fatto, la prima edizione del libro sparì in fretta dal mercato (oggi una copia originale tenuta bene costa intorno ai cento euro), prontamente sostituita da una seconda riveduta, ampiata e corretta, e con tanto di Cd audio allegato, prodotto dalla Vinyl Magic di Milano.

... e per quanto riguarda il resto... direi di rivolgerci direttamente all'autore che sono orgoglioso di avere qui con noi, in esclusiva per i lettori di John's Classic Rock.


JJ. - Carissimo, tu sei stato proprio il primo a mettere nero su bianco biografie e discografie dei gruppi pop e prog italiani. Puoi raccontarci un po' la genesi "intima" di questo libro.

P.B. - Io ho iniziato a catalogare i dischi e le discografie dei gruppi italiani su di un agenda nel 1979 ritagliando recensioni e fotografie e articoli dalle riviste specializzate dell'epoca in auge dal 1970 al 1977 cioè Nuovo Sound, Super Sound, Ciao 2001, Qui Giovani ecc.
Molti altri gruppi come i Procession ed i Metamorfosi me  li fece conoscere il mio compaesano Enrico Noello, ed altri ancora, quando venne il momento di scrivere il libro, li contattai telefonicamente dopo una ricerca sulla guida telefonica (all'epoca non c'era Internet) per farmi dare la formazione del gruppo e la città di appartenenza .

Paolo Barotto manoscritto originale
L'agenda originale di Paolo Barotto (1979)


JJ. - Passione allo stato puro...


P.B. - E infatti è proprio in quel decennio, dal 1979  al 1987, che mentre studiavo a Torino, frequentavo sia le bancarelle dell'usato che i negozi di dischi.

In particolare DOREMI di Moncalieri, a poche centinaia di metri dalla scuola, dove il marito della proprietaria era un rappresentante della Rca e periodicamente mi faceva trovare per 5.000 lire  degli lp che all'epoca erano invenduti come Sirio 2222 del Balletto di Bronzo, Io come Io del Rovescio Della Medaglia, (col medaglione, ovviamente) o Atlantide dei Trip.

E Sempre in quel periodo, c'era alla stazione di Porta Nuova una bancarella di un tizio che veniva sopprannominato Noé, ed io in attesa del treno spulciavo nei dischi da 3.000 lire per scoprire quei gruppi italiani di cui non si erano mai avute notizie nemmeno sulle riviste specializzate.

JJ - E cosa trovasti nella bancarella del Noé....


P.B. Leo Nero, "Vero", Metamorfosi "Inferno", dai Murple a Ninni Carucci. Essendo pero' uno studente squattrinato (rinunciavo alla merenda a scuola tutta la settimana per comprarmi un disco). ne lasciai molti. Mi ricordo una svendita per chiusura del Discolo di Torino con 5 copie per tipo sigillati di molti titoli prog a 3000 lire! E io ne prendevo a fatica una copia  per me. Se  avessi preso tutti i dischi che mi sono passati tra le mani, oggi potrei avere un panfilo in Costa Azzurra.

JJ - E siamo arrivati negli anni Ottanta, in cui inizia il fenomeno del collezionismo prog.

Paolo Barotto
Il libro con la classica grafica Macintosh II
 P.B. - Esatto. Dunque... verso la seconda metà degli anni Ottanta, sul Ciao 2001 c'era una rubrica dove potevi pubblicare gli annunci, e così i vari collezionisti del genere si misero in contatto tra di loro nei posti più disparati d'italia. Ricordo i primi contatti con Franco Gentile di Bassano Del Grappa, con Gioacchino Astarita da Napoli, o Vittorio Zingales da Pozzo di Gotto. Molti mi chiedevano tramite lettera quanti dischi aveva inciso quel tale gruppo, se avevano fatto dei 45 giri inediti, se precedentemente suonavano in qualche gruppo beat, ecc..

E fu a quel punto che decisi di pubblicare un libro a livello amatoriale. In partenza, pensavo di pubblicarlo in 200 copie almeno per rientrare delle spese e per paura di non venderle, poi però il mio amico d'infanzia e tipografo Luca Perrachino fortunatamente mi spinse a stamparne almeno 500, perché il grosso costo era di impostarne uno e non tanto il costo della carta.

JJ - E alla fine quante copie stampasti?

Settecento.

JJ - Usasti il Macintosh, Plus vero? La grafica è inconfondibile.

P.B. - No, il libro lo scrissi con la macchina da scrivere Olivetti Lettera 35 e successivamente lo dettai sul computer al mio amico in tipografia (ricordo le sere fino a tarda ora sia per trascriverlo che per impostarlo ). E anche per le foto mettevamo gli originali in un macchinario, ed usciva un l'immagine bianco e nero che avremmo usato sul libro.

JJ - La copertina però era a colori.


P.B. -
Diciamo che avevo le idee abbastanza chiare, e scelsi infatti una copertine a colori che ritenevo migliore, e questo fece da "traino" alle successive prime fiere del disco in particolare Vinilmania.

Paolo Barotto, Il Ritorno del Pop Italiano
LA FAMIGLIA BAROTTO FESTEGGIA
  IL NUOVO ARRIVATO (1989)

JJ - C'era una distribuzione o hai venduto tutto di persona?


P.B. - Non diedi il libro in distribuzione ma li spedivo in ogni parte d'Italia e qualche centinaio di copie le diedi in conto vendita ai negozi di dischi specializzati come Rock'n'Folk di Torino, La Casa Del Disco di Varese. Disfunzioni Musicali di Roma.

All'inizio molti standisti compravano anche il libro perchè avevo inserito il grado di difficoltà in base alla rarità, e quindi gli serviva come strumento di lavoro. E nel frattempo molti privati iniziarono a chiedermelo anche dall'estero, in particolare dal Giappone, ma anche da Belgio , Germania e Francia.
Il libro lo terminai in un paio di mesi, dopodiché mi accordai con la Vinylmagic di Milano per le edizioni successive, ma questa è una altra storia.

JJ -  E cosa ne pensarono gli stessi musicisti del tuo lavoro? Credo che molti di loro si stupirono nel vedersi menzionati dopo anni di oblio. 

P.B. - Caspita, si. Stupiti quando li contattavo, felici e orgogliosi di essere ricordati, e di raccontarmi le loro avventure.
Mi ricordo che quando contattai Pino Sinnone dei Trip e Daniele Ostorero degli Alluminogeni per le le interviste allegate al libro, mi dissero che dall'epoca (QUINDI PER QUASI 15 ANNI!) nessuno li aveva mai più contattati.
Adesso mi dicono che sono contattati quasi periodicamente, anche se la gran parte lo fa per chiedergli se hanno ancora dei dischi originali da vendere. Ricordo che molti vennero  appositamente in fiera per prendere il mio libro come Joe Vescovi dei Trip, uno dei miei miti giovanili!
 
JJ - Dovessi dare oggi un giudizio alla tua opera oggi?

P.B. - Ovviamente, guardandola a distanza di 30 anni rimane  un opera incompleta ma all'epoca, senza internet, penso di aver fatto il massimo.  

JJ - Ultima cosuccia. In che misura il pop e il prog italiano degli anni Settanta hanno cambiato la musica italiana?

 P.B. - Beh! è una domanda che fatta a me ti dà già la ovvia risposta. Ovviamente si anche se molti non la pensano così  

JJ - Quindi ha senso fare prog ancora oggi?  

 P.B. - Certo che si, incoraggio sempre i gruppi giovani a proporre peszi propri e proseguire  a suonare, anche se al momento in Italia,  se non fai cover non ti chiamano a suonare  da nessuna parte . Anche se il new prog  in Italia non ha un grande seguito rispetto ad altri paesi  è un genere di musica che spero non morirà mai. 

(PAOLO BAROTTO, JOHN N. MARTIN 12/2022) 

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