DANILO RUSTICI 1949 - 2021

Una vita importante.

Se solo un centesimo dei musicisti contemporanei se ne rendesse conto,

oggi non saremmo così in debito di genialità, di conflittalità e di trasgressione.

Qualità artistiche in grado di cambiare il mondo,

ma la cui assenza ci ha ricondotto oggi alla mediocrità,

alla rassegnazione, alla tristezza.

 

INVECE,

MAI IMBAVAGLIARE I PROPRI SOGNI.

NE' I PROPRI DESIDERI.

E questo vale sempre.

In politica, 

in amore,

nel quotidiano,

nell'ordinario,

nello straordinario,

SEMPRE.

 

Prendete come parametro della vostra vita la DIFFERENZA

e non il conformismo.

E vedrete che ogni orizzonte sarà possibile, 

ogni scoperta meravigliosa,

 e ogni amore 

magnifico

intenso

e irripetibile,

com'è giusto che sia.

 

Questo ci ha insegnato Danilo,

ed è per questo che si va avanti.

Perché

LA NOSTRA VITA E' UN'ARTE.

non l'imitazione di altre vite.


Grazie Danilo

Grazie Armando

Grazie a noi.

CHI ERANO GLI 'AUTONOMI' ?

Chi ama il Rock Progressivo Italiano anni Settanta e più in generale la storia e le vicissitudini di quel periodo, avrà sicuramente sentito parlare di “Autonomi” e di solito in senso negativo: gli autonomi interrompono un concerto, gli autonomi devastano il centro, gli autonomi spaccano le vetrine eccetera. 

Un'entità demonizzata da tutto e da tutti insomma, partiti, sindacati, opinione pubblica, che però ebbe non solo una sua precisa ed importante ragione d'essere, ma rivestì nel bene e nel male un ruolo determinante nello sviluppo della nostra società.

Chi erano dunque questi fantomatici AUTONOMI e da dove venivano?

Cos'era l'Autonomia Operaia Organizzata e perché influì in modo indelebile anche sulla musica italiana? 

Prossimamente su John's Classic Rock.

JJ

Triade: La storia di Sabazio (1973)

Triade 1998: la storia di Sabazio

Il locale alternativo “Space Electronic” venne inaugurato nel 1969 con il “Concerto n° zero” di Dik Dik e New Trolls e fu uno dei punti di riferimento dell’avanguardia fiorentina degli anni ’70. Ispirato all’Electric Circus di New York, era arredato con specchi, mobilia metallizzata, luci psichedeliche e dotato di ben due palcoscenici che ospitarono tra gli altri Atomic Rooster, Van der Graaf Generator e Canned Heat. Il tutto per non citare i nostri PFM, Fholks, Formula Tre, Nuova Idea e i Triade

E fu proprio tra le sue mura che nel 1972 si formò il primo nucleo di questi ultimi grazie all’incontro tra il tastierista diciottenne Vincenzo Coccimiglio e il ventiquattrenne bassista Agostino Nobile, reduce dal gruppo dei “Noi Tre” in cui erano transitati anche il futuro chitarrista degli Area Paolo Tofani e Franco Falsini dei Sensation’s Fix

 Ferventi sostenitori dello schema “tastiere, basso batteria” sul modello degli EL&P di cui si erano innamorati nel corso della loro tournee italiana, i due musicisti faticarono molto per trovare un batterista all’altezza dei loro progetti, anzi: capitò addirittura che qualche candidato abbandonasse indignato le audizioni perchè le parti da eseguire erano troppo complicate. Alla fine la spuntò Giorgio Sorano che invece si dimostrò in grado di soddisfare tutte le esigenze dei suoi futuri colleghi e nacquero così i Triade, nome che Coccimiglio scelse ispirandosi al principale accordo della scala maggiore occidentale e che tra l’altro, calzava perfettamente a un trio. 

Dopo qualche mese di rodaggio dal vivo in cui il terzetto suonava principalmente covers di gruppi stranieri, nel 1973 l’incontro con il produttore Elio Gariboldi che rimase incantato dall’abilità dei musicisti, fruttò in soli tre giorni un contratto con la discografica Derby a distribuzione CGD, producendo come risultato l’unico album della band pubblicato nello stesso anno: “La storia di Sabazio(nome mutuato da Bacco, il Dio del vino e della vendemmia).

 Sin dall’inizio, Gariboldi trattò molto bene i Triade al punto che non solo fornì ai musicisti un lauto “premio d’ingaggio”, ma anche ogni ben di Dio di strumentazione, compresi un Mellotron e un gigantesco Gong. In più, Gariboldi reclutò anche in sala d’incisione il fonico di Mina che pur non essendo abituato al rock progressivo, aveva comunque una notevole esperienza tecnica. Poi, giusto per rimanere a un certo livello, si pensò inizialmente di far disegnare la copertina del disco a Guido Crepax (lo stesso illustratore di “Nuda” dei Gaybaldi), ma infine si optò per Florinda Sodano, moglie del batterista, che propose di realizzare una cover completamente dorata in cui sarebbero apparsi il nome della band, il titolo, una testa stilizzata richiamante la struttura del gruppo e una ballerina anch’essa stilizzata. L’idea venne accettata e vennero prodotti immediatamente tre tester di prova: uno ramato, uno argentato e uno d’oro zigrinato. Alla fine si decise per una copertina in oro liscio che fu quella effettivamente pubblicata, ma senza l’immagine della ballerina ritenuta eccessiva.

Triade Coccimiglio Nobile Sorano

Dopo la pubblicazione del trentatrè giri, il gruppo si rivelò assai dinamico dal vivo, suonando sia come opening act del Banco, della PFM e di Battiato, sia come gruppo stand alone mietendo notevoli consensi, specie grazie a una serie di performances al Salone Pielombardo di Milano (oggi: “Teatro Franco Parenti”) in cui emerse la notevole verve scenica di Coccimiglio che dei tre, era l’unico che si truccava, che aveva i capelli lunghissimi e faceva un live act decisamente dinamico sulla falsariga di Keith Emerson e Vincent Crane.  

Purtroppo però, al buon gradimento dal vivo non corrispose altrettanta attenzione commerciale all’LP che, alla resa dei conti, si rivelò una lama a doppio taglio un po’ per l’incisione non del tutto equilibrata e un po’ a causa della disposizione dei brani. “Sabazio” infatti consisteva in due facciate molto dissimili tra loro. La prima ospitava due suites strumentali firmate da Coccimiglio che ben mettevano in risalto la sua passione per gli EL&P (in particolare in “Nascita” e “Il circo”) e per i grandi classici da Chopin a Mussorsgskji. La seconda invece, annoverava invece tre sofisticate ma più leggere composizioni cantate di Nobile di cui due ("1998" / "Caro Fratello") uscirono anche su 45 giri.

Triade Sabazio label

Due lati insomma, con due impronte talmente diverse da far sembrare il disco una forzata saldatura tra due stili inconciliabili: un dualismo che comunque non rappresentò un problema, almeno finché il gruppo fu sotto l’egida di Elio Gariboldi. Quando questi però fu chiamato a lavorare alla CBS tedesca lasciando la band in mano a Bob Lumbroso, già produttore del cantante melodico Sandro Giacobbe, le cose cambiarono radicalmente. Preferendo di gran lunga il lato “leggero” del disco infatti, Lumbroso precluse ogni spazio all’avanguardia: pretese dalla Triade canzoni melodiche e sia Coccimiglio che Nobile se ne andarono sbattendo la porta. A questo punto sarebbe stato sufficiente trovare un altro produttore, ma le continue tensioni interne al gruppo, specie tra Tino e Giorgio – che Vincenzo doveva sempre mediare, spesso con un certo fastidio - minarono definitivamente la stabilità della band. 

Oltretutto, col passare del tempo si erano anche acuite alcune diversità caratteriali che stavano lentamente ma inesorabilmente emarginando Sodano, ritenuto molto più “timido” dagli altri due. Coccimiglio comunque, seguitò a gravitare nel mondo musicale come ricercatore, docente e musicista di piano bar, occupazione quest’ultima svolta anche da Tino Nobile. Verso la fine del 1974 ebbe anche una proposta di entrare nei Dik Dik, ma non accettò lasciando il posto a Joe Vescovi, ex tastierista dei Trip e all’epoca allora appena uscito da una breve collaborazione con gli Acqua Fragile.  

Diciamo quindi che almeno due terzi dei Triade raccolsero ancora molte soddisfazioni dopo lo scioglimento della band, ma certamente a molti ascoltatori resta ancora l’amaro in bocca per non aver dato un sequel a “Sabazio” che pur nel suo status di nicchia, avrebbe meritato almeno un erede.

triade la storia di sabazio

Nell’ottobre del 2011, John JJ Martin diventato nel frattempo amico di Coccimiglio, lo spronò a rifare una nuova versione di “Sabazio”, risvegliando non solo il suo entusiasmo, ma soprattutto l’interesse della BTF di Matthias Scheller che in una mail privata del 28/10/11 a JJ si dimostrò molto interessato alla proposta:

 “Puoi dire a Vincenzo di farsi vivo, se le cose sono in linea con i nostri prodotti possono certamente interessarmi. Inoltre, mi fa piacere in ogni caso salutare un protagonista di quel periodo che tanto amiamo.” disse Matthias

 Secondo Vinny poi, il progetto avrebbe dovuto anche coinvolgere il suo amico Marco Migliari della Real World di Peter Gabriel che avrebbe potuto occuparsi della parte tecnica e che tra l’altro, aveva già collaborato con Scheller. La storia però non ebbe un seguito. Nel mese di dicembre, sopraggiunte disfunzioni ematiche costrinsero Vinny ad operarsi d’urgenza e a lottare duramente per la propria vita, perdendo purtroppo la battaglia il 28 gennaio 2012.

 “La storia di Sabazio” nella sua versione del 1972, resterà quindi per sempre un’opera unica. Un caro abbraccio a Patrizia, a Franco Piri Focardi e a tutti coloro che dai Triade hanno astratto tutta quella gioia e quella voglia di vivere che loro hanno sempre voluto trasmettere. L’abbraccio più grande però va a Vinny: il nostro dolce angelo custode del Rock Progressivo Italiano che tutti sappiamo, non ci abbandonerà mai.

Claudio Lolli: Ho visto anche degli zingari felici (1976)

Ho visto anche degli zingari felici
Nella seconda metà degli anni Settanta , quelli che il milanese Gianfranco Manfredi definìzombi proletari”, erano invece per il cantautore bolognese Claudio Lolli, “zingari felici” Due modi cioè per evocare gli stessi soggetti politici ma con un taglio completamente diverso. Cupo e rassegnato per Manfredi che duramente provato dalla pesante débacle del Parco Lambro, celebrò in Zombie di tutto il mondo unitevi la morte dei Movimenti storici e dei suoi protagonisti; lucido e possibilista per Lolli che in quel cambio della guardia tra vecchie e nuove pratiche alternative vi lesse nuove prospettive rivoluzionarie, condensate appunto nel suo storico Lp Ho visto anche degli zingari felici

E non fu una contraddizione perché, mentre nella città più industrializzata d’Italia la riconversione padronale aveva violentemente azzerato la lotta di classe costringendo il contropotere all’arrocco o alla clandestinità, nella Bologna di metà decennio sbocciava invece un modello associativo del tutto nuovo, il Movimento del ’77: vivace miscuglio di spontaneismo freak, dogmatismo post-operaista e ribellismo sottoproletario con ampie componenti anarco-nichiliste. Un’orda antagonista il cui spirito dissacratorio centrifugava senza troppi complimenti Tristan Tzara, Majakovskij e il Punk, ma pur sempre nella consapevolezza di svilupparsi in una delle città più rosse d’Italia

Con queste premesse, è logico che la produzione culturale della Bologna post-76 fu quantomai articolata e mista: Radio Alice, il rock demenziale degli Skiantos, il Punk puro dei Gaznevada e quello emiliano-romagnolo dei CCCP, i violenti scontri del marzo 77 e gli strali dei Raf Punk contro il concerto gratuito dei Clash in Piazza Maggiore tre anni dopo. Il tutto passando per un’infinita serie di dibattiti, iniziative e disobbedienze diversificate

Recensione Ho visto anche degli zingari felici
FOTO: Angelo Aldo Filippin
Tutto ciò che avvenne però dopo la pubblicazione di Ho visto anche degli zingari felici (titolo mutuato da un film jugoslavo del 67), l'allora ventiseienne Claudio Lolli non poteva saperlo. Al limite poteva solo immaginare che quello strampalato coacervo di gente che si "rotolava per terra, faceva l’amore e si ubriacava di luna", avrebbe comunque prodotto qualcosa di buono
Ne fu anzi convinto, e da quella situazione ricavò il suo capolavoro: registrato ai Sax Studios di Milano, pubblicato dalla EMI italiana il 7 aprile del 1976, e venduto al prezzo politico di 3.500 lire contro le 5.000 standard. 

Accanto a Claudio, quattro membri del Collettivo Autonomo Musicisti Bologna: il chitarrista Roberto Soldati, il fiatista Danilo Tomassetta, il bassista Roberto Costa e l’ex batterista dei Tubi Lungimiranti Adriano Pedini, questi ultimi due futuri Orchestra Njervudarov.

l nuovo album di Lolli arrivava a due anni di distanza da Canzoni di Rabbia, ma a differenza del suo predecessore predilesse una dimensione musicale collettiva e più moderna, tanto che qualcuno vi scorgerà frammenti di jazz e persino di progressive.

In più, si espansero anche le tematiche: prima imperniate su un solo sentimento (la rabbia, appunto), e ora estese consapevolmente ad analisi politiche e alla critica storica: la strage dell’Italicus (Agosto), la necessità dell’opposizione totale all’ipocrisia dei potenti (Piazza bella piazza, La morte della mosca), nonché di una nuova cultura che fosse organizzazione e comunicazione ancor prima che ideologia (Anna di Francia). 

Ho visto anche degli zingari felici
BOLOGNA, MARZO 1977
Ma fu la title track il vero gioiello del disco: undici minuti di versi e musica divisi in due parti (Introduzione e conclusione) che racchiudevano l’intero Lp a mo’ di concept album
Un brano formidabile che non visse solo del suo phatos poetico , ma catapulterà nel futuro almeno trent’anni di antimperialismo

 "É vero che abbiamo bevuto il sangue dei nostri padri e non risciamo a vedere la luce /. È vero che non riusciamo a parlare o parliamo troppo / Ma è anche vero che non vogliamo pagare le colpe di chi non ha colpa e preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia / [Quindi], riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l'abbondanza"

Questo cantava Lolli nella primavera del 1976, madido evidentemente di speranze e fiducia

La storia però andò diversamente, e dopo tre anni in cui, pur se tra problemi di organizzazione e compattamento, Bologna fu l’epicentro della creatività italiana, il 2 agosto 1980 una nuova strage colpì vigliaccamente la sua stazione ferroviaria e l’Italia democratica tutta, spostando nuovamente il conflitto sul piano militare.  
Ma quella volta, le "mosche" che sopravvissero, avrebbero venduto cara la pelle..

1969: L'ANNO IN CUI TUTTO CAMBIO'. (3/3)

 CONTINUA DALLA  SECONDA PARTE

Balletto di Bronzo
Il Balletto di Bronzo

   Meno celebrati furono invece i napoletani Fabio Celi e gli Infermieri che (se è vero che pubblicarono nel 1969) contestualmente alla pubblicazione del libro Morire di Classe di Franco Basaglia e Franca Ongaro,  affrontarono anch’essi l’annoso tema della detenzione psichiatrica, il militante antiriformista Ivan  Della Mea autore di Il Rosso è Diventato Giallo e il futuo leader dei Numi Guido Bolzoni che nel suo Happening importò Dylan nelle brume pavesi.

La vera modernità attenne però a quel nugolo di complessi che, superando i limiti del beat e facendo propria la lazione psichedelica,posero le basi del nuovo Pop Italiano: i napoletani Balletto di Bronzo con la loro indemoniata Neve Calda, la Formula Tre, prodotta da Lucio Battisti e numero quattro in Hit Parade con Questo folle sentimento, i futuri Nuova Idea che col nome di J. Plep esordirono con La Scala, i milanesi Quelli che poco prima di diventare PFM spararono le ultime cartucce melodiche con Lacrime e Pioggia e Dici e infine i milanesi Alusa Fallax col single Tutto Passa, versione italiana di All My Sorrows degli Shadow. 

Mox Cristadoro
Purtroppo, non tutte quelle produzioni ottennero il dovuto riscontro, ma del resto, citando Enzo Gentile dal libro Route 69 di Mox Cristadoro:

 “in una nazione dove i libri musicali non esistevano, il merchandising non era ancora stato inventato, di notizie non ne arrivavano e di concerti neppure, non si poteva pretendere di più”.

Un quadro dunque destinato ad evolversi spontaneamente e ad interfacciarsi pienamente con la propria società, invece  tra le 16.37 e le 17.20 di venerdì 12 dicembre quattro bombe ad alto potenziale esplosero tra Milano e Roma dilaniando 16 persone e ferendone 103 di cui la maggior parte nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano

Attentati vili ed efferati per i quali vennero sospettati gli anarchici, ma che già dal giorno dopo alcuni intellettuali tra cui il milanese Primo Moroni attribuirono ad elementi di estrema destra al soldo di organizzazioni deviate dello Stato. E fu una convinzione determinante poiché, al di là della sua effettiva dimostrabilità (si consideri che il processo durò più di trent’anni), innalzò definitivamente i conflitti in corso a livello militare. In più, radicalizzò a tal punto gruppi e movimenti, che questi – tra i molti altri provvedimenti – esclusero immediatamente da pratiche e programmi qualsivoglia ipotesi libertaria o creativa, musica compresa. 

Banca dell'Agricoltura, Piazza Fontana
12 Dicembre 1969

E fu questa una delle principali motivazioni per cui, il Pop Italiano fu sostanzialmente disimpegnato sino alla fine del 1972 (il cosiddetto periodo Underground): perché mancava il terreno fertile per comunicare messaggi politici in chiave non istituzionale, ma anche perché, comprensibilmente, nessuno se la sentiva di confrontarsi con una situazione politica intricata, oscura e a questo punto pericolosa.

Il coinvolgimento artistico e la militanza musicale sarebbero tornati ad interfacciarsi solo dopo la storica ricomposizione del 1973 tra gruppi politici e creativi, ben illustrata da Andrea Valcarenghi sul numero di gennaio di Re Nudo (vedi anche La stagione della Controcultura).

Al 1969 seguirono dunque tre anni di Prog Italiano puro, e suonato solo per la voglia di farlo, prima in modo embrionale e ancora molto legato al blues lungo tutto il 1970 (Blues Right Off, Circus 2000, Mucchio…), più contaminato e poliforme nel ’71 (New, Trolls, Nuova Idea, Osanna, Trip ecc.) sino ad arrivare alla piena maturità nel biennio 72-73.  Poi il mondo diventò mancino, ma quella è un’altra storia.


Vi lascio con una domanda: SECONDO VOI,
COME SI SAREBBE EVOLUTO IL ROCK ITALIANO SE LA STRAGE DI STATO NON FOSSE MAI AVVENUTA ? 


Jacula: chi era Fiamma, la "vampiressa dal viso d'angelo"? - 1a parte

fiamma rock progressibo italianoSul rock progressivo italiano è stato detto e scritto ormai di tutto. 
Tuttavia, trattandosi di un genere di nicchia e spesso alimentato dal passaparola, non c’è da stupirsi se, ancora oggi, emergano nuove testimonianze ad arricchirne la storia. 

Per esempio, poco si è parlato in questi anni di Vittoria Lo Turco, classe 1937, in arte Fiamma: giovane e bellissima cantante genovese che, nei primi anni Settanta, alcuni giornali annoverarono - a torto o a ragione -  negli Jacula insieme ad Antonio Bartoccetti, Charles Tiring e Franz Parthenzy, e che quindi potrebbe corrispondere a quella Fiamma dello Spirito, che comparve nei credits dell’album Tardo Pede In Magiam Versus pubblicato nel 1972. 

Personalmente, ho sempre associato lo pseudonimo "Fiamma dello Spirito" a Doris Norton, compagna del band-leader Antonio Bartoccetti, ma non solo io: è scritto in qualunque testo di prog italiano (incluso il mio e di Michele Neri), lo hanno affermato colleghi ben più autorevoli di me, ed è una tesi tuttora condivisa. 

Eppure, alcuni documenti d'archivio recentemente rinvenuti (prevalentemente ritagli di giornale tra il 72 e il 76, quindi materiale di dominio pubblico e ancora reperibile nelle relative emeroteche), attribuiscono proprio a Fiamma il ruolo di cantante del gruppo.

Certo, osserverà qualcuno, per fugare ogni dubbio sarebbe sufficiente leggere la recente biografia del gruppo, “Magister Dixit” per la Tsunami Edizioni, ma io non l’ho ancora fatto. Quindi, lascio a voi trarre le conclusioni, e mi limito ad offrirvi l'opportunità di fare un altro tuffo nel passato, e di respirare ancora un po' dell'atmosfera di quegli anni “magici”. Aggettivo che, in questo caso, mi sembra più che azzeccato. 
E ora veniamo al dunque.

jacula 1972
 In un articolo del quotidiano La Notte di sabato 16 dicembre 1972, intitolato “I quattro ragazzi del complesso Jacula scrivono musiche dettate dagli spiriti”, il/la giornalista c.g.z. (si firma solo con le iniziali) presenta il gruppo così: “due ragazzi italiani e due inglesi, Charles Tiring, organista e pluristrumentista, Anthony Bartoccetti, compositore, poeta, chitarrista e cervello del complesso, Franz Partenzy, famoso medium inglese” e, guarda un po’, “la vampiressa Jacula, identificabile nella cantante Fiamma” la quale, nella didascalia della sua foto a destra del testo, viene testualmente definita come: “La vampiressa Jacula, in arte Fiamma, all’anagrafe Vittoria Lo Turco. É genovese, ed è nata musicalmente al Festival del Luna Park di Monza nel 1968. Nonostante l’aspetto sorridente ed innocuo, il suo pane è la magia. Pane che consuma con gli spiriti sul piano dei tavolini a tre gambe”. 

Un secondo trafiletto non denominato né datato (lo stile sembra essere quello del Corriere della Sera), rimanda invece ad un altro articolo del torinese Stampa Sera in cui si collegano Franz Gartenzy (!), l’inglese Charles Tiring, organista e pluristrumentista, originario della Cornovaglia, e l’italiano Anthony Bartoccetti compositore, poeta, chitarrista e “lead” del complesso, ad una “cantante, attrice di cabaret, presentatrice e così via: Fiamma [...] Una graziosa bionda genovese che in questi giorni si sta imponendo nel campo della musica leggera per le sue canzoni. É la cantante del complesso Jacula”. 

Da una pagina del Corriere Mercantile di Genova, anch’essa purtroppo senza dati cronologici, apprendiamo ancora che “Fiamma, una cantante genovese che sta sfondando sulla piazza di Milano, fa parte del complesso Jacula, frutto dell’unione di due italiani e due inglesi”. Si legge poi che “la musica, di origine magica e vampiresca, è arrangiata dal maestro Federico Bergamini, un altro genovese. [...] Clavicembalo, moog, e flauto riproducono i suoni captati dal medium inglese Franz Partenzy durante le sedute spiritiche”.  

Bergamini, per inciso, fu coautore con Bartoccetti di U.F. D.E.M. (Uomo fallito dell'era moderna), brano d'apertura di Tardo Pede. 

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE

Il Baricentro - Napoli 1977 ?

 Il Baricentro in una rara foto del gennaio 1977 inviatami dal mio anico Piero Mangini, batterista della band, che saluta tutti i lettori di John's Classic Rock e ci chiede una cortesia:

C'E' NESSUNO CHE POSSIEDE O HA NOTIZIE di una possibile  REGISTRAZIONE DEL CONCERTO del BARICENTRO alla MOSTRA D'OLTRE MARE di NAPOLI nel GIUGNO del 1977?

Il concerto durò parecchio e c'erano molte migliaia di persone perché, prima ci fu il comizio di Enrico Berlinguer.

Se qualcuno può aiutarci, grazie sin d'ora, 

Piero e JJ 

Il Baricentro

1969: L'ANNO IN CUI TUTTO CAMBIO'. (2/3)

Alighiero Boetti: "METTERE AL MONDO IL MONDO"
CONTINUA DALLA PRIMA PARTE

Fortunatamente, a bilanciare tanta socialdemocrazia provvidero le nostre avanguardie che, coerenti al contesto socio-produttivo, si abbandonarono alle più ardite sperimentazioni: artisti che provocarono un sisma creativo tale da investire qualunque ipotesi espressiva, e anche se meno sfacciatamente degli inglesi e degli americani, assursero anch'essi a punto di riferimento dei processi di modernizzazione occidentale.

 Qualche esempio? Mario Schifano e Lucio Fontana che negarono qualsiasi specificità del visus estendendo all’infinito le porte della percezione, i registi Pasolini e Visconti che schiaffeggiarono prepotenze e ipocrisie con Medea e La caduta degli Dei, la body art di Vito Acconci, l’Arte Povera di Germano Celant che con Baj, Kounellis, Boetti, Merz, Paolini, Pesce e Pistoletto fece da contraltare alle serialità massificate di Andy Warhol e non ultimo quell'Emilio Isgrò che tradusse in arte le cancellature grafiche tipiche delle censure d'oltrecortina. 

MARIO SCHIFANO
Una fucina straordinaria insomma, che non solo nobilitò l'arte e la cultura del proprio tempo, ma per certi versi preluse persino al grande Made in Italy degli anni Ottanta, essendo i suoi maggiori protagonisti formatisi proprio in quegli anni

Ricordiamo lo chef Gualtiero Marchesi, profeta italiano della Nouvelle Cuisine che a quei tempi prendeva le redini del suo leggendario ristorante milanese di via Bezzecca; l’architetto Achille Castiglioni che conseguì la libera docenza sdoganando anche a livello accademico il miglior design industriale italiano; il maggior designer italiano di copertine discografiche Luciano Tallarini (sue, tutte le cover del periodo aureo di Mina), che esordì anch’egli nel ’69 firmando la cover di Ad Gloriam delle Orme e, dulcis in fundo, l’allora trentunenne cartoonist Bruno Bozzetto la cui colonna sonora del suo cortometraggio Ego, composta da Franco Godi, anticipò di quattro anni la sveglia di Time e lo stesso heartbeat di Breathe dei Pink Floyd in THE DARK SIDE OF THE MOON. Incredibile a dirsi, ma è proprio così. 

Un frame di EGO, il visionario cortometraggio di Bruno Bozzetto.
E, anche per quanto riguarda la musica il nostro Sessantanove fu un anno di frontiera, proteso in avanti ma ancora sospeso tra desideri e nostalgie, diciamo un passo avanti e due indietro.

Avanti” perché non era più possibile ignorare i continui segnali provenienti dall'estero che molti cercarono di tradurre in una sorta di "via italiana al rock" e “indietro” perché la drammatica persistenza della melodia ottocentesca, il bigottismo censorio e il pragmatismo del mercato discografico ostacolavano senza sosta qualunque ipotesi di modernizzazione

Solo cinema e letteratura seppero restituire e divulgare appieno orizzonti e aspettative di una generazione in mutamento: Easy Rider, Un uomo da marciapiede, Il mucchio selvaggio, Papillon, Il Padrino, ma musicalmente poco o niente arrivò della straordinaria messe di capolavori prodotta all’estero, incluso il nuovissimo progressive rock che, ambasciato dai britannici Moody Blues, Nice e King Crimson, condensò le storiche utopie del flower power con la grande tradizione narrativa inglese, da Shakespeare a Tolkien. 

Da noi il mercato si limitò a registrare il declino del Beat (sia a livello di moda che di protesta sociale), e solo qualche avanguardia carbonara osò orientarsi sulla sua complessificazione: la Psichedelia, un genere già vecchio di tre anni in Gran Bretagna ma che almeno dimostrò quanto i nostri musicisti volessero rimanere al passo coi tempi.

Pionieri accreditati del nuovo corso furono senza dubbio i New Trolls che, prima di passare al rock sinfonico, esternarono intuizioni di notevole acidità (Sensazioni e Visioni); accanto a loro Le Orme, il cui primo Lp conteneva gustosi frammenti lisergici quali Fumo e I miei sogni, e anche gli irreprensibili Stormy Six di Claudio Rocchi e Franco Fabbri che nel loro vinile d’esordio LE IDEE DI OGGI PER LA MUSICA DI DOMANI, inclusero la sfacciatamente sperimentale Schalplattengesellschaft mph (mai più inclusa nelle numerose ristampe del disco).

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