Nella metà degli anni ’70, le accuse di fascismo a Lucio Battisti non sortirono affatto dalla pruderie di qualche “estremista malinconico”: furono semmai la logica risultante di un percorso che affondava le sue radici nell’immediato dopoguerra, quando le lotte per la supremazia politica avevano diviso la nazione in due formazioni opposte, DC e PCI, emarginando però un'ampia fetta di militanti, operai ed ex-partigiani (la cosiddetta “resistenza tradita”) che avrebbero voluto proseguire la lotta armata per arrivare a governare il paese.
Considerandosi “la parte sana della società opposta ad una borghesia corrotta e parassitaria”, essi non solo si rifiutarono di riconsegnare le armi una volta terminato il conflitto mondiale, ma nel corso della storia si sarebbero più volte riorganizzati in gruppi operativi (istituzionali e non) che avrebbero profondamente segnato gli anni successivi alla liberazione.
La loro ascesa politica alla fine degli anni ‘60 in pieno clima di “guerra fredda”, provocò sia la reazione dello Stato che vedeva nei “gruppi filocomunisti” un serio pericolo sovversivo, sia la loro definitiva frattura con i due grandi partiti-guida dello Stato italiano.
In particolare, la deriva a sinistra rispetto al PCI avrà l’effetto di radicalizzare la già preesistente incompatibilità con la destra rendendola definitivamente irreversibile.
Chiunque tentò di accostare analiticamente o praticamente i due fronti, venne relegato ai margini del proprio partito (Rauti) o vi causò traumi laceranti (il "compromesso storico" di Berlinguer).
In un simile contesto dunque, definire qualcuno “fascista”, non significava soltanto attribuirgli un colore politico, ma determinarne un preciso status socio-relazionale che abbracciava tanto la sfera ideologica quanto quella comportamentale.
In poche parole, nell’ottica di un comunismo nostrano che malgrado sforzi imponenti non riuscì mai a spiccare il volo, “fascista” era colui che “remava contro la rivoluzione”, che attingeva alle idee più innovative per trasformarle in merce, che anteponeva il privato al collettivo, che svendeva al potere la propria e l’altrui conflittualità.
“Fascismo” equivaleva a opportunismo, qualunquismo, massoneria, squadrismo, stragismo, padronato, incontraddittorietà, conservatorismo, falso populismo, ostentazione, servlismo, doppiogiochismo, razzismo, omofobia, sessismo, corruzione, vigliaccheria, violenza, collusione, asservimento e in quest’ottica, non era affatto difficile trovare dei bersagli tra cui Lucio Battisti fu sicuramente tra i più ovvi.
Non a caso, ancora oggi non è raro incappare in dibattiti quali : ”Ma Battisti era fascista?”
Certamente, considerando lo scacchiere politico odierno, dare oggi una risposta a questa domanda potrebbe sembrare poco stimolante se non addirittura inutile, ma all’epoca del “personale è politico” fu una questione di primaria rilevanza. “Con quale atteggiamento devo pormi rispetto a questo artista?”. “E’ politicamente corretto ascoltare Battisti?”. “Qual’è il valore rivoluzionario (o controrivoluzionario) dei suoi testi?” erano domande che non era infrequente leggere nelle pubblicazioni del movimento e da cui potevano sorgere veri e propri conflitti: il tutto, anche se lo stesso Battisti ammise apertamente di non interessarsi di politica ne tantomeno di andare a votare.
Com’è noto, il dibattito non portò mai a una risposta esaustiva, data anche e soprattutto la ritrosia del cantante reatino di sbilanciarsi su questo punto ma sicuramente, coloro che lo ritennero di destra non mancarono mai farne pesare il qualunquismo politico, cosa inconcepibile negli anni ’70.
Due poi furono le ulteriori accuse altrettanto gravi: l’opportunismo che Battisti dimostrò nelle sue produzioni attingendo di volta in volta ai generi più in voga e la misoginia che traspariva in maniera più o meno lampante dai testi di Mogol, atteggiamento mai perdonato, ad esempio, dal movimento femminista.
Tre imputazioni dunque sufficienti a definire Battisti fascista? Per l’epoca si, senza dubbio, al punto che molti critici e giornalisti si buttarono a pesce sul fatto gettando benzina sul fuoco.
Ricordiamo la celebre fotografia in cui Lucio faceva il saluto romano (in realtà si dice che stesse dando il La all’orchestra, ma ci sono molte altre versioni), i famigerati “campi di braccia tese”, il “mare nero” di "Non è Francesca", i presunti arrangiamenti per un lavoro di Fabrizio Marzi che di destra lo era eccome, fino ai paventati finanziamenti ai gruppi neofascisti di cui qualcuno pare abbia i documenti, ma che però nessuno ha mai visto.
Al di là delle illazioni e di miti comunque, Battisti ebbe sempre un rapporto contraddittorio, o per meglio dire un “curioso non-rapporto” con il movimento e con le avanguardie: non partecipò mai ad alcun festival alternativo (anche se ci andò vicino) , non si sbilanciò e andò dritto per la sua strada.La sua arte contribuì sicuramente ad elevare la musica italiana ma, si badi bene, solo una certa fascia: quella più vicina al mercato e all’airplay.
Non fu quindi un artista Prog e in ogni caso gestì la sua conflittualità sempre in maniera solupsistica, fatto anche questo non condivisibile da una certa parte del movimento.
Anche se a posteriori buona parte della critica si lavò le mani sull'argomento asserendo che “Battisti era semplicemente uno che si faceva i fatti suoi”, c'è chi come Pierangelo Bertoli non ebbe dubbi:
“Non c’è bisogno di dimostrare se Battisti fosse un fascista o meno. Lo era e basta.”
Voi cosa ne pensate?