Siamo alla fine del 1968: unl giovane tastierista di Marino (RM) Vittorio Nocenzi ottiene un'audizione presso la RCA, grazie all'intercessione della popolare cantante Gabriella Ferri con la quale aveva già collaborato in precedenza.
Non vuole presentarsi da solo però.
Per via della nota ostilità delle discografiche ad accogliere cantanti solisti, fa credere alla major di essere il leader di una grande e consolidata band.
"Bene, presentati col tuo gruppo, allora!", gli viene detto.
Il gruppo però esiste solo nella testa di Nocenzi e, per non far saltare il provino, il diciassettene tastierista assembla una formazione qualsiasi, con l'aiuto di amici e parenti.
All'appello si presentano il fratello Gianni, il bassista Fabrizio Falco, il batterista Mario Achilli - già insieme a Vittorio nei Crash -, e Gianfranco Colletta dei disciolti Chetro & Co.La formazione prende il nome di "Banco del mutuo soccorso" (probabilmente per evocare questa iniziale campagna di solidarietà).
Il provino va a buon fine, e il quintetto comincia a lavorare, producendo una cospicua dose di materiale e incidendo tre brani nella musicassetta "Sound '70".
Dopo diversi assestamenti, in cui ruotano intorno al nucleo dei Nocenzi anche anche Claudio Falco (fratello di Fabrizio), Franco Pontecorvi e - si dice - Leonardo Sasso (futuro Locanda delle Fate), il gruppo partecipa al secondo Festival Pop di Caracalla nel 1971, reclutando infine gli ex "Esperienze" Francesco Di Giacomo, Renato D'Angelo, Pierluigi Calderoni e il chitarrista dei Fiori di Campo Marcello Todaro, e definendo così la sua formazione storica.
Risolti i rapporti con la RCA, il gruppo migra a Milano dove comincia a farsi notare "nel giro", calcando tra l'altro i palcoscenici dello storico locale "Carta Vetrata" (Bollate) e del "Nautilus" di Cardano al Campo.
Notati dal produttore Sergio Colombini che li porterà alla Ricordi, il sestetto inizia così una nuova avventura discografica, che inizia nella primavera del '72 con un capolavoro del Prog Italiano: "Banco del mutuo soccorso", album noto anche come "salvadanaio" per via della sofisticatissima copertina fustellata su un disegno di Mimmo Melino.
Musicalmente il disco è straordinario tanto che "In Volo" sembra essere una delle migliori delle possibili opening tracks della storia del progressivo italiano: una sorta di breve respiro psichedelico, misto a sottili avvisaglie prog che troveranno conferma sin già dal brano successivo. Insomma: "Ciò che si vede, è!".
In "R.i.P." poi, l'impostazione del sound del BMS si rivela in tutta la sua maestosità e poesia: superbe galoppate ritmiche supportano una vocalità limpida e decisa, che esalta chiaramente ogni raffinatezza dei testi, incentrati sugli orrori della guerra.
Ogni strumento prende posto nello spettro sonoro senza alcuna prevalenza, e questo, malgrado il potenziale ingombro timbrico delle doppie tastiere.
I virtuosismi personali sono relativamente limitati e conferiscono al lavoro un groove solido e omogeneo.
La voce di voce di "Big" Di Giacomo arriva e si ritrae come un'onda alternando momenti di calibrata prepotenza a dinamiche più sottili.
Per esempio, nel brevissimo "Intermezzo", questa sembra affievolirsi in un momentaneo commiato, ma si fa desiderare nelle vulcaniche parti strumentali di "Metamorfosi": vero e proprio pezzo di bravura del gruppo.
Largamente impostato su sonorità rock, "Metamorfosi" è una magistrale dimostrazione di equilibrio e abilità in cui il "Banco" attesta sia la sua completa indipendenza da schemi precostituiti di stampo anglosassone, sia la sua capacità di sfruttare al meglio la sua peculiarità di "primo gruppo mediterraneo a due tastiere complementari".
Il resto, è una ritmica selvaggia su cui si appoggiano all'occorrenza i contrappunti e le varie sonorità delle chitarre di Todaro.
In "Metamorfosi", si badi bene, non c'è barocchismo esasperato: rock, psichedelia e citazioni classiche si mescolano in un kernel saldo e inamovibile. E solo dopo 8 lunghi minuti torna la voce ad introdurre, in un potente finale, quella che sarà la suite memorabile del disco: la chilometrica "Il giardino del mago" (18 minuti e mezzo).
Nel "Giardino", la band sperimenta tutte le sue potenzialità narrative sviluppando con equilibrio diverse varianti sinfoniche del tema principale. Nel rifiuto di qualsiasi ovvietà melodica, momenti molto tesi e soavi si alternano a movimenti di rock sinfonico alternati con breaks dal vago sapore psichedelico, classico o addirittura spaziale.
Il finale del brano, è un rock progressivo puro che sfocia nel brano conclusivo "Traccia": giusta sintesi di barocco, rock duro e radicale mediterraneità.
Più aggressivo della PFM, il Banco del Mutuo Soccorso offre con questo suo primo lavoro un biglietto da visita difficilmente ignorabile, se non altro per la sua mirabile sintesi di stili precostituiti e inventiva propria.
Acclamato da ogni frangia dell'underground, raggiungerà vette commerciali notevoli e spianerà una luminosa carriera al gruppo.
Dovendo trovarvi dei difetti, si rimane veramente in difficoltà. Forse l'eccessiva tendenza ad esasperare o "dinamizzare" certi passaggi potrebbe essere motivo di critica, esattamente così come l'aulicità dei testi, ma sono quisquilie.
L'album del "salvadanaio" è semplicemente perfetto.
BANCO DELMUTUO SOCCORSO - Discografia 1972 - 1978:
1972: BANCO DELMUTUO SOCCORSO
1972: DARWIN
1973: IO SONO NATO LIBERO
1975: BANCO (english)
1976: GAROFANO ROSSO
1976: COME IN UN'ULTIMA CENA
1978: DI TERRA