I Muri del Suono. I luoghi che hanno trasformato il rock
Martin, I Muri Del Suono, Tsunami Edizioni

Osanna: Palepoli (1973)


palepoliI MIGLIORI ALBUM DI ROCK PROGRESSIVO ITALIANO.  N° 2


Correva il 1973 e all'estero sono come al solito avanti anni luce: i Genesis pubblicano "Selling England by the pound", i King Crimson "Lark's tongue in aspic", gli Yes "Yessongs", i Pink Floyd "Dark side of the moon" e gli ELP "Brain salad surgery".

 In Italia, la lacerante frattura tra "underground" e "movimentismo" innesca uno dei periodi più intensi e sofferti della nostra nazione: il "personale" diventa "politico" e tutto deve essere vagliato nell'ottica dell'anticapitalismo.

Le avanguardie iniziano a sperimentare quel contropotere rivoluzionario che gli spetta di diritto
e i centri urbani di tutte le città, diventano i luoghi privilegiati di ostentazione delle merci, quindi, terreni di lotta, di espropriazione e di scontro.

Con il loro nuovo album, "Palepoli", gli "Osanna" si inseriscono con perfetta puntualità in questo angoscioso momento storico traducendo in arte la riscoperta dei valori popolari, da contrapporre all'urbanesimo, alla corruzione e alla freddezza della città moderna.
Il nuovo lavoro è disposto su due piani distinti: il primo è una rappresentazione teatrale scritta in collaborazione con Tony Newiller, sull'evoluzione della cultura popolare napoletana nel tempo, spettacolo che poi supporterà la tournèe di presentazione dell'LP.

osanna palepoliIl secondo è un per l'appunto un disco altrettanto complesso ed intenso dove nulla appare casuale o fuori luogo.

"Palepoli" è nelle intenzioni del gruppo un invito a rifiutare le ipocrisie della città moderna ("Neapolis"), per riscoprire i valori più autenticamente popolari dei borghi antichi ("Palepolis"). Dura 40 minuti che, anche col passare degli anni, si riveleranno indimenticabili.

In tre sole suite, il quintetto Napoletano da prova non solo di essere uno dei gruppi più validi e affiatati d'Italia, ma di potersi tranquillamente misurare per tecnica e consapevolezza sociale con la maggioranza dei suoi contemporanei.

"Oro caldo" apre l'album con una citazione "etnica" (voci di un mercato, una taranta...) per entrare immediatamente in una ballata piena di contrappunti di fiati, ampie aperture "crimsoniane" ed un finale mozzafiato hard blues. 


osanna palepoli"Stanza Città" dall'ouverture maestosa, si collega al movimento precedente aggiungendovi un break classicheggiante che sfocia in almeno 5 minuti prog puro.
Nella seconda facciata, "Animale senza respiro" è la naturale evoluzione delle due suite precedenti in cui ogni variazione ritmica e melodica risulta perfettamente funzionale al concetto del disco:
fuga, mutazione, riappropriazione.
Ad un'azzeccatissima veste grafica fa eco una produzione altrettanto riuscita.

Resta il rimpianto nel constatare che questo accorato appello alla pulizia morale ed urbana rimane lettera morta anche a oltre 40 anni dalla sua pubblicazione, come amaramente sottolineò anche lo stesso Vairetti in una recente intervista.
Ma dei nostri rifiuti, gli Osanna, non hanno colpa.

OSANNA - Discografia 1971 - 1978:
1971: L'UOMO
1972: PRELUDIO, TEMA, VARIAZIONI E CANZONA
1973: PALEPOLI
1974: LANDSCAPE OF LIFE
1978: SUDDANCE

Lucio Dalla e Roberto Roversi: 1973-1976

IL CONTROVERSO RAPPORTO TRA UN MUSICISTA E UN POETA MILITANTE.
NULLA DI PROGRESSIVO, MA POFONDAMENTE ATTINENTE ALLE IDEOLOGIE E
ALLE SPERIMENTAZIONI AUTORALI DEGLI ANNI SETTANTA

Quando nel 1955 Pier Paolo Pasolini e Francesco Leonetti e fondarono la rivista Officina insieme all’allora trentaduenne Roberto Roversi, di sicuro non potevano immaginare che quest’ultimo sarebbe diventato il paroliere di un mito della musica italiana
Eppure, quando nel 1973 su consiglio del suo produttore Renzo Cremonini, Lucio Dalla si presentò alla Libreria Palmaverde di Via Castiglione a Bologna chiedendogli dei versi per le sue canzoni, lui non disse di no. 
Ed è così che cominciò una proficua ma tormentata collaborazione

In quei giorni Roversi, poeta, libraio e intellettuale di sinistra, stava solidarizzando con Lotta Continua che rischiava di chiudere i battenti. Dalla invece, fresco di successo sanremese, era in piena crisi esistenziale: non gli piaceva essere considerato uno che fa canzonette, aveva già litigato con i suoi autori Pallottino, Baldazzi e Bardotti, aveva rinnegato Piazza Grande, e voleva a tutti i costi trovare una “terza via” alla canzone italiana. 
Qualcosa cioè che non fossero Lolli o Guccini, ma neppure Battisti o roba da minestrone festivaliero. Insomma, uno stile tutto suo: che parlasse di personaggi, di emozioni, della società, dell’arroganza del potere, delle sofferenze del quotidiano e delle contraddizioni del capitale.  
Roversi era la persona giusta per fornirgli quel materiale, e infatti la loro alleanza produrrà una delle più interessanti trilogie d’autore italiane: Il giorno aveva cinque teste (1973), Anidride Solforosa (1975) e Automobili (1976). 
L’idillio però durò solo il tempo del primo album giacché poco prima del secondo tra i due scoppiò una lite furiosa, poi fortuntamente rientrata. 

Il giorno aveva cinque teste, Anidride Solforosa, AutomobiliNon accadrà altrettanto invece nel 1976 quando, in seguito alla pubblicazione di Automobili (album tratto dallo spettacolo teatrale Il futuro dell’automobile), un nuovo alterco trascinò la coppia ai ferri questa volta cortissimi. 
Roversi misconobbe la versione discografica dei suoi testi, accusò Dalla di non averne pubblicati almeno cinque avallandone la censura (I muri del 21, Statale adriatica Km 220, La signora di Bologna, Rodeo e Assemblaggio), nonché di aver epurato due strofe del brano Intervista con l’Avvocato. E di fatto, in segno di protesta firmò i sei pezzi dell’disco sotto pseudonimo.
Dopodiché, un lungo scambio di veleni e i due presero ciascuno la propria strada.

Roversi contesterà a Lucio di non aver voluto mai compromettersi ideologicamente (“Tutte le canzoni composte le ha poi cantate come un dovere doloroso. Senza felicità, senza un piacere autentico, senza condividerne la verità”) e di essersi poi mercificato a vantaggio di un pubblico “indifferente a ciò che ascolta” e che riempie gli stadi per tutti i motivi possibili “tranne che per pensare o per mettere in discussione l'ordine esistente". 

Dal canto suo, Dalla ribattè: “Vorrei che tu assistessi ai concerti dei quali tu parli e scrivi”, e in un’intervista del 1982 arriverà persino a rinnegare buona parte del lavoro svolto insieme
Beninteso, sempre manifestando gratitudine al suo ex autore che era pur sempre un fior di intellettuale, ma ricordando il percorso comune come “non bello, anzi, traumatico”. “Non mi piaceva urlarle quelle canzoni, come fossero cantate su un tavolo da chi aveva capito tutto ed era molto più avanti", aggiungerà ancora. 

L’ascia di guerra verrà seppellita solo vent’anni dopo quando Lucio, in segno di pacificazione, pubblicherà il brano “Comunista”, tratto da una vecchia poesia inedita di Roversi (“Ho cambiato la faccia di un Dio”) e lui gli affiderà le musiche del suo spettacolo Enzo Re
Si ricongiunsero, e proseguirono ancora insieme almeno fino a che nel 2012 la storia se li portò via: Lucio a marzo e Roberto a settembre

Dicono in molti che il loro sodalizio cambiò la musica italiana. Io invece credo di no.
Cambiò semmai la sola carriera di Dalla che, grazie a Roversi, prima apprese e perfezionò l’arte di versificare, poi la introitò filtrandola e restituendola a modo suo nei capolavori che tutti conosciamo.

Deel resto non poteva essere altrimenti: Lucio non era né un severo intellettuale luxemburghiano, né tantomeno un miltante della sinistra storica, ma un artista che amava stare in mezzo alla gente, catturarne le emozioni, e da quella breve convivenza con Roversi fu sicuramente lui a guadagnarci. Questo naturalmente senza nulla togliere alla loro trilogia, frutto però, ripeto, più di un colpo di fulmine che di una reale progettualità codivisa.

Rino Gaetano: Mio fratello è figlio unico (1976)

Mio fratello è figlio unico
SATIRA, POESIA... e i PIERROT LUNAIRE.

Salvatore Antonio Gaetano, detto “Rino” dal diminutivo datogli da sua sorella maggiore Anna, nacque a Crotone il 29 ottobre del 1950, qualche anno prima di quel “miracolo economico che tuttavia non coinvolse molte famiglie meridionali, costringendole a migrare in cerca di lavoro. 
E così accadde anche a quella di Rino che nel marzo del 1960 si trasferì a Roma: città in cui lui si sarebbe stabilito definitivamente appena maggiorenne. 

Educato cattolico in un collegio di Narni, Rino era però un bohemién, un creativo timido ma simpatico e controcorrente, e infatti trovò la sua prima culla artistica al Folkstudio Giovani dove saltuariamente si esibì accompagnato dalla sua chitarra.

Invero le sue bizzarrie non ottennerro molti consensi, ma il suo buon amico Antonello Venditti, ne colse subito le potenzialità, e nel 1973 lo presentò al produttore Pietro Montanari della IT (una costola della RCA) che rimase profondamente colpito da quel “giovanotto con la faccia pallida che scriveva canzoni senza né capo né coda”. 
Gli venne proposto un contratto che firmò, e in capo a pochi giorni Rino si ritrovò allo Studio 38 di Roma per incidere in sedici ore esatte il suo primo singolo I love you Marianna con lo pseudonimo di Kammamuri’s. Un fiasco. 

Fortunatamente il suo stile piacque a Nicola di Bari, allora famosissimo, che interpretò ben tre sue canzoni tra cui Ad esempio a me piace il sud, e il nome di Rino cominciò a circolare negli ambienti della discografia che conta. 
E anche se il suo primo Lp del 1974 Ingresso Libero passò nuovamente inosservato, è evidente che il ventiquattrenne artista calabrese avesse tutte le carte in tegola per spiccare il grande balzo in avanti

Rino GaetanoPrevisione più che confermata l’anno successivo quando il 45 giri Ma il cielo è sempre più blu ottenne un notevole successo di critica e di vendite, facendo così da rampa di lancio per il successivo Lp Mio fratello è figlio unico del ‘76: ritenuto da molti il suo capolavoro, e inciso tra l'altro con la collaborazione dei due Pierrot Lunaire Gaio Chiocchio e Arturo Stalteri.

Molto ben calibrato tra nonsense e introspezione, l’album ritrasse in meno di mezz’ora  tutte le poliedriche sfaccettature del complesso animo dell’interprete: un uomo di sinistra che soffrì molto per la deriva del partito e del Movimento, e per questo scelse l’arma della satira petroliniana per denunciare chi, secondo lui, li aveva ridotti in quella situazione. Ma non solo.

Dal disco emerse anche quella sua spiccata sensibilità civile che gli permise di dare un volto e un’anima alle cose più semplici e defilate, ma non per questo meno rappresentative di una società in transizione e dei suoi sentimenti più veri. 
Straordinarie in questo senso la stessa Mio fratello è figlio unico, e soprattutto Al compleanno della Zia Rosina, là dove stati d’animo, ricordi, paesaggi, incertezze, delusioni e aspettative si fusero in un vero e proprio capolavoro di espressionismo musicale

L'ironia poi (l'arma più forte del cantautore crotonese), la fece da padrona almeno per la metà dell'album, articolando senza nessun senso apparente fatti, luoghi e personalità. Patchwork davvero improbabili ma anche profondamente evocativi, come nel caso della splendida Sfiorivano le viole, autentica celebrazione dell'ineluttabilità del tempo che travolge ogni cosa eccetto che l'amore e la speranza. A mio avviso, una delle più belle canzoni di Rino in assoluto.

Tuttavia, malgrado il successo confermato dai successivi 33 giri Aida e Nunteregaeppiù, Rino non riuscì mai ad amalgamare completamente le sue due anime di poeta e di clown, e la sua debordante vena satirica non sembrò mai del tutto consapevole
Irrise costumi e personaggi della politica e della società (Standard, Aida, Nuntereggaeppiù), ma senza proporre alternative reali, né prendendo mai alcuna posizione sino a professarsi inverosimilmente “apolitico”. 
Infine, condì spesso le sue canzoni con miti e circostanze della storia, ma utilizzandoli in modo più figurativo che critico

Ma il cielo è sempre più blu
All’atto pratico, per usare le parole di Sergio Bardotti, rimase “un provinciale”. Un artista che, aggiungo io, raggiunse il successo anche perchè negli anni in cui produsse i suoi lavori più acclamati, il gusto di una larga fetta di pubblico (Movimento incluso) si stava inesorabilmente sottoproletarizzando, e il nonsenso stava rapidamente soppiantando l’impegno militante.

Così, quando all’alba degli anni Ottanta gli ascoltatori cominciarono a richiedere prodotti ben più sintetizzati, il modello satirico-iconoclasta di Rino non resse alla prova dei tempi. 

In  più, a peggiorare la situazione, provvide anche il passaggio alla RCA che, insensibile al suo dualismo poetico e alla sua ritrovata coscienza sociale (Io scriverò, e la bellissimaTi ti ti), lo volle ad ogni costo campione di vendite
Lo costrinse ad un’improbabile tournée con Cocciante e il New Perigeo, e come se non bastasse, gli impose persino un autore come Mogol (Resta vile maschio dove vai): paroliere distante anni luce dalla sensibilità di Rino, e la cui grande firma comunque non bastò a risollevarne le sorti commerciali.

Una serie di delusioni insomma, che credo acuirono in lui quell’inguaribile malinconia che lo condusse a spegnersi sotto tutti i punti di vista, nonché ad abbassare la soglia d’attenzione su se stesso sino a quella maledetta notte del 2 giugno del 1981

E allora, meglio ricordarlo strafottente, donnaiolo, popolare e veracemente pazzo, quando, sotto gli occhi sconsolati di Vincenzo Micocci, spostava il piano dappertutto per trovare il giusto sound, e ci raccontava di zie, nonni, provincie, tramonti, migranti, fabbriche, cortili e metropoli
Perché quella, e non altre, era probabilmente la sua dimensione più autentica.

SU RINO GAETANO CLASSIC ROCK CONSIGLIA: Alfredo Del Curatolo, "Se mai qualcuno capirà" (Selene Edizioni, Milano 2003)

Baricentro: Sconcerto (1976)

baricentro sconcerto 01Nel 1976 la lunga stagione del Prog Italiano è ormai agli sgoccioli.
Lentamente ma inesorabilmente si è modificato non solo l'humus socio-politico che l'aveva tenuta a battesimo cinque anni prima, ma anche soprattutto i gusti e la tecnologia musicale.

Il tutto, provocando sia una ramificazione dello stile primigenio in mille sottogeneri (es: jazz, jazz-rock e fusion), sia la "diaspora artistica" di molti musicisti verso linguaggi certamente più sofisticati, ma meno direttamente coinvolti con le sofferte mutazioni dei centri sociali.

Il concetto di "nuovo ad ogni costo" è ormai lontano e la sperimentazione che fu, per esempio, di Battiato in "Fetus", si sposta dall'originario ambito "concreto" ad un territorio più prettamente musicale, colto e accademico.
La musica pop, insomma, inizia a diventare sempre più una "proposta", che non un dialogo interattivo tra pubblico ed avanguardie e questo crea non poche tensioni all'interno del movimento.
Diversi padri del Pop italiano cominciano a cedere alle lusinghe del ritmo ribattuto e vengono duramente contestati (es: Alan Sorrenti). Altri, devono inevitabilmente arrestare la loro creatività per introiettare quel periodo di crisi (ad esempio, la PFM che nel 1976 rimane discograficamente silente).

L' assurdo e l'inverosimiglianza regnano incontrastati nelle classifiche dei 45 giri italiani (Ramaya, Sei forte papà, Johnny Bassotto), mentre tra gli albums sopravvive ancora una certa conflittualità, pur se limitata all'ambito del mainstream (Venditti, Pink Floyd, De Gregori).

In altre parole: è in atto una vera e propria controrivoluzione dalla quale in pochi si salveranno prima dell'arrivo del Punk

baricentro sconcerto 02E' in questo contesto che si colloca il primo album del Baricentro, quartetto di Bari formato per 3/4 da elementi della ex Festa Mobile (Francesco e Giovanni Boccuzzi, Antonio Napolitano), con in più il batterista Piero Mangini.
Intitolato "Sconcerto" e registrato a Roma in soli due mesi
(dicembre 1975 e gennaio 1976) per la prestigiosa discografica EMI , questo lavoro si pone sin dalle note di copertina come perfettamente aderente al suo tempo storico:
"La capacità comunicativa della musica strumentale […] esiste nella misura del suo essere sociale e nel rapporto di funzionalità che riesce a stabilire con la realtà a cui si ricollega. […] Rinnovare le concezioni del linguaggio finisce quindi per diventare, consapevolmente o no, un lavoro ideologico"

Come si nota, le idee sono chiare e la fase di auditing ne sarà una brillante conferma.
Di fatto, sin dalle prime note della title track è chiaro che il sound del gruppo si pone come "cavalcavia" tra un passato destinato a scomparire e un futuro non ancora ben definito (uso qui lo stesso concetto che due anni dopo Guccini esprimerà magistralmente nella canzone "Mondo nuovo").

Il groove dell'album è tutto appannaggio delle doppie, modernissime, tastiere dei fratelli Boccuzzi e il resto della strumentazione ne è il potente collante armonico e ritmico.
L'incisione è ineccepibile e l'incipit del disco si dipana tra una lontana idea di concept album (
molti sono infatti i temi ripresi costantemente nel corso dell'esecuzione) e una nuova idea di comunicazione.

baricentro sconcerto 03La solidità e la bellezza di questo disco sono esclusivamente affidate al lirismo della composizione ed alla metronomica onestà della sua esecuzione: tutto questo senza mai però, perdere in comunicatività, in poetica o in autonomia espressiva.
Sin dalla simpatica copertina di Leonardo Bellezza, si capisce che tra i solchi ascolterete musiche venate di forte e solare mediterraneità.

"Sconcerto" va ascoltato tutto d'un fiato e poco conta che io vi dica quali sono i pezzi più significativi, perché la sua complessiva omogeneità parla da se.

Dovendo scegliere, quoto il sound "totale" di "Meridiani e Paralleli" e la superba rilassatezza di "Pietre di Luna" e "Della Venis": non certo pietre miliari della musica Pop, ma rappresentative di una cultura che non voleva perdere la propria dignità e la propria collocazione nella storia.
Dissero del Baricentro che assomigliavano ai Weather Report.
A parte il fatto che non è vero ma, anche se fosse... vi pare poco?

Arti e Mestieri: Tilt (1974)

arti e mestieri_01 Come abbiamo già accennato, il 1974 fu un anno di transizione contrassegnato dalla progressiva atomizzazione della galassia Controculturale.

Il profondo mutamento dello scenario Pop che ne seguì, vide da un lato l'inasprimento del sound di certe bands nell'intento di fotografare le tensioni socio-politiche dell'epoca (Area, Dedalus) e dall'altro, l'avvicendamento di quei gruppi che non ressero al cambiamento con formazioni nuove che proponevano sonorità sempre più articolate e distanti dal Progressive originario.

Trai gruppi più rilevanti di questa nuova ondata ci fu sicuramente il sestetto degli "Arti e Mestieri", fondato verso la fine del 1973 a Torino dall'ex batterista dei Trip Furio Chirico insieme a Gigi Venegoni, Giovanni Vigliar e Arturo Vitale che avevano precedentemente militato nel gruppo Prog-Jazz "Il sogno di Archimede". Completavano la formazione il bassista Marco Gallesi e il tastierista Beppe Crovella.

Battezzatisi inizialmente solo "Arti", i sei musicisti intrapresero da subito una notevole attività live trovandosi a suonare con PFM, Gentle Giant e soprattutto con gli Area, coi quali approdarono al Festival del Parco Lambro a Milano nel giugno '74, suscitando l'entusiasmo di critica e pubblico.

Mutato il nome in "Arti+Mestieri", pubblicano poco dopo il loro primo album, "Tilt", prodotto dallo stesso Paolo Tofani degli Area, distribuito su scala nazionale dalla Dischi Ricordi e dotato di una lussuosa veste grafica che, all'interno della leggendaria copertina con l'imbuto tra le nuvole, conteneva anche due gadgets promozionali (un imbuto di cartone e un poster).
arti e mestieri_02L'accoglienza al disco è unanimemente positiva e, cosa ancora più straordinaria, lo è anche da parte delle frange più radicali del movimento, di norma diffidenti e poco benevole verso la Cramps di Gianni sassi, considerato da alcuni troppo "imprenditore" per essere credibile.

Comunque sia, gli "Arti e Mestieri" non solo propongono un prodotto molto ben curato ed eseguito, ma diventano in breve tempo anche una band di culto grazie al loro impegno politico e sociale.

Pur ricordando i Soft Machine di quel periodo - ed evidentemente debitore al Miles Davis di "Bitches brew" - il sound di "Tilt" si presenta come una mescola tra Jazz e Rock sufficientemente personale per distaccarsi dai suoi contemporanei.

Veri e propri marchi di fabbrica sono per esempio, le esecuzioni all'unisono di più strumenti dei temi principali (es:"Gravità"), la passionalità della sezione ritmica che crea essa stessa un secondo livello percettivo e la grande ricchezza di ambienti proposti: lunghe composizioni hard jazz ("Articolazioni"), brevi intermezzi sonori che dinamizzano la sequenza dei brani ("Scacco matto", "Tilt"), e qualche pezzo cantato ("Strips") che, pur non eccellendo in poetica, completa il panorama dell'album.
arti e mestieri_03Numerose anche le parti soliste che si alternano nei vari passaggi con particolare riferimento alla bravura del fiatista Arturo Vitale che in "In cammino" da il meglio di se.
Con lieve autoreferenzialità, il sito degli Arti e Mestieri ci ricorda inoltre che: "oltre alla funzione orchestrale ogni strumentista nella band ha larghe possibilita' di intervento solistico. all'interno comunque di strutture armonico-ritmiche-contrappuntistiche manifestate del resto della band oppure in spazi pseudo acustici o solistici all'interno dei concerti."


In sostanza, potremmo dire che, al di là di ogni ulteriore valutazione musicale, l'importanza di questo lavoro risiedette anche e soprattutto nell'aver ulteriormente consolidato all'interno del movimento giovanile il linguaggio del Jazz che, di lì a poco, avrebbe contaminato il Prog sino a creare linguaggi totalmente inediti.

In più, la sua mistura con l'elettronica e il Rock - già portata avanti dagli Area e dalle estreme provocazioni dei Dedalus -  l'ulteriore conferma di quel cambiamento che già da un anno a quella parte, iniziava ad essere veicolato con un certo riscontro dalle prime edizioni di "Umbria Jazz".
I giovani stavano insomma introitando nuove sonorità, e il Progressive andava loro sempre più stretto.

Gianluca Mosole: Verona Studio/Live (2013)

verona studio/live 2013
SERIE: I PREFERITI DI JOHN
Questa scheda non c’entra nulla col Prog, ma è qualcosa di altrettanto superlativo
Parliamo di Jazz-fusion: un genere che col Prog ebbe molto a che vedere essendo stato il cuore pulsante di gruppi storici quali Perigeo, Arti e Mestieri, Dedalus, Kaleidon, Napoli Centrale e molti altri. 

Nella fattispecie sto parlando del nuovo lavoro di un mio buon amico da molto tempo. 

Un mio coetaneo che mi ha anticipato di soli 4 mesi e 8 giorni e che soprattutto, considero insieme a un altro mio amico, Gigi Cifarelli, uno dei massimi chitarristi italiani

Trevigiano, classe 1963, ha suonato con musicisti del calibro di Nanà Vasconcellos, Miroslav Vitous dei Weather Report, Gino Vannelli e la percussionista Sheila E., famosa per essere stata per anni a fianco di Prince.
Nel corso della sua carriera ha aperto poi i concerti di Sting, Gil Evans, Al di Meola e persino dell’immenso Miles Davis nel suo concerto al Palatrussardi di Milano il 17 novembre del 1987. 

Dal 1983, anno in cui vinse a soli 20 anni un concorso indetto dalla CBS e pubblicò il suo primo album, vanta oggi ben nove Lp. Ha tenuto innumerevoli concerti in giro per il mondo ed ogni volta che passava per Milano, guarda un po’... io c’ero sempre. 
Ma non solo: posso anche dirvi che quando negli anni ’80 suonava alle Scimmie, al Magia o al Tangram, in prima fila c’erano sempre tutti i più grandi chitarristi italiani stregati dal suo vituosisimo e da quel suo suonare da mancino senza girare le corde
Vederlo all'opera è davvero impressionante. 

verona studio liveCon scale alla velocità della luce e un gusto tecnico-estetico straordinario, ha sempre vantato band estremamente affiatate e in particolare, quest’ultima composta da giovani promesse della fusion italiana che potrete aprezzare nel suo ultimo cd “Verona studio/live”. 

Il suo nome? E’ una garanzia: 
Gianluca Mosole

Forse qualcuno di voi non lo conoscerà o ne avrà sentito appena parlare, ma questo non è negativo, anzi: è un vanto. Gianluca infatti non è un presenzialista: preferisce concentrarsi più sulla musica che sui riflettori e ama anteporre qualità e passione all’irruenza della modernità. 
Dosa con cura le sue apparizioni perchè effettivamente è un po’ timido, ma dovunque si esibisca incanta chiunque. Ascoltare dal vivo la sua “Blues for people” datemi retta, è un’esperienza unica. 

Con “Verona Studio/LiveGianluca celebra oggi i suoi trent’anni di carriera, iniziati nel 1983 con il mini album “After Rain” e devo dire che sin dalla presentazione del disco da parte di Joey Salapani, si rimane davvero colpiti da quell’atmosfera da raffinato Jazz Club che lo accompagnerà sino alla fine. 

Registrato dal vivo a Verona nella scuola di musica di Roberto Cetoli e Karine Mensah a pochi passi dal balcone di Giulietta e Romeo e mixato al Calduccio Studio di Treviso, questo CD rifugge dal concetto che per fare buona musica occorrano necessariamente produzioni faraoniche

Gianluca ci proietta anzi in un moderno Cotton Club: lo storico jazz club in cui sound e feeling erano le sole parole d’ordine.  E si sente.
La smagliante backing band è composta in gran parte da musicisti giovanissimi. Forse sconosciuti ai più, ma già saldamente inseriti come turnisti nel panorama italiano: Raffaele Bianco, Simone Dinelli, Phil Mer e, sola eccezione, il vocalist Alex Balestieri, già da 10 anni collaboratore di Mosole

La scaletta (53 minuti) parte e chiude con due inediti uno più avvincente dell'altro.
Si ripercorrono alcune tappe fondamentali del percorso di Gianluca con “Spring”, “Giuliva” “Skip search” e “I saw wind”  e poi,arrivano le cover di lusso: un’ammaliante versione di “Woodstock” di Joni Mitchell, “Butterfly” e “Voyage” di Herbie Hancock, “Can it be done” dei Weather Report e la splendida “Beija flor” del compositore carioca Nelson Cavaquinho

Un menù di alta gastronomia musicale insomma. 

Noi amanti del prog italiano anni 70 sappiamo bene che le perle rare esistono e vanno scovate. 
Ce ne sono tante in giro ma, credetemi, questa è una delle più preziose, specie per gli amanti del grande chitarrismo italiano
L’indirizzo per farla vostra è questo http://www.gianlucamosole.com
 
Non fatevi scappare questa occasione. Mi raccomando.
Non ve ne pentirete neanche un attimo. Parola di JJ John.

Rovescio Della Medaglia: Io come io (1972)

rovescio della medaglia io come io 1972 Se il primo lavoro "La Bibbia" fu un esordio davvero scioccante e il terzo album "Contaminazione" rivelò il lato più tecnico del gruppo, il secondo disco del Rovescio della medaglia, "Io come io", si colloca esattamente nel mezzo sia come tempistica, sia come percorso di evoluzione musicale.

Pubblicato nel 1972, l'album viene prodottto dalla RCA in maniera faraonica: tre diverse edizioni, copertina forata, inserto centrale con i testi e, limitatamente alle prime copie, un medaglione di bronzo in omaggio, firmato personalmente dall'artista fiorentino Brandimarte.

Il tutto, per neppure 30 minuti di musica: cosa che rende questo Lp uno tra più brevi della storia del Prog .


In tutte le release, la copertina cartonata apribile che contiene testi, note, tracking list e foto, è dominata da toni molto scuri giocati sul nero e sul rosso, lasciando già presagire il suono sanguigno dell'album.

rovescio della medaglia 2Con tutte le liriche ispirate all'opera del filosofo Hegel ed alla "ricerca del sè in un mondo pieno di contraddizioni", "Io come io" si compone di quattro parti principali (di cui quelle pari sono divise in altrettanti movimenti), in cui il quartetto romano da finalmente sfoggio di quella autorevolezza tecnica che nel precedente "La Bibbia" era rimasta un po' ovattata.

Pur non essendo dichiaratamente un concept-album , il disco è chiaramente strutturato con una sua logica lirica e strumentale con le parti più dinamiche collocate in testa e in coda, e quelle più "tecniche" concentrate nei solchi mediani.

Il suono, pur se ruvido, graffiante e avulso da qualsiasi compromesso con il mainstream, risulta straordinariamente limpido e cesellato, esaltando così la dinamica di ciascuno strumento.
L'effettistica è praticamente assente e restituisce un groove compatto e privo di orpelli, al punto di evocare gli straordinari lavori heavy dei primi Black Sabbath.

rovescio della medaglia 3Tuttavia, quanto detto sinora risulterà lampante solo passando alla fase di auditing.
Si comincia con i sei minuti e mezzo di "Io", una micro-suite introdotta da un secco colpo di gong e da un riff portante di chitarra che viene via via ripreso da un basso più asciutto che mai.
Passati due minuti di "call and answer" tra basso e chitarra, fa il suo ingresso la maestosa voce del cantante Pino Ballarini che impone al brano un'ulteriore sferzata timbrica conducendolo nella sua parte più free: breve ma intensissima.

Seguono una ripresa del tema iniziale e il corale della prima parte di "Fenomeno" che, oltre a chiudere "Io", introduce la seconda parte del del lato A.
Si entra così nella magia di "Rappresentazione" il cui svolgimento lascia frastornati per la sua straordinaria varietà di ambienti: c'è tutta la forza dell'hard-rock (questa volta molto più "complessificata" del brano precedente) e nondimeno, numerose parentesi acustiche e vocali che conferiscono al brano un'invidiabile agilità sonora.
rovescio della medaglia 4Questa piacevole diversificazione che sembra anticipare il successivo "Contaminazione", prosegue anche nella seconda facciata con "Non io", che evoca inizialmente toni gotici e "silvestri".

Qui, un delicato arpeggio di chitarra contrappuntato dal flauto, introduce una delle parti vocali più melodiche che Ballarini abbia mai cantato.

La sua violenta chiusura e il ponte successivo ("Io come io / Divenire") però, non lascia dubbi su quello che sarà un potente finale in stile heavy. Aggressivi e violenti, i sei minuti e mezzo di "Io come io / Logica" chiudono il disco in un tripudio strumentale che ci rende spettatori del miglior "Rovescio" che di sia mai sentito sinora e,
a questo punto, ci vuole poco per stabilire che "Io come io" è da collocarsi tra le migliori prove del gruppo.

Certamente "Contaminazione" fu musicalmente più strutturato e "La Bibbia" era molto più spontaneo ma, a mio avviso, in questo album la band raggiunse un perfetto equilibrio tra tecnica e ambizione (o se vogliamo, tra "pathos" e "rigore"), asservendo le proprie potenzialità ad un lavoro processualmente adamantino e perfettamente calzante allo spirito del gruppo.

Ovvio, i detrattori potranno trovarvi di tutto per svilirlo perché in fondo il Rovescio non erano i Led Zeppelin e nemmenogli Atomic Rooster ma, almeno in questo caso, l'onestà non va messa in discussione.

Banco Del Mutuo Soccorso (1972)

banco del mutuo soccorso 1972Siamo alla fine del 1968: unl giovane tastierista di Marino (RM) Vittorio Nocenzi ottiene un'audizione presso la RCA, grazie all'intercessione della popolare cantante Gabriella Ferri con la quale aveva già collaborato in precedenza.

Non vuole presentarsi da solo però. 

Per via della nota ostilità delle discografiche ad accogliere cantanti solisti, fa credere alla major di essere il leader di una grande e consolidata band.
"Bene, presentati col tuo gruppo, allora!", gli viene detto.
Il gruppo però esiste solo nella testa di Nocenzi e, per non far saltare il provino, il diciassettene tastierista assembla una formazione qualsiasi, con l'aiuto di amici e parenti.

All'appello si presentano il fratello Gianni,
il bassista Fabrizio Falco, il batterista Mario Achilli - già insieme a Vittorio nei Crash -, e Gianfranco Colletta dei disciolti Chetro & Co.La formazione prende il nome di "Banco del mutuo soccorso" (probabilmente per evocare questa iniziale campagna di solidarietà)
Il provino va a buon fine, e il quintetto comincia a lavorare, producendo una cospicua dose di materiale e incidendo tre brani nella musicassetta "Sound '70".

Dopo diversi assestamenti, in cui ruotano intorno al nucleo dei Nocenzi anche anche Claudio Falco (fratello di Fabrizio), Franco Pontecorvi e - si dice - Leonardo Sasso (futuro Locanda delle Fate), il gruppo partecipa al secondo Festival Pop di Caracalla nel 1971, reclutando infine gli
ex "Esperienze" Francesco Di Giacomo, Renato D'Angelo, Pierluigi Calderoni e il chitarrista dei Fiori di Campo Marcello Todaro, e definendo così la sua formazione storica. 
 

banco del mutuo soccorso salvadanaio 1972Risolti i rapporti con la RCA, il gruppo migra a Milano dove comincia a farsi notare "nel giro", calcando tra l'altro i palcoscenici dello storico locale "Carta Vetrata" (Bollate) e del "Nautilus" di Cardano al Campo.

Notati dal produttore Sergio Colombini che li porterà alla Ricordi, il sestetto inizia così una nuova avventura discografica, che inizia nella primavera del '72 con un capolavoro del Prog Italiano: "Banco del mutuo soccorso", album noto anche come "salvadanaio" per via della sofisticatissima copertina fustellata su un disegno di Mimmo Melino.

Musicalmente il disco è straordinario tanto che "In Volo" sembra essere una delle migliori delle possibili opening tracks della storia del progressivo italiano: una sorta di breve respiro psichedelico, misto a sottili avvisaglie prog che troveranno conferma sin già dal brano successivo. Insomma: "Ciò che si vede, è!".

In "R.i.P." poi,  l'impostazione del sound del BMS si rivela in tutta la sua maestosità e poesia: superbe galoppate ritmiche supportano una vocalità limpida e decisa, che esalta chiaramente ogni raffinatezza dei testi, incentrati sugli orrori della guerra.

banco del mutuo soccorso 04Ogni strumento prende posto nello spettro sonoro senza alcuna prevalenza, e questo, malgrado il potenziale ingombro timbrico delle doppie tastiere. 
I virtuosismi personali sono relativamente limitati e conferiscono al lavoro un groove solido e omogeneo.

La voce di voce di "Big" Di Giacomo arriva e si ritrae come un'onda alternando momenti di calibrata prepotenza a dinamiche più sottili.
Per esempio, nel brevissimo "Intermezzo", questa sembra affievolirsi in un momentaneo commiato, ma si fa desiderare nelle vulcaniche parti strumentali di "Metamorfosi": vero e proprio pezzo di bravura del gruppo.

Largamente impostato su sonorità rock, "Metamorfosi" è una magistrale dimostrazione di equilibrio e abilità in cui il "Banco" attesta sia la sua completa indipendenza da schemi precostituiti di stampo anglosassone, sia la sua capacità di sfruttare al meglio la sua peculiarità di "primo gruppo mediterraneo a due tastiere complementari".
Il resto, è una ritmica selvaggia su cui si appoggiano all'occorrenza i contrappunti e le varie sonorità delle chitarre di Todaro.



francesco di giacomoIn "Metamorfosi", si badi bene, non c'è barocchismo esasperato: rock, psichedelia e citazioni classiche si mescolano in un kernel saldo e inamovibile. E solo dopo 8 lunghi minuti torna la voce ad introdurre, in un potente finale, quella che sarà la suite memorabile del disco: la chilometrica "Il giardino del mago" (18 minuti e mezzo).

Nel "Giardino", la band sperimenta tutte le sue potenzialità narrative sviluppando con equilibrio diverse varianti sinfoniche del tema principale. Nel rifiuto di qualsiasi ovvietà melodica, momenti molto tesi e soavi si alternano a movimenti di rock sinfonico alternati con breaks dal vago sapore psichedelico, classico o addirittura spaziale.
Il finale del brano, è un rock progressivo puro che sfocia nel brano conclusivo "Traccia": giusta sintesi di barocco, rock duro e radicale mediterraneità.

Più aggressivo della PFM, il Banco del Mutuo Soccorso offre con questo suo primo lavoro un biglietto da visita difficilmente ignorabile, se non altro per la sua mirabile sintesi di stili precostituiti e inventiva propria
Acclamato da ogni frangia dell'underground, raggiungerà vette commerciali notevoli e spianerà una luminosa carriera al gruppo.

Dovendo trovarvi dei difetti, si rimane veramente in difficoltà. Forse l'eccessiva tendenza ad esasperare o "dinamizzare" certi passaggi potrebbe essere motivo di critica, esattamente così come l'aulicità dei testi, ma sono quisquilie.
L'album del "salvadanaio" è semplicemente perfetto.


BANCO DELMUTUO SOCCORSO - Discografia 1972 - 1978:
1972: BANCO DELMUTUO SOCCORSO
1972: DARWIN
1973: IO SONO NATO LIBERO
1975: BANCO (english)
1976: GAROFANO ROSSO
1976: COME IN UN'ULTIMA CENA
1978: DI TERRA

Battiato: pubblicità divani Busnelli (1971)

 

Franco Battiato 1971

 Studente di medicina con la passione della pittura, Gianni Sassi fonda nel 1963 il suo primo studio: l'Al.Sa, Albergoni-Sassi -  rispettivamente art director e copywriter - successivamente trasformatosi in in una vera e propria agenzia di comunicazione. Il suo intento è quello di spaziare,e  colpire l'attenzione in modo inusuale inducendo così alla riflessione. La strutturaè praticamente una sorta di factory warholiana in cui trovano spazio intellettuali e artisti di ogni genere. 

«La nostra firma era non tanto mettere in evidenza le qualità del prodotto, ma utilizzare un gioco che a volte era sofisticato, a volte era violento, a volte era ironico, a volte scherzoso, ma mai di immediata intelligibilità: un esempio è il manifesto del divano Busnelli». [cfr. Albergoni] 

Grazie a un gioco che al contempo maschera e svela, Sassi si serve della semplice pubblicità di un divano per convogliare l'attenzione non solo sul prodotto ma sull'operazione in sé.
Sul divano fa sedere Battiato che indossa un paio di pantaloni a stelle e strisce (prestati da Claudio Rocchi), degli stivaloni neri e una maglia nera e rosa. La faccia è ricoperta con pittura bianca, pastosa, che tende a screpolarsi dando al volto un aspetto inquietante.

Siamo nel 1971; raccontalo stesso Battiato: «Avevo un gruppo (gli Osage Tribe) e in scena ci dipingevamo la faccia di bianco. Un giorno Gianni mi ha chiesto se poteva farmi delle foto... Ha voluto che mi truccassi come quando salivo sul palco ma, sotto le luci, il make up si è seccato creando delle inquietanti crepe sul viso».
A condire il tutto c'è lo slogan: "Che c'è da guardare? Non avete mai visto un divano?"
I manifesti invadono tutta Milano e l'immagine di quello strano personaggio diventa popolare.

(dal sito www.urlodelsole.it) 

...  Ma lui le aveva detto che avrebbe utilizzato quella foto?

“No. Difatti Busnelli, il padrone dell'azienda di divani, gli tolse la commissione e arrivarono migliaia di lettere di protesta. 

La cosa andò così: Sassi mi disse che voleva fare un servizio fotografico, nel suo stile provocatorio, al gruppo con cui suonavo allora, gli Osage Tribe. Avevo degli orrendi pantaloni con la bandiera americana che mi aveva regalato Claudio Rocchi (grande musicista e cantautore, recentemente scomparso, ndr), degli occhiali, un paio di stivali e in faccia e sulle mani avevo messo del cemento che, sotto i riflettori, iniziò a creparsi. Mi fece sedere su un divano ma io non avevo proprio idea che volesse usare quella foto per fare la campagna pubblicitaria dei divani Busnelli

Fu una campagna massiccia: quella foto era ovunque. Quando la vidi mi arrabbiai, c'era questa foto con la scritta: 'Che c'è da guardare? Non avete mai visto un divano?'. In quel periodo andai a fare la visita militare. Mentre aspettavamo c'era uno che sfogliava una rivista. A un certo punto si ferma alla pagina dove c'era la pubblicità del divano e dice: 'Ma guarda un po' questo trans!'. E io: 'Ma no, è solo un trucco pubblicitario'. Non mi riconobbe nessuno. Non era facile del resto, per fortuna”.

(grazie a Repubblica.it)