Mauro Pelosi: Mauro Pelosi (1977)

pop italiano anni settanta
LA CONSAPEVOLEZZA FATTA ANGOSCIA. FORSE ANCHE TROPPO.

 Mauro Pelosi è stato un cantautore romano che, pur senza avere particolari velleità progressive, visse in pieno tutta la stagione aurea del pop italiano: cioè da quel 1971 in cui firmò il suo primo contratto per la Belldisc di Antonio Casetta (senza però incidere nulla), sino al 1979, anno del suo ultimo Lp “Il signore dei gatti” pubblicato per la Polydor. 

Tuttavia, pur se latore di un intimismo ben aderente al il suo tempo storico, egli rimase sempre un artista “trasversale”: attivo sì nell’ambito dei festival pop, ma estraneo alla politica. Prodotto da una multinazionale, ma cronicamente avulso ai cosiddetti “circuiti che contano”. 

Da esordiente per esempio, non frequentò quasi mai il Folkstudio - cosa che avrebbe sicuramente giovato alla sua carriera – e proprio quando tra il 72 e il 73 ottenne un certo riscontro con i singoli “Vent’anni di galera” e “Al mercato degli uomini piccoli”, sparì improvvisamente dalle scene per ricomparire solo quattro anni dopo.

Discograficamente, Pelosi esordì nel 1972 con “La stagione per morire”: album arrangiato dal M° Detto Mariano, realizzato con la collaborazione di emeriti musicisti prog tra cui Gianchi Stinga e Gianni Leone del Balletto di Bronzo, ben accolto sia dalla critica che dal pubblico, ma plumbeo sino a rasentare la depressione. Si ascoltino in questo senso “Cosa aspetti ad andar via” e “Suicidio” per farsi un’idea di ciò che sto dicendo. 

John's Classic Rock
L’anno successivo è invece la volta dell’Lp “Il mercato degli uomini piccoli”, arrangiato da Giuseppe Pirazzoli, pubblicato anche in Corea e in Giappone, ma greve almeno quanto il primo. 
Tra i suoi solchi però, svettò una delle title-track più radicalmente esistenzialiste che si ricordino nella canzone italiana: profondamente nostalgica, e talmente paranoica da conquistare persino l’animo dei rockers più “sabbatici”. Non a caso, fu proprio con "Al mercato degli uomini piccoli" che Pelosi aprì diversi concerti per il Rovescio della Medaglia

Eppure, proprio in quel momento propizio in cui tutto sembrava volgere per il verso giusto, (tanto che persino “Vent’anni di galera” venne ripubblicata su 45 giri, e i Gatti Rossi - storica backing band di Gino Paoli – reincisero la sua “E dire che a maggio”), Mauro si eclissò, e non tornò più per ben quattro anni. Cosa spinse l’artista a questo isolamento non so dirvelo. Chissà che non si faccia vivo lui in persona. 

Sta di fatto che nel 1977 - anno chiave sospeso tra la fine dell’autonomia e l’avvento dei nuovi nichilismi - Pelosi riapparve con un disco più consapevole che mai. Sempre cinereo sia chiaro, ma quella cronica angoscia che prima sapeva di depressione, ora suonava perfettamente attuale. Il movimento si era sgretolato, il Punk era alle porte e la demitizzante “Ho fatto la cacca” fu sostanzialmente la perfetta fotografia di quello scenario 

Mauro Pelosi
In più, proprio nel momento in cui il sistema catto-imperialista stava disperatamente tentando di salvare i suoi dogmi, “L’investimento” fece a pezzi i miti della famiglia e del matrimonio. “Claudio e Francesco” celebrava senza peli sulla lingua il rapporto gay e “Una casa piena di stracci” fu infine il più accorato degli esorcismi dell’autore romano: vero e proprio “j’accuse” contro quell’educazione machista e borghese che spesso condanna chi la subisce (e che magari non ha mai avuto la forza o la possibilità di emanciparsi) a un malessere intimo e tremendo che lo avvolgerà per tutta la vita.
 “Finirò col lavorare in banca perché mia madre aveva ragione”. Avendo lei avuto “più esperienza di me, e vissuto più a lungo”. 

 “Mauro Pelosi(ospiti Edoardo Bennato all’armonica e Ricky Belloni alle chitarre) è insomma un disco lacerante in un periodo di lacerazioni, dissacrante in un momento dissacratorio, ma senza nessuna di quelle volgarizzazioni a base di Kinotto, Gelati e Fagioli che afflisse il Movimento del 77. 
Si tocca con mano il declino della civiltà occidentale e c’è poco altro da aggiungere. 

E di fatto, dopo quell’ennesimo urlo di dolore, Mauro scomparirà ancora per altri due anni. Tornerà nel 79 per il suo canto del cigno, e mentre i Bee Gees miagolavano “Too much heaven”, lui scandiva preciso il countdown verso il nuovo inquietante decennio: 

Muore in discoteca la mia generazione / con una canna in mano di libanese scadente. 
La rivoluzione non l'abbiamo fatta / Ma almeno dateci del buon nero. 
E gli anni passano

4 commenti :

frank ha detto...

artista sottovalutato...
in particolare, "la stagione per morire"... grande album dal punto di vista musicale... :)
penalizzato però da una delle più brutte copertine della storia del rock... :(

ugo ha detto...

ciao john utilizzo questo spazio x la mia domanda.cosa mi dici di ROY HARPER e quali dischi di lui mi consiglieresti? ciao ugo

Raffaello 58 ha detto...

Ho avuto la fortuna di trovarlo. Grand bel disco. Da 10 giorni è ospite fisso del mio lettore. Brani come L investimento, Una casa piena di stracci Luna Park sono perle indelebili. Oltre al progressive in generale mi sono sempre piaciuti certi particolari cantautori come Claudio Rocchi, Renzo Zenobi Gino D Eliso, Andrea Tich ecc. Grazie a questo splendido sito che ho scoperto anche Mauro Pelosi.

Anonimo ha detto...

Grande artista.l'ho conosciuto quando abbiamo inciso un suo pezzo (e dire che a maggio).roberto stefanel dei Gatti Rossi