Il Sessantotto. L'immaginazione al contropotere.

Immaginazione al potere
Nel 1968, tutte le esperienze antagoniste maturate dal dopoguerra in poi, confluirono in una contestazione planetaria e travolgente, deflagrata perlopiù in ambito studentesco, ma che investì gradualmente tutti gli aspetti del vissuto, scombuiandoli e costringendoli a un radicale processo di modernizzazione

Eppure, malgrado sia stato spesso magnificato come “l'ultima grande rivoluzione dell'Ottocento” o “l'inizio di una nuova era”, il Sessantotto (e questo è importante sottolinearlo), non rappresentò affatto una novità. O almeno, non dal punto di vista operativo

Pratiche quali occupazioni, assemblee, controinformazione, manifestazioni, scioperi e scontri erano già state largamente esperite in passato, e non fu per loro che quell'anno divenne un mito. E non lo diventò neppure per il tanto sbandierato antiautoritarismo su cui s'imperniò il maggio francese.

Il vero miracolo che si compì, fu piuttosto l'acquisizione da parte delle varie forze in gioco (studenti, operai, donne e controculture) di una nuova consapevolezza rivoluzionaria fondata sul potere dell'immaginazione e del desiderio. La coscienza cioè, che per vincere una battaglia o per conseguire qualunque risultato, non occorresse essere strateghi, politologi, militari o eroi: bastava semplicemente volerlo

1968
1° Marzo 1968 - Valle Giulia: "... più non siam scappati..."
Il Sessantotto insomma, svincolò l'immaginario dalla sua classica dimensione illusoria, narrativa e rituale (quando non proprio mistificante), per conferirgli invece un ruolo attivo e simbolico. Quello di funzione potente e reale, in grado non solo di introdursi nel corso della storia, ma di caratterizzarla e persino di modificarla attraverso la stimolazione della coscienza e della memoria collettiva. 
L'imagination au pouvoir, dicevano.

Herbert MARCUSE

Un concetto apparentemente banale, ma che 

1) spostò il baricentro delle disobbedienze verso uno spontaneismo inedito

2) trasformò le utopie in progettualità, e

3) nel caso specifico dell'Italia, produsse una generazione altamente conflittuale le cui politiche sovversive investirono nell'arco di neppure un quinquennio ogni categoria afferente il quotidiano.

In pratica: una galassia di movimenti articolati e misti la cui componente operaia era sempre più cosciente del proprio ruolo e refrattaria a qualunque forma di rappresentanza tradizionale (partiti e sindacati), mentre quella studentesco-creativa era decisa ad abbattere sia i simboli e i protagonisti dell'ancien régime, sia soprattutto i contenuti che rappresentavano.

Il Sessantotto dichiarò dunque guerra alla partitocrazia in politica, alla selettività e all'autoritarismo nelle scuole, al classismo e al sessismo nel sociale, all'ipocrisia e all'ingerenza della chiesa, e all'accumulazione e allo sfruttamento nelle fabbriche. Tutte metastasi ritenute un tempo incurabili, ma che ora potevano essere annientate dal coinvolgimento, dall'impegno e dalla fantasia.

Non poco per una società civile...

2 commenti :

ravatto ha detto...

Il punto di vista di Pasolini sui giovani contestatori del 68..

Oh generazione sfortunata!
Cosa succederà domani, se tale classe dirigente -
quando furono alle prime armi
non conobbero la poesia della tradizione
ne fecero un’esperienza infelice perché senza
sorriso realistico gli fu inaccessibile
e anche per quel poco che la conobbero,
dovevano dimostrare
di voler conoscerla sì ma con distacco, fuori dal gioco.
Oh generazione sfortunata!
che nell’inverno del ‘70 usasti cappotti e scialli fantasiosi
e fosti viziata
chi ti insegnò a non sentirti inferiore -
rimuovesti le tue incertezze divinamente infantili -
chi non è aggressivo è nemico del popolo! Ah!
I libri, i vecchi libri passarono sotto i tuoi occhi
come oggetti di un vecchio nemico
sentisti l’obbligo di non cedere
davanti alla bellezza nata da ingiustizie dimenticate
fosti in fondo votata ai buoni sentimenti
da cui ti difendevi come dalla bellezza
con l’odio razziale contro la passione;
venisti al mondo, che è grande eppure così semplice,
e vi trovasti chi rideva della tradizione,
e tu prendesti alla lettera tale ironia fintamente ribalda,
erigendo barriere giovanili contro la classe dominante del passato
la gioventù passa presto; oh generazione sfortunata,
arriverai alla mezza età e poi alla vecchiaia
senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere
e che non si gode senza ansia e umiltà
e così capirai di aver servito il mondo
contro cui con zelo «portasti avanti la lotta»:
era esso che voleva gettar discredito sopra la storia - la sua;
era esso che voleva far piazza pulita del passato - il suo;
oh generazione sfortunata, e tu obbedisti disobbedendo!
Era quel mondo a chiedere ai suoi nuovi figli di aiutarlo
a contraddirsi, per continuare;
vi troverete vecchi senza l’amore per i libri e la vita:
perfetti abitanti di quel mondo rinnovato
attraverso le sue reazioni e repressioni, sì, sì, è vero,
ma sopratutto attraverso voi, che vi siete ribellati
proprio come esso voleva, Automa in quanto Tutto;
non vi si riempirono gli occhi di lacrime
contro un Battistero con caporioni e garzoni
intenti di stagione in stagione
né lacrime aveste per un’ottava del Cinquecento,
né lacrime (intellettuali, dovute alla pura ragione)
non conosceste o non riconosceste i tabernacoli degli antenati
né le sedi dei padri padroni, dipinte da
-e tutte le altre sublimi cose
non vi farà trasalire (con quelle lacrime brucianti)
il verso di un anonimo poeta simbolista morto nel
la lotta di classe vi cullò e vi impedì di piangere:
irrigiditi contro tutto ciò che non sapesse di buoni sentimenti
e di aggressività disperata
passaste una giovinezza
e, se eravate intellettuali,
non voleste dunque esserlo fino in fondo,
mentre questo era poi fra i tanti il vostro dovere,
e perché compiste questo tradimento?
per amore dell’operaio: ma nessuno chiede a un operaio
di non essere operaio fino in fondo
gli operai non piansero davanti ai capolavori
ma non perpetrarono tradimenti che portano al ricatto
e quindi all’infelicità
oh sfortunata generazione
piangerai, ma di lacrime senza vita
perché forse non saprai neanche riandare
a ciò che non avendo avuto non hai neanche perduto:
povera generazione calvinista come alle origini della borghesia
fanciullescamente pragmatica, puerilmente attiva
tu hai cercato salvezza nell’organizzazione
(che non può altro produrre che altra organizzazione)
e hai passato i giorni della gioventù
parlando il linguaggio della democrazia burocratica
non uscendo mai della ripetizione delle formule,
ché organizzar significar per verba non si poria,
ma per formule sì,
ti troverai a usare l’autorità paterna in balia del potere
imparlabile che ti ha voluta contro il potere,
generazione sfortunata!
Io invecchiando vidi le vostre teste piene di dolore
dove vorticava un’idea confusa, un’assoluta certezza,
una presunzione di eroi destinati a non morire -
oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano
una meravigliosa vittoria che non esisteva!



Pier Paolo Pasolini, Trasumanar e Organizzar, Garzanti 1971.

claudio65 ha detto...

Dico la mia sul '68, che ho un po' studiato per mie passioni di tipo letterario.
In realtà, il '68 è iniziato già prima del 1968, sicuramente nel 1966, ma forse già nel 1965. Com'è avvenuto per la Rivoluzione d'Ottobre del 1917, il '68 ha avuto il suo Febbraio e il suo Ottobre. Il "Febbraio" è stato quando la gioventù rockettara e floreale, che si identificava in un sogno comunitario tutto "underground", cementata dalla musica beat e psichedelica, aveva preso a contestare una società adulta tremendamente obsoleta. Qui da noi, questa società "adulta" si identificava in quel quadro provinciale ben disegnato da Francesco Bertante nei suoi libri: il "cummenda" con la sua Ferrari e l'amante impellicciata, la donna non più giovane, ma ancora elegante e attraente, i giovanotti di provincia con i loro capelli a spazzola, il parroco in bicicletta, la baldracca della "casa chiusa", il "tenorino" bravo come Del Monaco (cito le parole di Bertante), dove i conflitti di classe si combattevano più in camera da letto che in Piazza.
Nel biennio 1966-67, quest'Italia viene messa sotto accusa e sotto processo, derisa e sbeffeggiata dall'ironia "beat", da quei ragazzi con i capelli davanti agli occhi e quelle ragazze dai capelli sciolti e dalle gambe messe a nudo. E soprattutto, con tante chitarre elettriche attaccate ai jack degli amplificatori. Ma, tra uno sberleffo e l'altro, tra una "cover" e l'altra, si parlava di Vietnam, di libero amore, di Divorzio, di Aborto, di Obiezione di Coscienza e altri pesi massimi di questo genere. E si parlava pure di auto-gestione, auto-organizzazione, creatività, opinioni da esprimere in libertà.
Il "Febbraio" ha cominciato a declinare già nel "Maggio" del 1968, quando nelle Scuole e nelle Università altre parole d'ordine e altre musiche sono state suonate.Che mai c'entrava Mao Tse Tung con il libero amore? Per tacere di Marx e Lenin! Al posto dei poster dei Doors, sono cominciate, già nel '68, a girare tetre gigantografie in bianco e nero di Lenin e persino di Stalin. La prima drammatica spaccatura del "Movimento" sessantottino ci fu sulla "Primavera di Praga", dove i contestatori "underground" avevano assistito con piacere alle sfilate di ragazzi e ragazze come loro nelle vie di Praga, mentre altri tra i contestatori manifestavano "preoccupazioni analoghe a quelle di Mosca" - per usare una frase dell'allora segretario del Pci Luigi Longo.
Insomma, oramai non si protestava più contro i "matusa", ma si era deciso di fare il "Karaoke" a posizioni terzo-internazionaliste di stretta provenienza moscovita. E poco importava che Francesco Guccini cantasse "La Primavera di Praga" in onore del povero Jan Palach.
L'equivoco, perdurato per almeno un anno, si è definitivamente sciolto nel dicembre 1969, all'indomani della bomba di Piazza Fontana. Lì, qualcuno tuonò che "l'underground aveva fallito" e che bisognasse convergere con operai e movimenti di lotta dura su posizioni sempre più terzo-internazionaliste. La conseguenza è stato l'affossamento del '68, di quello a mio modo di vedere più vero, genuino e fecondo. Dai "fiori e colori" (citazione Orme) si è passati al bianco e nero, livido e grigio delle battaglie di Piazza. Dai vestitini cortissimi e coloratissimi, le ragazze sono passate ai jeans sformati e alle giacche operaie. Probabilmente, è stata l'evoluzione storica, ma si è perso qualcosa per strada.
Tant'è vero che, a distanza di cinquant'anni, l'Italia borghese, ipocrita e meschina del Cavalier Berlusconi si appresta a vincere le elezioni e a tornare a governare. Come se cinquant'anni da quei giorni fossero passati invano.
Forse, mi viene da dire, il "Febbraio" è stato troppo breve e il conseguente "Ottobre" troppo lungo e tragico.