Arte e politica. Il triennio dell'Underground (1970-1972)

rock progressivo italiano
Durante il mio percorso di analista del Rock Progressivo italiano anni 70, mi è capitato di subire qualche rimbrotto da parte di colleghi, musicisti o lettori a causa dei miei ormai noti accostamenti tra musica e politica. Di solito cose tipo: “Martin, non ce ne frega niente della politica, vogliamo solo sentir parlare di musica”, o cose di questo tipo

Voglio invece ribadire quanto a mio avviso sia inaccettabile se non impossibile la lettura di un’opera d’arte (quindi anche musicale) avulsa dagli eventi, dai costumi e dalle forme di pensiero del proprio periodo di riferimento

Poi, si potrà certamente discutere sulla scelta di un modello analitico piuttosto che un altro, sul livello tecnico di questo o quel musicista, ma insisto: non si potrà mai e in alcun modo negare l’esistenza di una relazione tra arte, politica e società, perchè questo significherebbe sottrarre al rock il suo valore simbolico e interpretativo, o peggio ricusare la sua innegabile capacità di rivoluzionare le attitudini culturali e comportamentali di interi sistemi sociali

In questo senso, e lo dico a chi mi contesta, non ci vuole molto per capire quanto lo Star Spangled Banner di Hendrix a Woodstock non avrebbe mai avuto lo stesso impatto né il medesimo significato se in quel momento oltre mezzo milione di americani non si fossero trovati in Vietnam, in Laos e in Cambogia

rock prograssivo italianoMa restiamo in Italia e vediamo come le vicende sociopolitiche influirono sul nostro Prog a partire da quella fondamentale soglia che fu la strage di Stato

Perché “fondamentale”? 
Perché se nelle intenzioni dei mandanti, gli attentati di Roma e Milano del 12 dicembre 1969 avrebbero dovuto easurirsi in un blitz volto ad annientare le proteste operaie e studentesche, l’effetto fu invece quello di suscitare nelle masse il fondato sospetto che lo Stato, le destre eversive e i servizi segreti avessero deciso di innalzare il livello dello scontro sul piano militare, innescando così una reazione a catena effettivamente sfociata prima nella strategia della tensione, poi negli anni di piombo

E infatti, già dal giorno successivo alla strage, il Movimento stesso reagì in maniera molto più determinata del previsto: rinforzò le proprie posizioni filo-operaiste, si verticalizzò sul modello terzinternazionlista, ed estromise dalle proprie fila tutte quelle realtà anarco-creative figlie del 68-69 ritenendole incompatibili con le nuove pratiche rivoluzionarie. 
Ciò col risultato che di lì a poco, questo enome corpus libertario lasciato a sé stesso avrebbe costituito un movimento a sé, poi definito Underground

Il 1970 vide quindi il contropotere schierare in campo due forze distinte e complementari

 - la prima a spessore fortemente politicizzato e formata in maggioranza dai Gruppi politici che praticavano la lotta di classe, primi tra tutti Lotta Continua e Avanguardia Operaia.

 - la seconda a carattere creativo-intellettuale facente capo alla rivista Re Nudo, costituita invece da libertari, anarchici, ex Beat ed eredi vari del 68-69, che si sarebbe invece occupata di tutte quelle istanze non toccate dalla politica: dinamiche interpersonali e collettive, rapporti con l’altro sesso, uso sociale e consapevole del tempo libero e degli spazi urbani, istruzione, famiglia, omosessualità, cultura lisergica e naturalmente, anche di musica.
  
underground rock progressivo italianoMusica intesa come sensore del gusto popolare, elemento chiave della comunicazione collettiva, ma anche oggetto di una contraddizione che avrebbe avuto molti strascichi: merce asservita all’economia di mercato o potenziale mezzo di comunicazione rivoluzionaria?.  

Tutte queste argomentazioni furono divulgate attraverso una gigantesca opera di controinformazione che sin dai primi mesi del 70 vide nascere in ogni parte d’Italia centinaia di pubblicazioni indipendenti (la cosiddetta “galassia Gutenberg”), e un florilegio di eventi socializzanti quali i Festival Pop autogestiti che dal 1971 divennero tra i principali promotori delle nuove avanguardie musicali. Primo tra tutti: il Rock progressivo che attecchì immediatamente al mondo dell’Underground, ne introitò in larga parte le dinamiche, e ne venne ampiamente promosso e veicolato.

Ecco perché lungo tutto il triennio in cui durò l’Underground, il nostro Prog fu sostanzialmente apolitico: privilegiando classicismi e testi onirici alla militanza, e pur riversando voti a sinistra fu sempre basicamente acritico.
Facevamo musica per passione” mi disse un giorno Giorgio Piazza (Pfm), e penso avesse pienamente ragione.

Tuttavia, sempre a causa di quella famosa relazione tra arte e politica che, ripeto, non si può ignorare, quando dal 1973 l’ideologia prese il sopravvento, tutti gli artisti nessuno escluso dovettero fare i conti con la filosofia del “personale è politico” e con tutte le sue complesse sfacettature
Il disinteresse sarebbe passato al vaglio della lotta di classe, le contraddizioni evidenziate e giudicate dai militanti, e la mercificazione sottoposta a rigorose analisi collettive. Spesso sin troppo severe ma che almeno sancirono l’esistenza di una consapevolezza che oggi non c’è più.

10 commenti :

UGO ha detto...

ovviamente a questa scheda farai seguire quella successiva relativa al secondo triennio 1973/75 dove la politica e i testi sia personali che social/collettivi presero il sopravvento!
ma secondo te graande JOHN nei tempi attuali e con le frustrazioni sociali esistenti ci sono i fermenti e le caratteristiche affinchè esploda un altro 68 o 77 sebbene con diverse caratteristiche? a te la risposta JOHN UGO

ugo ha detto...

poi sulla relazione arte-politica come non si potrebbe non esser d'accordo con te!la connessione è diretta però volevo farti una domanda dato il collegamento storico arte-politica come mai alcuni dischi sono usciti fuori tempo è stato solo una questione diciamo discografica che ne so economica del gruppo oppure mettiamola così alcuni petardi artistici scoppiano fuori tempo massimo?

JJ ha detto...

Si, la prossima scheda riguarderà il periodo della Controcultura che va dal 73 al 76.

Prima risposta - Il punto è che l'esistenza di uno o più conflitti, non prelude necessariamente a un sola tipologia rivendicativa.
Una tensione sociale ad esempio può essere riassorbita da un dibattito politico. Solo se il confronto fallisce o non è praticabile per un qualsivoglia motivo (ideologico, economico, religioso ecc), allora c'è rischio che sfoci in scontro aperto.
In quel caso però, devono comunque esserci alla base dei soggetti sociali disposti farsene carico militarmente, come certi Gruppi dei nostri anni Settanta. Che oggi non ci sono, o non sono operativi.
Quindi è vero che viviamo un momento altamente conflittuale là dove le prevaricazioni del capitale sono addirittura superiori a quelle di trent'anni fa, ma non c'è nessuno disposto ad affrontarle con le stesse modalità di allora.

Seconda risposta - Certe opere sono andate "fuori tempo" perché non hanno saputo o voluto restituire il rapporto arte-sociale-politica in modo universale. Che trascendesse cioè il momento in cui sono state concepite.
In realtà, o almeno secondo me, nessun brano sarebbe mai da considerare in questo senso: qualunque canzone sia mai stata concepita è allo stesso tempo specchio ed espressione del proprio tempo, e come tale va considerata. Sia quando ha universalizzato una semplice percezione(che so, Paoli col "Cielo In Una Stanza"); celebrato un preciso momento storico ("Ultimo Mohicano" di Manfredi), oppure tradotto in sensazioni le temperie di una generazione (Finardi, "La Radio"). Persino l'Italiano di Toto Cutugno fu sintomatica di un certo tipo di società
Che poi a tratti si rivaluti l'una o l'altra interpretazione del vissuto, questo dipende da molti fattori, primo tra tutti l'andamento delle mode e del mercato.
Resta il fatto che la musica non va mai "fuori tempo".
Siamo noi, forse, che obnubilati dal continuo ricambio delle merci, non riusciamo più a capirlo.

claudio65 ha detto...

Io ritengo personalmente che il periodo di transizione "underground" sia stato uno dei più artisticamente vivaci ed interessanti del nostro panorama musicale. E' un periodo che ha un anno di nascita: il 1969 ed un anno di fine: il 1971. Con il 1972 inizia, secondo me, un'altra epoca.
In quel triennio, il beat in crisi si sposa con gli influssi psichedelici ed hard-rock che vengono dall'Inghilterra. Non siamo ancora al prog, ma quasi. Si sperimenta, ci si lancia nella novità. Si osa, con passione ed anche molta ingenuità. In questo periodo, si stagliano come giganti i New Trolls e la Formula 3 (grazie al genio di Battisti, però), si fanno sotto alcuni grandi purtroppo misconosciuti, come il Balletto di Bronzo e gli Alluminogeni. Matura la svolta progressiva delle Orme. Si fa avanti persino il mitico Battiato. E, sebbene da altro lato rispetto al rock, si assiste all'uscita dal guscio dell'anonimato di tre formidabili soliste, future protagoniste del pop d'autore italiano: Mia Martini, Nada ed Alice (allora, ancora Carla Bissi). E sono convinto che in questa lista sto dimenticando qualcuno/a .... Ma fu un periodo, musicalmente parlando, formidabile.
Alla fine delle fini, a raccogliere gloria e denari (a palate) furono nei mesi conclusivi del triennio ... i Pooh, a dimostrare che l'Italia spesso predilige il compromesso, con la tradizione, anche se - nel caso dei nostri quattro - di gran livello musicale. Ma, questa è davvero un'altra storia ...
La mia opinione è solamente musicale, perché riguardo la situazione politica di quel triennio convulso, mi sono già espresso ampiamente in altri post. Attendo il prossimo capitolo, con interesse.

Claudio Ruffini ha detto...

Più che la politica che ha influenzato la musica forse è stata la musica ad influenzare la politica.
Se partiamo dagli anni 60 con i primi capelloni, con le prime minigonne, discoteche che spuntavano dappertutto. Pensiamo solo al politicamente corretto dell'epoca: la RAI di Bernabei, della DC e della Chiesa. I giovani erano in fermento ma più del 68 hanno inciso forse i Beatles e i Rolling Stones o forse sarebbe più corretto dire i Giganti, l'Equipe 84 e forse più di tutti Lucio Battisti e soprattutto Mogol. Pensate ai suoi testi : loro sono stati "rivoluzionari", censurati (Dio Mio No), ma anche socialmente innovativi. Poi arrivarono anche i cantautori "politicamente impegnati": De Gregori, Venditti per citare due a caso, per non parlare di De Andre, anche lui con testi difficili per la società dell'epoca. Ma da ...Compagno di scuola, compagno di niente... devo riconoscere a Venditti di essere stato almeno uno dei piàù coerenti, certo anche lui i soldi veri li ha fatti con In questo mondo di ladri, però ha cercato di tenere un profilo almeno dignitoso. Il linguaggio però cambiava anche grazie ai FUMETTI.
Strano a dirsi ma oggi molti genitori si lamentano perchè i figli mangiano guardando il telefonino, ma ricordo che la maggior parte di noi ragazzi mangiava leggendo fumetti o altri giornali (anche quelli musicali come Ciao 2001, Muzak, Qui Giovani, Super Sound).
I cambiamenti passavano attraverso il linguaggio e trasversalmente se ci sforziamo di ricordare quello che sono stati quegli anni quali sono le cose che ci vengono in mente: l'assassinio di Kennedy, il Vietnam, lo sbarco sulla Luna, Italia Germania 4-3, le manifestazioni studentesche, i Decreti Delegati, la legge Baslini-Fortuna sul divorzio e il conseguente referendum voluto dalle destre ma vinto da tutto il mondo laico libertario, anzi stravinto, poi le radio libere, La febbre del sabato sera, le BR, l'assassinio di Moro.
Ecco l'assasinio di Moro segna il punto della partenza del cosidetto "riflusso". Termine negli anni successivi indicato per definire un movimento studentesco che "appagato" rientrava nei ranghi. Musicalmente il momento storico musicale coincide con la fine del Progressive e il decollo del Punk (sfido chiunque di ricordarsi una canzone punk o di un gruppo punk se si escludono i Sex Pistols e i Ramones per vicende extra musicali) e dela disco music.
Lì il terreno si fa più melmoso, perchè non c'era nulla di male nel divertirsi con la disco music anche se molti preferifano snobbare il fenomeno.
Non potevano non rendersene conto i DJ delle prime radio libere.
Ricordo benissimo che tra il 76 e il 79 le richieste telefoniche per le canzoni erano concentrate sui brani disco, e su (tappatevi pure le orecchie ma era così) i brani tipo "Ti Amo" di Umberto Tozzi.Ma il periodo del riflusso vedeva sbocciare anche canzoni del calibro di Hotel California degli Eagles, Hey Hey My My di Neil Young in mezzo a molta spazzatura, così come anche Wish you where here dei Pink Floyd.
La politica ha determinato tutto questo?
Forse.
Ma molte novità nella legislazione politica sono successive alle innovazioni musicali e non loro conseguenza.
Da questo dobbiamo escludere i cantautori. Dylan, la West Coast e altri hanno cantato le aspettativa dei giovani. Come non ricordare Joan Baez idolo di una generazione di teen ager, fatto salvo che poi le a Woodstook prese il compenso più alto per partecipare.
Delle manifestazioni italiane legate spesso ai festival (Unità e Avanti) o alla sinistra extra parlamentare li relegherei in poco spazio. Sono stati momenti interessanti ma spesso troppo intrisi di politica e poco di musica. La musica è il vero spazio libero dell'umanità, la politica è un recinto dove spesso generazioni intere hanno preferito rinchiudersi per fare branco.
Senza rancore verso nessuno.

UGO ha detto...

@claudio ruffini
condicvido il grosso della scheda eccetto per VENDITTI che dopo l'album BUONA DOMENICA non a caso del 79 dunque fine decennio non ha fatto altro che propinarci brani sentimentali senza il minimo riferimento politico per cui direi un artista "double fase" che prima ha stupìto col suo angosciante esistenzialismo e poi è ripiegato su un genere romantico e melenso direi quasi stomachevole in alcuni casi ....da un fan del vecchio VENDITTI!

Anonimo ha detto...

Io a dire il vero di gruppi Punk me ne ricordo ben più di due.
London SS, 101'rs, Adam & the Ants, Siouxsie & the Banshees, Slits, Damned, Stranglers, X Ray Spex, Misfits, UK Subs, Buzzcocks, Generation X, Clash, Rich Kids, Dead Boys, Vibrators solo per menzionarne qualcuno. Per non parlare dei gruppi HC italiani e di quelli jugoslavi ch conoscevo anche molto bene.

Claudio Ruffini ha detto...

Per anonimo
Mi sa che li conoscevate in pochi.
Non mi ricordo di aver avuto voglia di prendere un disco Punk, comprarlo, metterlo sul piatto né quando erano di moda né tantomeno adesso.
Ma rispetto i gusti altrui.
Claudio Ruffini

Anonimo ha detto...

Non so. Nel 77 vivevo vicino a Londra e queste band le conoscevano proprio tutti. Alcune erano anche nelle classifiche nazionali. Molte le ho viste dal vivo incluso i Sex Pistols ma non ho mai preteso che piacessero anche ad altri. É stato comunque un periodo molto vivace: c'era musica dappertutto per qualunque gusto e i concerti costavano niente. Avevvo venti anni ed ero al centro del mondo. James.

Anonimo ha detto...

Io sono in totale accordo John, anche se non ce ne rendiamo conto tutto è politica nel senso più ampio del termine.
Non si può analizzare una canzone o un libro o nessun altra opera intellettuale senza considerare il contesto storico nella quale è nata.
Anche la bistrattata Disco, che a me invece piace, ha una sua genesi che ha radici nel movimento dei neri americani per poi passare dalle rivendicazioni movimenti gay e delle donne.
La musica che nasce oggi sarà analizzata in futuro guardando anche, anzi soprattutto al contesto storico odierno.