Stefano Testa: Una vita, una balena bianca e altre cose (1977)

Stefano Testa Una vita, una balena bianca e altre coseNEI COMMENTS INTERVIENE STEFANO TESTA


Stefano Testa nasce a Roma nel 1949, ma a 10 anni si trasferisce a Porretta Terme in provincia di Bologna.
Per il quindicesimo compleanno riceve in regalo la sua prima chitarra e nel 1966 fonda con un gruppo di amici il quintetto degli Scorpioni (da non confondersi con le omonime bands di Poggio Fusco e di Riccione) proponendo brani di Dylan, Animals, Rolling Stones , ma anche “Venerdì santo” di Guccini in versione ballabile(!).
Verso il principio degli anni ’70, come tutti i giovani dell’epoca, anche Stefano percepisce il forte mutamento degli eventi storici e inizia ad interessarsi al prog inglese, a quello italiano, ma soprattutto ai cantautori più colti, De Andrè, De Gregori, Leo Ferré: un mix emozionale che lo spinse a concepire una scrittura che estendesse la classicaforma-canzone”.

Nasce così l’idea di “Una vita, una balena bianca e altre cose” che oltre ed essere un album molto strutturato musicalmente, ben restituì soprattutto a mezzo di autorevoli riferimenti letterari, una sofferta consapevolezza che non solo rispecchiava quella dell’autore, ma rifletteva esattamente le contrastate lacerazioni del movimento durante il biennio ‘76-’77: ideologia e militanza, personale / intellettuale e politico, spiritualità e mercificazione ecc.

Nel disco incontreremo dunque il tormento di Cesare Pavese in “Una vita”, la sofferta religiosità di Herman Melville nella “La ballata di Achab”, l’intimismo di Jorge Luis Borges (“Il Dio sulla ferrovia”), ampie folate di esistenzialismo (“Risveglio”, “Notturno e “Difficile chiamarti amore”) e infine la struggente pietas di “Ninna Nanna”, dedicata a un bimbo prematuramente scomparso.
Occorrerà comunque arrivare al 1976 quando Fabrizio Quiriti, amico di Stefano e direttore di una galleria d’arte di Cuneo, lo presenterà a Giampiero Simontacchi, allora proprietario della Disco Più nonché ex direttore della Barclay italiana.
Simontacchi si innamorò immediatamente di “Una Vita” e pur prevedendo che il progetto sarebbe stato costoso, specie per il coinvolgimento di un’orchestra d’archi, mise Testa sotto contratto.

A questo punto, entrarono in gioco anche un trio di chitarristi (il”Portici Trio”: Claudio Dadone, Lorenzo Marino e Salvatore Settis), il flautista Marco Coppi, Alberto Monpellio al moog, il batterista Ottavio Corbellini e l’arrangiatore Franco Chiaravalle (già grande esperto di musica napoletana) e il sound del disco prese il suo aspetto definitivo: le musiche sarebbero state incise in una settimana e il cantato in appena un giorno.

La splendida copertina di Mauro Milani, “classica, mitologica e barbara allo stesso tempo” dirà Stefano, chiuderà infine il cerchio.

Stampato in sole 1.000 copie, il disco tuttavia non restituìrà commercialmente l’impegno profuso nel realizzarlo e sino almeno sino alla sua ristampa del 1994 per la Mellow Records, venne dimenticato dal pubblico e neppure mai promosso dallo stesso autore purtroppo reticente ad esibirsi dal vivo. Un handicap in partenza che probabilmente spinse sia la Disco Più che la RCA a rifiutare l’ipotesi di un secondo album la cui suite “Decadenza e morte di Andrea il Traditore” (1979) era peraltro già stata composta.

Del resto, ormai l’interesse per le opere di prog autorale era scemata per far spazio a indotti ben più sicuri e Stefano avrebbe dovuto aspettare ancora a lungo per rimettersi in gioco.
Ma passiamo all’ascolto.

Stefano Testa Una vita, una balena bianca e altre coseUna citazione classica apre la lunga suite “Una vita” in cui la voce di Stefano profonda, intensa e decisa si innesta in ampie tessiture orchestrali guidate da un arrangiamento a dir poco eccellente. Tuttavia, il sound non riesce ad essere perfettamente coerente all’anno di pubblicazione quanto invece lo furono il cantato e le parole.
Un curioso equilibrio dunque tra sonorità underground e grande classe autorale che da un lato conferisce al brano un bellezza non comune, ma dall’altro lascia effettivamente spiazzati come un po’ la successiva “Risveglio”.
Poi, Stefano sembra volerci gradualmente riportare al mondo dei cantautori con qualche ventata di Stefano Rosso in “Achab (poi pubblicata anche su 45 giri), la crepuscolare “Notturno” e la terzinata “Difficile chiamarti amore”. Davvero intriganti “Il Dio sulla ferrovia” dove è più evidente il richiamo al progressivo e la conclusiva “Ninna Nanna”, talmente densa di phatos che una volta terminata lascia l’ascoltatore quasi “in sospeso”, come se il disco dovesse riprendere da un momento all’altro con altri incantesimi. Con altre sorprese.

A conti fatti, non so dirvi se “Una vita, una balena bianca e altre cose” riuscì pienamente nel suo intento di equilibrare ambienti così diversi e/o se la sua forma superò veramente gli stilemi dell’epoca rispetto a quanto non avessero già fatto altri cantautori.

Certo è, che il solo ardimento investito nel connettere ambienti almeno intenzionalmente progressivi a una voce e a dei testi così profondamente legati a quegli anni, fu una qualità che merita un posto d’onore nella storia della nostra musica.


NEL 2012 E' USCITO L'ULTIMO LAVORO DI STEFANO: "Il silenzio del mondo" PER LA DISCOGRAFICA SNOWDONIA. Buon ascolto!

2 commenti :

stefano testa ha detto...

caro John, grazie mille per aver ricordato quell'album...per moltissimi anni quasi quasi non me lo ero ricordato più neanch'io! Non sapevo neppure che era stato ristampato da Mellow poi, mi pare nel 2000, un amico lo scovò in un sito prog giapponese...nel 2009, girovagando in internet, mi accorsi di alcune lusinghiere recensioni su Progarchives, che poi mi contattò anche per un'intervista...E' incredibile come questo album, pur con tutti suoi limiti e le sue ingenuità, in qualche modo, viva ancora! Ti ringrazio ancora per le tue parole e per aver costruito questo bel sito, che per me è una gradita abitudine, quasi giornaliera.

PS. "“Decadenza e morte di Andrea il Traditore”, completamente riscritta, è diventata una lunga suite sulla storia psicologica della mia generazione...la sto realizzando e spero che un giorno tu ne possa parlare su "John's Classic Rock"...
Un abbraccio, Stefano

ugo ha detto...

finalmente l'ho trovato e l'ho pure sentito!bel disco senza dubbio sospeso tra prog(bel flauto!)e cantautorato sebbene io noti una certa decadenza nel cantato simile a quella di CLAUDIO LOLLI.ad ogni modo disco degno di figurare tra le perle prog dei 70!come sempre grazie a te john che riesci a guidarci nel mare vasto del prog!nel tuo libro non figura forse perchè del 77 dunque fuori tempo massimo? ciao ugo