Fabio Zuffanti: La quarta vittima (2014)

La quarta vittima
 Chi mi segue da tempo sa che faccio spesso fatica a parlare di Neo-prog. Ma questo non per disinteresse o per scarsa ammirazione nei confronti di chi lo fa, quanto perchè, dalla fine del Progressivo storico, sono mutati molti parametri analitici. Primo tra tutti, il raffronto arte-società-politica che oggi alcuni ritengono persino superfluo, ma che 40 anni fa era ineludibile. 

Martin, basta con ‘sta politica! Parliamo solo di musica!”, mi sento dire spesso. 
La musica però è arte, e l’arte non può essere scissa dal suo tempo storico. Per questo, ad ogni ascolto di un nuovo lavoro come quello inviatomi dall'amico Fabio Zuffanti, (appena uscito dalla Maschera di cera) mi sento in dovere di fare alcune puntualizzazioni. 

Innanzitutto occorre premettere che, a detta dello stesso Fabio, il suo “La quarta vittima” è un disco volutamente progressive e quindi è con questo metro che va ascoltato e valutato. E fin qui direi che, almeno in questi ultimi anni, raramente questo stile ha raggiunto tanta coerenza tecnica, formale e compositiva. 

Zuffanti conosce bene la materia e si sente. In circa un’ora di musica c’è davvero di tutto: hard, rock, pop, prog, lounge, jazz, ma non solo. Ci sono anche richiami a tutti i più nobili protagonisti del genere: dai Pink Floyd (con tanto di centrale di Battersea all’interno della copertina) ai Genesis del migliore Steve Hackett; da qualche traccia di Canterbury al pop sinfonico più spinto; dai Museo Rosenbach alle atmosfere doom degli Jacula

Il gruppo di musicisti che lavora in questo disco è formalmente “aperto” come nella migliore tradizione prog, al punto che il compositore suona poco o nulla. 
La narratio e l’alternanza di ambienti sonori sono ineccepibili e restituite da sonorità talmente limpide ed equilibrate che c’è davvero da fare i complimenti al fonico Rossano “Rox” Villa

In più, non mancano i consueti riferimenti intellettuali nella citazione iniziale dalla Montagna Sacra di Jodorowsky  e nel grande spirito di Michael Ende che pervade tutto l’album. 
Insomma: un'opera sostanzialmente imperdibile per gli amanti del Prog di qualunque età in cui è davvero difficile trovare nei o punti deboli: forse la sola lunghezza di 55 minuti estranea agli anni settanta, ma sono minuzie. 

Ciò che invece resta aperta e la questione di cui parlavo prima: “cui prodest?” 
 Il vantaggio, è chiaro: va tutto a chi “sa e vuole ascoltare” perchè il dualismo arte-società non esiste più. Nel senso che i valori che evoca Zuffanti (l’alienazione, il perpetuarsi del tempo, l’ubiquità spirituale, l’immanenza), oltre a non essere del tutto nuovi, sono stati già consumati di un intero movimento: difficilmente attinenti dunque, a un quotidiano come quello odierno che divora letteralmente le sensazioni ancor prima di concepirle. 
E anche la musica è di per sé e qualcosa di già sentito: non nuova e certamente ancor meno trasgressiva

rock progressivo italiano
E allora: dove starebbe il valore del new progressive e in particolare della “Quarta vittima”? 
Nel fatto che, non potendo insistere su istanze rivoluzionarie come si faceva un tempo, Fabio ha focalizzato con estrema cura l’aspetto percettivo del suo lavoro trasformando in “significato” il lato “significante” della sua musica, e affidandone la compiutezza e la comunicatività al solo muro sonoro.

Certamente una scelta spiazzante per chi, come me, è rimasto fedele al settennio 70-76 ma anche obbligata dalla contingenza storica. Che poi questo sia un bene o un male, lascio la riflessione aperta. 

Sta di fatto che, se al momento il Prog deve affidarsi alla sola percezione come accadde nel periodo Underground, ben vengano risultati come questo. Quindi: complimenti a Fabio che se li merita tutti e anche di più. 
Io resto sornione ad aspettare “il grande balzo in avanti”. Chissà che tra qualche anno il new prog non assuma un valore nuovamente rivendicativo e, magari, prenda il posto dei vari rapper della porta accanto di cui, francamente, non se ne può più.

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