Referendum Giustizia 22-23 marzo 2026

I Muri del Suono. I luoghi che hanno trasformato il rock
Martin, I Muri Del Suono, Tsunami Edizioni

Perigeo: Azimut (1972)

rock progressivo italiano
QUANDO IL PROGRESSIVO ESPLORA ALTRI MONDI
NEI COMMENTS CI SCRIVE GIOVANNI TOMMASO

Fortemente influenzati da A Silent Way e Bitches Brew di Miles Davis, i cinque componenti del Perigeo, si uniscono nel 1971 per portare avanti - primi in Italia - un discorso jazz rock. Ma non lo fanno da dilettanti o da semplici cultori.

Sin dalla sua nascita, quella che sarà sicuramente una delle migliori band italiane in merito ad affiatamento e preparazione musicale, annovera nelle sue fila musicisti già ampiamente collaudati: il contrabbassista lucchese Giovanni Tommaso, emigrato appena maggiorenne a New York dove, tra gli altri, strinse amicizia con personaggi del calibro di Charles Mingus; il pianista altoatesino Franco D’Andrea che vantava già collaborazioni con stelle di prima grandezza quali Gato Barbieri e il Modern Art Trio; il batterista romano Bruno Biriaco, reduce da una lunga esperienza nel beat; il sassofonista veneziano Claudio Fasoli che aveva suonato a lungo nei circuiti jazz di Bologna, e non ultimo, lo straniero del gruppo Anthony Sidney all’epoca già quotato chitarrista. 

Reclutati nel 1972 dalla RCA di Ennio Melis, imprenditore attentissimo nei confronti dei nuovi talenti e delle sonorità d’avanguardia, incidono presso lo studio D della sede romana la loro prima fatica a 33 giri Azimut, prestigioso biglietto da visita e ventata del tutto nuova nel pur già variegato panorama di casa noatra.

tommaso fasoli d'andrea biriaco sidney
L’album invero non ottiene un  riscontro commerciale immediato, ma la continua circuitazione del gruppo all’interno dei festival pop fa lievitare gradualmente la sua popolarità sino a renderlo un vero e proprio un punto di riferimento.
E anche malgrado il jazz fosse spesso osteggiato dalle frange più intransigenti del movimento, il Perigeo seppe comunque ritagliarsi una sua nicchia a colpi di coesione e qualità. Ciò al punto che, a mio avviso, ascoltare la sua discografia dal 72 al 76, equivale non solo a leggere un libro di storia, ma ripercorrere tutte le diverse tappe che contraddistinsero l'underground e la successiva controcultura

Tornando ad Azimut, il sound che si respira è, dicevo,  fortemente venato di jazz e di rock con ampie concessioni alla fusion, specie grazie al prezioso lavoro di D’Andrea.
Coraggioso, innovativo, a tratti stridente ma curato in ogni sua parte dai tecnici Gianni Oddi e Sergio Patucchi, l'LP si pone insomma come la terza via rispetto alle residue reminescenze tardo beat, e a quel nuovo rock progressivo che in quel 1972 viveva il suo primo anno di gloria. 

Nessuno insomma aveva mai osato tanto e di fatto le polemiche non mancheranno: il gruppo verà accusato di blasfemia dai puristi del jazz (ricordo a tal proposito gli strali di Arrigo Polillo) e persino di tradimento da quelli del rock, ma saranno solo flebili brontolìi. 

progressive italianoGli "elementi di rottura" coniati dal Perigeo non solo entreranno rapidamente a far parte integrante della cultura musicale italiana, ma assurgeranno a veri e propri apertori di una scuola che di lì a poco produrrà risultati ancor più significanti. 

Ascoltando Azimut, sin dal primo brano si percepisce un'infuocata contaminazione tra rigore e improvvisazione, ben restituita da "Posto di non so dove" in cui, nel corso di sei minuti di passione pura, si alternano momenti che sembrano sfiorare il silenzio con altri di apparente anarchia strumentale
Ed è davvero sorprendente come dai suoi solchi traspirino realisticamente tutte le caratteristiche di una generazione in forte mutamento come quella del 72. Lo stesso vocalizzo che caratterizza, appunto,  "Posto di non so dove" sembra quasi un richiamo apolide - ma universale - alla modernità gettato dal profondo di un vicolo urbano. 

Il gioco continua negli stridori di "Grandangolo". Poi tra tensioni e meditazione in "Aspettando il nuovo giorno" e “36° parallelo” e, ancora, nella magistrale “Azimut”, là dove in un affresco impressionista, sembrano sfogarsi tutte le dicotomie di un mondo sospeso tra opposti: jazz o rock, personale o collettivo, meditazione o coinvolgimento? 

Quesiti per il momento ancora senza risposta, ma a cui il Perigeo avrà modo di rispondere nel giro di un anno quando, grazie anche al continuo contatto con il pubblico, licenzierà uno dei suoi lavori più comunicativi, disvelando e reinterpretando, ancora una volta, il corso della storia. 
Più di così non credo si possa pretendere.

Alberto Radius: America Good-Bye (1979)

america good-bye
Nel 1979 il rock progressivo era ormai acqua passata, e molti dei suoi interpreti lo avevano da tempo rinnegato per un posto al sole. La PFM incubava il cantereccio Suonare Suonare, Alan Sorrenti deliziava le casalinghe, l'ex Rovescio della Medaglia Michele Zarrillo vinceva Castrocaro, e le Orme, chissà perché, regredivano al XVII° secolo

Gli aromi di un tempo però, erano pur sempre indispensabili per insaporire qualunque nuova produzione. Non a caso Gino Paoli chiamò a raccolta Elio d'Anna degli Osanna, Franco del Prete dei Napoli Centrale e Tony Esposito per il suo inestimabile Ha Tutte Le Carte In regola (omaggio all'amico Piero Ciampi appena scomparso).  

Pino Daniele reclutò Agostino Marangolo dei Flea/Etna, Tony Cicco della Formula Tre, Francesco Boccuzzi del Baricentro, e James Senese dei Napoli Centrale, mentre Paolo Conte registrò Un Gelato Al Limon insieme all'ex Locanda Delle Fate Ezio Vevey, a Renato Mantegna dei Dedalus, a Francone Mussida della Pfm, e al fu Area Patrick Djvas.  

Rino Gaetano intanto si era preso Gaio Chiocchio dei Pierrot Lunaire, e Guccini i Pleasure Machine al gran completo, più Antonio Marangolo dei Flea e Gianfranco Coletta della RAM

Eppure, mentre gli alfieri del pop italiano si accasavano sotto nuovi tetti, anche a costo di rinnegare il loro passato, c'è chi invece mantenne la propria coerenza, e tradusse quel momento di transizione in un album-capolavoro

alberto radius

Parliamo di Alberto Radius che tra una produzione e l'altra trovò il tempo di pubblicare il suo quarto Lp da solista, America Good-Bye, sospeso tra il disincanto per un passato in dissoluzione, e i miraggi sponsorizzati dal nuovo ordine mondiale

Un disco geniale che prese a prestito le incongruenze del mito americano per sbatterci in faccia le nostre, e rivelò una ad una tutte le contraddizioni in una società solo apparentemente sana

Tecnicamente: otto brani firmati dallo stesso chitarrista su testi di Daniele Pace e Oscar Avogadro, qui in particolare stato di grazia.
Arrangiamenti del sopraffino jazzista Sante Palumbo, e ritmica d'eccezione: uno scatenato Tullio De Piscopo in overdose di Synare
Il tutto registrato nel nuovo e fiammante studio di Alberto che di lì a poco avrebbe ospitato Alice, Battiato, Faust'o, Giuni Russo e molti altri. 

E veniamo al disco. 
Attacco fulminante con un omaggio al prog, ed è subito una parata di stelle spente: eroi sconfitti dal loro stesso mito, ma anche da quel potere rancido, violento e ben fotografato nella successiva Poliziotto

America GoodbyeÈ poi la volta di California Bll, in assoluto il mio brano preferito dell'album. Splendido affresco di una California popolata di "uomini e donne belli come nei sogni", dove persino  Dio "verrebbe a morire", ma talmente idealizzata da apparire infine irreale. Anzi, talmente posticcia da trasformare questo brano in una sorta di California dreamin al contrario. E scusate se è poco.  

Stop al primo lato con  Il Buffone, omaggio a Cassius Clay su una cassa ribattuta non particolarmente memorabile, e si riparte con la più grande leggenda metropolitana di Manhattan: i Coccodrilli Bianchi che, quasi fossero moderni Frankenstein o rifiuti tossici, incarnano magistralmente le fobie del vivere urbano in salsa yankee,

Ed è nuovamente il turno di altri due gioielli Patricia e Giù. Nel primo c'è tutto il dramma delle minoranze latine immigrate nelle metropoli della West Coast, e nel secondo quello dei cosiddetti binge drinkers (gli alcolizzati del fine settimana), fenomeno diffussissimo anche nei nostri weekend degli anni ottanta. 

Chiude in bellezza l'ennesima icona a stelle e strisce: Las Vegas, Città posticcia e icona del gioco d'azzardo in cui si è benvenuti sinché si hanno soldi da spendere. “Fino all'ultimo gettone hai diritto alla moquette”, e dopo 35 minuti si ha la sensazione di aver ascoltato un lavoro eccellente sia musicalmente che per qualità poetica. 

Una riconferma di Alberto insomma dopo l'altrettanto avvincente Carta Straccia, che ci restituisce un Radius perfettamente a suo agio tra il suo passato di rocker progressivo e il suo nuovo ruolo di cantautore. Tanto di cappello infine alla preziosa copertina multistrato di un Luciano Tallarini al top della sua creatività.

Rovescio Della Medaglia: Io come io (1972)

rovescio della medaglia io come io 1972 Se il primo lavoro "La Bibbia" fu un esordio davvero scioccante e il terzo album "Contaminazione" rivelò il lato più tecnico del gruppo, il secondo disco del Rovescio della medaglia, "Io come io", si colloca esattamente nel mezzo sia come tempistica, sia come percorso di evoluzione musicale.

Pubblicato nel 1972, l'album viene prodottto dalla RCA in maniera faraonica: tre diverse edizioni, copertina forata, inserto centrale con i testi e, limitatamente alle prime copie, un medaglione di bronzo in omaggio, firmato personalmente dall'artista fiorentino Brandimarte.

Il tutto, per neppure 30 minuti di musica: cosa che rende questo Lp uno tra più brevi della storia del Prog .


In tutte le release, la copertina cartonata apribile che contiene testi, note, tracking list e foto, è dominata da toni molto scuri giocati sul nero e sul rosso, lasciando già presagire il suono sanguigno dell'album.

rovescio della medaglia 2Con tutte le liriche ispirate all'opera del filosofo Hegel ed alla "ricerca del sè in un mondo pieno di contraddizioni", "Io come io" si compone di quattro parti principali (di cui quelle pari sono divise in altrettanti movimenti), in cui il quartetto romano da finalmente sfoggio di quella autorevolezza tecnica che nel precedente "La Bibbia" era rimasta un po' ovattata.

Pur non essendo dichiaratamente un concept-album , il disco è chiaramente strutturato con una sua logica lirica e strumentale con le parti più dinamiche collocate in testa e in coda, e quelle più "tecniche" concentrate nei solchi mediani.

Il suono, pur se ruvido, graffiante e avulso da qualsiasi compromesso con il mainstream, risulta straordinariamente limpido e cesellato, esaltando così la dinamica di ciascuno strumento.
L'effettistica è praticamente assente e restituisce un groove compatto e privo di orpelli, al punto di evocare gli straordinari lavori heavy dei primi Black Sabbath.

rovescio della medaglia 3Tuttavia, quanto detto sinora risulterà lampante solo passando alla fase di auditing.
Si comincia con i sei minuti e mezzo di "Io", una micro-suite introdotta da un secco colpo di gong e da un riff portante di chitarra che viene via via ripreso da un basso più asciutto che mai.
Passati due minuti di "call and answer" tra basso e chitarra, fa il suo ingresso la maestosa voce del cantante Pino Ballarini che impone al brano un'ulteriore sferzata timbrica conducendolo nella sua parte più free: breve ma intensissima.

Seguono una ripresa del tema iniziale e il corale della prima parte di "Fenomeno" che, oltre a chiudere "Io", introduce la seconda parte del del lato A.
Si entra così nella magia di "Rappresentazione" il cui svolgimento lascia frastornati per la sua straordinaria varietà di ambienti: c'è tutta la forza dell'hard-rock (questa volta molto più "complessificata" del brano precedente) e nondimeno, numerose parentesi acustiche e vocali che conferiscono al brano un'invidiabile agilità sonora.
rovescio della medaglia 4Questa piacevole diversificazione che sembra anticipare il successivo "Contaminazione", prosegue anche nella seconda facciata con "Non io", che evoca inizialmente toni gotici e "silvestri".

Qui, un delicato arpeggio di chitarra contrappuntato dal flauto, introduce una delle parti vocali più melodiche che Ballarini abbia mai cantato.

La sua violenta chiusura e il ponte successivo ("Io come io / Divenire") però, non lascia dubbi su quello che sarà un potente finale in stile heavy. Aggressivi e violenti, i sei minuti e mezzo di "Io come io / Logica" chiudono il disco in un tripudio strumentale che ci rende spettatori del miglior "Rovescio" che di sia mai sentito sinora e,
a questo punto, ci vuole poco per stabilire che "Io come io" è da collocarsi tra le migliori prove del gruppo.

Certamente "Contaminazione" fu musicalmente più strutturato e "La Bibbia" era molto più spontaneo ma, a mio avviso, in questo album la band raggiunse un perfetto equilibrio tra tecnica e ambizione (o se vogliamo, tra "pathos" e "rigore"), asservendo le proprie potenzialità ad un lavoro processualmente adamantino e perfettamente calzante allo spirito del gruppo.

Ovvio, i detrattori potranno trovarvi di tutto per svilirlo perché in fondo il Rovescio non erano i Led Zeppelin e nemmenogli Atomic Rooster ma, almeno in questo caso, l'onestà non va messa in discussione.

Seconda Genesi: Tutto deve finire (1972)

Tutto deve finire
ECCELLENTE ROCK PROGRESSIVO NOBILITATO DALLA COPERTINA PIU' ESCLUSIVA DEL PROG ITALIANO.

Siamo a Roma nel 1972.
Prendendo il nome dalle iniziali del suo ideatore, apre i battenti la Picci: una piccola casa discografica fondata dal paroliere e compositore Pino Cassia che già nel decennio precedente aveva tradotto in italiano alcune hits di Holland & Dozier (“Reach out I'll Be There” diventata “Gira Gira”), Burt Bacarach (“Wishin and Hopin” = “Stupido stupido”; “Walk on by” = ”Non mi pentirò” e la celebre “This empty place” = "L'amore di Nessuno"), e collaborato con artisti del calibro di Dalida e Dionne Warwick.

Inizialmente distribuita dalla Rca e successivamente dalla Cgd, la label romana durò soltanto due anni, che comunque furono sufficienti per dare alle stampe uno dei dischi più ricercati del progressivo italiano.

Appena aperta, la Picci si concentrò prevalentemente sul mercato dei 45 giri, producendone ben 16 nel solo 1972, prevalentemente artisti di fama regionale tra cui si distinsero Fathia, Fiammetta e Pierluigi Terri. Successivamente però, incluse in catalogo almeno tre formazioni di culto del prog italiano: l’Officina Meccanica, Il Punto e i Seconda Genesi.

Quest’ultima band, consisteva un quintetto di Roma fondato dal chitarrista viterbese Paride De Carli che con il suo album “Naufrago in città” (uscito a nome di “Paride e gli Stereo 4”) aveva inaugurato nei primi mesi del ’72 le produzioni a 33 giri dell'etichetta di Pino Cassia.
In realtà, pur se quel disco consistette sostanzialmente di canzoni composte ed eseguite dal solo De Carli, dietro il nome d’arte di “Paride e gli Stereo 4” si celava un vero e proprio ensemble di cinque elementi
(che dal vivo si facevano chiamare anche “Paride e gli Stereo 8” in omaggio a un supporto di riproduzione molto in voga in quel periodo) che spesso fungeva da backing band negli spettacoli dei vari artisti della Picci.

seconda genesi 1972Oltre al De Carli, tale formazione era composta dal tastierista-cantante Alberto Rocchetti, da Giambattista Bonavera ai fiati (entrambi ex “Rokketti”) nonché dalla sezione ritmica di Nazzareno Spaccia (basso) e Pier Sandro Leoni, già batterista insieme al De Carli nei “Peppermint Group”e nei "Mhanas".

Va da sé che gravitando spesso negli studi della Picci, non ci volle molto perchè il quintetto si cimentasse in un proprio long playing, cambiando però denominazione per evitare di far sembrare il loro prodotto un secondo lavoro solista del De Carli.

Quei musicisti adottarno dunque  il nome di Seconda Genesi (in omaggio al concept su cui s’imperniava il loro album) e il disco venne intitolato "Tutto deve finire” quale estrema sintesi del suo tema portante.

In questo senso, recitano le note di copertina:
E se la notte e il grande silenzio cadessero ad un tratto su un mondo privo di qualsiasi forma di vita? E se il tempo trascorresse per millenni? E se infine l’ira di Dio si placasse e la sua mano tornasse a far risplendere il sole, ricreando ancora esseri umani fiori ed animali? Così fantasticando Paride De Carli e i suoi amici hanno trovato il nome col quale battezzare il loro gruppo, cioè: Seconda Genesi”.

Registrato presso gli studi Titania di Roma, l'album conteneva otto brani tutti firmati da Bonavera e dai produttori Cassia e Lucchetti.
Era piuttosto breve (32’ circa) e fu il risultato di un'unica session di otto ore in presa diretta in cui pare che durante certi passaggi il batterista non riuscisse neppure a sentire il resto della band. Una corsa al risparmio che però fu fortunatamente compensata da un eccellente resa acustica, e soprattutto da una veste grafica che fece epoca.


dischi più rari del progressivo italiano
Le copertine di “Tutto deve finire” infatti, furono il primo esempio prog dell’applicazione discografica di una classica tecnica underground che, opponendosi idealmente alla mercificazione seriale dell’arte, prevedeva per ciascuna stampa la smaltatura manuale di un cartoncino bianco in Kromekote con inchiostri di colore casuale e diverso, generando così esemplari unici e differenti l’uno dall’altro.
Tra le tecniche artistiche più utilizzate: il dripping, lo splash e il whirl.

La notorietà della copertina non fu però pari a quella del gruppo che, malgrado avesse ottenuto ottimi riscontri ai festival pop di Viareggio e a Villa Pamphili dove pare avesse presentato l'intero album, furono penalizzati da una promozione men che modesta e tornarono rapidamente nell’anonimato.

Un vero peccato perchè malgrado i testi fossero pesantemente millenaristi e le parti cantate non all’altezza di quelle strumentali, il sound del disco sospeso tra jazz, barocco e psichedelia, restituiva una commistione timbrica davvero affascinante e difficilmente riscontrabile in altri prodotti dell’epoca (davvero belle in questo senso “Ascoltarsi nascere” e “L’urlo”).


Resta da chiedersi con rammarico cosa i Seconda Genesi avrebbe potuto ancora produrre, magari, con una maggiore cura della parti vocali e una produzione meno frettolosa, ma questo non ci è dato di sapere. Le basi tecniche ed esecutive comunque, c'erano proprio tutte.
Immancabile in qualunque discoteca prog che si rispetti, portafoglio permettendo.

Pooh: Un po' del nostro tempo migliore (1975)

 PUBBLICO QUESTA SCHEDA SU RICHIESTA. BUONA LETTURA.

Dopo la metà degli anni ’70 e con l’estinguersi del Prog, nacque in Italia un filone leggero-sinfonico che ebbe un gigantesco impatto commerciale. 
Si trattava di uno stile mutuato dal progressive nella sua accezione più romantica, ma molto più semplificato nella struttura e nei contenuti e completamente asettico sul versante rivendicativo. 

 Protagonisti: un esercito di gruppi sospesi tra pop e balere, ma che ad un tratto assursero a leader delle hit parade con brani tanto melensi quanto al limite del provincialismo. In certi casi comunque, supportati da produzioni a livello internazionale che testimoniavano quanto quel genere fosse redditizio anche per il mercato estero. 
Un nome su tutti: i Panda che nel 1978 sotto l’egida di Niko Papathanassiou (fratello di Vangelis) rivisitarono col nome di “Notturno” la Danza del Principe e della Fata Confetto di Tchajkovski

 I Panda però, non erano che la punta dell’iceberg: la tendenza a edulcorare e sinfonizzare qualunque melodia possibile, pareva avesse pervaso tutta Italia: dagli Albatros di Toto Cutugno ai Collage e dalla Prima volta di Andrea e Nicole alla Ragazzina dell’ex New Dada Franco Jadanza, battezzatosi per l’occasione Luca D’Ammonio
Ricordiamo poi la Schola Cantorum, i Romans, Santarosa, i Daniel Sentacruz Ensemble, gli Armonium, gli Aequator, i Beans, i Santo California, Gli Alunni del sole, I vicini di casa, il Giardino de Semplici e qui ci fermiamo perchè l'elenco sarebbe troppo lungo
.
Una sorta di controrivoluzione populista insomma, da far impallidire persino i Cugini di Campagna la cui “Anima Mia” fu già nel 1972 un buon esempio di italianizzazione del glam angloamericano. 

Ma chi fu realmente il colpevole di questa nuova ondata del Pop italiano? 

 Invero sarebbe sbagliato parlare di “colpe”, ma ciò che in effetti diede il La alla massificazione di quello stile, fu sicuramente l'enorme successo ottenuto dai Pooh. Precisamente negli anni in cui collaborarono col produttore Giancarlo Lucariello: da “Opera prima” a "Forse ancora poesia" che segnò la fine della loro collaborazione.

In origine un gruppo Beat, nel 1971 i Pooh trovarono in Lucariello un tesoro, ma allo stesso tempo una minaccia per la loro integrità di autori votati consapevolmente alla forma-canzone e pur se i risultati iniziali furono eclatanti (Pensiero, Tanta Voglia di Lei, Alessandra, Parsifal), intorno al 1975 tutte le magnificenze orchestrali, le volute barocche e i continui richiami al tardo romanticismo iniziarono a star loro stretti.  
Negrini lo aveva capito e continuava a litigare con Lucariello e Riccardo Fogli se n’era già andato da tempo:ovvio sintomo dell'insoddisfazione di quattro musicisti in gabbia e per giunta stressati da un preoccupante calo delle vendite.

La fine dell'era sinfonica dei Pooh lasciò dunque un vuoto incolmabile nella canzone italiana, che a quel punto venne coperto da chiunque sapesse imitarli anche a costo di cadere nel patetico.  E così accadde.

Comunque sia, pur se ritenuto da molti il vertice creativo dei Pooh, "Un po' del nostro tempo migliore" fu in realtà il loro disco più plagiato dal produttore napoletano e mentre Negrini, Facchinetti, Canzian, Battaglia e D’Orazio avrebbero probabilmente voluto muoversi in altre direzioni - come poi testimoniò il loro primo album autoprodotto “Poohlover” la cui prima canzone si chiamava non a caso “Il primo giorno di libertà” – la CBS e Lucariello continuarono a tenerli vincolati a cliché ormai prosciugati

Nell’album gli spunti geniali non mancarono di sicuro: Facchinetti si dimostrò superbo, D’Orazio emerse anche come autore in “Eleonora mia madre”, gli arrangiamenti, i suoni e la resa acustica furono ineccepibili e Negrini superò se stesso in “Il tempo, una donna, la città”, 

Sul disco però gravò impietosa la ripetitività, l’eccessiva levigatezza e una pomposità ormai quasi più necessaria che realmente ispirata 

Gradevole ma fazioso il Preludio iniziale, aggraziate ma pesanti le successive Credo, Una storia che fa ridere, Oceano e la rinascimentale Fantasia
Autoindulgente Mediterraneo con un tema reiterato all’infinito. 
Giocata invece su abusate progressioni discendenti Eleonora mia madre. Tracotante nella sua bizantina magnificenza la closing track Il tempo, una donna, la città

Fortunatamente, il divorzio con Lucariello era alle porte e malgrado quei gioielli che ancora oggi tutti noi serbiamo nel cuore, credo francamente che il gruppo avesse fatto bene a chiudere quella parentesi.
Con Lucariello i Pooh diventarono sicuramente adulti, ma a volte, è meglio una buona canzone Pop che voler strafare a tutti i costi.

Free Love. La notte in cui morì un sogno.

free love IN RICORDO DI MIMI', UCCISA NEL 1995 DALL'IMBECILLITA' UMANA,  E DI GIANNI E STEVE, PARTITI TROPPO PRESTO


IN ESCLUSIVA PER CLASSIC ROCK, LA STORIA DEI FREE LOVE RICOSTRUITA DA JJ JOHN CON LA COLLABORAZIONE DEL LORO ULTIMO TASTIERISTA FABIO CAMMAROTA E DELLA SIG.RA LAUREN TAINES, VEDOVA DI CARL STOGEL.

Siamo in Svizzera alla fine degli anni '60 e precisamente all'American College of Switzerland dove il cantante Antonio "Tony" Gizzarelli e il bassista Carl Stogel suonano in un gruppo studentesco sotto l'egida dell'impresario Winthrop Rockefeller.

Terminata l'università, ila coppia si trasferisce a Roma dove vive il fratello di Carl (Steve Sogel) e il il padre dei due che riveste l'incarico di dirigente per la Columbia Pictures.
Caso vuole che Steve stia promettendo bene con la chitarra, alchè Carl e Tony pensano bene di coinvolgerlo in un nuovo progetto musicale. E già che ci sono, chiamano a se anche l'amico batterista Gianni Caia. Nasce così la prima formazione dei Free Love.

Le cose si mettono subito bene al punto che la band che non solo viene invitata a partecipare al primo Festival pop di Caracalla nell'ottobre del 1970, ma diventa il resident group del Piper di Via Tagliamento e trova immediatamente un contratto per la discografica Vedette che pubblica il loro primo 45 giri ("Sandy", "Il tempo di pietra", 1970).
Pur essendo vagamente debitore allo stile dei primi New Trolls, il singolo ha un riscontro e una stamina talmente interessanti da catturare l'attenzione del M° Piero Umiliani che recluta il gruppo per eseguire il tema del suo film "Roy Colt & Winchester Jack", che sarà anch’esso immortalato su 45 giri per la Cinevox ("Roy Colt" / Dove", 1970).

Tra il 7 e l’8 maggio del 1971, una seconda apparizione a Caracalla accanto a bands quali New Trolls, Osanna, Delirium e Trip, consacra i "Free Love" come una delle più promettenti realtà italiane e da quel momento, i Free Love incroceranno la sua storia con quella dell’allora debuttante Domenica Bertè, al secolo Mia Martini e soprannominata la "Julie Driscoll italiana”.

Mimì all’epoca sta suonando in giro per l’Italia accompagnata dal suo gruppo “La Macchina”, composto dagli ex “I PosteriRiccardo Caruso (voce e tastiere), Giorgio Dolce (chitarra), Giovanni Baldini (basso) e Daniele Cannone (batteria), con i quali inciderà anche una manciata di covers.
Intorno al maggio ’71, viene notata dal discografico Alberigo Crocetta che le propone un contratto con la RCA a patto però di sbarazzarsi dei suoi musicisti il cui sound è ritenuto troppo duro.
free love 1972Al momento, Mia probabilmente non se la sente di abbandonare i compagni ma per venire incontro alla discografica, accetta di registrare il suo primo singolo “Padre davvero(RCA n° cat. PM 3589 ) con un’altra line up (chiamata anch'essa "La macchina") di cui fecero parte proprio alcuni componenti dei Free Love più il tastierista Stefano Sabatini che da allora cominciò a gravitare nel gruppo..Al Festival Nuove Tendenze di Viareggio (27 maggio – 2 giugno 1971) Mimì però ci va con i vecchi compagni e vince malgrado le roventi polemiche inscenate dal suo compagno di allora Joe Vescovi dei Trip. Quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbe esibita con gli ex “I Posteri” (ovvero, la prima formazione della Macchina) che si congedano da lei lasciandola sola alla vigilia del Festivalbar dell’8 agosto 1971.

Sullo scioglimento della prima "Macchina" c’è anche chi sostiene che alcuni membri della band abbandonarono la cantante in quanto non se la sentirono di affrontare una tournèe nazionale. Tuttavia, è plausibile pensare che il veto della RCA avesse influito non poco sullo scisma.

Comunque sia, a partire dall’agosto ’71 Mia Martini si mette a caccia di nuovi musicisti per dar vita a una seconda formazione della Macchina e il primo ad arrivare fu ancora Stefano Sabadini che abbandonò definitivamente i Free Love, sostituito da John Picard al violino elettrico e dall’organista Fabio Cammarota.

Dopo qualche mese di attività con il nuovo assetto (Caia, gli Stogel, Cammarota e Picard) però anche i Free Love devono separarsi temporaneamente per impegni privati: John e Fabio per sostenere gli esami di diploma di violino e Carl (che nel frattempo aveva cominciato anch’egli a collaborare con la nuova Macchina) per un viaggio in America.
free love dal vivo 


A quel punto, e siamo circa nei primi mesi del 1972, Gianni Caia e Steve Stogel rimasti discoccupati, raggiungono Sabadini nella nuova Macchina che finalmente acquisisce un’identità stabile (Caia, gli Stogel, Sabadini e Montaldo) e parte in tournèe con Mia Martini.
Nel mese di febbraio però, un destino crudele spezzerà la loro carriera.
Ricorda così, il chitarrista dei Libra Nicola di Staso in un'intervista ad Augusto Croce del 2008:
"Ero amico di Gianni Caia, lavorava in un negozio di dischi a via Galli[...]
Quando successe la disgrazia stavano suonando con Mia Martini. […] Tornando la notte stessa da una serata nel Sud Italia per poter assistere ad un concerto di un gruppo inglese a Roma - me lo ha raccontato il loro autista del furgone che conoscevo -, un colpo di sonno e.... morirono Gianni e Steve […]. Una vera tragedia."

In sintesi, la cronaca dell'epoca riportò invece così l’incidente:
Gianni Caia, 20 anni e Steve Stogel 23, sono morti sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria nello scontro tra il loro pullmino e un autocarro. Gli altri due, Stefano Sabatini (18 anni) e Mauro Montaldo (20) sono ricoverati in gravi condizioni all’ospedale di Salerno. I quattro giovani provenivano da Siracusa dove sul loro Ford Transit erano diretti a Milano e a Torino dove erano stati ingaggiati per alcune serate. Nelle vicinanze di Salerno verso le 23, il Transit ha tamponato violentemente l’autocarro che lo precedeva".

fabio cammarota free loveGianni e Steve morirono sul colpo mentre Mauro e Stefano vennero soccorsi dall’autista dell’autocarro Emilio Panfili e portati all’ospedale di Salerno grazie a auto di passaggio. Per Stefano i medici si riservarono la prognosi e al momento il solo Mauro venne dichiarato guaribile in 40 giorni.

Questo è quanto ci è dato di sapere su quel terribile evento.

Non molto tempo dopo, venne organizzato un concerto al Piper per ricordare gli amici scomparsi ed aiutare economicamente le loro famiglie: in particolare la mamma di Gianni, all'epoca in stato di grave difficoltà econimica.

E chiaro che ricomporsi in un momento del genere non fu una cosa facile, ma con grande forza d'animo Sabatini e Carl Stogel ricostruirono un gruppo per partecipare al concerto di Caracalla nell'autunno del 1972 con il batterista Giovanni Liberti e il sassofonista Stefano Cesaroni: fu l'ultima volta dei "Free Love"
I soli Liberti e Sabatini avrebbero formato i Kaleidon l'anno successivo.

L'incidente ebbe gravi ripercussioni anche su Mia Martini che da quel momento in poi, acquisì la tristemente nota patente di iettatrice. Mimì raggiungerà Gianni e Steve il 12 maggio del 1995 seguita da Carl Stogel che ci ha lasciato nell'autunno del 2004.

GRAZIE ALL'AMICO FABIO CAMMAROTA, TASTIERISTA DEI FREE LOVE, PER LE FOTO INEDITE.GRAZIE A LAUREN PER L'AMICIZIA E PER I SUOI RICORDI.
GRAZIE A LORENZO COSTANTINI DEI G-MEN PER IL COMMENT

Alluminogeni: Troglomen / Ding Dong (versione Thailandese, 1972)

alluminogeni monster rare troglomenNel 1971 gli Alluminogeni non erano poi così sconosciuti: certamente un gruppo di nicchia, ambasciatore di improbabili visioni cosmiche e surrealiste, ma avevano pur sempre all’attivo tre singoli per la Fonit, diverse apparizioni televisive (Rai, Montecarlo, Capodistria) e diverse presenze in concorsi quali il “Cantagiro” e "Un disco per l'estate"

Non erano così ignoti insomma, per non essere interpellati quali autori di una colonna sonora del cosiddetto “cinema di genere”.
Del resto, anche altri colleghi post-beat molto meno famosi di loro avevano fatto capolino in numerosi musicarelli, e in ogni caso, mai nessuna band aveva disdegnato comparsate in pellicole di vario spessore.

E così, quando Bruno Corbucci propose a Patrizio Alluminio e soci di collaborare con lui e Giancarlo Chiaramello ai titoli di testa del suo film “Quando gli uomini armarono la clava... e con le donne fecero din-don”, i tre non si fecero sfuggire l’occasione, visto che tra l’altro sarebbero apparsi anche di persona accanto ad attori assai popolari all’epoca quali Antonio Sabàto, Aldo Giuffrè, Elio Pandolfi, Vittorio Caprioli e una giovanissima Nadia Cassini che poi sarebbe finita con loro sulla copertina del disco.

Peccato che il film, girato nella zona di Tor Caldara nel Lazio, risultò talmente modesto non solo da non apportare alcun vantaggio reale al gruppo, ma di partorire un singolo piuttosto prescindibile, fortunatamente nobilitato sul lato B dall'inedita “Costruendo astronavi”, registrata a Santagata di Puglia durante la trasmissione “Speciale tre milioni”.

Comunque sia, tornando al film, trattandosi del tema introduttivo, il lato A “Troglomen(anche noto presso certi mercati orientali come “Ding Dong”) doveva più o meno rispecchiare la trama del film e in questo senso centrò l’obiettivo sia come contenuti, sia specialmente come goliardia.


 Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din donLa trama - ispirata alla Lisistrata di Aristofane piuttosto che a Le donne alla festa di Demetra - narrava le gesta di due tribù preistoriche, i Cavernicoli e gli Acquamanni in perenne conflitto tra di loro.

Al chè, in un periodo di pace, Ari, il capo dei Cavernicoli, vince in una competizione Istra, una vergine degli Acquamanni.
Sembra sia vero amore, ma purtroppo la guerra riprende, e stanche di vedere i loro uomini partire, le donne di entrambe le tribù proclamano uno sciopero del sesso, destinato a riportare pur se per poco la pace.
 

Al momento non ci è dato di sapere quanto gli Alluminogeni ebbero peso nella stesura di "Troglomen" che fu firmata a tre mani. Sta di fatto che quel brano fu realmente uno dei più avulsi dal repertorio del gruppo sia per sound che per ambientazione.
Sin dai primi secondi infatti, possiamo tranquillamente dimanticarci quelle sognanti atmosfere spaziali tipiche dei tre single precedenti, venendo invece investiti da un groove tribale di batteria sul quale una voce baritonale modula un gioco di parole apparentemente senza senso:
Ding ding dong bada di ding dong ba di da / Ding ding dong...ecc.”

Come se non si fossse capito, il “Ding dong” in questione evocava palesemente l'accoppiamento e, tanto per far capire la particolarità del brano, c'è da sottolineare come mai e poi mai gli Alluminogeni avessero fatto in passato uso di allusioni così esplicite:


Quando lunà verrà / e poi notte sarà / un gran fuoco si fa / cantando insieme ding dong
Ma tra gli uomini là / uno ancora ci sta / che la donna non ha e non può fare ding dong
“Un torneo si fa / e poi chi vincerà / la sua giovane avrà / per fare il primo ding dong


 alluminogeni ding dong thailandiaSuperfluo a questo punto proseguire con la disamina del testo che, come si può ben capire, resterà tutto giocato sul doppio senso sino al finale che riprenderà ad libitum il tema portante.

Un brano dunque leggero  (per non dire bruttino) che comunque, al di là del giudizio qualitativo, dimostrò come pur se nati come band d’avanguardia, in fondo gli Alluminogeni non disdegnavano affatto le cosiddette “marchette” e, vista la loro filosofia politica relativamente qualunquista, è presumibile che ne avrebbero fatte altre se la loro carriera non si fosse interrotta con “Scolopendra”.

Diciamo che, per spezzare una lancia in favore di Troglomen, segnaliamo il micro assolo di chitarra di Enrico Cagliero che in dieci secondi netti sventagliò un’azzeccata scala rock che ben sottolineò il suo riuscito inserimento nel gruppo.
Per il resto, i Cavernicoli e gli Acquamanni rimasero fortunatamente solo un episodio nella ancora breve carriera del glorioso terzetto torinese.


COLLEZIONISMI: Il vinile originale Fonit con in copertina gli Alluminogeni in mise preistorica e una sensuale Nadia Cassini può considerarsi mediamente facile da reperire ad un prezzo di circa 20 euro.

Ancora più agevole è un EP per il mercato tailandese (etichetta anonima, numero di catalogo KS 009 – valore circa 8 euro) dove “Ding Dong/Troglomen” è affiancato a Daniel Boone/Beautiful Sunday, Gallery/Nice to be with you e Mouth & Macneal/How do you do.


rock progressivo italiano

Rarissimo è invece il 45 giri thailandese del 1972 in cui “Troglomen” occupa il lato A e il retro ospita invece il tema del film “Living Free” del regista Carl Foreman (1972) cantato da Julie Budd: abbinamento curioso dato che gli Alluminogeni non comparvero affatto nella pellicola di Foreman.
Il disco non ha numero di catalogo neppure sul trailoff dove invece compare a caratteri arial maiuscoli la scritta “TROGLOMEN”.
La copertina infine, riporta sul fronte un momento decisamente piccante del film, con le sole scritte “Troglomen” (nella stessa grafia originale italiana) e “Ding Dong”, mentre sul retro c’è la locandina di Living Free.
Un esemplare imperdibile di cui fino a poco tempo fa non si sapeva neppure l’esistenza, e la cui potenziale quotazione di 300 euro (EX) è sicuramente destinata a salire.

Sondaggio. Il miglior batterista del Rock Progressivo italiano anni '70: Ha vinto Giulio Capiozzo.

Giulio Capiozzo
Franz Di Cioccio sostiene che il miglior batterista del mondo, a patto che esista, non è soltanto quello più abile, più veloce, più tecnico, più potente ma colui che sa dare alla sua band una marcia in più, che suona in funzione di un collettivo e che, aggiungo io, da voce ed anima suo strumento

 E’ questa un po’ una caratteristica dei “ritmici” : bassisti, rhytm guitarist, percussionisti e per l’appunto batteristi: Ginger Baker con i Cream, Pierre Moerlen con i Gong, Bruford negli Yes, Phil Collins, Keith Moon, John Weathers, Carl Palmer, Mitch Mitchell sono i primi che mi vengono in mente, ma anche Biriaco, Mangini, Cochis, Gardino, Stinga, Marangolo, Herigers e tanti altri che seppero dare personalità non solo al proprio soud, ma a quello di tutti gli organici in cui militarono . 

C’è n’è uno però che il mio cuore (e a questo punto anche il nostro) associa automaticamente a colui che fu il più grande batterista del Prog italiano anni ’70, ed è Giulio Capiozzo che vince senza mezzi termini il nostro sondaggio
 Perchè Giulio? Che cosa aveva in più degli altri questo tipo baffuto, nervoso e “instabile”, come lo definivano i suoi amici?. Uno che ha fatto la gavetta nelle balere ma poi ha scoperto che la “consapevolezza” era quanto di più necessario per affermarsi in un mondo in trasformazione?. 
Perchè era determinato, polemico anche con i suoi stessi compagni (Fariselli ne sa qualcosa), spesso strafottente, deciso, puntiglioso ma anche bello, potente, generoso. Perchè non era solo un tutt’uno col suo strumento e con il suo gruppo, ma non era mai sazio di fare esperienze, di migliorarsi, di ricercare.
Lui pensava che non esistessero barriere e se esistevano, andavano superate con lo studio, con l’abnegazione, con la tecnica e con il dialogo. Dietro una scorza dura insomma, si nascondeva un artista ansioso di comunicare, di migliorarsi per migliorare gli altri
 Chi l’ha conosciuto come me, sa che non era proprio quel che si dice un tipo “facile”, anzi: era proprio un po’ orso, ma tutto si dimenticava quando prendeva in mano le bacchette. 

Al suo cospetto, gli altri sono stati soltanto degli “ottimi batteristi”. E tra questi, al secondo posto del nostro sondaggio troviamo Franz di Cioccio, “l’uomo spogliatoio” della PFM: tecnica potenza e soprattutto simpatia. Probabilmente il più “multimediale” di tutti i batteristi italiani (ricordate “Punk e a capo...”?)  e dotato di una comunicatività  fuori dal comune. 
Difficile pensare cosa sarebbe stata la Pfm senza di lui.

Al terzo posto del nostro sondaggio c’è Furio Chirico.. Una nota davvero confortante questa perchè dimostra come ancora oggi il Prog italiano sia ricordato non solo per i mostri sacri come Banco, Orme e Pfm, ma anche per chi, come Furio, ha traghettato col suo batterismo il primigenio post beat psichedelico al Prog maturo sino al Jazz: un impresa che Furio ha compiuto con successo e forse per merito del suo spirito più Underground e meno sovrastrutturale rispetto ai propri colleghi. 

Furio ChiricoAl quarto posto la spunta sul filo di lana Calderoni su Dei Rossi
E’ stata una battaglia all’ultimo sangue ma alla fine ha prevalso la mediterraneità sull’esterofilia, la creatività sulla tecnica. Credo che qualcuno avrà molto da obiettare su questa mia opinione, ma chi mi conosce sa che non avrei mai digerito vedere il Michi davanti a Pierluigi

A dimostrare poi che il Prog italiano era una musica “di base” ecco che nella classifica arriva Golzi dei Museo Rosenbach, all’epoca lontanissimo dalle luci della grande ribalta ma comunque perfettamente coerente con quello che Herder o Goethe chiamarono “zeitgeist”, lo spirito del tempo: agire per comunicare, trasmettere per migliorarsi. Principio che a loro modo assunsero anche Bruno Biriaco dei Perigeo, Dall’Aglio, Calloni e Marangolo. Personalmente Biriaco lo avrei collocato tra i primi cinque, ma sapete che quando si parla dei Perigeo divento indecentemente imparziale. 

Il resto della classifica lo vedete da voi e, per concludere, volevo citare qualche escluso che forse avrebbe meritato qualcosina in più a partire da quel pazzo di Gianluca Herigers dei Matamorfosi che in fondo diede a “Inferno” un imprint del tutto particolare. 
Stesso discorso per Franco Lo Previte dei Duello Madre, Giovanni Liberti dei Kaleidon, Mauro Mencaroni degli Agorà, e... perchè no.. Daniele Ostorero dei miei adorati Alluminogeni che forse non era una cima, ma fu per l'epoca molto coraggioso. 

Aspetto i vostri comments e ne approfitto per augurarvi un meraviglioso 2013, sereno, proficuo e più progressivo che mai. 
Un grazie di cuore e un abbraccio a tutti 
JJ John 

La classifica finale

1 Giulio Capiozzo (AREA) 27,82%
2 Franz di Cioccio (PFM) 13,81%
3 Furio Chirico (TRIP / A&M) 11,48%
4 Pierluigi Calderoni (BANCO) 8,75%
5 Michi Dei Rossi (ORME) 7,78%
6 Giancarlo Golzi (MUSEO ROSENBACH) 4,09%
7 Bruno Biriaco (PERIGEO) 2,92%
8 Gianni Dall'Aglio (IL VOLO) 2,72%
9 Walter Calloni 2,53%
10 Agostino Marangolo (FLEA / GOBLIN) 1,95%
11 Franco del Prete (NAPOLI CENTRALE) 1,75%
12 Gianni Belleno (NEW TROLLS) 1,56%
13 Giorgio Gardino (LOCANDA DELLE FATE) 1,36%
14 Ellade Bandini (4th SENSATION ecc.) 1,17%
Salvatore Garau (STORMY SIX) 1,17%
Giancarlo Stringa (BALLETTO) 1,17%
17 Duilio Sorrenti (MURPLE) 0,97%
Alfio Vitanza (LATTE E MIELE) 0,97%
19 Tullio De Piscopo (IBIS) 0,78%
20 Mauro Mencaroni (AGORA') 0,68%
Renzo Cochis (JET) 0,68%
Piero Mangini (BARICENTRO) 0,68%
23 Roberto Gatto 0,68%
24 Nunzio Favia (OSAGE TRIBE) 0,58%
25 Massimo Guarino (OSANNA) 0,39%
Tony Esposito 0,39%
Marcello Surace (APOTEOSI) 0,39%
28 Pino Sinnone (TRIP) 0,19%
Maurizio Cassinelli (GARYBALDI) 0,19%
P. Canavera (ACQUA FRAGILE) 0,19%
Santandrea (ALPHATAURUS) 0,19%