Il Giro Strano: La divina commedia (1973, pubb. 1992)
Il sestetto del Giro Strano è un altra di quelle formazioni che come gli Eneide, il Sistema e il Buon Vecchio Charlie non riuscì mai a pubblicare un Lp durante la propria attività.
Il gruppo si forma a Savona nell’estate del 1971 sulle ceneri dei Tramps e dei Voodoo, due bands piuttosto conosciute nella zona, e inizia subito a farsi notare in svariati e importanti festivals pop tra cui quello di Villa Pamphili e il Pop Meeting di Genova.
Ad un certo punto arriva la proposta contrattuale, ma come nel caso dei Tramps, anche al Giro Strano viene chiesto di trasferirsi a Roma per le sessions d’incisione. Nessuno dei componenti se la sente e l’avventura finisce.
Il cantante Mirko Ostinet tenterà senza riscontro la carriera solista, mentre Alessio Feltri formerà la Corte dei Miracoli nel 1976 e successivamente una nuova edizione del Giro Strano.
Fortunatamente, alcune registrazioni del gruppo risalenti al periodo ’72-’73 e rimaste per 20 anni in naftalina, verranno recuperate nel 1992 dalla Mellow Records che le ricompatterà in un album intitolato “La divina commedia”.
Anche di questa fatica però in ben pochi se ne occuperanno, relegando la formazione alla stessa oscurità in cui trascorse la sua esistenza.
Personalmente, non voglio soffermarmi sulla validità o meno di certi ripescaggi discografici che se da un lato hanno il nobile sapore dell’agiografia, dall’altro suscitano onestamente qualche perplessità, specie nel caso di certe release talmente modeste da non aver nemmeno un valore testimoniale.
In questo caso però, ci troviamo davanti a un Cd che, al di là di una della più brutte copertine che si sia mai vista, presenta cinque brani estratti da matrici amatoriali che, a conti fatti, riservano anche piacevoli sorprese.
Certamente, occorre davvero essere degli amanti del pop italiano per addentrarsi nell’ascolto di questa lunga ora di musica, tuttavia, limitandosi a un’ottica storiografica e mettendo da parte le ovvie maldicenze tecniche, dobbiamo ammettere che se solo questa band avesse potuto incidere professionalmente e magari con l’aiuto di un arrangiatore, probabilmente non avrebbe affatto sfigurato rispetto a colleghi ben più blasonati.
Per appurarlo però, occorre perlomeno bypassare i primi due brani (“Il 13° transistor” e “Il corridoio nero”, i meglio incisi e curati) che a parte le coloriture del sax che conferiscono loro una certa originalità, presentano uno scenario timbrico sostanzialmente formale: ritmica hard-prog, voce acuta e ipermodulata che intercala gli stacchi (qui non propriamente inediti), breaks dinamici, ponti atonali, cambi di tempo l’assolo di batteria, i barocchismi, le tastiere emersoniane e via dicendo.
Solo a partire alla terza traccia e purtroppo parallelamente allo scadere del sound, affiora infatti un’inedita vitalità compositiva (es: le parti centrale e finale del “Vecchio Oldsea”) affiancata da una cangiante capacità di destrutturazione che permette al sestetto di imbastire agilmente anche delle micro suites piacevoli e frizzanti quali l'encomiabile title track.
Pur penalizzate da uno spettro acustico decisamente modesto, le capacità tecniche del Giro Strano appaiono indiscutibili e, sempre dal terzo brano in poi, emergeranno anche quelle più squisitamente creative nell’utilizzo di soluzioni che avrebbero fatto gola persino al Balletto di Bronzo o al Rovescio della Medaglia.
Intendiamoci: sempre nulla di particolarmente originale visto il ben di Dio che circolava in Italia tra il ’72 e il ’73, ma tutto potenzialmente più che proponibile per una potenziale pubblicazione e questo lo sapevano sicuramente bene anche i sei ragazzi del "Giro" che però, intimoriti dalla necessaria trasferta romana, dovettero prendere atto dei loro limiti. Peccato.
Del resto, la strada della celebrità è fatta anche e soprattutto di situazioni trasversali.
Di artisti che hanno dovuto abdicare per motivi avulsi alla sola musica è piena la storia del rock.





