Francesco Guccini. Sguardi, sistemi, canzoni.

Francesco Guccini
Secondo voi che differenza c’è tra un “vorrei scoparti come appena uscito di galera” e “ogni notte […] ci sembrava di aver trovato la chiave segreta del mondo”?

Oppure, tra “la vita è corta come il cazzo dei cinesi” e “ho ancora la forza di non tirarmi indietro. Di scegliermi la vita masticando ogni metro”?

Fateci caso. Non è solo una questione stilistica o generazionale. C’è un vero e proprio scarto espressivo che oggi privilegia l’impatto sulla profondità, l’ostentazione sull’osservazione, l’immediatezza sulla complessità, e che investe non soltanto la musica, ma ogni ambito del nostro vissuto.

È una distanza significativa che sembra indicare – con pochi margini di smentita – come, nell’arco di mezzo secolo, si sia progressivamente affievolita quella vocazione tipicamente autorale a scavare nell’animo umano, sino a rivelarne ogni sfaccettatura: personale, relazionale, emotiva e – poiché le arti sono lo specchio della società – anche politica.

Quel gusto, insomma, per «evocare descrivendo» e «interpretare comunicando» che – grazie a Dylan e agli chansonniers francesi, da Brel a Brassens – contagiò, sin dai primi anni Sessanta, le personalità più conflittuali della canzone italiana e pose le basi di quello che sarebbe diventato il nostro miglior cantautorato sociale: abolizione della retorica, rifiuto del conformismo e della cristallizzazione ideologica, recupero della memoria storica e della cultura popolare, critica ai meccanismi del potere, democratizzazione dei rapporti sociali, e sviluppo di una nuova coscienza critica e politica.

John N. Martin
Tra i protagonisti: Tenco, Jannacci, De André, Gaber, Bennato, Finardi, Lolli, Gianfranco Manfredi, Bertoli e naturalmente Francesco Guccini. Artisti che contribuirono in maniera determinante alla formazione di una coscienza critica diffusa, destinata ad alimentare sia il dibattito pubblico, sia quello privato. 

Tenco, per esempio, celebrò l'alienazione, l'inquietudine e l'autenticità; De André e Jannacci diedero voce agli esclusi e denunciarono il potere; Gaber indagò la coscienza e l'individuo; Finardi rivendicò le varie forme di libertà individuale; Lolli espresse il disincanto generazionale; Gianfranco Manfredi rappresentò il conflitto tra individuo e storia con una scrittura ironica e altamente sofisticata.

Nessuno, però, come Guccini (contaminando la Beat Generation con Gadda, Leopardi e Pavese) riuscì a trasformare la canzone in un luogo di narrazione e di memoria. Attribuendo alla parola un significato storico, etico ed esistenziale e utilizzandola non come espressione del sé, ma come strumento di interpretazione del mondo. Senza mai scrivere canzoni politiche, ma facendo politica attraverso la poetica.

Ed è per questa sua capacità di opporre alla retorica il dubbio, la memoria e la complessità, che ho voluto celebrarlo e ringraziarlo. Per aver tenuto alta la bandiera della civiltà, del pensiero critico e della cultura.

Perché una società che rinuncia a interpretare il mondo, finisce inevitabilmente per accontentarsi di racconti più semplici, più identitari e più rassicuranti.

E sta già accadendo.

I Muri del Suono. I luoghi che hanno trasformato il rock
Martin, I Muri Del Suono, Tsunami Edizioni

Apoteosi: Apoteosi (1975)

apteosi 1975Come molti gruppi Prog del meridione continentale (esclusi Tito Schipa Jr e la Festa Mobile), anche gli Apoteosi arrivarono tardi in sala d’incisione, e questo di sicuro non giovò alla loro popolarità

In più, il quintetto calabrese capitanato dai tre fratelli Idà (Federico, Massimo e Silvana) non ebbe visibilità dal vivo, rimase distante dal movimento Controculturale e pubblicò un solo disco omonimo a distribuzione molto limitata, per non dire locale.

Eppure, malgrado l’assenza di conflittualità, se menzionaste l'album a qualunque collezionista di Prog, gli provochereste sicuramente un sussulto e questo non solo perché oggi il vinile è molto ricercato, ma perché in fondo, ha i suoi buoni motivi per esserlo.

Anche se molti testi attribuiscono alla band origini romane, in realtà gli Apoteosi provengono da Palmi, il più popoloso centro abitato della Calabria dopo Reggio.
Dalle loro biografie si evince che iniziarono a suonare giovanissimi. Per esempio, il chitarrista Franco Vinci, costituì la sua prima band, “The Green Age”, a soli 17 anni per poi unirsi agli Idà l’anno successivo insieme al batterista Marcello Surace.

Il tastierista Massimo Idà invece, formò con i fratelli il primo nucleo degli Apoteosi addirittura a sei anni, alternando gli studi classici al lavoro di fonico, turnista e arrangiatore nello studio del padre Salvatore Idà, proprietario della Said Records.
E fu proprio per quella minuscola casa discografica che nel 1975 vedrà la luce l’unico album del gruppo, prodotto da papà Salvatore, curato artisticamente da Federico Idà (purtroppo scomparso qualche anno fa) e registrato nel solo mese di febbraio agli studi Sonic di Roma.

apoteosiPur nella modestia della produzione, il disco non sfigura in nulla e probabilmente in quello risiede il suo grande fascino collezionistico.

La copertina di Ociridef Ormissam (scherzosamente Massimo e Federico scritti al contrario) è sobria ma comunque apribile e con al suo interno informazioni, foto e testi.
In circa 35' di musica, incontreremo 8 brani, di cui cinque accorpati in due suites rispettivamente di 14 e 8 minuti.
L’incisione è sorprendentemente tonica e bilanciata, cosa non comune alle produzioni minori.
La grande sorpresa però, è rappresentata dall'eccellente perizia tecnica degli strumentisti che danno prova di una professionalità e di un affiatamento davvero inaspettato, soprattutto considerata la loro giovane età (Massimo aveva appena 14 anni e visto in foto fa quasi tenerezza.).

Musicalmente, se mettiamo da parte una certa frammentarietà compositiva (di cui comunque i musicisti erano ben consapevoli), gli “Apoteosi”, avrebbero potuto tranquillamente competere con bands molto più blasonate e sicuramente fu un peccato per il Prog italiano non aver mai potuto apprezzare un sequel di questo primo lavoro.

franco vinci salvatore idàComunque, il dado era tratto e malgrado lo scarso riscontro del disco, almeno due quinti del gruppo sarebbero stati destinati a una brillante carriera personale: Massimo Idà collaborerà con artisti quali Paola Turci, Massimo Ranieri, Adriano Pappalardo, Tiziana Rivale, Tito Schipa jr e Nek, e Franco Vinci con Cristiano Malgioglio, Mietta, Bobby Solo e una pletora di artisti in Germania, Francia e Giappone.

Tornando al 1975, sin dalle prime note dell’intro “Embrion”, si capisce che la band non scherza in fatto di abilità tecnica: un crescendo di basso e tastiere sfocia in un insieme strumentale dal sapore mediterraneo che, in soli due minuti e mezzo, chiarifica senza ombre di dubbio le potenzialità dinamico - espressive del quintetto.
La successiva suite “Prima realtà / Frammentaria Rivolta”, tra stacchi Prog e ampie aperture melodiche supportate dalla piacevole voce di Silvana Idà (purtroppo leggermente arretrata acusticamente), accompagna molto piacevolmente l’ascoltatore alla seconda facciata che si rivelerà perfettamente organica alla prima con in più un corale (“Oratorio”) e un finale in stile jam-session (“Apoteosi”).

La più parte delle critiche a questo lavoro verte sulla scarsa originalità del suo linguaggio ma, ad essere onesti, io non sarei così rigido.
E’ pur vero che
per certi versi il sound richiama i Camel, il Banco o la Premiata (es: la parte centrale di “Frammentaria Rivolta” ha davvero molte asonanze con “Celebration”), ma dalla maggior parte di questo 33 giri emerge una vena fresca e personale in grado di esplorare tutte le sfaccettature del prog da ogni angolatura possibile.

I testi non sono particolarmente incisivi ma, considerando l'età degli autori e il contesto generale del lavoro, è una pecca a cui si può soprassedere.
In sostanza, andrei sicuramente cauto a definire Apoteosi un “vero gioello del Prog made in Italy (cfr: “ 70 e dintorni”), ma neppure affibbiargli solo due stelle.
Siamo al cospetto di un tassello discografico più che dignitoso che ben riflette la trasformazione del Prog di quegli anni.
I più scettici, lo considerino al più un valido biglietto da visita di due ottimi musicisti tutt’ora in attività.

1969: L'ANNO IN CUI TUTTO CAMBIO'. (1/3)

Quando si parla di grandi rivoluzioni contemporanee, si cita solitamente il Sessantotto, anno in cui studenti e libertari sfidarono ovunque baronie e istituzioni, e la fantasia si candidò a giustiziare privilegi e ipocrisie: il classismo nelle scuole innanzitutto, storico garante di quella subordinazione ideologica tanto cara alle classi dirigenti, poi lo sfruttamento sul lavoro, volano della crescita capitalistica ma non di quella salariale e non ultimo quel moralismo di matrice catto-borghese che costituiva ancora un formidabile strumento di controllo sulle masse. 

ALBERGO COMMERCIO, Piazza Fontana, Milano 1969
L’immaginazione al potere”, gridavano i giovani ribelli italiani, e di fatto fu proprio nelle strade e nelle accademie che decine di migliaia di ragazzi ipotizzarono dovunque le basi di un imminente cambiamento: da Valle Giulia all’Università Cattolica, dalle contestazioni alla Scala e alla Bussola, sino alla mastodontica occupazione dell’ex Albergo Commercio di Milano, prima applicazione nazionale del concetto: “I diritti non si chiedono, si prendono”.

Nelle maggiori officine italiane invece, accanto al moltiplicarsi delle pratiche organizzate contro un padronato sempre più ingerente, nascevano nuove modalità associative, ideologicamente disallineate dal partito-guida e dai sindacati (es: i Comitati Unitari di Base della Pirelli), e quasi sempre rappresentative di forti disagi politi e sociali. Elementi totalizzanti che persino l’illustre filosofo Jean-Paul Sartre ritenne in grado di stravolgere Stati e sistemi, e infatti così accadde. 

Fu solo nel Sessantanove, però, che tutte le teorie onirico-desideranti formulate l’anno prima si tradussero in forma e sostanza, complici il protrarsi delle agitazioni studentesche; l’escalation delle lotte operaie; lincapacità dei sindacati di dialogare con una base descolarizzata ma risoluta e pragmatica e soprattutto il definitivo consolidamento di tutte le componenti in lotta. Un processo spontaneo che dopo due anni di cauto avvicinamento, accorpò studenti, operai, libertari e creativi in un solo, gigantesco movimento di contropotere
Una congiuntura unica al mondo che coinvolse l'Italia intera, ma che in assenza di pacieri sociali - ad esempio sul modello gollista - la trasformò rapidamente in un campo di battaglia.

Impreparato a gestire la crisi, ma anche refrattario a qualsiasi compromesso
lo Stato scelse l’intransigenza e già dalle prime ore dell’anno nuovo la situazione precipitò. 

Viareggio 1969 Scontri alla BussolaDurante il veglione di Capodanno le forze dell’ordine aprirono il fuoco davanti alla Bussola di Viareggio contro un gruppo di giovani dimostranti, il 9 aprile gli scontri di Battipaglia lasciarono sul selciato due morti e duecento feriti e sedici giorni dopo due bombe esplosero a Milano di cui una nel visitatissimo stand Fiat della Fiera Campionaria. Il 12 maggio ne esplosero altre tre a Roma e a Torino, all’inizio dell’estate si verificarono i primi scontri davanti alla porta 2 della storica Officina 54 di Mirafiori (nel frattempo protagonista del primo sciopero auto-organizzato) e nella notte tra l’otto e il nove agosto si registrarono ben otto attentati ferroviari lungo tutto la penisola. 
 
Autunno Caldo, 1969Durante l’autunno caldo poi, tra scioperi, licenziamenti, picchetti e blocchi delle merci, venne fatto un uso sempre più indiscriminato delle forze dell’ordine, ma a quel punto il proletariato era diventato imbattibile, rafforzato non solo dai due nuovi gruppi filo-operaisti Lotta Continua e Potere Operaio, ma anche dal più eversivo CPM (= Centro Politico Metropolitano, emanazione dei CUB e ritenuto uno dei primi nuclei costitutivi delle Brigate Rosse) che ipotizzò per la prima volta in Italia l’uso delle armi come via principale alla lotta di classe.

A conferma di tanta conflittualità, canzoni quali Il rosso è diventato giallo del protest-singer Ivan Della Mea, che nell'omonimo album declamerà severo: 
Il fucile è come un compagno del popolo che lotta nella scuola, in fabbrica, a casa e nel campo

WOODSTOCK 1969
JIMI HENDRIX - Woodstock  Free Festival
Queste furono grosso modo le avvisaglie che prelusero al dramma finale,ma non tutti ci fecero caso.
Nella quotidianità infatti, chi non era coinvolto nelle rivendicazioni accademiche, sociali o produttive (ossia la maggioranza della popolazione), trascorse la vita nella più quieta delle normalità, o per dirla come il musicologo Franco Fabbri, allora leader degli Stormy Six: “Il 1969 fu semplicemente la continuazione del Sessantotto”. 
Per molti, le dissidenze in atto erano giusto deplorevoli fastidi da sopportare pazientemente, tant’è che mentre un flusso ininterrotto di rivolte solcava il pianeta da San Francisco a Istanbul, da Rio de Janeiro a Rabat, da Belfast ad Harlem, da Detroit a Praga, l’Italia sembrò quasi non accorgersene.

STONEWALL 69 (foto: Harward University)
Nell’inverno in cui i Beatles ci salutarono dal tetto di Savile Row, Jan Palach s’immolò per la sua Cecoslovacchia e Jim Morrison venne arrestato a Miami per atti osceni, noi incoronavamo a sovrani delle classifiche Zum Zum Zum, Al Bano, Romina e Gianni Morandi
Mentre centinaia di ragazzi morivano ad Hamburger Hill, Brian Jones soccombeva all’eroina, i Pink Floyd lasciavano Syd Barrett e l’uomo approdava sulla Luna, tutti acquistavamo felici il 45 giri Eloise di Barry Ryan, ottantaseiesimo in America ma curiosamente primo nel Belpaese. 

Allo stesso modo, mentre diecimila Lgbt si ritrovavano a Stonewall per difendere i loro diritti, in decine di migliaia invadevano Woodstock e Wight, gli Hell’s Angels insanguinavano Altamont e la Manson Family Cielo Drive, sempre noi ci lasciavamo cullare dai pensieri d’amore di Mal, dalla Lisa di Mario Tessuto e dalle rose di Massimo Ranieri. Icone di un’Italietta apparentemente sbarazzina e permissiva, ma all’occorrenza inflessibile nel silenziare capolavori della modernità quali Medea e Je t’aime… moi non plus

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Toni Esposito: Rosso Napoletano (1975)

rosso napoletano
UN RAFFINATO INTERPRETE DEL CAMBIAMENTO...

Antonio “Toni” Esposito, nato a Napoli il 15 luglio del 1950, è stato insieme al compianto Karl Potter (di appena un giorno più giovane di lui) uno dei percussionisti che ha maggiormente caratterizzato la scena musicale degli anni Settanta. 

Dal talento innato, sin da adolescente affiancò la sua passione per la pittura sviluppata all’Accademia d’Arte a quella per le percussioni utilizzando qualunque oggetto gli capitasse a tiro: padelle per friarelli, pentole, fustini, lamiere, scatole, blocchi di legno e quant’altro.  

Eclettico e policromo, si inserì nella scena napoletana sin dai tempi dei Volti di Pietra e dei Battitori Selvaggi, frequentò la "casa-comune" che il musicista Shawn Philips aveva acquistato a Positano nel 1967, e lì conobbe stelle di prima grandezza quali il tastierista Paul Buckmaster già stretto collaboratore di Elton John
Nel 1974 arrivò poi il suo primo contratto discografico con la Numero Uno di Lucio Battisti per la quale avrebbe pubblicato tre album: Rosso Napoletano (1975), Processione sul Mare (1976) e Gente Distratta (1977) che gli varrà il Premio della Critica Italiana per la Musica

Di Toni, si dice facesse parte del cosiddetto Napoli Power, un’etichetta coniata dal giornalista e produttore Renato Marengo per identificare quella nuova ondata di musicisti napoletani invaghiti di Jazz e Rock, ma la cui appartenenza territoriale estranea ai centri del potere discografico milanese e romano si trasformava spesso in orgoglio sociale e politico: Showmen, Osanna, Balletto di Bronzo, NCCP e Napoli Centrale

Toni Esposito
In realtà, sin dal suo primo lavoro Rosso Napoletano Toni Esposito preferì mettere da parte la militanza geografica per restituire nel modo più efficace possibile lo spirito della sua terra e della sua gente attraverso affreschi più intimi, eleganti, soffusi e ben lontani dall’aggressività dei colleghi.

Così,  per immortalare quel sound che qualche fantasioso critico aveva nel frattempo ribattezzato “West Costiera”, si circondò dei musicisti più sopraffini allora sulla piazza: il bassista-chitarrista Gigi De Rienzo, il bassista elettrico Bruno Limone, Robert Fix ai fiati, Mark Harris al piano Fender, Edoardo Bennato nei panni di vocalist nella title track, e lo stesso Paul Buckmaster che fu anche direttore artistico dell’intero album. 

Rosso napoletanoProdotto da Renato Marengo e Laura Giuglietti, e registrato a cura di Michelangelo Romano e Giorgio Loviscek negli Studi Chantalain di Bobby Solo tra il settembre e l’ottobre del 1974, il dico d’esordio di Toni traghettò il meglio di Bitches Brew di Miles Davis e del folklore partenopeo in un nuovo linguaggio tanto mistico e minimale quanto melodico e saporito: niente barocchismi di retaggio progressivo o solismi jazz, nessuna concessione alla durezza del rock, ma una verace contaminazione di sapori solari, atmosfere mediterranee e ritratti di persone tanto semplici e marginali ("Il venditore di elastici") quanto capaci di catalizzare straordinari microcosmi sonori

E se è vero che il biennio 1974-75 fu quello in cui il rock progressivo e le avanguardie si spostarono sempre più decisamente verso la contaminazione e la fusion, si potrebbe tranquillamente affermare che Toni Esposito si collocò perfettamente nel suo tempo storico schivando peraltro ogni sospetto di derivatività. 

Certamente qualcuno potrebbe trovare in Rosso Napoletano alcuni riferimenti ai primi Weather Report là dove i percussionisti Dom Um Romão, Don Alias e Airto Moreira ricamavano trame sopraffine sulle intuizioni di Zawinul e Shorter, ma in realtà nel disco di Esposito accadde l’esatto contrario: là erano le percussioni a dettare legge intervenendo nei brani sino al limite del melodico, mentre la band rifiniva contrappuntando. Un biglietto da visita più che originale che non a caso valse al suo alfiere il  titolo di “Re delle percussioni. Onoreficenza meritatissima che lui riconfermò sempre e ovunque suonasse, incluso a quel tormentato Festival del Parco Lambro del 1976 quando insieme a Don Cherry riuscì a riportare un briciolo di serenità all'interno di una situazione tesa e cupa.
Molti lo conoscono solo per la festosa Kalimba de Luna, ma le sue origini furono molto, ma molto più consapevoli.

Triade: La storia di Sabazio (1973)

Triade 1998: la storia di Sabazio

Il locale alternativo “Space Electronic” venne inaugurato nel 1969 con il “Concerto n° zero” di Dik Dik e New Trolls e fu uno dei punti di riferimento dell’avanguardia fiorentina degli anni ’70. Ispirato all’Electric Circus di New York, era arredato con specchi, mobilia metallizzata, luci psichedeliche e dotato di ben due palcoscenici che ospitarono tra gli altri Atomic Rooster, Van der Graaf Generator e Canned Heat. Il tutto per non citare i nostri PFM, Fholks, Formula Tre, Nuova Idea e i Triade

E fu proprio tra le sue mura che nel 1972 si formò il primo nucleo di questi ultimi grazie all’incontro tra il tastierista diciottenne Vincenzo Coccimiglio e il ventiquattrenne bassista Agostino Nobile, reduce dal gruppo dei “Noi Tre” in cui erano transitati anche il futuro chitarrista degli Area Paolo Tofani e Franco Falsini dei Sensation’s Fix

 Ferventi sostenitori dello schema “tastiere, basso batteria” sul modello degli EL&P di cui si erano innamorati nel corso della loro tournee italiana, i due musicisti faticarono molto per trovare un batterista all’altezza dei loro progetti, anzi: capitò addirittura che qualche candidato abbandonasse indignato le audizioni perchè le parti da eseguire erano troppo complicate. Alla fine la spuntò Giorgio Sorano che invece si dimostrò in grado di soddisfare tutte le esigenze dei suoi futuri colleghi e nacquero così i Triade, nome che Coccimiglio scelse ispirandosi al principale accordo della scala maggiore occidentale e che tra l’altro, calzava perfettamente a un trio. 

Dopo qualche mese di rodaggio dal vivo in cui il terzetto suonava principalmente covers di gruppi stranieri, nel 1973 l’incontro con il produttore Elio Gariboldi che rimase incantato dall’abilità dei musicisti, fruttò in soli tre giorni un contratto con la discografica Derby a distribuzione CGD, producendo come risultato l’unico album della band pubblicato nello stesso anno: “La storia di Sabazio(nome mutuato da Bacco, il Dio del vino e della vendemmia).

 Sin dall’inizio, Gariboldi trattò molto bene i Triade al punto che non solo fornì ai musicisti un lauto “premio d’ingaggio”, ma anche ogni ben di Dio di strumentazione, compresi un Mellotron e un gigantesco Gong. In più, Gariboldi reclutò anche in sala d’incisione il fonico di Mina che pur non essendo abituato al rock progressivo, aveva comunque una notevole esperienza tecnica. Poi, giusto per rimanere a un certo livello, si pensò inizialmente di far disegnare la copertina del disco a Guido Crepax (lo stesso illustratore di “Nuda” dei Gaybaldi), ma infine si optò per Florinda Sodano, moglie del batterista, che propose di realizzare una cover completamente dorata in cui sarebbero apparsi il nome della band, il titolo, una testa stilizzata richiamante la struttura del gruppo e una ballerina anch’essa stilizzata. L’idea venne accettata e vennero prodotti immediatamente tre tester di prova: uno ramato, uno argentato e uno d’oro zigrinato. Alla fine si decise per una copertina in oro liscio che fu quella effettivamente pubblicata, ma senza l’immagine della ballerina ritenuta eccessiva.

Triade Coccimiglio Nobile Sorano

Dopo la pubblicazione del trentatrè giri, il gruppo si rivelò assai dinamico dal vivo, suonando sia come opening act del Banco, della PFM e di Battiato, sia come gruppo stand alone mietendo notevoli consensi, specie grazie a una serie di performances al Salone Pielombardo di Milano (oggi: “Teatro Franco Parenti”) in cui emerse la notevole verve scenica di Coccimiglio che dei tre, era l’unico che si truccava, che aveva i capelli lunghissimi e faceva un live act decisamente dinamico sulla falsariga di Keith Emerson e Vincent Crane.  

Purtroppo però, al buon gradimento dal vivo non corrispose altrettanta attenzione commerciale all’LP che, alla resa dei conti, si rivelò una lama a doppio taglio un po’ per l’incisione non del tutto equilibrata e un po’ a causa della disposizione dei brani. “Sabazio” infatti consisteva in due facciate molto dissimili tra loro. La prima ospitava due suites strumentali firmate da Coccimiglio che ben mettevano in risalto la sua passione per gli EL&P (in particolare in “Nascita” e “Il circo”) e per i grandi classici da Chopin a Mussorsgskji. La seconda invece, annoverava invece tre sofisticate ma più leggere composizioni cantate di Nobile di cui due ("1998" / "Caro Fratello") uscirono anche su 45 giri.

Triade Sabazio label

Due lati insomma, con due impronte talmente diverse da far sembrare il disco una forzata saldatura tra due stili inconciliabili: un dualismo che comunque non rappresentò un problema, almeno finché il gruppo fu sotto l’egida di Elio Gariboldi. Quando questi però fu chiamato a lavorare alla CBS tedesca lasciando la band in mano a Bob Lumbroso, già produttore del cantante melodico Sandro Giacobbe, le cose cambiarono radicalmente. Preferendo di gran lunga il lato “leggero” del disco infatti, Lumbroso precluse ogni spazio all’avanguardia: pretese dalla Triade canzoni melodiche e sia Coccimiglio che Nobile se ne andarono sbattendo la porta. A questo punto sarebbe stato sufficiente trovare un altro produttore, ma le continue tensioni interne al gruppo, specie tra Tino e Giorgio – che Vincenzo doveva sempre mediare, spesso con un certo fastidio - minarono definitivamente la stabilità della band. 

Oltretutto, col passare del tempo si erano anche acuite alcune diversità caratteriali che stavano lentamente ma inesorabilmente emarginando Sodano, ritenuto molto più “timido” dagli altri due. Coccimiglio comunque, seguitò a gravitare nel mondo musicale come ricercatore, docente e musicista di piano bar, occupazione quest’ultima svolta anche da Tino Nobile. Verso la fine del 1974 ebbe anche una proposta di entrare nei Dik Dik, ma non accettò lasciando il posto a Joe Vescovi, ex tastierista dei Trip e all’epoca allora appena uscito da una breve collaborazione con gli Acqua Fragile.  

Diciamo quindi che almeno due terzi dei Triade raccolsero ancora molte soddisfazioni dopo lo scioglimento della band, ma certamente a molti ascoltatori resta ancora l’amaro in bocca per non aver dato un sequel a “Sabazio” che pur nel suo status di nicchia, avrebbe meritato almeno un erede.

triade la storia di sabazio

Nell’ottobre del 2011, John JJ Martin diventato nel frattempo amico di Coccimiglio, lo spronò a rifare una nuova versione di “Sabazio”, risvegliando non solo il suo entusiasmo, ma soprattutto l’interesse della BTF di Matthias Scheller che in una mail privata del 28/10/11 a JJ si dimostrò molto interessato alla proposta:

 “Puoi dire a Vincenzo di farsi vivo, se le cose sono in linea con i nostri prodotti possono certamente interessarmi. Inoltre, mi fa piacere in ogni caso salutare un protagonista di quel periodo che tanto amiamo.” disse Matthias

 Secondo Vinny poi, il progetto avrebbe dovuto anche coinvolgere il suo amico Marco Migliari della Real World di Peter Gabriel che avrebbe potuto occuparsi della parte tecnica e che tra l’altro, aveva già collaborato con Scheller. La storia però non ebbe un seguito. Nel mese di dicembre, sopraggiunte disfunzioni ematiche costrinsero Vinny ad operarsi d’urgenza e a lottare duramente per la propria vita, perdendo purtroppo la battaglia il 28 gennaio 2012.

 “La storia di Sabazio” nella sua versione del 1972, resterà quindi per sempre un’opera unica. Un caro abbraccio a Patrizia, a Franco Piri Focardi e a tutti coloro che dai Triade hanno astratto tutta quella gioia e quella voglia di vivere che loro hanno sempre voluto trasmettere. L’abbraccio più grande però va a Vinny: il nostro dolce angelo custode del Rock Progressivo Italiano che tutti sappiamo, non ci abbandonerà mai.

Giulio Capiozzo (Area): " il motore dell'instabilità"

Giulio Capiozzo Area

Giulio Capiozzo (1946-2000) è stato ed è tuttora uno dei miei batteristi italiani preferiti. Lo incontrai più volte e ci scambiammo sempre quattro chiacchiere.

Non era un tipo “simpatico di natura”, ma aveva in se la forza del rigore, della professionalità, del credo, dell’abnegazione verso il suo strumento che facevano di lui un corpo solo con le sue percussioni. I suoi compagni lo chiamavano “il motore dell’instabilità” e chi lo ha conosciuto, sa bene il perchè.

Non si fermava mai un istante: creava sempre scenari ritmici anche solo nella sua mente al punto che durante un viaggio in macchina, in treno o semplicemente conversando, continuava ad agitarsi per allenarsi, per strutturare nuove dinamiche, per inventare nuove tensioni che conferissero al suo drumming un sapore unico :“bisogna sempre tener calde le articolazioni”, diceva lui.

E non erano solo sogni o visioni quelle che gli elettrificavano testa e mani: erano semi di progetti concreti che sarebbero fioriti nei suoi lavori, in quelli con gli Area o con chissà chi altro.
Nella vita, mi diceva, occorre “essere presenti e consapevoli”, e “ragionare su tutto perchè nulla è facile” ed ognuna di queste sue convinzioni ben si ripercuotevano nella realtà. E non solo quando accompagnava altri artisti, ma soprattutto quando era in assolo.

Si perchè, quei suoi momenti solisti non erano soltanto uno show personale, ma dei veri e propri dialoghi: un condensato di tecnica, abilità e consapevolezza.
Fateci caso.
Da solo con la sua batteria Giulio soppesava ogni colpo. Dinamizzava ogni tocco e non si faceva nemmeno un problema a pulirsi il naso se pensava fosse opportuno per colorare una pausa.

giulio capiozzo

Scomponeva metriche assurde con rigore leninista, poi si assestava sui piatti, pensava, si rimetteva in gioco, osava anche là dove non era perfettamente cosciente di farlo ma la sua sensibilità gli permetteva di immedesimarsi in ogni groove qualora la sua arte lo richiedesse.

Conosceva i suoi limiti e se questi apparivano invalicabili, erano per lui motivo di sfida, di studio e di ricerca.
E infatti n
on si faceva problemi a concedersi persino alle tecnologie più estranee alla sua indole acustica.

Ricordo quando lo incontrai secoli fa al “Salone Internazionale della Musica” di Milano, in qualità di promoter delle batterie elettroniche Simmons. E là uscì fuori il suo lato di teppista.
Nel momento in cui erano presenti i dirigenti, si limitava ad eseguire patterns in quattro quarti modello anni ’80 senza alcuna emozione. Tum ...cha... Tum  .cha... Poi, quando i boss se n’erano andati, riacchiappava il discorso col suo pubblico.

Vedete”, diceva, “questa è una batteria che va bene per certe cose, ma se per esempio facciamo così...” ... E attaccava una rullata talmente stretta che mandava in tilt tutta la baracca.
La Simmons impazziva ululando furiosamente, si accendevano tutte le lampadine del controller, si innescavano i circuiti d’allarme, e la Simmons non funzionava più.
Giulio rideva come un pazzo e diceva: “Oh! Non ditelo in giro che se no mi licenziano”.

area giulio capiozzoDa vero uomo e musicista, finita l’esperienza con gli Area fonda gli Area 2 e poi procede spingendosi sino a collaborare con Kenny Clarke, Elvin Jones, Trilok Gurtu e persino con un gruppo caraibico di steel drums con il quale si lancia ancora una volta verso nuove immaginazioni.

Fedele alla sua nativa Emilia-Romagna, vi torna ogni anno per esibirsi sino a che il 23 agosto del 2000 gli Dei decidono che è venuto il momento di far le valigie.
Colto da malore in un bar di Cesenatico, Giulio intraprenderà una nuova esperienza di cui però non possiamo sapere nulla.
Ci rimarranno i suoi insegnamenti, la sua straordinaria generosità e la sua bravura.

A me, come a tanti che l’hanno incontrato, piace ricordarlo così: una persona genuina e semplice ma che diventava rigorosamente drastica quando doveva sfidare la vita o i propri limiti.

E ancora, un compagno che a differenza di tanti altri non ha mai tradito le sue e le altrui idee.
Una persona che un giorno mi disse:“Si lo so che quello che sto per fare è difficile. Forse impossibile, ma sicuramente non impraticabile.”
Capisci John, dobbiamo spremere noi stessi per smuovere le cose, se no rimangono lì dove sono. Ma a quel punto, che cazzo di senso avrebbe la vita?

Enzo Jannacci: "Il monumento" (1975)

jannacci il monumento
Il nemico non è oltre la tua frontiera.
Il nemico non è al di là della tua trincea. 

Il nemico è qui tra noi,
mangia come noi, parla come noi, dorme come noi, pensa come noi,
ma è diverso da noi 

Il nemico è chi sfrutta il lavoro e la vita del suo fratello.
Il nemico è chi ruba il pane e la fatica del suo compagno.

Il nemico è colui che vuole il monumento per le vittime da lui volute  

e ruba il pane per fare altri cannoni.

E non fa le scuole 

e non fa gli ospedali 

per pagare i generali

Per un'altra guerra.

 

enzo jannacci il monumento

VOLETE SAPERE TUTTO, ma proprio tutto, SULLE CONVENTION DELDISCO? Guardate qua.

John JJ Martin
JJ OGGI... OGNI TANTO UN PO' DI EDONISMO NON GUASTA
 

Ciao Sis and Bro,

volevo segnalarvi un fenomenale articolo di qualche anno fa, ma imperdibile, sulle CONVENTIONS DEL DISCO RARO. In particolare quelle di Milano

Fatti, foto e spiegazioni sui temi più dibattuti, e anche qualche quick chat con i super mega collezionisti e producer. 

É un articolo sostanzioso, ma leggetevelo tutto. Ne vale davvero la pena.

Poi, se volete, c'è anche una mia versione sulle conventions, e su come iniziò la mercificazione del vinile raro a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. É un post ancora attualissimo ("Cacciatori di Prog"), ma scritto la bellezza di ... pensate... vent'anni fa

E tanto per dimostrare quanto John's Classic Rock sia ancora oggi un sito di riferimento per il prog italianogodetevi anche la mia intervista esclusiva a PAOLO BAROTTO, pioniere del collezionismo italiano e autore dell'imperdibile "Il Ritorno del Pop Italiano": la prima vera bibbia del nostro miglior Prog. 

INVADERS MUST DIE !  

Joe The Lion

E.A.POE a colori (1974)

Miracoli dell'intelligenza artificiale... gli E.A.POE a colori nel 1974 nei boschi di Ornago (BG). 

E.A.POE.

 

Osanna: Palepoli (1973)


palepoliI MIGLIORI ALBUM DI ROCK PROGRESSIVO ITALIANO.  N° 2


Correva il 1973 e all'estero sono come al solito avanti anni luce: i Genesis pubblicano "Selling England by the pound", i King Crimson "Lark's tongue in aspic", gli Yes "Yessongs", i Pink Floyd "Dark side of the moon" e gli ELP "Brain salad surgery".

 In Italia, la lacerante frattura tra "underground" e "movimentismo" innesca uno dei periodi più intensi e sofferti della nostra nazione: il "personale" diventa "politico" e tutto deve essere vagliato nell'ottica dell'anticapitalismo.

Le avanguardie iniziano a sperimentare quel contropotere rivoluzionario che gli spetta di diritto
e i centri urbani di tutte le città, diventano i luoghi privilegiati di ostentazione delle merci, quindi, terreni di lotta, di espropriazione e di scontro.

Con il loro nuovo album, "Palepoli", gli "Osanna" si inseriscono con perfetta puntualità in questo angoscioso momento storico traducendo in arte la riscoperta dei valori popolari, da contrapporre all'urbanesimo, alla corruzione e alla freddezza della città moderna.
Il nuovo lavoro è disposto su due piani distinti: il primo è una rappresentazione teatrale scritta in collaborazione con Tony Newiller, sull'evoluzione della cultura popolare napoletana nel tempo, spettacolo che poi supporterà la tournèe di presentazione dell'LP.

osanna palepoliIl secondo è un per l'appunto un disco altrettanto complesso ed intenso dove nulla appare casuale o fuori luogo.

"Palepoli" è nelle intenzioni del gruppo un invito a rifiutare le ipocrisie della città moderna ("Neapolis"), per riscoprire i valori più autenticamente popolari dei borghi antichi ("Palepolis"). Dura 40 minuti che, anche col passare degli anni, si riveleranno indimenticabili.

In tre sole suite, il quintetto Napoletano da prova non solo di essere uno dei gruppi più validi e affiatati d'Italia, ma di potersi tranquillamente misurare per tecnica e consapevolezza sociale con la maggioranza dei suoi contemporanei.

"Oro caldo" apre l'album con una citazione "etnica" (voci di un mercato, una taranta...) per entrare immediatamente in una ballata piena di contrappunti di fiati, ampie aperture "crimsoniane" ed un finale mozzafiato hard blues. 

osanna palepoli
Nella seconda facciata, "Animale senza respiro" è la naturale evoluzione delle due suite precedenti in cui ogni variazione ritmica e melodica risulta perfettamente funzionale al concetto del disco:
fuga, mutazione, riappropriazione.
Ad un'azzeccatissima veste grafica fa eco una produzione altrettanto riuscita.

Resta il rimpianto nel constatare che questo accorato appello alla pulizia morale ed urbana rimane lettera morta anche a oltre 40 anni dalla sua pubblicazione, come amaramente sottolineò anche lo stesso Vairetti in una recente intervista.
Ma dei nostri rifiuti, gli Osanna, non hanno colpa.

OSANNA - Discografia 1971 - 1978:
1971: L'UOMO
1972: PRELUDIO, TEMA, VARIAZIONI E CANZONA
1973: PALEPOLI
1974: LANDSCAPE OF LIFE
1978: SUDDANCE

Lucio Dalla e Roberto Roversi: 1973-1976

IL CONTROVERSO RAPPORTO TRA UN MUSICISTA E UN POETA MILITANTE.
NULLA DI PROGRESSIVO, MA POFONDAMENTE ATTINENTE ALLE IDEOLOGIE E
ALLE SPERIMENTAZIONI AUTORALI DEGLI ANNI SETTANTA

Quando nel 1955 Pier Paolo Pasolini e Francesco Leonetti e fondarono la rivista Officina insieme all’allora trentaduenne Roberto Roversi, di sicuro non potevano immaginare che quest’ultimo sarebbe diventato il paroliere di un mito della musica italiana
Eppure, quando nel 1973 su consiglio del suo produttore Renzo Cremonini, Lucio Dalla si presentò alla Libreria Palmaverde di Via Castiglione a Bologna chiedendogli dei versi per le sue canzoni, lui non disse di no. 
Ed è così che cominciò una proficua ma tormentata collaborazione

In quei giorni Roversi, poeta, libraio e intellettuale di sinistra, stava solidarizzando con Lotta Continua che rischiava di chiudere i battenti. Dalla invece, fresco di successo sanremese, era in piena crisi esistenziale: non gli piaceva essere considerato uno che fa canzonette, aveva già litigato con i suoi autori Pallottino, Baldazzi e Bardotti, aveva rinnegato Piazza Grande, e voleva a tutti i costi trovare una “terza via” alla canzone italiana. 
Qualcosa cioè che non fossero Lolli o Guccini, ma neppure Battisti o roba da minestrone festivaliero. Insomma, uno stile tutto suo: che parlasse di personaggi, di emozioni, della società, dell’arroganza del potere, delle sofferenze del quotidiano e delle contraddizioni del capitale.  
Roversi era la persona giusta per fornirgli quel materiale, e infatti la loro alleanza produrrà una delle più interessanti trilogie d’autore italiane: Il giorno aveva cinque teste (1973), Anidride Solforosa (1975) e Automobili (1976). 
L’idillio però durò solo il tempo del primo album giacché poco prima del secondo tra i due scoppiò una lite furiosa, poi fortuntamente rientrata. 

Il giorno aveva cinque teste, Anidride Solforosa, AutomobiliNon accadrà altrettanto invece nel 1976 quando, in seguito alla pubblicazione di Automobili (album tratto dallo spettacolo teatrale Il futuro dell’automobile), un nuovo alterco trascinò la coppia ai ferri questa volta cortissimi. 
Roversi misconobbe la versione discografica dei suoi testi, accusò Dalla di non averne pubblicati almeno cinque avallandone la censura (I muri del 21, Statale adriatica Km 220, La signora di Bologna, Rodeo e Assemblaggio), nonché di aver epurato due strofe del brano Intervista con l’Avvocato. E di fatto, in segno di protesta firmò i sei pezzi dell’disco sotto pseudonimo.
Dopodiché, un lungo scambio di veleni e i due presero ciascuno la propria strada.

Roversi contesterà a Lucio di non aver voluto mai compromettersi ideologicamente (“Tutte le canzoni composte le ha poi cantate come un dovere doloroso. Senza felicità, senza un piacere autentico, senza condividerne la verità”) e di essersi poi mercificato a vantaggio di un pubblico “indifferente a ciò che ascolta” e che riempie gli stadi per tutti i motivi possibili “tranne che per pensare o per mettere in discussione l'ordine esistente". 

Dal canto suo, Dalla ribattè: “Vorrei che tu assistessi ai concerti dei quali tu parli e scrivi”, e in un’intervista del 1982 arriverà persino a rinnegare buona parte del lavoro svolto insieme
Beninteso, sempre manifestando gratitudine al suo ex autore che era pur sempre un fior di intellettuale, ma ricordando il percorso comune come “non bello, anzi, traumatico”. “Non mi piaceva urlarle quelle canzoni, come fossero cantate su un tavolo da chi aveva capito tutto ed era molto più avanti", aggiungerà ancora. 

L’ascia di guerra verrà seppellita solo vent’anni dopo quando Lucio, in segno di pacificazione, pubblicherà il brano “Comunista”, tratto da una vecchia poesia inedita di Roversi (“Ho cambiato la faccia di un Dio”) e lui gli affiderà le musiche del suo spettacolo Enzo Re
Si ricongiunsero, e proseguirono ancora insieme almeno fino a che nel 2012 la storia se li portò via: Lucio a marzo e Roberto a settembre

Dicono in molti che il loro sodalizio cambiò la musica italiana. Io invece credo di no.
Cambiò semmai la sola carriera di Dalla che, grazie a Roversi, prima apprese e perfezionò l’arte di versificare, poi la introitò filtrandola e restituendola a modo suo nei capolavori che tutti conosciamo.

Deel resto non poteva essere altrimenti: Lucio non era né un severo intellettuale luxemburghiano, né tantomeno un miltante della sinistra storica, ma un artista che amava stare in mezzo alla gente, catturarne le emozioni, e da quella breve convivenza con Roversi fu sicuramente lui a guadagnarci. Questo naturalmente senza nulla togliere alla loro trilogia, frutto però, ripeto, più di un colpo di fulmine che di una reale progettualità codivisa.